Di cosa parliamo quando parliamo di Raymond Carver
La vita e le opere dello scrittore.
DI EVA LUNA MASCOLINO
Scrupoloso, minimalista, riflessivo. Lo scrittore statunitense Raymond Carver, nato il 25 maggio 1938 a Clatskanie, nell’Oregon, è passato alla storia per i suoi racconti essenziali ma al tempo stesso ricchi di suggestioni, che a partire dagli anni Settanta hanno raccontato un’America nuova, diversa, a cui i lettori non erano ancora abituati. I suoi personaggi svolgono infatti lavori umili, hanno vite apparentemente banali e rapporti altrettanto superficiali, sgangherati, che li portano alla continua ricerca di un equilibrio difficile da trovare. Per capire però come l’autore sia approdato a questa visione della letteratura, è importante conoscere meglio la sua storia e fare un passo indietro.
Raymond Carver Di cosa parliamo quando parliamo d'amore
Quando ha solo tre anni, la sua famiglia si trasferisce infatti nella cittadina di Yakima per via di alcuni problemi economici causati dalla seconda guerra mondiale, ed è in un contesto provinciale e semplice che lui passa l’infanzia e l’adolescenza. Suo padre fa l’affilatore in una segheria, sua madre fa la cameriera, e lo stesso Carver si procura presto i primi lavoretti per dare una mano in prima persona. È in questo contesto che nel 1955 conosce la giovane Maryann Burk, da cui si allontana quando finisce il liceo e raggiunge il padre in California per farsi assumere a propria volta in segheria. Non trovandosi a suo agio in quella mansione, torna però a Yakima due anni dopo e prende la decisione di sposare Maryann, con cui avrà due figlie di nome Christine Rae e Vance Lindsay, e grazie alla quale verrà spronato a portare avanti gli studi mentre si dà da fare in una farmacia come fattorino.
D’altronde, la sua passione per la letteratura non passa inosservata, e Carver coglie allora l’occasione per frequentare i primi corsi di scrittura. Pubblica poesie, racconti, commedie teatrali, e intanto si sposta da una parte all’altra del Paese per proseguire con la sua carriera e formazione, mentre cerca sempre il modo di mantenere dignitosamente la sua famiglia. La grande svolta arriva nel 1967, quando conosce il famoso editor Gordon Lish, che all’epoca lavora da Esquire e con cui nasce uno scambio lungo e complesso: Lish apprezza infatti la penna di Carver e lo sprona a creare nuove storie, ma allo stesso tempo taglia gran parte delle sue descrizione, cambia il titolo dei racconti, stravolge il loro finale. Il risultato è che l’opera di Carver diventa d’un tratto più affilata, più matura, più convincente, anche se al tempo stesso l’autore non sempre condivide le scelte del suo mentore.
Per un certo periodo sembra comunque che la situazione riesca a funzionare: Carver, che si è laureato e ha ottenuto un impiego presso la casa editrice Science Research Associates, raggiunge per la prima volta un buon successo, diventando il simbolo di un nuovo modo di raccontare e venendo considerato un esempio da seguire proprio nel campo del minimalismo. Smette di bere alcol, da cui era stato a lungo dipendente, e prende addirittura la decisione di divorziare da Maryann per sposare la poetessa Tess Gallagher, con cui sente una forte affinità, ma purtroppo la sua fortuna non è destinata a durare. Gli interventi di Lish ai suoi testi lo rendono sempre più insofferente, non si riconosce nello stile che gli hanno cucito addosso, e nonostante i premi e riconoscimenti che riceve si spegnerà insoddisfatto dopo un periodo di malattia che avrà la meglio su di lui il 2 agosto 1988.
Da quel momento le sue raccolte di racconti e di poesie non hanno smesso di essere ristampate e tradotte in tutto il mondo, consacrandolo a maestro della scrittura novecentesca. È proprio dal basso, infatti, che Raymond Carver ha imparato a descrivere le sensazioni e i pensieri dei suoi personaggi, mettendosi allo stesso livello delle loro vicissitudini piccole e quotidiane, che però mettono in risalto le più disparate sfaccettature dell’animo umano. A oggi, peraltro, alcune sue storie sono state pubblicate anche nella versione estesa e integrale che l’autore aveva immaginato in un primo momento, in particolare quelle di Principianti che erano state editate da Lish e intitolate Di cosa parliamo quando parliamo d’amore: sono pagine di grande spessore e sensibilità, che riconfermano il talento di Carver e la sua capacità, anche fra le pagine più buie, di tenere in vita un barlume di speranza.
Francis Scott e Zelda Fitzgerald, la coppia con la vita più eccitante del Novecento
Lo scrittore del Grande Gatsby e la donna che gli ha dato tutto: tra romanzi, viaggi a Parigi e in Costa Azzurra e champagne a fiumi.
