domenica 17 giugno 2018

Isabeli Fontana / Natasha Poly / Vogue China




Isabeli Fontana / Natasha Poly
Vogue China March 2012
Photos by Inez Van Lamsweerde & Vinoodh Matadin
Fashion Editor:  Nicoletta Santoro
Hair:  Duffy
Makeup:  Aaron de Mey






mercoledì 13 giugno 2018

Elsa Morante / Madrigale in forma di gatto



Elsa Morante
BIOGRAPHY
Madrigale in forma di gatto 

Elsa Morante / Madrigal en forma de gato

La rosa è la forma delle beatitudini. 
Beata l’angoscia in forma di rosa. 
Beato il disordine e la libidine sanguinosa 
la passione di sé invereconda gli eccessi di velocità e 
le orge funebri 
il nero rifiuto dello sposalizio le bandiere dell’oltranza 
le corazze dell’ignoranza 
i vari equivoci dell’egoismo le mascherate degli stracci 
le carità pretestuose le immondizie deificate 
i pregiudizi di casta l’alibi storicistico 
le complicità attuali, l’adorazione ai padri farisei, la 
paura della castrazione 
il candido tradimento il pianto vantone 
la corda sentimentale e la spada della ragione 
beate le secrezioni i visceri della letteratura l’oratorio 
la mistificazione 
quando finalmente s’aprono in forma di rosa! 
Il ragazzo che si intende protagonista del mondo 
protagonista anche se bandito, anzi di più perché bandito… 
starà sempre beato al centro della rosa. 
E lui beato ignorerà gli altri peccatori al bando della rosa 
e al bando di se stessi 
non protagonisti del mondo 
non leggenda di se stessi 
soli senza nessun addio. Agonie senza nessun pianto 
e nessuna rosa 
Il gatto che non crepa.



DE OTROS MUNDOS

DANTE



domenica 10 giugno 2018

Alberto Moravia / La vita interiore


Alberto Moravia
LA VITA INTERIORE


La vita interiore è un romanzo dello scrittore italiano Alberto Moravia, pubblicato nel 1978 dopo sette anni di lavoro di scrittura e riscrittura. Costituito da quindici capitoli distribuiti su tre parti ("La casa di appuntamenti", comprendente 2 capp., "Gli anni criminali", comprendente 6 capp. e "Il gruppo e l'orgia", comprendente 7 capp.), la caratteristica formale più saliente del romanzo è rappresentata dal fatto che esso è strutturato come un'intervista collocata in uno spazio e in un tempo indeterminati che la giovane protagonista, Desideria, rilascia all'autore, indicato come "Io". Come suggeriscono alcune occorrenze nel testo dell'espressione "vita interiore", nelle quali si sottolinea la differenza tra il carattere simbolico di ciò che è solo pensato rispetto a ciò che è espresso nella prassi esteriore, il titolo del romanzo allude alla forte valenza simbolica degli avvenimenti narrati, quasi sempre particolarmente crudi. Sin dall'incipit ("Desideria: Il mio nome è Desideria. E ho avuto una Voce") appare anche la "Voce", una figura emersa dallo sdoppiamento della personalità di Desideria, la quale per questo si paragona a Giovanna D'Arco, un'altra giovane vergine che udiva le voci. Desideria ha l'impressione che la sua Voce femminile da governante, una sorta di Super-io onnisciente e immorale che dall'età di quindici anni la guida verso un rifiuto radicalmente dissacrante del mondo borghese romano in cui lei vive con la ricca madre adottiva, provenga dall'esterno, non sia cioè allucinatoria, e la prima volta le si manifesta di notte e al buio da un angolo della sua stanza come dilatazione e prolungamento della consueta masturbazione, rivolgendole le parole "Piccola troia pariolina...". Altra figura centrale del romanzo è la ricca vedova italo-americana Viola, un'erotomane alcolizzata, tormentata per gran parte del romanzo dall'amore saffico non corrisposto che nutre per la bellissima figlia adottiva adolescente. Viola, così, oscilla come un pendolo tra due estremi: il desiderio di essere una madre vera e normale per la figlia adottiva, da un lato, e la passione lesbica per la ragazza vista come un corpo estraneo e per ciò stesso desiderabile, dall'altro. Nel corso delle loro numerose avventure all'insegna dell'erotismo più sfrenato, dello stupro, del ricatto e della violenza, Desideria e Viola incontrano diverse figure maschili, le più importanti delle quali, ai fini della narrazione (che si svolge, come si può desumere da qualche indizio implicito, in un settennio posto a cavallo tra la fine degli anni Sessanta e i primi anni Settanta del Novecento), sono l'amministratore Tiberi, l'equivoco sfruttatore Erostrato e il "compagno di Milano" Quinto.

