mercoledì 23 novembre 2022

Humphrey Bogart e Ingrid Bergman e quell'amore passionale in Casablanca

 

bergman e bogart nel film casablanca
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Humphrey Bogart e Ingrid Bergman e quell'amore passionale in Casablanca


Storia di una delle storie d'amore fittizie più belle del cinema.


 23/11/2022


Se Casablanca è ancora saldo sul podio dei film più acclamati di tutti i tempi, è con le interpretazioni di Humphrey Bogart e Ingrid Bergman che nasce una delle coppie più iconiche del cinema. Rispettivamente nei panni del burbero Rick Blaine e dell’eterea Ilsa Lund, il duo Bogart-Bergman viene reclutato in un secondo momento: inizialmente un’indiscrezione dell’Hollywood Reporter attribuisce i ruoli di protagonisti a Ronald Reagan e Ann Sheridan, e se così fosse stato la storia del cinema sarebbe diversa. Se Reagan viene “scartato” perché richiamato alle armi, alla Sheridan - che aveva già recitato con Bogart in Strada Maestra e che nel 1942 aveva all’attivo una cinquantina di film - il registra Michael Curtiz preferisce la più fresca e meno conosciuta Ingrid Bergman. La chimica tra i due buca lo schermo: entrambi hanno una doppia anima, all’apparenza algida ma intimamente vulcanica, e portano in sé un segreto condiviso, il grande amore che hanno vissuto anni prima a Parigi - dove, se no? -, che nessuno di loro è riuscito a scordare, nonostante Rick abbia una girandola di aspiranti fidanzate e Ilsa sia ormai una donna sposata. Sullo sfondo della Seconda Guerra Mondiale, dunque, si consuma un’altra duplice guerra: quella tra i protagonisti per ritrovarsi, e quella interiore di ciascuno di loro per dirsi addio un’ultima volta. Tratto da un’opera teatrale mai rappresentata, Everybody comes to Rick’s, la versione cinematografica rafforza i personaggi di Rick e Ilsa rispetto all’opera originale, tanto da divenire più una storia d’amore che di guerra. Questo si deve non solo a una scelta della Warner Bros. che teme i mille cavilli della censura politica, ma, evidentemente, anche al magnetismo di Bogart e Bergman, che in qualche modo plasmano su di sé l’evoluzione della trama. L’ultima parte del film, infatti, è scritta giorno per giorno e si arriva quasi a fine riprese senza avere ancora un finale certo.

bergman e bogart nel film casablanca
GETTY IMAGES

Pare che Bergman infine abbia chiesto allo sceneggiatore Howard Koch: “Quale uomo dovrei amare di più, alla fine? Rick o mio marito?”. E lui, “Non so, cerca di amarli entrambi allo stesso modo”. Ovviamente il suggerimento resta inatteso, perché Ilsa è perdutamente innamorata di Rick e lascerebbe ripartire il marito da solo verso la salvezza. Ma è proprio davanti al pericolo che il cinico Rick-Bogart esprime la qualità del proprio amore, preferendo mettere in salvo Ilsa anche se questo significa perderla - c’è anche un tema morale, ai tempi: né la censura né il pubblico avrebbero simpatizzato per una donna che abbandona il marito per un altro -. La storia d’amore tra Rick e Ilsa, dunque, risulta travolgente pur restando perfettamente candida. La sensualità tra i protagonisti appartiene al loro passato ma allungherà sempre le sue ombre sulle loro vite, ed è forse questa la magia di una storia d’amore che né il tempo né la guerra possono spezzare.

Candidato a otto premi Oscar, ne ottiene tre: miglior film, miglior regista e migliore sceneggiatura. Nonostante la mancata candidatura per Bergman, da questo momento la sua carriera decolla e tra i suoi film successivi troviamo Per chi suona la campana (1943) Io ti salverò (1945), Notorious - L'amante perduta (1946), diretta in tutti e tre da Alfred Hitchcock, e Angoscia (1944), che finalmente le assicura il suo primo Oscar come migliore attrice. Quanto a Humphrey Bogart, candidato all’Oscar come miglior attore protagonista per Casablanca, deve aspettare il 1952 per vincerlo con La Regina d’Africa di John Huston. E’ forse anche grazie al successo di Casablanca, comunque, che Bogart viene scritturato per Acque del Sud, di Howard Hawks, per il ruolo che era stato offerto a Cary Grant prima che a lui. Fortunatamente alla fine la spunta Bogart, che sul set incontra un’attrice ai primi passi, la splendida Lauren Bacall, e tra i due nascerà una della più belle storie d’amore di Hollywood. Che l’amore fittizio tra Rick e Ilsa gli abbia portato fortuna?