DI PAOLA JACOBBI
“Ci sono dei piccoli negozi dove si può comprare una mela dopo molte cerimonie come nemmeno sotto l’impero Ottomano, in altri si può comprare una limousine con la stessa leggerezza con cui si acquista un francobollo”. Queste righe, una fotografia del mondo dei ricchi dell’epoca, sono contenute in un articolo dal titolo The Changing Beauty of Park Avenue, pubblicato da Harper’s Bazaar nel gennaio 1928. La firma è doppia, Zelda e F. Scott Fitzgerald. Ma Fitzgerald aveva un libro mastro dove teneva conto della sua attività e relativi introiti. Era diviso in cinque parti: Narrativa pubblicata, Denaro guadagnato dopo aver lasciato l’esercito, Miscellanea pubblicata (compresi i film) per cui sono stato pagato, Guadagni di Zelda e Schema della mia vita. Quel particolare articolo per Harper’s Bazaar è nella lista dei lavori di Zelda, insieme a molti altri, anche se, piuttosto spesso, i loro scritti apparivano firmati in coppia.
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Nel loro momento d’oro, i Fitzgerald erano consapevoli di essere, come diremmo oggi, un brand. Un brand alla moda. Sapevano come vestirsi, dove andare, chi frequentare, come divertirsi e come annoiarsi. Gli articoli, anche quelli a sola firma di Zelda, sul mondo delle flapper, le party girl degli anni Venti (quelli di un secolo fa), le ragazze in gonna corta e caschetto che ballavano il charleston con addosso qualche metro di perle tintinnanti, sono illuminanti. Già solo i titoli, che vanno da Elogio delle flapper a Che ne è stato delle flapper?, indicano la capacità di Zelda di stare dentro il suo tempo, un po’ come un’acuta giornalista di costume, un’entomologa del contemporaneo, una che, se fosse viva oggi, probabilmente radiograferebbe le influencer.
HULTON ARCHIVE
Ma non sono stati solo gli scritti dei coniugi Fitzgerald a passare alla storia. Più dei loro romanzi è stata la loro vita a diventare mito e parabola, un grande racconto ammonitore, quasi un cliché, su genio e sregolatezza, poesia e pericolo. E amore disperato, a causa di tutto questo. Non a caso, il mondo di Scott, quello dei romanzi e quello della sua biografia, è diventato materiale per il cinema più volte, da Il Grande Gatsby (due versioni memorabili, una con Robert Redford e una con Leonardo DiCaprio) a Gli ultimi fuochi con Robert DeNiro. Per lo streaming c'è invece la serie Z: l’inizio di tutto con Christina Ricci nel ruolo di Zelda, su Amazon PrimeVideo.
Z: l’inizio di tutto, con Christina Ricci
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Non solo: si è molto parlato di altri due progetti “fitzgeraldiani”, uno con Jennifer Lawrence ancora su Zelda e una versione di Belli e dannati con Scarlett Johansson. Al momento sono entrambi in qualche cassetto di Hollywood ma non ci sarebbe da stupirsi se prima o poi vedessero la luce. Scott e Zelda sono la cartolina perfetta di un’epoca che ci piace immaginare scatenata e folle, una fiamma che si vorrebbe eterna.
Non è sempre stato così. In Italia, ad esempio, le opere di Fitzgerald vennero ignorate per anni. Le cose cambiarono solo dopo la sua morte. Indimenticabile e decisivo il parere di Cesare Pavese che, raccomandando Tenera è la notte, scrisse “Non ho voluto tradurre io questo scrittore perché mi piace troppo”. Scott e Zelda si conobbero nel 1918 a un ballo al country club di Montgomery, Alabama. Zelda Sayre aveva 18 anni, era figlia di un giudice. Francis Scott era un soldato che presto avrebbe lasciato l’esercito per trasferirsi a New York per diventare scrittore. Si scambiano lettere appassionate da subito, dopo quel primo incontro, un vero colpo di fulmine per entrambi. Zelda gli racconta che la famiglia era contrarissima a questa corrispondenza. Nel maggio 1919 scrive: “Mia madre oggi mi ha portato un altro ritaglio di giornale che raccontava dell’ennesimo scrittore fallito”. L’acida, crudele mamma Sayre, però, dovette cambiare idea presto.