TRAMA

Desideria, ragazzina obesa e infelice, vive assieme alla madre vedova e ricca Viola che, un giorno, le rivela di non essere la sua vera madre e di averla comprata da una prostituta. La notte prima, inoltre, Desideria assiste per caso a una scena di sesso a tre: la madre è sodomizzata dall'amministratore dei beni di famiglia Tiberi sotto lo sguardo della governante Chantal. Questi eventi portano ad un mutamento nella vita di Desideria che crescendo diventa un'adolescente snella e bellissima che scatena in Viola una morbosa attrazione sessuale. Durante una vacanza con la madre a Zermatt, Desideria conosce Emilio, un ragazzo di Milano appassionato delle teorie di Karl Marx che la introduce al marxismo, e assume allo stesso tempo la piena consapevolezza che Viola è incestuosamente attratta da lei, poiché Viola ha cercato di masturbarla nel sonno.
Desideria, come atto di ribellione nei confronti della madre adottiva, decide di imitare le prostitute da marciapiede, avendo come primo e unico cliente Erostrato Occhipinti, un siciliano spiantato, che fa credere a Desideria di essere membro attivo di gruppi di estrema sinistra che organizzano furti e sequestri per finanziare l'imminente rovesciamento rivoluzionario dell'ordine borghese, anche se in realtà ha svolto in passato anche attività d'informatore per la polizia. La ragazza pensa di servirsi di Erostrato per sequestrare Viola, in modo da estorcerle un riscatto attraverso Tiberi. Erostrato non prende sul serio la sua idea, ma tuttavia le parla di Quinto, un compagno milanese in arrivo a Roma che è in grado di autorizzare e organizzare il sequestro.
Il luogo in cui tenere Viola prigioniera, secondo Desideria, potrebbe essere la garçonniere di proprietà della madre, attirata lì con promesso di un'orgia con la figlia adottiva ed Erostrato. Quinto arriva a Milano e fa un sopralluogo nell'appartamento dove tenere in ostaggio Viola, dove Quinto, armato, caccia Erostrato e violenta Desideria. A questo punto, Desideria rivela a Quinto che Erostrato è in realtà una spia infiltrata dalla polizia nel suo gruppo rivoluzionario, come provato in un dossier dei carabinieri in mano a Tiberi, e gli chiede di accompagnarla dall'amministratore della madre per farsi dare il fascicolo: Tiberi però quando incontra Desideria tenta di violentarla. Quinto, che non sa di quanto accaduto a casa di Tiberi, la porta in una casa di appoggio per terroristi dalle parti di San Giovanni; Desideria però prende la pistola dal suo giubbotto e lo uccide. Uscita dalla casa, Desideria non si reca alla garçonnière per l'orgia con la madre adottiva e con Erostrato, interrompendo improvvisamente il racconto asserendo che quanto detto basta per conoscerla "come personaggio".

