
DONNE
Cora Emmanuel
Buck trotterellò al posto di testa, che era stato di Spitz, ma Francois, senza fargli caso, condusse Sol-leks nel posto ambito: pensava che Sol-leks fosse il miglior cane di testa rimasto. Buck saltò addosso a Sol-leks come una furia spingendolo indietro e mettendosi al suo posto. “Ehi”, gridò Francois dandosi allegramente una manata sulla coscia, “guarda, guarda Buck. Ammazza Spitz e ora vuole prenderne il posto. Via, pivello!” gridò, ma Buck rifiutò di muoversi.
Nonostante il dolore e la disperazione, Spitz lottava furiosamente per tenersi su: [...] Per lui non c’era speranza, Buck era inesorabile: la pietà si addiceva a climi più miti. Si preparò all’attacco finale.
E Buck era spietato. Aveva imparato bene la legge del bastone e della zanna e non rinunciava mai a un vantaggio e non mollava un avversario che aveva spinto sulla via della morte. Aveva appreso la lezione da Spitz e dai migliori combattenti tra i cani della polizia e della posta, e sapeva che non potevano esserci vie di mezzo. Doveva vincere o essere vinto: mostrare pietà era un segno di debolezza. La pietà non esisteva nella vita primordiale; veniva scambiata per paura e questi malintesi significavano morte. Uccidere o essere ucciso, mangiare o essere mangiato, era la legge; e a questo imperativo, che gli giungeva dagli abissi del tempo, egli obbediva.
Stordito, con un dolore terribile alla gola e alla lingua, mezzo morto, Buck cercava di tener testa ai suoi aguzzini, ma venne ripetutamente gettato a terra [...] poi gli tolsero anche la fune e lo gettarono in una cassa da imballaggio simile a una gabbia. Vi giacque per il resto di quella interminabile notte a covare l’ira e l’orgoglio ferito. [...] Che cosa volevano da lui quegli strani individui? Perché lo tenevano rinchiuso in quella stretta gabbia?
Buck riprese i sensi, ma non le forze: giaceva dove era caduto e guardava l’uomo dal maglione rosso. [...] “Bene, Buck, ragazzo mio”, cominciò bonario, “abbiamo avuto la nostra piccola discussione e la migliore cosa da fare è di non pensarci più. Tu hai imparato qual è il tuo posto e io conosco il mio. Se sarai un bravo cane tutto andrà liscio e starai benone. Se sarai cattivo ti ridurrò a mal partito a furia di botte. Intesi?”. Parlando accarezzava senza timore la testa che aveva così spietatamente colpito e Buck, sebbene i peli gli si rizzassero involontariamente al contatto di quella mano, lo sopportò senza protestare. Quando l’uomo gli portò dell’acqua, bevve avidamente e più tardi trangugiò un’abbondante porzione di carne cruda prendendo a uno a uno i bocconi dalle mani stesse dell’uomo.
Era stato vinto (lo sapeva), ma non era domato. Si rese conto una volta per tutte che contro un uomo armato di bastone non c’era niente da fare: aveva imparato la lezione e non la dimenticò più finché visse. Quel bastone fu una rivelazione, lo introdusse nel regno della legge primitiva ed egli la imparò bene.
Buck provava una gioia selvaggia; sentiva di rispondere finalmente al richiamo, correndo così a fianco a fianco col suo fratello del bosco, verso il luogo da cui certamente quel richiamo veniva.
Buck era l’eccezione: era il solo che resistesse e prosperasse, rivaleggiando con i cani eschimesi per la forza, la ferocia e l’astuzia. Era dunque nato per comandare e quello che lo rendeva pericoloso era il fatto che il bastone dell’uomo dal maglione rosso aveva eliminato dalla sua volontà di predominio ogni cieco coraggio e avventatezza.
l’amore per l’acqua era per lui, come per tutte le razze allenate al freddo, un tonico e una protezione per la salute.
Buck sembrava davvero un demonio dagli occhi rossi [...] con il pelo ritto, la bocca schiumante, [...] Si scagliò contro l’uomo con i suoi sessantatré chili di furia, [...] Ma a mezz’aria, proprio quando le sue mascelle stavano per chiudersi sull’uomo, ricevette un colpo che frenò il suo slancio e gli fece serrare i denti con uno scatto doloroso. [...] Non era stato mai colpito con un bastone in vita sua e non capiva”.
Buck azzannò alla gola un avversario con la bocca schiumante e fu investito da uno spruzzo di sangue quando gli affondò i denti nella giugulare. [...] Mentre si avventava contro un altro si sentì addentare alla gola da Spitz che l’attaccava di fianco, a tradimento.