Il Grande Gatsby con Leonardo DiCaprio e Carey Mulligan
Di qua dal paradiso, il primo romanzo di Fitzgerald, esce nel 1920 ed è un best seller. Poco dopo, i due si sposano, nel ’21 nasce la prima e unica figlia, Scottie. Ma i suoi genitori non diventano certo una coppietta borghese e casalinga. Sempre insieme, in una vera festa mobile, praticano e rendono fascinoso uno stile di vita movimentato, tra party e viaggi. Ogni tanto litigano, ogni tanto si tradiscono ma, per lo più, bevono, scrivono e frequentano altri geni. Per un periodo vivono in Costa Azzurra. I loro amici si chiamano Ernest Hemingway, Dorothy Parker, Pablo Picasso. Par di vederli, scivolare in un mondo dorato come perlage dello champagne.
Il Grande Gatsby
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Qualcosa si rompe. Il terzo libro di Scott, Il Grande Gatsby è un flop. E il flop scatena una crisi che è un po’ l’inizio della fine. Lui comincia a bere sempre più, lei si mette in testa di diventare una ballerina, è ossessionata da questa idea al punto che ha un esaurimento nervoso, come si diceva allora. Per oltre un anno, dall’estate del 1930 all’estate del 1931, Zelda è ricoverata in una clinica svizzera. Ci sono lettere di quel periodo che mostrano le crepe di un amore troppo intenso per essere anche duraturo. Ma in qualche modo tornano insieme, in America, anche per il bene di Scottie. Solo che Zelda ormai è un puntino sempre più distante dalla realtà della vita, il tempo dei ricoveri si allunga, la diagnosi è schizofrenia.
Nel 1937, Fitzgerald è completamente senza soldi, i libri non funzionano abbastanza per mantenere lo stile di vita ormai consolidato, irrinunciabile: abiti eleganti e viaggi in Europa, le cliniche per Zelda e gli studi da figlia di ricchi per Scottie. A caccia di denaro, Scott si trasferisce a Hollywood, a lavorare per il cinema. Prova a mettersi in riga, ma l’alcool, i demoni della sua inquietudine e la disperata tenerezza che ancora lo lega alla moglie non gli danno pace. I risultati sono discontinui. E questo è un eufemismo.
Gli ultimi fuochi, con Robert De Niro
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Da Hollywood, Scott scriveva ogni settimana alla figlia al college, la riempiva di consigli sui corsi da frequentare e anche su come comportarsi con i ragazzi, come vestirsi e come pettinarsi. Continuò a scrivere anche a Zelda ormai stabilitasi dai suoi familiari in Alabama. Eleonor Lanahan, la nipote, anni dopo ha raccolto le lettere alla madre e alla nonna. “Credo che siano rimasti innamorati l’uno dell’altra fino alla fine della loro vita. Nelle lettere, ricordano sempre i loro momenti migliori e le loro qualità migliori come per renderle eterne”.
Però, a Los Angeles, Scott aveva incontrato Sheilah Graham. In realtà si chiamava Lily Shiel, era nata a Londra, figlia di ebrei scappati dai pogrom russi. A Hollywood si era trasformata in una delle sofisticate e perfide giornaliste di gossip che scrivevano di stelle del cinema. La relazione con Fitzgerald dura più di tre anni, fino alla morte di lui: ebbe un infarto proprio a casa di Sheilah, pochi giorni prima del Natale 1940. Morì prima che arrivasse l’ambulanza. Aveva 44 anni e qualche problema al cuore, forse congenito, forse causato dal troppo bere. Ma ciò che lo stava distruggendo nell’anima era l’insuccesso. Uno scrittore diventato celeberrimo e inondato di glamour grazie al suo primo libro non poteva sopportare nemmeno l’idea del fallimento e della decadenza. Qualche mese prima aveva scritto a Zelda: “Mio Dio, sono un uomo dimenticato. Non si trova più nemmeno una copia di Gatsby in libreria, perché non vende”.
Il film Adorabile infedele
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In seguito Sheilah raccontò tutto in un romanzo autobiografico, Adorabile infedele, trasformato poi in un film dallo stesso titolo, quasi vent’anni dopo la scomparsa di Scott. Nel film lui era interpretato da Gregory Peck, lei da Deborah Kerr: ci sono le feste a bordo piscina, gli abiti eleganti ma anche le sbronze e le botte. E c’è una scena straziante, indimenticabile, nel libro e nel film. Scott legge sul giornale che in un teatro di Pasadena viene messo in scena un suo vecchio racconto, Un diamante grande come il Ritz. Chiama immediatamente il teatro, avvisando che sarebbe andato a vedere lo spettacolo. Vestiti da gran sera, Sheilah e Scott cenano al ristorante e si fanno portare in limousine a Pasadena. Lungo la strada, lui le racconta di avere incontrato Joan Crawford, hanno parlato del fatto che Fitzgerald scriverà il prossimo film della star. È di ottimo umore.