PERSONAGGI PRINCIPALI

  • Io - L'autore intervistatore.
  • Desideria - L'intervistata. È la protagonista del romanzo, figlia adottiva della vedova Viola.
  • Voce - È l'istanza psichica che si è staccata da Desideria e la guida come una governante onnisciente alla rivolta contro il mondo borghese.
  • Viola - Ricca vedova italo-americana, espressione dell'alta borghesia imprenditoriale pariolina, madre adottiva di Desideria.
  • Tiberi - Amministratore dei beni di Viola e suo amante.
  • Erostrato - Figura equivoca di sfruttatore e mantenuto, incontra Desideria come cliente quando questa tenta di fare la prostituta per poi diventare a sua volta prostituto di Viola.
  • Quinto - Il "compagno" di Milano amico di Erostrato, sedicente membro di un gruppo rivoluzionario, forse solo un criminale comune.
  • Emilio - Un ragazzo della borghesia milanese che incontra Desideria in Svizzera e la introduce al mondo concettuale del marxismo.
  • Giorgio - Il primo e unico vero fidanzato di Desideria.
  • Diomira - La ruffiana sedicente sarta che adesca Desideria e cerca di introdurla nel giro della prostituzione.

CURIOSITA

Proprio mentre lavorava a La vita interiore, Moravia firmò l'introduzione al Meridiano di opere scelte che l'editore Mondadori ha dedicato al Marchese De Sade. Ebbene, all'inizio dell'ultimo capoverso di tale introduzione c'è un passaggio che costituisce una chiave concettuale per capire la tesi di fondo del romanzo, che indubbiamente esibisce influenze sadiane: «Ora il rivoluzionario che viene tutt'intero dal popolo, nella sua purezza univoca, equivale al reazionario che viene tutto intero dall'aristocrazia»[1]. Nel romanzo, infatti, benché Moravia sembri simpatizzare con il progetto di dissacrazione dei valori borghesi tipico dei tempi, i cosiddetti rivoluzionari sono ritratti con tratti fortemente caricaturali che ne mettono in luce l'ottusità spesso speculare rispetto a quella che domina il mondo sociale che intendono rovesciare. Da questo punto di vista, La vita interiore è una sorta di pietra tombale posta sopra ogni via velleitariamente terroristica alla liberazione della classe operaia. Proprio a causa degli eccessi sadiani che riempiono il romanzo dall'inizio alla fine, tra il 1979 e il 1980 esso venne sequestrato per due volte da uno stesso procuratore.

ADATTAMENTO CINEMATOGRAFICO

Nel 1980 il regista Gianni Barcelloni girò il film Desideria: la vita interiore, tratto dal romanzo di Moravia, con Stefania Sandrelli (Viola), Lara Wendel (Desideria), Vittorio Mezzogiorno(Erostrato), Klaus Löwitsch (Tiberi) e Orso Maria Guerrini (Quinto).







venerdì 8 giugno 2018

Le fuge (e le lettere) di Alberto Moravia

moravia
Elsa Morante & Alberto Moravia
di Annalena Benini pubblicato 27 novembre 2015 ·
Il 28 novembre 1907 nasceva a Roma Alberto Moravia: ricordiamo lo scrittore italiano con un pezzo di Annalena Benini uscito sul Foglio, ringraziando l’autrice e la testata (fonte immagine).
Caro Morra, Sono tornato a Roma e tutto va già in quel modo assurdo che avevo già preveduto (…), poi c’è la T. che è tirannica senza perché, bisognerebbe che stessi tutto il giorno con lei e ancora non sarebbe abbastanza, gelosa della mia vita irrequieta in modo spasmodico – e siccome penso che vederci troppo non serve né a me né a lei credo che finirò per inventare qualche cosa, una occupazione fittizia – e le cose sono appena cominciate, figuriamoci in seguito.