BAZAAR





domenica 20 novembre 2022

Vita e amori di Sibilla Aleramo, donna emblema del femminismo del Novecento italiano

 

Sibilla Aleramo


Vita e amori di Sibilla Aleramo, donna emblema del femminismo del Novecento italiano

Madre, amante, autrice, protagonista: la storia di una donna.


Rina Faccio, meglio nota come Sibilla Aleramo, ebbe una vita turbolenta. Le sue esperienze diventarono presto storia, denuncia, poesia, narrazione. La scrittrice e poetessa italiana, nata nel 1876, è infatti ricordata ancora oggi come una delle primissime penne femministe del Novecento. Il suo primo lascito si trova all'interno sua opera più celebre, Una donna, capolavoro autobiografico in cui la scrittrice incluse molti altri aspetti fondamentali della sua vita, come le imposizioni sociali legate alla figura della donna, le relazioni coniugali costrittive, violente, frustranti e quelle familiari in relazione all'idea della donna-madre, considerata da lei troppo opprimente. Non manca poi il trauma subito in gioventù, la violenza sessuale subita da parte di un dipendente del padre, una vicenda che intrappolò la giovane scrittrice in un matrimonio riparatore.



Già agli inizi del Novecento, la Aleramo diventa uno degli emblemi del femminismo, uno spirito libero che abbandona marito e a malincuore anche il figlio Walter, per seguire la sua passione più grandi: quella della letteratura.

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È l'inizio del XX secolo quando la Aleramo scappa da Milano a Roma per scrivere di racconti, pubblicare articoli, collaborare con giornali femministi, politici, culturali, e partecipare a campagne femministe. In lei vi è forza e determinazione, ma anche dolore e sofferenza, che la conducono anche verso un tentato suicidio. Dopo una soffocante relazione con l'ex marito, Sibilla Aleramo intraprende una storia con il capo redattore di Nuova Antologia, Giovanni Cena, con cui condivide la passione per la letteratura e gli impegni legati al sociale. Quando l'amore con Cena termina, iniziano per lei una serie di legami con diversi intellettuali, tra cui Vincenzo Cardarelli e Salvatore Quasimodo, il folle amore con Dino Campana, tossico, tempestoso, brevissimo ma profondo, finito a causa dell'internamento e della malattia di lui; ci sono anche storie con donne, come quella che ebbe con Lina Poletti, grandissima scrittrice italiana. Ben presto, questi amori diventano protagonisti delle prose e le poesie della Aleramo.


Le influenze che entrano in armonia e si mescolano con la vita della Aleramo sono diverse: incontra artisti del movimento Futurista, stringe un forte rapporto con D'Annunzio e poi sia avvicina alle ideologie politiche, prima del Fascismo, poi a quelle del Partito Comunista. A distanza di oggi, impossibile pensare a lei senza sottolineare quella che fu la sua figura, così eclettica e incisiva, quella di una donna, moglie, madre, amante, autrice e protagonista, che lascia in eredità un patrimonio letterario ancora rivoluzionario e dirompente.

BAZAAR



martedì 1 novembre 2022

Triunfo Arciniegas / La misura dell’inferno






TRIUNFO ARCINIEGAS
NOTICIAS DE LA NIEBLA 9
Versión al italiano de Gabriel Impaglione




La misura dell’inferno
Pare che siano in cielo. Mi circondano, gli angeli. Voglio dire, assillato da una lussuria che nessuno condivide, perseguito gli angeli belli, dalle lunghe gambe, ventri tersi e i seni all’aria. Ridono di me quando spiego loro le mie intenzioni.