Arrivano a Pasadena. Non ci sono altre macchine fuori, non c’è movimento al botteghino, non è certo l’atmosfera di una “prima”. “Avrò sbagliato data?” si domanda Scott. Sheilah resta ad aspettarlo nell’ingresso deserto, lui entra e scopre che si tratta di uno spettacolo amatoriale, messo in scena da studenti. La delusione brucia ma lo scrittore resta. Non solo: alla fine, va a complimentarsi con i ragazzi. Il ritorno in limousine è un lungo, lunghissimo momento di silenzio
Un racconto inedito, cartoline, scritti e narrativa.
DI LORENZO VILLA
Un racconto inedito di tre pagine, in cui Francis Scott Fitzgerald è un pugile con il volto tumefatto che lascia vittorioso, ma fisicamente distrutto, il ring di combattimento. Infinite fotografie, ritratti personali, autoritratti in cui un diciottenne indossa l'uniforme della Croce Rossa americana e sorridendo all’obiettivo si accovaccia in una trincea con i soldati italiani durante la prima guerra mondiale. Altre fotografie del fronte italiano scattate pochi giorni prima di essere ferito da un colpo di mortaio, esperienza fondamentale e catartica che lo porterà a scrivere Addio alle armi. Sono tantissimi i cimeli di Ernest Hemingway ritrovati in un baule nascosto nel retro di un locale di Key West in Florida. Appunti sparsi, taccuini pieni di parole e riflessioni, come quelli datati 1926 sulla morte, trentacinque anni prima di quel colpo di fucile fatale con il quale lo scrittore decise di togliersi la vita.
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Ernest Hemingway è stato tutto. È stato scrittore, cacciatore, pescatore, militare, volontario. È stato amante, marito, padre. Ha vissuto così tante vite che è difficile se non impossibile ricostruirle per filo e per segno e la riprova di questa tesi è il materiale ritrovato a settembre 2022. Uno dei più significativi ritrovamenti dalla morte dell’autore premio Nobel: quattro racconti inediti, bozze di manoscritti, centinaia di fotografie, pacchi di corrispondenza e scatole di effetti personali. Secondo gli esperti questo ritrovamento è destinato a rimodellare la percezione pubblica e accademica di un artista la cui la vita e il lavoro hanno segnato il Novecento.
La storia è affascinante, come tutto ciò che faceva Hemingway: nel 1939, dopo il fallimento del suo secondo matrimonio, lo scrittore lasciò alcune sue cose nel magazzino dello Sloppy Joe's Bar, il suo rifugio preferito a Key West, in Florida. Un luogo del cuore per Hemingway, scoperto su consiglio di un altro grande bevitore e viveur John Dos Passos, il quale indicò l’isolotto più meridionale degli Stati Uniti come buen retiro per scrivere e bere ottimi Mojito e Daiquiri ghiacciati. Finirà, Hemingway, con passarci più di dieci anni e con lo scrivere alcune delle pagine più importanti della letteratura nordamericana. Dopo la morte, avvenuta il 2 luglio 1961, la sua quarta moglie, Mary Welsh Hemingway, ha esaminato il materiale ritrovato nello Sloppy Joe’s Bar, e ha dato alcune cose agli amici di lunga data, Betty e Toby Bruce.
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Un vero e proprio tesoro, quello rimasto nelle mani dei due amici, che ha trascorso decenni in polverose scatole di cartone, sopravvivendo a uragani e inondazioni. Qualche anno fa il figlio di Betty e Toby, Benjamin Bruce, assieme a uno storico locale, Brewster Chamberlin, e alla studiosa di Hemingway Sandra Spanier, iniziarono a creare un inventario del bottino ritrovato. Fra biglietti di autobus, assegni, svariate lettere personali rivolte ad amici come Joan Miró e Waldo Peirce, in mezzo a biglietti per una corrida a Pamplona e fotografie con trofei dei suoi safari inAfrica, ecco apparire un taccuino marrone. Su quelle pagine macchiate si può leggere il primo racconto conosciuto di Hemingway, su un viaggio immaginario in Irlanda, scritto quando aveva dieci anni. Un cimelio interessante per ricostruire la sua personalità, per vedere e capire da dove è arrivata quella capacità di scrittura così semplice, lapidaria e avventurosa.Così come il racconto, inedito e anche lui nascosto fra le pagine del taccuino, in cui un pugile immaginario di nome Kid Fitz scende dal ring vittorioso anche se con "un'ernia strozzata, un naso mancante e due occhi neri". Kid Fitz altri non è che una sua conoscenza di lunga data: Francis Scott Fitzgerald. Il rapporto fra i due scrittori fu incredibile, duraturo e pieno di avventure e iniziò nel contesto parigino dei Roaring Twenties. Fitzgerald sostenne fin da subito il lavoro di Hemingway mettendo a disposizione la sua esperienza e presentandolo al suo editore, Maxwell Perkins, ma con il tempo l’amicizia si inasprì. Il racconto di boxe ritrovato dipinge infatti un Francis Scott Fitzgerald come una giovane star della boxe, promettente ma fisicamente debole, che meriterebbe di stare sul ring con altre "stelle del pugilato" in una metafora della letteratura in cui viene riconosciuto il talento letterario dell’amico, ma allo stesso tempo lo prende in giro sulla prestanza fisica.