Alberto Moravia, lettera a Umberto Morra
Non si è scoperto chi fosse questa signora o signorina T., a cui Moravia faceva riferimento in un lettera scritta tra il 1929 e il 1934, l’ultima di una raccolta appena pubblicata da Bompiani, Se questa è la giovinezza vorrei che passasse presto. Moravia aveva circa venticinque anni, e lei poteva forse essere una ragazza tedesca conosciuta a Sorrento, Trude.




mercoledì 30 maggio 2018

Philip Roth / Tutti gli esordi

Un ritratto di Philip Roth a New York. Lo scrittore americano è nato a Newark, nello stato del New Jersey, il 19 marzo 1933 (foto Reuters/Eric Thayer)

Philip Roth, tutti gli esordi

Le prove giovanili e la nascita del personaggio di Nathan Zuckerman: esce
per i «Meridiani» Mondadori la raccolta dei romanzi dello scrittore dal 1959 al 1986

di EMANUELE TREVI
22 ottobre 2017 (modifica il 23 ottobre 2017 | 22:12)

«Scrivila, per amor di Dio. Scrivi quella storia». Philip Roth non si è mai dimenticato queste parole di incoraggiamento, ascoltate quando era ancora giovanissimo, in una taverna della Chicago University. A pronunciarle fu Richard Stern, Dick per gli amici, critico influente, romanziere lui stesso, e grande educatore di talenti in erba.
È un episodio che Roth ha più volte rievocato, quasi trasformandolo in un piccolo «mito dell’origine», e vale la pena tornarci sopra, perché contiene un’inestimabile lezione di scrittura. Per divertire Stern, durante un pranzo Roth gli aveva raccontato una sua storia d’amore con una ragazza dei sobborghi ricchi di Newark, figlia di un industriale del vetro. Entrambi ebrei, ma divisi da un abisso sociale. Gli piaceva raccontare storie di famiglia e di quartiere. La comunità ebraica di Newark, in effetti, con i suoi tipi umani, le sue leggende, i suoi pettegolezzi, era una miniera narrativa inesauribile. Ma tutti i giovani commettono lo stesso errore iniziale, credono che una cosa sono i racconti che si fanno agli amici, un’altra ciò che si dovrebbe scrivere. È così che la letteratura diventa una falsa vocazione, una specie di sordità che impedisce di ascoltare la propria voce, di affidarsi al suo ritmo, di riprodurlo sulla pagina.


 Romanzi 1959-1986 (pp. CXXVIII-1.888, e 80) è il primo di tre volumi che saranno dedicati a Philip Roth (Newark, Stati Uniti, 1933) nella collana dei «Meridiani» Mondadori in vendita dal 24 novembre
Romanzi 1959-1986 (pp. CXXVIII-1.888, e 80) è il primo di tre volumi che saranno dedicati a Philip Roth (Newark, Stati Uniti, 1933) nella collana dei «Meridiani» Mondadori in vendita dal 24 novembre

