Roma secondo Pier Paolo Pasolini
Geografie dell’anima tra borgate, poesia e scandalo
Un viaggio nella città vissuta e raccontata dal “poeta eretico” tra periferie dimenticate, sacralità profana e visioni che ancora interrogano il presente.
Un viaggio nella città vissuta e raccontata dal “poeta eretico” tra periferie dimenticate, sacralità profana e visioni che ancora interrogano il presente.
Il pane non è soltanto cibo. È memoria, cultura, simbolo. Alimento principe che unisce tavole di contadini e di re, di monaci e di guerrieri, santi e rivoluzionari. La sua presenza quotidiana e silenziosa, nella cultura occidentale, ha, nei secoli, ha raccontato l’evoluzione dell’uomo, i suoi rituali, le sue lotte e le sue speranze. Mangiato con le mani o con posate d’argento, il pane è sempre stato molto più di un impasto di farina e acqua: è il risultato di gesti antichi, di saperi tramandati, di una relazione profonda tra l’uomo e la terra che regala i suoi frutti.
BOMPIANI
Trauma è un romanzo si psicologico, ma non particolarmente sconvolgente.
Quello al quale si assiste è una sorta di viaggio che percorre il protagonista attraverso la sua vita, caratterizzato da numerosi traslochi, ognuno dei quali sembra segnalare il passaggio di Charlie ad una nuova fase della sua vita.
La casa, insomma, vista come metafora dell’uomo.
Piena di angoli di luce, di luoghi dove conversare con gli amici.
Ma anche ricca di ripostigli.
Bui.
Segreti.
Dove nascondere i ricordi più difficili da affrontare.
Trauma
Patrick McGrath
Bompiani, 2007, 252 pag., € 17,00
Dove le acque azzurre della costa ligure si mescolano con le scogliere, fioriscono viaggi poetici senza tempo. Hanno una meta vaga eppure precisa, quella di andare via per poter tornare a quelle stesse salate acque. Il pellegrinaggio modernista di Eugenio Montale ne è un esempio e rappresenta un percorso caratterizzato da introspezione e da una connessione viscerale con la natura e con gli scogli, su cui si arrampica tutta la sua poetica. Nelle sue opere, Montale conduce il lettore in un regno dove il paesaggio ligure, con la sua eterna unione di terra e mare, funge contemporaneamente da musa e da specchio.
Ha sempre cercato la leggerezza e la sintesi. E seguendo la sua creatività libera e prolifica e i suoi temi legati agli animali, alla natura, alla terra, all’acqua e alle cose belle e alle questioni ambientali che lo hanno accompagnato durante tutta la sua vita, Attilio Cassinelli in arte Attilio, genovese, vissuto fino all’età di 100 anni si scopre che ha lasciato una sconfinata eredità, modulata attraverso la pittura, il disegno e l’illustrazione. Le sue opere così ricche di inventiva e di passione, ma semplici, frizzanti e colorate hanno affascinato almeno tre generazioni di persone di tutte le età.
Mi perdo nell'universo creato dal nostro signore e vivo i migliori anni della mia vita al tuo fianco, sotto la tua protezione, come una perla in un portagioie. Ti prego di accettare la pena di questa tua miserabile schiava che soffre la tua assenza perché è solo al tuo fianco che trovo pace.
(Lettera di Roxelana per Solimano)
Le donne sostengono la metà del cielo.
(Mao Zedong)
Sono conosciuta con il nome di Sayyida al Hurra e sono nata tra il 1485 a Grenada e il 1493 a Chefchaouen, lasciamo che il mistero continui. Il mio nome di battesimo, altro mistero, è Lalla Aicha bint Ali ibn Rashid al-Alami, Aisha o forse Fatima. La mia è una nobile famiglia andalusa legata al sufismo. Ho ricevuto un'istruzione brillante. Eccellevo nelle lingue, parlavo fluentemente l’arabo, lo spagnolo e il portoghese. Uno dei miei insegnanti di teologia, che in seguito divenne uno dei sette santi di Marrakech, mettendomi una mano sul capo, disse che avrei raggiunto grandi traguardi.
Diceva Marcel Duchamp:
Più la critica è ostile, più l'artista dovrebbe essere incoraggiato.
Per lui, antiaccademico e provocatore per eccellenza, sfidare il mercato dell'arte fu quasi una professione di fede. La vita se la guadagnò facendo il bibliotecario, mentre le sue provocazioni artistiche, dall'orinatoio alla Gioconda con baffi e pizzetto, urlavano la sua protesta contro le convenzioni e i giudizi ortodossi. Da esperto scacchista quale era mosse le sue pedine in vista della vittoria finale, oggi consacrata dalle aste che hanno venduto le repliche del suo "orinatoio" (quello 'originale' è scomparso) a poco meno di 2 milioni di dollari e una versione della Monna Lisa baffuta a oltre 600.000 euro.