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Quello che salta all’occhio, con il ritrovamento del tesoro dello Sloppy Joe’s, è un importantissimo cambio di immagine per Hemingway che rende lo scrittore ancora più complesso e interessante di quanto il mito, per decenni, ha fatto su di lui. E proprio come un safari in Africa, in cui il cacciatore segue le tracce per capire e scovare il suo trofeo, gli studiosi si metteranno a ricercare e analizzare quegli scatoloni impolverati, per arrivare a capire ancora più a fondo una delle più grandi e articolate personalità del Novecento, quella di Ernest Hemingway.
Morto Cormac McCarthy: la frontiera della letteratura
Scomparso a 89 anni l’autore di «La strada» e «Non è un paese per vecchi». Ha raccolto l’eredità di Faulkner, ha vissuto recluso, è riapparso con «The Passenger
di Marco Missiroli
14 giugno 2023 (modifica il 14 giugno 2023 | 12:20)
Cowboy. Addio, Cormac McCarthy. È morto il 13 giugno lo scrittore che cosparse di luce la letteratura contemporanea, raccogliendo l’eredità di Faulkner e raccontando le leggi crudeli di questa terra. La tenebra del creato, la supremazia della natura, un Dio parsimonioso nella misericordia.
È stato la scrittura, Cormac McCarthy. Per la sua lingua materica, come se ogni parola fosse impastata dalla vita, e per il mistero che lo avvolse da quando esordì a trentadue anni con Il guardiano del frutteto. È il 1965, McCarthy getta al mondo questo romanzo che restituisce un seme biblico mal digerito dalla critica: sembra un passo indietro verso la fame di modernità con cui i nuovi Philip Roth e Thomas Pynchon stanno svezzando il dopoguerra. Ma McCarthy viene da più lontano, lande desolate e anime imprigionate nei corpi, pistole puntate in segno di preghiera. L’assoluto distacco con il tempo presente a favore del tempo eterno.
Cormac McCarthy è figlio di un avvocato e di una fervente cattolica che gli diedero cinque fratelli. Si trasferirono dal Rhode Island al Tennessee quando non aveva ancora quattro anni. Deserti, ranch, polvere da sparo e cavalli dalle criniere argentee. Donne e uomini che razzolano, oscillando tra l’amore e la prevaricazione. Sono esseri viventi il cui silenzio è la stessa sostanza miliare di questo scrittore così parsimonioso nella produzione e così repellente al circo mediatico. Si tenne sempre alla larga da tutto, McCarthy, arrivando a sparare colpi in aria come monito a chi si avvicinava per strappargli un’intervista.
E si innamorò sempre: si sposò la prima volta nel 1961 per poi diventare padre di Cullen. Sono gli anni del ritorno universitario dopo essersi arruolato nell’Air Force e dopo aver reciso con la famiglia di origine, sfidando la miseria. Dormire nei fienili dismessi, racimolare il vitto prestandosi a lavori di manodopera pesante, finché con la moglie non si trasferisce a Chicago grazie ai dollari di un premio vinto per due racconti. Il trasloco dura poco, perché Cormac è inghiottito dalla città e ne esce con le ossa rotte. Vuole tornare in Tennessee ma la sua sposa rifiuta e lo lascia: è il momento in cui comincia il peregrinaggio giovanile. Vive solo, agguantando borse di studio che gli permettono di sbarcare il lunario e di viaggiare.
Quattro anni più tardi è in Irlanda, un ritorno agli antenati, dove perde la testa per Anne, cantante che sposa in Inghilterra. Andranno a Ibiza per permettergli di scrivere Il buio fuori, sua seconda opera che dipana nella totalità il codice mccarthyano: è l’inno alla Natura e ai legami che gli si oppongono. Una donna, un figlio generato dal peccato. Può mai un figlio essere generato dal peccato? Questo dubbio è la potenza di McCarthy e si rivolge alle colpe degli uomini e alla loro assoluzione, animali devoti al solo comandamento degli istinti. E se i suoi personaggi intaccano la materia biblica, come in Flannery O’Connor e Faulkner, è la lingua sputata dalle viscere a infrangere la mistica.