Quell’esortazione di Stern ebbe il valore di un orientamento decisivo. Ciò che cercava a tentoni, l’ambizioso apprendista che era Roth lo aveva sotto il naso, come la famosa lettera rubata. «Scrivi quella storia» non ha un significato diverso da «vivi la tua vita», così come i grandi maestri, Conrad o James o Flaubert, avevano vissuto la loro. «Scrivila, per amor di Dio». Lo ha detto benissimo Alessandro Piperno: la lettura del Lamento di Portnoy gli ha insegnato che bisogna lavorare con il «poco» che la sorte ci ha riservato. Il «tanto» degli altri non vale nulla. Ci vollero un paio d’anni, ma nella primavera del 1959 il libro d’esordio di Roth, Goodbye, Columbus, realizzò nel modo più incantevole e sorprendente che si potesse immaginare l’auspicio di Dick Stern. Iniziò così, a ventisei anni, una carriera tra le più ricche, complesse, coinvolgenti che la storia della letteratura moderna ricordi.
Di fronte a tanti capolavori, a un senso così acuto e profondo della natura umana, a un umorismo così irresistibile, si stenta davvero a credere che il «Meridiano» dei Romanzi di Philip Roth curato da Elèna Mortara sia solo il primo dei tre che verranno dedicati all’opera del gigante (come altrimenti definirlo?) di Newark. Eppure è proprio così: questo grosso volume è solo l’inizio, e arrivati alla Controvita, il libro del 1986 che chiude l’indice, non possiamo dimenticare che il meglio deve ancora venire, che la strada che porta, tanto per fare un esempio, alle ultime pagine di Pastorale americana è ancora lunga e accidentata.
L’opera di certi scrittori fa pensare a una crescita arborea, tanto è saggiamente calibrato il rapporto tra le energie e i risultati. Bernard Malamud, tanto adorato da Roth, procedeva in questo modo. Ma Roth appartiene a tutt’altra razza: non amministra saggiamente il capitale, va avanti per strappi, lacerazioni. Quanto più lo si legge e lo si ama, tanto più si è consapevoli che è capace di imboccare strade sbagliate. L’esperimento soverchia sempre l’esperienza. Se dovessi esprimere il senso profondo della sua arte in una formula sintetica, la prenderei a prestito dal più grande critico russo del Novecento, Viktor Sklovskij, che intitolò il suo ultimo libroL’energia dell’errore. La conseguenza più emozionante di questo atteggiamento è che, di fronte a una raccolta dei suoi libri, proviamo l’inebriante sensazione di leggere uno scrittore che, in virtù di un singolare sortilegio, sia riuscito a esordire molte volte: da giovane, da vecchio, durante la mezza età. A dieci anni esatti da Goodbye, Columbus, e dopo due libri scarsamente riusciti, Il lamento di Portnoy non è forse un nuovo, dirompente inizio?
In un modo o nell’altro, dai romanzi migliori di Conrad a quelli di Bernhard,passando per i monologhi di Beckett, tutti i massimi capolavori letterari del Novecento sono un omaggio alla voce umana: alla sua capacità di persuasione e mistificazione, al suo carattere demiurgico, alla sua doppia natura corporale e spirituale. La lunga confessione di Alexander Portnoy presuppone un solo interlocutore, muto fino all’ultima pagina: il dottor Spielvogel, psicoanalista di presumibile scuola freudiana. È in questa particolare situazione che il gesto narrativo rivela le sue vocazioni più nascoste e represse: la profanazione, la dissacrazione. Nel primo libro, l’evocazione della famiglia ebraica era tutta giocata sul filo di un’ironia arguta e malinconica. Nel Lamento, l’impareggiabile maestria dello stile è messa al servizio di una tonalità grottesca che non conosce più cautele o censure. Lo scandalo fu tale che addirittura Gershom Scholem, l’eminente filosofo e studioso della Cabala e del misticismo ebraico, professore all’Università di Gerusalemme, scese in campo definendo quello di Roth «il libro auspicato da tutti gli antisemiti». Ma cosa è possibile tradire, se non ciò che amiamo ? E come può un artista essere se stesso e rispettare le regole dell’appartenenza? Sembra quasi naturale che tutti i conflitti che Roth si è trovato ad affrontare abbiano preso corpo in un personaggio narrativo destinato a svolgere un ruolo decisivo nella sua opera. Sto parlando, ovviamente, di Nathan Zuckerman, l’intrepido e disgustato esploratore dell’«egosfera», scrittore ebreo di Newark, che con Roth condivide lo scandalo e il successo, oltre alla passione per le avventure erotiche.
Solo molto superficialmente si potrebbe definire Zuckerman un semplice «alter ego dello scrittore». A partire dal 1979, quando compare come protagonista del suo primo romanzo, Lo scrittore fantasma, Zuckerman, quest’«uomo diviso dagli altri», è diventato il personaggio più ricco e complesso della letteratura dei nostri tempi. Libro dopo libro, Roth lo ha sottosposto all’azione del tempo, usurandone il corpo ed esacerbandone i difetti del carattere, ma anche rendendolo capace di lucidità, compassione, senso esatto del destino umano e dei suoi innumerevoli scherzi. Sin dai primi libri che Roth gli dedica (noi italiani abbiamo la fortuna di leggerli nelle bellissime versioni di Vincenzo Mantovani), ci rendiamo conto che Zuckerman è sì uno scrittore, ma che la sua portata umana eccede di gran lunga un particolare mestiere, una particolare origine o condizione sociale. È un’immagine comica e disperata della natura umana quella che ci si rivela in libri come Zuckerman scatenato o La lezione di anatomia. È la storia di tutti nella misura in cui dobbiamo affrontare la solitudine necessaria a diventare noi stessi, e lo spavento che ne consegue. Senza che tutta questa fatica approdi necessariamente a una qualche forma di illusoria saggezza. «L’anima», osserva Zuckerman in un lampo di vertiginosa consapevolezza, «affonda nel ridicolo proprio nel momento in cui lotta per la propria salvezza».
Ci fosse stato un Dick Stern ad ascoltarlo, non avrebbe potuto che dirgli: scrivi di questo, per l’amor di Dio, scrivi questa storia, lascia perdere tutto il resto.










