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lunedì 21 gennaio 2019

Amos Oz, l’importanza del saggio contro il fanatismo tra i libri di un grande romanziere

Amos Oz


Amos Oz, l’importanza del saggio contro il fanatismo tra i libro di un grande romanziere

Dopo Philip Roth, il 2018 si prende un altro gigante della letteratura mondiale: la cui grandezza è paradossalmente resa dal suo scritto meno letterario: «Cari fanatici»


Pierluigi Battista
28 diciembre 2018

Mentre piangiamo, con la morte di Amos Oz, la scomparsa di uno scrittore straordinario, mentre registriamo sgomenti la crudeltà di un anno che si è portato via due vette della letteratura mondiale come Oz e Philip Roth, sarebbe il caso di ricordare che la grandezza somma di Amos Oz, ciò che lo ha reso un interprete sottile della sensibilità morale contemporanea e persino del pensiero politico, è rappresentata da uno scritto apparentemente «saggistico», il meno letterario di tutte le opere di Oz: «Cari fanatici», che gli italiani possono leggere nell’edizione della Feltrinelli.

Oz ha voluto entrare nel cervello, nel cuore, nelle vibrazioni profonde che agitano il fanatico: il fanatico di tutti i tempi, il fanatico del mondo moderno. Non lo demonizza, non ne fa la caricatura del Male, ma ne svela le pieghe più impensabili attraverso l’arma della letteratura. Un’arma devastante, lucida, penetrante. Lo scopo del suo libro, ma in fondo questo progetto è presente nelle pagine di tutti i suoi libri migliori, a cominciare da «Una storia d’amore e di tenebra», è stato così formulato: «Immaginare il mondo interiore, le idee e anche le emozioni dell’altro da sé: farlo pure nel momento dello scontro». Farlo sempre: immaginare non è un esercizio della fantasia sbrigliata, è mettersi al posto di chi ti odia, interpretarne ogni trasalimento omicida, lasciarsi scottare dal fuoco devastatore che gli sta consumando l’anima. Immaginare per capire. Per capire cosa muova un essere umano alle peggiori abiezioni allo scopo di morire per un assoluto che lui vive come il «Giusto», per capire cos’è la devozione disumana a un’Idea non negoziabile che porta ai peggiori massacri, allo sterminio, alla persecuzione di chi è vissuto come il Nemico da abbattere, sradicare, annientare, singolarmente e in massa.

Oz ha vissuto in Israele, in una terra che di quel fanatismo è teatro permanente. Era ebreo, bersaglio primo del fanatismo omicida. Sapeva di cosa parlava e parlava per mettere in guardia gli esseri umani dall’orrore della deriva fanatica. Le sue parole ci mancheranno per sempre.




giovedì 24 maggio 2018

Morto Philip Roth, dissacrava con le armi del sesso e dell’ironia

Philip Roth

Morto Philip Roth, dissacrava

con le armi del sesso e dell’ironia

Lo scrittore americano è scomparso a 85 anni. Eterno candidato al Nobel 
se ne va proprio nell’anno in cui il Nobel per la Letteratura viene sospeso


23 maggio 2018 (modifica il 23 maggio 2018 | 09:11)



