La retrospettiva del leggendario fotografo, che ha girato il mondo, approda finalmente a Kyoto.
Pochi fotografi sono amati a livello internazionale quanto Daido Moriyama. Leggenda della fotografia giapponese del dopoguerra, è famoso per essere stato il fondatore di Provoke , la celebre rivista d'avanguardia, seppur di breve durata, pubblicata alla fine degli anni '60. Nato nel 1938, Moriyama ha lavorato ininterrottamente per oltre mezzo secolo, assistendo a profonde trasformazioni nella società, nell'economia e nella cultura mediatica giapponese.
Non sapevamo giocare a niente. Emma Reyes Sur. La mia copia.
"Non sapevamo giocare a niente" di Emma Reyes pubblicato da Sur è una raccolta di lettere che la pittrice colombiana ha scritto dal 1969 e nel corso di molti anni all'amico giornalista German Arciniegas. Emma Reyes racconta la propria infanzia a partire dai tre anni, attraversando i sentimenti e i luoghi di una vita che appare inaccettabile. L'estrema povertà a Bogotà, i viaggi scomodi e difficili attraverso il Paese, una famiglia creata soltanto da lei e da sua sorella, l'abbandono e la crudeltà degli adulti, la rigidità dell'educazione in convento. Emma Reyes racconta il suo vissuto di bambina e ragazzina e lo fa costringendo il lettore a scenari e sentimenti sui quali si vorrebbero chiudere gli occhi, ma riuscendo a trattenerci a sé con uno stile felice, del tutto discosto dal contenuto di dolore. Lettera per lettera si segue una piccola bambina dagli occhi storti, nel suo non avere nulla, nel contatto continuo con lo sporco del mondo e dell'anima umana, si scoprono con lei le sue capacità, per prima quella di amare, e poi le doti artistiche. Il racconto è infantile e oggettivo, come se ammettesse che quello fu il passato e per quanto duro è già stato, è chiuso ed è parte della persona che si è diventati. Emma Reyes insegna a far pace con ciò che è capitato, i toni di rabbia sono esclusi anche dagli eventi più inaccettabili, il libro è reso unico dalla voce di una bambina cresciuta che sa guardare con stupore e ricordare con minuziosi particolari il corso della propria vita.
Il tono della Reyes mi ha ricordato quello di Romain Gary in "La vita davanti a sé": con la stessa forza si consente ai bambini di essere osservatori attenti e di innamorarsi della vita nonostante tutto.
Emma cresce in modo duro, a volte spietato, e racconta tutta la ferocia che ha conosciuto, ma per lei quella era la normalità, quelle le cose del mondo e le viveva come erano e le racconta come sono state. Potente la descrizione dei rapporti con gli altri bambini, dalle scene ambientate nella discarica di Bogotà, al piccolo neonato di cui, ancora lei stessa in età da asilo, si prende cura, fino all'arrivo in convento. Emma dipinge inoltre in modo istintivo e ombelicale il rapporto con la sorella, con cui divide ogni attimo, con la quale si scambia amore, abbracci e unione.
"Non sapevamo giocare a niente" è un libro ricco di particolarità: la forma epistolare, l'essere l'unica opera letteraria della pittrice, la capacità di creare tra il lettore e la Emma bambina un sottile cavo d'acciaio che lega e impedisce di lasciare il racconto anche quando sembra insopportabile, perché è Emma stessa ad accettare tutto ad essere in pace col passato e ce lo dice in ogni modo fino quasi a farsi invidiare per quella forza infantile e invincibile.
Iniziare a leggere questo libro significa finirlo.
"Non sapevamo giocare a niente" è la storia, tenera e nostalgica insieme, della travagliata infanzia di Emma Reyes, racchiusa in ventitré lettere che la pittrice scrisse, a partire dal 1969, al suo amico Germán Arciniegas. Emma racconta la storia di una bambina senza padre né madre, frutto di una relazione proibita, tra abbandoni e scoperte, preghiere e paure. Un viaggio che la porterà da una misera stanzetta a una casa coloniale, da una bottega del cioccolato a un convento di clausura. Con un tono bizzarro e ingenuo e con l'ironia di chi si è lasciato tutto alle spalle, l'autrice affronta il proprio passato trasformandolo in un feroce e avvincente romanzo. Prefazione di Tiziana Lo Porto.
L'artista marocchina Lalla Essaydi, 64 anni, è conosciuta per le sue fotografie sfavillanti e multidimensionali che, nonostante la loro semplicità, catturano e gestiscono magistralmente la complessità delle strutture sociali, l'identità femminile e le tradizioni culturali.
Dopo la tua morte. Era ventoso ogni giorno. Ogni giorno. Opposto a noi come un muro. Noi andammo. Urlando da una parte all’altra. Lungo la strada era inutile. Gli spazi tra. Noi diventarono difficili sono. Spazi vuoti e ancora Sono solidi e neri. E più dolorosi come spazi. Tra i denti. Di una donna che tu. Conoscevi anni fa. quando era bellissima i nervi fluivano in lei come l’incendio di un palazzo.
Anne Carson ha scritto un bellissimo saggio per dire che ama follemente Rosalía
4 Settembre 2026
«I have a Rosalía hangover»: comincia così la recensione di un concerto di Rosalía firmata dalla grande poetessa Anne Carson pubblicato sullaLondon Review of Books. Un testo lungo 1283 parole in cui l’autrice diAutobiography of Red, 76 anni, racconta l’esperienza di aver assistito alla data a Chicago del tour dell’albumLUX. Oltre a essere scioccata dal fascino e dal talento della cantante, e dalla facilità con cui è in grado di «sedurre ventimila persone ogni sera», Carson osserva con grande stupore il comportamento del pubblico intorno a lei.In particolare, sembra molto stupita dalle grida isteriche dei fan, che descrive così: «Stanno in piedi e strillano. Fatemelo ripetere. Per tutte le due ore del concerto ognuna di queste persone (eccetto C. e me) si alza dal proprio posto e strilla senza fermarsi. Non ho mai sentito un suono simile».