El tamaño del infierno
Al parecer, estoy en el cielo. Me rodean los ángeles. Quiero decir, acosado por una lujuria que nadie comparte, persigo a los ángeles, bellos, de largas piernas, vientre terso y senos al aire. Se ríen de mí cuando les explico mis intenciones.


venerdì 28 ottobre 2022

Durante la Guerra Fredda, gli intellettuali latinoamericani hanno trovato rifugio nella Praga comunista

 

Lo scrittore brasiliano Jorge Amado, suo figlio (il quarto a partire da sinistra) e il giornalista e drammaturgo ceco Jan Drda (il primo a partire da sinistra), a Dobříš, in un castello della Repubblica Ceca utilizzato come residenza per scrittori cechi e internazionali, in 1950. Foto tratta dall'archivio di Paloma Amado, usata dietro autorizzazione.

Durante la Guerra Fredda, gli intellettuali latinoamericani hanno trovato rifugio nella Praga comunista

Prima della COVID-19, Praga veniva visitata ogni anno da milioni di turisti in cerca di birra a basso costo e architettura mozzafiato [en]. Però, negli anni 50, la capitale dell'allora Cecoslovacchia attraeva una platea di viaggiatori molto diversa: gli intellettuali di sinistra di tutto il mondo, curiosi di vedere com'era la vita sotto il regime socialista.

Molti di quei turisti politici arrivavano dall'America Latina, includendo giganti letterari come Jorge Amado [it, come tutti i link successivi, salvo diversa indicazione] e Gabriel García Márquez. Questo passato condiviso, dimenticato da tempo, sta tornando lentamente ad essere riscoperto e rivalutato in Repubblica Ceca. 

Mentre si svolgeva la Guerra Fredda, sia l'Occidente che l'Unione Sovietica erano impegnati in intense attività propagandistiche per dimostrare la superiorità dei propri sistemi politici e socio-economici, solitamente rivolgendosi a destinatari in Asia, Africa, Medio Oriente e America Latina. Ed entrambe le parti ritenevano l'arte un mezzo efficace per trasmettere il messaggio.

Nell'URSS, la Società di tutte le Unioni per le Relazioni Culturali con i Paesi Esteri, oppure VOKS [en], che sta per la sua abbreviazione in russo, aveva la missione di invitare pubblici intellettuali e scrittori da tutto il mondo non solo in Unione Sovietica, ma anche in altri paesi socialisti, riguardo ai quali questi venivano incoraggiati a scrivere

La Cecoslovacchia, una nazione che si è unita al Blocco Orientale nel 1948 dopo che il suo Partito Comunista aveva orchestrato un colpo di stato, rappresentava una delle possibili destinazioni. Oltre a Jorge Amado e Gabriel García Márquez, il paese accolse scrittori da Argentina (Raúl González Tuñón), Brasile (Graciliano Ramos), Cile (Ricardo Latcham, Pablo Neruda), Cuba (Nicolás Guillén) e Messico (Efraín Huerta, Luis Suárez). Alcuni viaggiavano soli, altri facevano parte di delegazioni più numerose.

Dunque Praga diventò in quei tempi un polo culturale di sinistra, radunando sia gli scrittori progressisti  nascenti che quelli affermati, come il turco Nazım Hikmet e il sovietico Ilya Ehrenburg.

Pablo Neruda, in effetti, potrebbe aver tratto il suo nome d'arte dallo scrittore, poeta e giornalista ceco del XIX secolo Jan Neruda (il poeta cileno era nato come Ricardo Eliécer Neftalí Reyes Basoalto). Lui non lo ammise mai, ma le foto che lo ritraggono mentre passeggia per via Neruda a Praga, o in posa davanti a ristoranti e pub con il nome “Neruda”, offrono terreno fertile per la speculazione.

Michal Zourek, foto usata dietro autorizzazione.

Global Voices ha parlato con Michal Zourek, un accademico ceco che si è concentrato sullo studio dei legami tra il Blocco Orientale e l'America Latina. Zourek, autore del libro pubblicato nel 2018 “Československo očima latinskoamerických intelektuálů 1947-1959” (“La Cecoslovacchia attraverso gli occhi degli intellettuali latino-americani dal 1947 to 1959″, che è stato pubblicato anche in spagnolo), spiega cos'ha motivato questi intellettuali ad accettare un invito del genere [cs]: 


 In America Latina c'erano svariati di regimi autoritari che reprimevano in massa i diritti umani, sostenendo che c'era bisogno di eliminare le forze sovversive di sinistra. Questo è il motivo per cui gli artisti latino-americani a favore dell'ideologia comunista ricevevano sostegno materiale e morale dall'Europa dell'est. Per quanto riguarda le testimonianze dei loro viaggi, i testi scritti negli anni '40 e '50 sono generalmente ricchi di entusiasmo. È evidente che certi aspetti [delle società socialiste] hanno fatto una buona impressione a quegli intellettuali provenienti da paesi in via di sviluppo, in particolare lo stato della scena culturale nell'Est Europa. Ci sono molte menzioni riguardo all'alta qualità di opere teatrali, scuole, infrastrutture e biblioteche comunali, e riguardo all'alto livello di educazione della popolazione.