L’eterno candidato al Nobel per la Letteratura se ne vaproprio nell’anno in cui il Nobel per la Letteratura viene sospeso. E per una storia di prevaricazioni sessuali che solo con molta superficialità può essere associata alle atmosfere e alle ossessioni che trasudano dalle opere di Philip Roth. Nathan Zuckerman, l’alter ego di Roth, non ha né l’arroganza né la volgarità né la miseria del molestatore. Nell’Animale morente, Roth dà voce alle angosce, alla paura della morte, ai fantasmi che avvelenano l’esistenza di un professore sfidato dal tabù della vitalità negata, delle forze che scemano, del desiderio che ti perseguita quando vieni sfidato dalla giovinezza sfacciata e apparentemente (e solo apparentemente) esuberante. I ricatti sessuali di un vecchio laido sulla giovane studentessa non c’entrano niente con questa storia magnifica e tragica. Ma Roth ha sempre subìto la prepotenza dei fraintendimenti. Con il Lamento di Portnoy qualcuno volle vedere, pesantemente giocando sull’equivoco, un’esibizione invereconda di pornografia adolescenziale. Qualcun altro, nel mondo del tradizionalismo ebraico, male interpretò quell’opera tanto scandalosa come un attacco alle fondamenta dell’identità degli ebrei, una derisione crudele e gratuita, manifestazione tipicamente psicopatologica di odio di sé stesso di un giovane ebreo che insulta il suo popolo e lo vuole mettere alla berlina.
Tutto falso, tutto pretestuoso. Ai due estremi della vita, l’animale morente e il ragazzo ossessionato dalla febbre di un erotismo acerbo ma incontenibile raccontano una storia che non può essere ridotta e svilita nella mediocrità di una cronaca, o peggio nella galleria dei cattivi esempi che lettori malintenzionati potrebbero ritrovare nelle pagine di due grandi romanzi. Roth, come personaggio che faceva opinione e aveva costruito nel corso degli anni e dei decenni in tutto il mondo una numerosa legione di fan affezionati e fedeli, sapeva cogliere il grottesco nella seriosità, il lato desolatamente comico della retorica ufficiale, la macchia nascosta nel lindore della correttezza neoconformista. Veniva amato per questo dagli insofferenti, da chi detesta il tribunale delle buone cause, dalla polizia culturale che si annida nei nuovi fustigatori delle parole e dei concetti sconvenienti. Roth era un pilastro della cultura democratica americana, ma nella Macchia umana la sua visione delle cose non gli impediva di ignorare la maschera dell’intolleranza di chi, soprattutto nelle accademie intrise di un fanatismo ideologico sempre più pervasivo, fa di un errore un peccato mortale, di un’ingenuità una perversione morale da punire con il linciaggio e l’esclusione. Roth ha guardato con simpatia ai sommovimenti che hanno scosso l’humus bigotto della vecchia America, ma con Pastorale americana ha saputo descrivere con animo dolente lo sgretolamento tragico di una tradizione che pure si era meritata un rispetto e una solidità di valori destinati tuttavia a svanire. Roth soffriva per le vittore repubblicane ma irrideva il popolo democratico che vaneggiava baloccandosi con i fantasmi di un auto-esilio caricaturale. Anche per questo Philip Roth ogni anno, ogni autunno, veniva immancabilmente indicato come possibile vincitore del Nobel che sistematicamente gli sarebbe stato negato. E forse gli sarebbe stato negato anche quest’anno se il Nobel non si fosse poi negato a sé stesso.
L’Accademia diffidava di uno scrittore così poco accademico, di un pensatore (sì, Roth pensava, studiava, si informava, non si atteggiava a poeta romantico trascinato istintualmente dalla febbre dell’immaginazione scatenata) che non si adeguava al Pensiero tramandato e consacrato. Un’Accademia, come quella svedese, che adesso si è rivelata corrosa dall’ipocrisia e della doppia verità, i difetti che Philip Roth osteggiava e colpiva con il suo sarcasmo e il suo disincanto.
Roth sapeva usare le armi dell’umorismo da esercitare su tutto, anche su Israele e sul sogno sionista, che difendeva con passione, ma senza la cecità del seguace fanatico incapace di vedere le proprie manchevolezze. Roth coltivava la pietas per l’animale morente in lui e in noi. Ma non esitava a definire, contro le melensaggini dell’ottimismo pubblico, la vecchiaia un «massacro». Sì, massacro. Non l’allegro declinare accompagnato dagli incoraggiamenti del giovanilismo ridente ma un cupo, tragico massacro. Da raccontare con le armi acuminate dell’ironia. Ecco perché c’era un esercito di seguaci che lo ammirava e un esercito di detrattori che lo detestava. Con Roth o contro Roth. Anche ora, a battaglia conclusa.