Leggere a voce alta Il buio fuori e un qualsiasi romanzo di McCarthy è un fatto alchemico, quasi si materializzasse l’energia che il suono evoca, quasi si compisse un processo chimico millenario. Lui lo disse: «Un paragrafo e arrivo a scorticarmi». Questa lacerazione confluisce nella densità di racconto che Harold Bloom definì prossima alla Divina Commedia. Ma c’è altro, ovviamente, e gira intorno alla parola «figlio». Figlio come venire al mondo. Figlio come essere sottoposti al tormento del mondo. Figlio come salvezza nel mondo. Nelle tre declinazioni c’è il conflitto su cui si battono gli antieroi di McCarthy, eredi della solitudine.
Non è un caso che sia il terzo romanzo dello scrittore di Providence, Figlio di Dio, a raccontare la coscienza dolente di McCarthy. Pubblicato nel 1973 esplora il cuore di un assassino e il cuore di sua madre, nel Sud degli Stati Uniti d’America. Quando esce in libreria, Cormac McCarthy e la moglie irlandese non hanno il becco di un quattrino e per vivere rimettono a posto un vecchio granaio, lavandosi nel lago poco distante. McCarthy ha trentasette anni e spera sia questo il luogo che lo accoglierà. Non sarà così: «Ovunque ero in trappola, ovunque ero stranamente felice», dirà riguardo a quell’inquietudine.
Il matrimonio con Anne va a picco, lui si trasferisce a El Paso, Texas. Qui scrive un romanzo di matrice autobiografica, Suttree, lavorato per vent’anni e uscito nel 1979, di nuovo in sordina. Comincia l’epoca in cui McCarthy rinforza il suo monachesimo, riluttante a qualsiasi invito o amicizia editoriale, scorbutico tranne che con gli animali, in attesa dell’audacia per una storia che accarezza da anni. Come protagonista dovrebbe avere un ragazzino chiamato «the kid». Che altro? Non sa nient’altro.
È l’albore del suo capolavoro,Meridiano di sangue, venuto sei anni più tardi e scritto grazie a una borsa di studio a cui ha accesso anche grazie a Saul Bellow. Meridiano è un western, dice qualcuno. L’avventura, dicono tutti. Cercano riferimenti con archetipi e generi, intuendo che McCarthy li rivoluziona attraverso la brutalità della giovinezza: leggendolo si sente il sibilo di una frusta, l’esplosione di un proiettile, il sonaglio di un serpente che sta per mordere. Non è una storia di formazione, semmai di deformazione al cospetto del male. L’inferno della Divina Commedia ritorna nel West americano.
Da questo momento, Cormac McCarthy diventa Cormac McCarthy. A lui non cambia niente, alla critica e all’universo letterario cambia tutto: gli avi letterari americani sono approdati alla modernità, è il nuovo Faulkner!, è il nuovo Melville!, si strilla con risvegliata compiacenza. Ed Herman Melville racchiude davvero lo stato nascente delle sue storie. Melville lo accoglie, El Paso lo accoglie, può iniziare lo spicchio di esistenza in cui McCarthy ha pace. L’alfabeto dei cowboy lo libera. Destrieri, lucertole, un maschilismo che consuma sé stesso, la violenza sfogata al galoppo. Umani che cacciano umani. È il sentimento che finisce in Cavalli selvaggi, il romanzo pubblicato nel 1992 che gli vale il National Book Award. Si racconta che furono in due a comunicargli di persona la notizia del premio e che solo uno dei due ebbe il coraggio di avvicinarsi all’abitazione di McCarthy. Suonò, aspettò invano, ritornò, aspettò di nuovo. Poi il Nostro aprì la porta e ascoltò la notizia con assoluta indifferenza.
Cavalli selvaggi è il primo tempo della Trilogia della frontiera che proseguirà nel 1994 con Oltre il confine e si concluderà con Città della pianura nel 1998. Nel frattempo McCarthy si innamora di Jennifer con cui si sposa e ha un figlio, John. La seconda paternità gli muta il corredo narrativo, ma è un mutare lento e irreversibile che non intacca il desiderio di solitudine. Lo scrittore rimane isolato con la famiglia, vive in New Mexico, maturando un’apertura verso l’universo scientifico, anche grazie all’amicizia con il fisico Murray Gell-Mann, fondatore del Santa Fe Institute. Comincia a frequentare l’istituto, terminando il romanzo Non è un paese per vecchi che i fratelli Cohen porteranno sul grande schermo.
Il cinema è un linguaggio che gli interessa, soprattutto per la verbalizzazione della scrittura: il dialogo è la sua ossessione che sfocia in Sunset Limited, un testo pensato per il teatro, sul confronto tra il bene e il male. Conversazioni, scienza, paternità: sono gli anni felici («Di quiete senza attesa») che portano McCarthy a una folgorazione. È una notte del 2003, si trova con il figlio John in un motel a El Paso. Prima di dormire John fa delle domande al padre che lasciano un segno. Durante la stessa notte McCarthy butta giù due pagine di una nuova idea: un padre e un figlio in cammino per la sopravvivenza, in un mondo futuro e raso al suolo. La scriverà in Irlanda, consegnando alle stampe nel 2006: La strada.