Zourek prosegue spiegando come Praga e Mosca rappresentassero un luogo sicuro per far sì che quegli intellettuali potessero mettersi in contatto tra loro e incontrarsi. “Non era raro che famosi intellettuali provenienti dall'America Latina si incontrassero per la prima volta nell'Est Europa” afferma Zourek. “Nei loro paesi d'origine questo non era possibile, perché i governi autoritari e anti-comunisti del posto semplicemente non lo permettevano”.

L'Europa dell'Est, sostiene Zourek, ha giocato un ruolo fondamentale nella letteratura latino-americana — se non fosse stato per il movimento internazionale comunista, probabilmente la mitica generazione di scrittori degli anni '60 non sarebbe stata così influente, tantomeno in Occidente. “Fu pubblicato un numero elevatissimo di copie delle opere degli autori in questione [in ceco, polacco o russo], numero molto più alto rispetto alle copie pubblicate nella loro lingua madre. Tutto questo accadde dietro la Cortina di Ferro”, ha affermato.

Busto di Pablo Neruda nel centro di Praga. Foto di Kenyh tratta da Wikipedia, utilizzato dietro licenza CC BY-SA  3.0.

Una terra promessa?

Quando visitavano Praga o altri luoghi in Cecoslovacchia, gli intellettuali di sinistra, che erano soprattutto uomini, venivano trattati come dei VIP: risiedevano in hotel di lusso, non sostenevano alcuna spesa e avevano libero accesso a guide bilingue, ricevevano remunerazioni per i loro scritti e infine facevano tradurre le loro opere in ceco e slovacco.

Coloro ai quali venivano messe a disposizione delle residenze per scrivere alloggiavano per lunghi periodi di tempo, in particolare, nel castello di Dobříš [cs], sede dell'unione degli scrittori cecoslovacchi dagli anni '40 agli anni '90. Alcuni sono rimasti nel castello anche più a lungo, in quanto avevano ottenuto asilo politico.

Come ci spiega Zourek [cs]:


Questi scrittori si facevano pagare le spese di viaggio e durante il loro itinerario, studiato nei minimi dettagli, veniva offerto loro di vedere soltanto gli aspetti più ideali della vita locale. In cambio, gli ospiti stranieri avrebbero diffuso le loro impressioni positive tramite diari di viaggio, articoli e convegni. Questo fenomeno del “turismo politico” è stato l'elemento chiave della propaganda Sovietica, una strategia ben pianificata, che iniziò subito dopo la rivoluzione russa del 1917. Un ruolo di primo piano fu assegnato agli intellettuali che l'Unione Sovietica voleva avere al proprio fianco, per poterli usare in seguito nello scontro ideologico con l'Occidente.

Jorge Amado (a sinistra) e Nicolás Guillén (a destra) sulla strada per la Cina in una stazione ferroviaria dell'URSS, gennaio 1952. Foto dall'archivio di Paloma Amado, usata dietro autorizzazione.

Un'eccezione interessante in questa visione e descrizione idealizzata è Gabriel García Márquez, Il premio Nobel Colombiano laureato in letteratura che visitò la Germania dell'Est, La Cecoslovacchia, la Polonia, l'Ungheria e l'URSS nel 1955 e nel 1957. Fece questo viaggio in parte da solo e, quando veniva invitato ufficialmente, trovava modi per aggirare il programma ufficiale, in modo tale da poter raccogliere informazioni per conto proprio. Nel suo libro, “De viaje por Europa del Este” [en] (“Viaggio attraverso l'Europa dell'Est”), Márquez fornisce una descrizione ch presenta molte più sfumature. Il primo capitolo del libro descrive la Germania dell'Est con termini poco lusinghieri, come nella scena in cui Márquez entra in un ristorante per fare colazione: “quello che le persone mangiavano a colazione era l'equivalente di un pasto intero nel resto dell'Europa [Occidentale] ed era molto più economico. Quelle persone, però, apparivano distrutte e amareggiate, mentre mangiavano porzioni enormi di carne e uova fritte senza alcuna gioia”. In un altro capitolo su Mosca, lo scrittore parla del taboo del culto della personalità di Stalin, citando la sua guida russa che dice: “Se Stalin fosse ancora vivo [morì nel 1953], saremmo vissuti nel Terzo Mondo. Stalin fu la figura più sanguinaria, rancorosa ed egocentrica nella storia russa.”