sabato 26 maggio 2018

Luca Marinelli dà voce a Philip Roth / «Lo sentivo con me»




Luca Marinelli dà voce a Philip Roth
«Lo sentivo con me» 

Il supercattivo di «Lo chiamavano Jeeg Robot» interpreta «Lamento di Portnoy»

di CECILIA BRESSANELLI
25 gennaio 2017



Luca Marinelli (Roma, 1984); nel riquadro, lo scrittore americano Philip Roth (Newark, 1933)Luca Marinelli (Roma, 1984); nel riquadro, lo scrittore americano Philip Roth (Newark, 1933)
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«Sarebbe bello leggerli sempre così i libri, ad alta voce». Luca Marinelli è uno degli attori del momento, protagonista nel 2015 dell’ultimo film di Claudio Caligari (1948-2015), Non essere cattivo, e interprete dello Zingaro, il supercattivo del film rivelazione dello scorso anno Lo chiamavano Jeeg Rogot, di Gabriele Mainetti. È lui a dar voce al protagonista del Lamento di Portnoy di Philip Roth nell’audiolibro in uscita giovedì 26 gennaio per Emons (1cd mp3, versione integrale, e 15,90/download euro 9,54; durata 8 ore e 1 minuto).


Ironico e dissacrante, Alex Portnoy/Luca Marinelli ripercorre sul divano dell’analista le ossessioni morbose della sua vita. In un monologo che è un pirotecnico inno alla libertà. Lamento di Portnoy è il secondo titolo di Philip Roth pubblicato da Emons dopo Pastorale americana, letto da Massimo Popolizio (2016). «In sala di registrazione non ero solo — racconta Marinelli, nel video che ci accompagna dietro le quinte della realizzazione dell’audiolibro — con me c’era il grande autore americano, che mi guardava perché mi aveva dato in mano la sua opera».

CORRIERE DELLA SERA



giovedì 24 maggio 2018

Morto Philip Roth, dissacrava con le armi del sesso e dell’ironia

Philip Roth

Morto Philip Roth, dissacrava

con le armi del sesso e dell’ironia

Lo scrittore americano è scomparso a 85 anni. Eterno candidato al Nobel 
se ne va proprio nell’anno in cui il Nobel per la Letteratura viene sospeso


23 maggio 2018 (modifica il 23 maggio 2018 | 09:11)