È un successo senza precedenti che gli fa vincere il Pulitzer e vendere più di un milione di copie, convincendolo alla sua prima intervista televisiva. Davanti alle telecamere McCarthy guarda a terra, infossato in una poltrona della libreria del Santa Fe Institute dove avviene la conversazione con Oprah Winfrey. Cruciale il momento in cui la giornalista gli chiede per quale motivo non si fosse mai concesso alla televisione. Risposta: «Beh, non penso che sia una cosa buona per la propria testa. Voglio dire, se si passa molto tempo a pensare come scrivere un libro, probabilmente non si dovrebbe parlarne. Bisogna limitarsi a scriverlo». Si dice che McCarthy non firmò la copia alla giornalista, come non firmò nessun altro esemplare tranne i duecento lasciati al figlio e sigillati in soffitta.
È l’addio definitivo alle scene mediatiche, ma non a quelle editoriali. McCarthy si rifugia al Santa Fe Institute, nessuno ha più notizie di lui. Tranne in un’occasione: la leggenda vuole che una mattina abbia incontrato uno studente universitario in una caffetteria di Tesuque. Lo studente lo avvicina, sa che McCarthy non è un tipo affabile ed è intimidito, vuole solo stringerli la mano. Si ritrovano a conversare, poi McCarthy lo invita a pranzo. Rimarranno insieme per due ore e mezza e di quel dialogo è trapelata solo una battuta dell’autore di Meridiano di sangue, a proposito di cosa si sarebbe inventato se non ce l’avesse fatta con la scrittura. «Il cowboy».
Ricomincia così la quiete di questo autore che ha inciso il suo lascito in una frase di Cavalli selvaggi: «Vedete solo quello che volete vedere», quasi mettesse in bocca al Signore l’ammonimento agli uomini refrattari all’occhio della letteratura. Perché esiste un creatore sommo per McCarthy, oltre al dio furioso di Faulkner e al dio terrificante di Melville: è lo spirito dell’imperfezione umana. Mostrando la nostra natura zoppa, si svela la misericordia di cui siamo capaci. È faticosa, certo. Passa dalla vendetta. Ma ha sempre nei figli l’atto salvifico.
Dopo il 2006, McCarthy divorziò per la terza volta e mise basi ancora più solide tra gli scienziati del Sante Fe Institute. Partecipò a convegni, si prodigò per raccolte fondi. A un certo punto scrisse un manuale che aiutasse a redigere testi scientifici in modo semplice. Uno dei consigli a cui teneva di più è Non usare punti esclamativi. Anche se il più importante è il primo e ha come titolo Essenzialità per ottenere chiarezza, che è anche il suggerimento dato a sé stesso ogni volta che si metteva alla scrivania e cominciava a battere a macchina.
Leggere Cormac McCarthy è un movimento di polmoni: se in Italia non avesse avuto traduttori della forza di Raul Montanari, Martina Testa, Maurizia Balmelli (e di Silvia Pareschi e Riccardo Duranti) sarebbe stato disperso il nitore muscolare di questo autore sconfinato. Ora basterà leggerlo e rileggerlo, e tutto sarà compiuto, partendo da The Passenger, l’ultimo suo romanzo appena pubblicato, che assieme a Stella Maris (in uscita a settembre in Italia) chiude il testamento mccarthyano.
Sono i due libri che ha lasciato più a lungo nel cassetto, ribadendo il proprio vangelo del silenzio: anche questa lucidità è il patrimonio di Cormac McCarthy, oltre auna confessione che confidò qualche anno fa, ripensando al proprio destino:«Non c’è essere umano dai tempi di Adamo più fortunato di me. Non mi è successo niente che non fosse giusto. E non lo dico per fare lo spiritoso. Non c’è mai stato un momento in cui non avessi quel tanto di soldi e fossi infelice, un momento in cui qualcosa non capitasse. E questo sempre, sempre, sempre. Ce n’è abbastanza di che renderti superstizioso».