Gabriel García Márquez (primo a partire da sinistra) nella Piazza Rossa a Mosca, agosto 1957. Foto dall'archivio di Michal Zourek, usata dietro autorizzazione.

Un patrimonio riscoperto per il popolo ceco

In Cecoslovacchia, il comunismo terminò nell'autunno del 1989, e negli stati successori, ovvero Slovacchia e Repubblica Ceca, il passato socialista è solitamente ricordato come un periodo oscuro di violazione dei diritti umani, restrizioni di viaggio e obbedienza forzata verso Mosca.

Tale punto di vista determina l'approccio degli storici cechi e slovacchi verso gli intellettuali di sinistra che visitarono il paese durante quel periodo. Come Zourek, che ha studiato in Repubblica Ceca e in Argentina, osserva [cs]:


Durante i miei studi all'università, ho più volte sentito menzionare il fatto che Pablo Neruda e Jorge Amado fossero vissuti in Cecoslovacchia, ma non pensavo che questo fosse un fenomeno così importante e che entrambi i paesi avessero un legame del genere anche prima della Rivoluzione Cubana [1959]. Questo è forse dovuto al disprezzo con cui ci si riferisce a quegli autori [in Repubblica Ceca e Slovacchia]: molti li considerano idealisti, oppure i soliti idioti che, con le loro visite, sostenevano regimi impegnati in violenze e persecuzioni. La questione è certamente molto più complessa.

Mentre quegli autori sono stati a lungo celebrati nei loro paesi d'origine in America Latina, soltanto adesso la loro eredità sta risalendo in superficie nella storia della Repubblica Ceca. Il diario di viaggio di Marquez è stato tradotto in ceco per la prima volta ne 2018 (“Devadesát dnů za železnou oponou“) [cs], mentre gli altri rimangono in gran parte sconosciuti.

Zourek condivide la sua esperienza personale per spiegare perché il processo di rivalutazione è così difficile [cs]:


Subito dopo la scuola secondaria, ho visitato il Cile, dove l'università era piena di bandiere sovietiche, ritratti di Lenin, dove nelle librerie si vendevano le opere di Marx ed Engels. Pensavo che quell'ideologia fosse morta, e non riuscivo a capire come qualcuno potesse ammirare quelle idee criminali che limitavano la libertà di espressione, che impedivano alle persone di frequentare l'università, di realizzare i propri sogni. Questa posizione antagonista tra i due paesi nei confronti del comunismo è dovuta in gran parte alla diversa esperienza storica. Questo è il motivo per cui io penso che quando diamo un giudizio sul comunismo, dobbiamo separare noi stessi dalla nostra storia ed esperienza personale, che spesso non ci permette di vedere questo fenomeno transnazionale in tutte le sue diversità. Sfortunatamente, questa diversificazione ancora non si sta verificando per molti storici cechi. Non penso sia una sorpresa che le persone nei paesi in via di sviluppo siano più interessate alle politiche della Cecoslovacchia comunista che ai loro compagni in Repubblica Ceca. Questo è iniziato a cambiare leggermente negli ultimi anni e penso che sia grazie alla graduale rivalutazione del periodo comunista da parte del popolo ceco. Credo che negli anni a venire vedremo una serie di opere che dimostrano che la Cecoslovacchia comunista fece cose degne di nota nei paesi in via di sviluppo, che vennero per lo più abbandonate dopo il 1989, per esempio quelle nell'ambito della cultura.