L’eterno candidato al Nobel per la Letteratura se ne vaproprio nell’anno in cui il Nobel per la Letteratura viene sospeso. E per una storia di prevaricazioni sessuali che solo con molta superficialità può essere associata alle atmosfere e alle ossessioni che trasudano dalle opere di Philip Roth. Nathan Zuckerman, l’alter ego di Roth, non ha né l’arroganza né la volgarità né la miseria del molestatore. Nell’Animale morente, Roth dà voce alle angosce, alla paura della morte, ai fantasmi che avvelenano l’esistenza di un professore sfidato dal tabù della vitalità negata, delle forze che scemano, del desiderio che ti perseguita quando vieni sfidato dalla giovinezza sfacciata e apparentemente (e solo apparentemente) esuberante. I ricatti sessuali di un vecchio laido sulla giovane studentessa non c’entrano niente con questa storia magnifica e tragica. Ma Roth ha sempre subìto la prepotenza dei fraintendimenti. Con il Lamento di Portnoy qualcuno volle vedere, pesantemente giocando sull’equivoco, un’esibizione invereconda di pornografia adolescenziale. Qualcun altro, nel mondo del tradizionalismo ebraico, male interpretò quell’opera tanto scandalosa come un attacco alle fondamenta dell’identità degli ebrei, una derisione crudele e gratuita, manifestazione tipicamente psicopatologica di odio di sé stesso di un giovane ebreo che insulta il suo popolo e lo vuole mettere alla berlina.
Tutto falso, tutto pretestuoso. Ai due estremi della vita, l’animale morente e il ragazzo ossessionato dalla febbre di un erotismo acerbo ma incontenibile raccontano una storia che non può essere ridotta e svilita nella mediocrità di una cronaca, o peggio nella galleria dei cattivi esempi che lettori malintenzionati potrebbero ritrovare nelle pagine di due grandi romanzi. Roth, come personaggio che faceva opinione e aveva costruito nel corso degli anni e dei decenni in tutto il mondo una numerosa legione di fan affezionati e fedeli, sapeva cogliere il grottesco nella seriosità, il lato desolatamente comico della retorica ufficiale, la macchia nascosta nel lindore della correttezza neoconformista. Veniva amato per questo dagli insofferenti, da chi detesta il tribunale delle buone cause, dalla polizia culturale che si annida nei nuovi fustigatori delle parole e dei concetti sconvenienti. Roth era un pilastro della cultura democratica americana, ma nella Macchia umana la sua visione delle cose non gli impediva di ignorare la maschera dell’intolleranza di chi, soprattutto nelle accademie intrise di un fanatismo ideologico sempre più pervasivo, fa di un errore un peccato mortale, di un’ingenuità una perversione morale da punire con il linciaggio e l’esclusione. Roth ha guardato con simpatia ai sommovimenti che hanno scosso l’humus bigotto della vecchia America, ma con Pastorale americana ha saputo descrivere con animo dolente lo sgretolamento tragico di una tradizione che pure si era meritata un rispetto e una solidità di valori destinati tuttavia a svanire. Roth soffriva per le vittore repubblicane ma irrideva il popolo democratico che vaneggiava baloccandosi con i fantasmi di un auto-esilio caricaturale. Anche per questo Philip Roth ogni anno, ogni autunno, veniva immancabilmente indicato come possibile vincitore del Nobel che sistematicamente gli sarebbe stato negato. E forse gli sarebbe stato negato anche quest’anno se il Nobel non si fosse poi negato a sé stesso.
L’Accademia diffidava di uno scrittore così poco accademico, di un pensatore (sì, Roth pensava, studiava, si informava, non si atteggiava a poeta romantico trascinato istintualmente dalla febbre dell’immaginazione scatenata) che non si adeguava al Pensiero tramandato e consacrato. Un’Accademia, come quella svedese, che adesso si è rivelata corrosa dall’ipocrisia e della doppia verità, i difetti che Philip Roth osteggiava e colpiva con il suo sarcasmo e il suo disincanto.
Roth sapeva usare le armi dell’umorismo da esercitare su tutto, anche su Israele e sul sogno sionista, che difendeva con passione, ma senza la cecità del seguace fanatico incapace di vedere le proprie manchevolezze. Roth coltivava la pietas per l’animale morente in lui e in noi. Ma non esitava a definire, contro le melensaggini dell’ottimismo pubblico, la vecchiaia un «massacro». Sì, massacro. Non l’allegro declinare accompagnato dagli incoraggiamenti del giovanilismo ridente ma un cupo, tragico massacro. Da raccontare con le armi acuminate dell’ironia. Ecco perché c’era un esercito di seguaci che lo ammirava e un esercito di detrattori che lo detestava. Con Roth o contro Roth. Anche ora, a battaglia conclusa.