Osannato e riverito dagli Stati Uniti all'Europa, in realtà è più pubblicizzato che letto: un "caso" editoriale. Se il nuovo romanzo Le creature selvagge fosse arrivato anonimo a un qualsiasi editor, sarebbe stato cestinato
Gian Paolo Serino
27 Ottobre 2009 - 09:42
Se non è vietato è obbligatorio: è il titolo di un racconto di Dave Eggers, pubblicato da minimum fax, e potremmo adottarlo per sintetizzare al massimo il ruolo dello scrittore americano alle nostre latitudini culturali. L’autore di romanzi come L’opera struggente di un formidabile genio, di Conoscerete la nostra velocità o del nuovo Le creature selvagge (questi ultimi tutti editi da Mondadori) è uno scrittore che anche in Italia è diventato di culto. Di quegli autori che è impossibile evitare se non si vuole rimanere esclusi dai salotti letterari, soprattutto virtuali, e dal chiacchiericcio delle adunate editoriali più chic che radical. È il tipico esempio estero di autore radical flop: tutti ne parlano, ma chi lo legge?
L’esordio da «formidabile genio», romanzo salutato dalla critica come un capolavoro, in realtà non è nulla più di una sorta di Che Guevara dell’upper class: un eroe che parte dalla tristezza di un evento autobiografico (?), la perdita di entrambi i genitori, per scoprire on the road tutte le ombre del «sogno americano». Indubbiamente qualcosa di già letto, dai tempi di Cheever, Yates, Gaddis per non parlare di Carver o Ellis.
Dave Eggers ha avuto l’abilità di trasformare un naufragio in un’odissea. Impresa non da poco, certo, ma nemmeno così potente da farne, come scrisse Zadie Smith, «un libro meraviglioso: le cose nel mondo degli scrittori americani non saranno più le stesse». Il panorama, a quasi dieci anni da quel debutto, non appare molto cambiato, anzi. L’impressione è che Eggers sia l'ennesimo caso di genio a (s)comparsa: più commentato che letto, più cool che capace di lasciare delle tracce nella narrativa non solo americana. A confermarlo è anche questo Le creature selvagge, appena pubblicato da Mondadori (pp. 236, euro 17): se fosse arrivato sulla scrivania di un editor come manoscritto di un anonimo esordiente è forte il dubbio che il passaggio al cestino sarebbe stato quasi immediato. Non che sia illeggibile ma per tutto il romanzo la domanda che si pone il lettore è delle più semplici: e quindi? L’idea di scrivere «una favola» che diventa metafora dei nostri tempi spesso «selvaggi» lascia il tempo che trova: molto meglio, e geniale, una puntata dei Simpson che leggere le disavventure del protagonista, il bambino Max mandato a letto per punizione dalla mamma e costretto a inventarsi un mondo popolato di «esseri mostruosi» di cui presto diventa il Re. L’aria più che di una favola è quella della parabola (postmoderna?), metafora per farci comprendere che in «ognuno di noi c’è una creatura selvaggia».
E se nei libri precedenti - ridondanti di cliché solo in apparenza «contro» ma in realtà ai confini delle più miti delle ribellioni giovanili - la lettura poteva anche essere interessante, in quest’ultima prova narrativa Dave Eggers getta la maschera. Poche, pochissime, le pagine di un qualche minimo spessore: sa tutto di maledettamente edulcorato, di rivolta dalla parte del silenzio. Una satira solo in apparenza feroce sul nostro mondo (in) folle: in realtà una parodia da apocalittico e integrato. Perché Le creature selvagge dimostra come Eggers da genio a (s)comparsa si sia trasformato in genio compres(s)o nel prezzo: un Giovane Holding che spara a salve contro le anatre nel parchetto dietro casa. Più che un romanziere contemporaneo dimostra di essere un utensile semiotico. Uno scrittore egocompatibile che ha più meriti editoriali che narrativi. La rivista McSweeeney’s, ad esempio, è davvero tra le riviste letterarie americane più interessanti: fondata e diretta proprio da Eggers, come l’omonima casa editrice, è qualcosa capace di andare oltre lo sperimentalismo e la polvere dell’accademia. Come narratore, invece, affermare che sia sopravvalutato è già un complimento. Infatti più che lettori ha fan, più che appassionati ha supporter. Logico, quindi, leggere che per Eggers «Alessandro Baricco è uno dei migliori scrittori viventi». Alessandro Baricco tra «i migliori scrittori viventi»? Qualcosa non funziona.
Ma la prova empirica è semplice: basta leggere Le creature selvagge. Voleva essere una favola socialmente estremizzata contro le disfunzioni di un Sistema che crolla e il risultato è una (p)resa sociologica da cartoon.
L’impressione è che Dave Eggers, come molti altri autori contemporanei, si trovi davvero a proprio agio nello scrivere. E questo è il peggior male per uno scrittore. Perché come annotava Kafka nei suoi Diari «Quando mi siedo al tavolo di lavoro mi sento come uno che fosse appena caduto sulla piazza dell’Opera in pieno traffico rompendosi le gambe». Non si pretende che la metafora di Kafka sia comprensibile a tutti. Ma almeno chi può, come potrebbe Eggers, non la dimentichi. Sarebbe selvaggio.