GLOBAL VOICES

mercoledì 26 ottobre 2022

Dave Eggers, l’ex genio da citare per essere "in"

 

Dave Eggers


Dave Eggers, l’ex genio da citare per essere "in"


Osannato e riverito dagli Stati Uniti all'Europa, in realtà è più pubblicizzato che letto: un "caso" editoriale. Se il nuovo romanzo Le creature selvagge fosse arrivato anonimo a un qualsiasi editor, sarebbe stato cestinato


Gian Paolo Serino
27 Ottobre 2009 - 09:42

Se non è vietato è obbligatorio: è il titolo di un racconto di Dave Eggers, pubblicato da minimum fax, e potremmo adottarlo per sintetizzare al massimo il ruolo dello scrittore americano alle nostre latitudini culturali. L’autore di romanzi come L’opera struggente di un formidabile genio, di Conoscerete la nostra velocità o del nuovo Le creature selvagge (questi ultimi tutti editi da Mondadori) è uno scrittore che anche in Italia è diventato di culto. Di quegli autori che è impossibile evitare se non si vuole rimanere esclusi dai salotti letterari, soprattutto virtuali, e dal chiacchiericcio delle adunate editoriali più chic che radical. È il tipico esempio estero di autore radical flop: tutti ne parlano, ma chi lo legge?

L’esordio da «formidabile genio», romanzo salutato dalla critica come un capolavoro, in realtà non è nulla più di una sorta di Che Guevara dell’upper class: un eroe che parte dalla tristezza di un evento autobiografico (?), la perdita di entrambi i genitori, per scoprire on the road tutte le ombre del «sogno americano». Indubbiamente qualcosa di già letto, dai tempi di Cheever, Yates, Gaddis per non parlare di Carver o Ellis.

Dave Eggers ha avuto l’abilità di trasformare un naufragio in un’odissea. Impresa non da poco, certo, ma nemmeno così potente da farne, come scrisse Zadie Smith, «un libro meraviglioso: le cose nel mondo degli scrittori americani non saranno più le stesse». Il panorama, a quasi dieci anni da quel debutto, non appare molto cambiato, anzi. L’impressione è che Eggers sia l'ennesimo caso di genio a (s)comparsa: più commentato che letto, più cool che capace di lasciare delle tracce nella narrativa non solo americana. A confermarlo è anche questo Le creature selvagge, appena pubblicato da Mondadori (pp. 236, euro 17): se fosse arrivato sulla scrivania di un editor come manoscritto di un anonimo esordiente è forte il dubbio che il passaggio al cestino sarebbe stato quasi immediato. Non che sia illeggibile ma per tutto il romanzo la domanda che si pone il lettore è delle più semplici: e quindi? L’idea di scrivere «una favola» che diventa metafora dei nostri tempi spesso «selvaggi» lascia il tempo che trova: molto meglio, e geniale, una puntata dei Simpson che leggere le disavventure del protagonista, il bambino Max mandato a letto per punizione dalla mamma e costretto a inventarsi un mondo popolato di «esseri mostruosi» di cui presto diventa il Re. L’aria più che di una favola è quella della parabola (postmoderna?), metafora per farci comprendere che in «ognuno di noi c’è una creatura selvaggia».

E se nei libri precedenti - ridondanti di cliché solo in apparenza «contro» ma in realtà ai confini delle più miti delle ribellioni giovanili - la lettura poteva anche essere interessante, in quest’ultima prova narrativa Dave Eggers getta la maschera. Poche, pochissime, le pagine di un qualche minimo spessore: sa tutto di maledettamente edulcorato, di rivolta dalla parte del silenzio. Una satira solo in apparenza feroce sul nostro mondo (in) folle: in realtà una parodia da apocalittico e integrato. Perché Le creature selvagge dimostra come Eggers da genio a (s)comparsa si sia trasformato in genio compres(s)o nel prezzo: un Giovane Holding che spara a salve contro le anatre nel parchetto dietro casa. Più che un romanziere contemporaneo dimostra di essere un utensile semiotico. Uno scrittore egocompatibile che ha più meriti editoriali che narrativi. La rivista McSweeeney’s, ad esempio, è davvero tra le riviste letterarie americane più interessanti: fondata e diretta proprio da Eggers, come l’omonima casa editrice, è qualcosa capace di andare oltre lo sperimentalismo e la polvere dell’accademia. Come narratore, invece, affermare che sia sopravvalutato è già un complimento. Infatti più che lettori ha fan, più che appassionati ha supporter. Logico, quindi, leggere che per Eggers «Alessandro Baricco è uno dei migliori scrittori viventi». Alessandro Baricco tra «i migliori scrittori viventi»? Qualcosa non funziona.

Ma la prova empirica è semplice: basta leggere Le creature selvagge. Voleva essere una favola socialmente estremizzata contro le disfunzioni di un Sistema che crolla e il risultato è una (p)resa sociologica da cartoon.

L’impressione è che Dave Eggers, come molti altri autori contemporanei, si trovi davvero a proprio agio nello scrivere. E questo è il peggior male per uno scrittore. Perché come annotava Kafka nei suoi Diari «Quando mi siedo al tavolo di lavoro mi sento come uno che fosse appena caduto sulla piazza dell’Opera in pieno traffico rompendosi le gambe». Non si pretende che la metafora di Kafka sia comprensibile a tutti. Ma almeno chi può, come potrebbe Eggers, non la dimentichi. Sarebbe selvaggio.


IL GIORNALE




venerdì 21 ottobre 2022

Gli inferni quotidiani di Lucia Berlin

 

Lucia Berlin

Gli inferni quotidiani di Lucia Berlin

Un'americanissima raccolta di racconti che fanno a pugni con la vita

Gian Paolo Serino
28 Novembre 2018



È una lunga e indocile «sera in paradiso» quella che descrive Lucia Berlin (19362004) nei suoi racconti, che hanno molto di autobiografico: la scrittrice americana, paragonata a maestri della short story come Alice Munro e Raymond Carver, racconta infatti di inferni quotidiani capaci di diventare storie di interni domestici dove la vita sembra spesso uscire dalle feritoie dell'esistenza

Protagonisti sono emarginati, alcolisti, scrittori, musicisti, donne abbandonate (d)a se stesse: ambienti dell'animo umano che Lucia Berlin ha frequentato per quasi tutta la vita.

Lucia Berlin è stata insegnante precaria, centralinista telefonica, donna delle pulizie, ha conosciuto la miseria come la ricchezza. Ha avuto quattro figli da tre uomini diversi, ha vissuto la New York del Greenwich Village degli anni Sessanta, ha abitato in una comune hippy a Berkeley e girovagato per gli Stati Uniti su un camper. Segnata dal demone dell'alcolismo, morta nel 2004 attaccata a una bombola dell'ossigeno che le permetteva di respirare, è stata riscoperta solo quattro anni fa grazie alla scrittrice Lydia Davis che fece scoprire agli americani la raccolta La donna che scriveva racconti: in Italia è stata pubblicata tre anni fa da Bollati Boringhieri diventando anche grazie al passaparola dei lettori un libro di culto. Vincitrice del «National Book Award» nel 1991 (con la raccolta inedita Homestick) torna ora in libreria con Sera in Paradiso (Bollati Boringhieri, pagg. 268, euro 18): ventidue racconti che graffiano sul vetro della vita, quasi tutti autobiografici anche se Lucia Berlin ha la rara capacità di renderli universali. Storie che appartengono a tutti noi, ed è questa la magia della grande letteratura alla quale appartiene di diritto. Sono storie di amori perduti, rincorsi, sognati, sono racconti su esistenze apparentemente alla deriva (musicisti, alcolisti, vicini di casa anonimi chiusi nel loro silenzio delle parti, attrici fallite, gigolò) ma che ritrovano la propria dignità proprio grazie alla scrittura dell'autrice. Una scrittura che non mira all'osso ma al midollo, capace di slanci um
oristici, quasi comici, pur affrontando spesso storie di mai ordinaria violenza.

IL GIORNALE




FICCIONES

Cuentos
Lucia Berlin / Manual para mujeres de la limpieza
Lucia Berlin / Inmanejable
Lucia Berlin / Espera un momento

DRAGON
The 10 Best Short Story Collections of the Decade
Lucia Berlin / Lost in the Louvre
Evening in Paradise / More Stories by Lucia Berlin / Review
Lucia Berlin’s Harrowing, Radiant Fiction
Lucia Berlin / Memories of Mexico
The Short Autofictions of Eve Babitz, Lucia Berlin and Bette Howland
Smoking with Lucia Berlin by Elizabeth Geoghegan
A Manual For Cleaning Women by Lucia Berlin

DANTE
Storie di sante / Lucia Berlin e Eileen Myles