Entrare oggi alla Reggia di Monza significa confrontarsi non solo con un luogo carico di storia e stratificazioni simboliche, ma con una domanda urgente che attraversa il nostro tempo: quale responsabilità può ancora assumere l’arte di fronte alle fratture del mondo contemporaneo?
Nato a Milano, Gianluca Lattuada è un artista visivo e direttore creativo che vive a Madrid. La sua pratica si sviluppa tra pittura, installazione e ricerca sui materiali, muovendosi in un territorio in cui astrazione, memoria e processo si intrecciano in modo organico. Negli ultimi anni il suo lavoro è stato presentato in mostre personali e collettive tra Italia, Spagna, Messico e Stati Uniti, entrando anche in contesti istituzionali e collezioni pubbliche. Ma al di là delle traiettorie espositive, ciò che definisce il lavoro di Lattuada è una ricerca coerente e stratificata sul senso stesso del fare artistico: un’indagine che attraversa la materia, il gesto e il tempo.
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| Enki Bilal |
Nato a Belgrado, si trasferisce a Parigi all’età di nove anni. Nella capitale francese frequenta la Scuola Nazionale Superiore di Belle Arti e si fa presto notare vincendo un concorso della rivista di fumetti Pilote, fondata tra gli altri da René Goscinny e Jean-Michel Charlier. Dal 1972 al 1973 continua a collaborare con Pilote, pubblicando alcune illustrazioni e la sua prima storia, Le bol maudit, di cui realizza i soli disegni.
Dal 1980 lavora a quella che poi diventerà una delle sue opere più importanti e note, La fiera degli immortali, primo volume della Trilogia Nikopol di cui è autore di disegni e testi, a cui seguiranno La donna trappola nel 1986 e Freddo equatore nel 1992.[2] Periodicamente si interessa anche alla regia cinematografica dirigendo i film, Bunker Palace Hotel nel 1989, Tykho Moon nel 1996 e, nel 2004, Immortal Ad Vitam tratto dalla Trilogia Nikopol (in particolare da Freddo equatore), film con cui vince due premi all’European Film Awards 2004.
Nel 1998 pubblica Il sonno del mostro, primo volume di una nuova trilogia, in seguito divenuta una tetralogia, pubblicato in Francia da Les Humanoïdes Associés e in contemporanea in altri 12 paesi, tra cui il Giappone. Nel 1999 Fayard pubblica Un secolo d’amore, realizzato con Dan Franck e nel 2000, su testi di Pierre Christin, esce per Dargaud il volume illustrato Il Sarcofago.
Wikipedia

di Debora Lambruschini
Cos’è una casa?
Una geografia da cui ci siamo discosti, certo, ma che non smette di esistere, fantasma, e quella stretta inconfessabile che ci punge e che continua a farci male quando seguitiamo a immaginarla.
Il mio amore senza casa. L’ombra del mio amore senza casa.
(“Il mio amore senza casa”, p. 22)
La casa del prete di campagna e quella al limitare di ogni cosa della misteriosa Zelinda, che porta con sé un segreto e una domanda sospesa lungo tutto l’arco della narrazione, in una crescente tensione; la dimora di famiglia, custode di un passato ormai perduto, che una stanza dopo l’altra estromette i suoi abitanti; le camere abitate di inquietudini, assenze e oggetti da catalogare minuziosamente, una realtà perturbante scossa da un dettaglio, un’increspatura; la stanza, opprimente, quasi una prigione, per sottomettere l’io femminile; l’antica dimora, custode di segreti e colpe, protezione e gabbia dorata in ugual misura, la narrazione claustrofobica di una scrittrice abituata a muoversi fra stanze antiche, ricolme di oggetti, un isolamento più o meno volontario dal mondo fuori; stanze abitate da oscure presenze, forse suggestioni o forse davvero espressioni del sovrannaturale, che si stringono sempre più intorno ai protagonisti, ne rivelano vizi e debolezze, paure profonde; la casa, come rifugio loro malgrado, da un pericolo incombente, eppure proprio fra tali mura potrebbe celarsi il pericolo; la claustrofobia dell’ambiente domestico sempre più disturbante, il senso di minaccia impossibile da identificare chiaramente e, per questo, ancor più inquietante.

di Debora Lambruschini
January 17, 2022
Le piccole comunità. La vita quotidiana. Il linguaggio vernacolare. La dignità delle persone. Il rapporto intimo con la natura e la ciclicità delle cose. La rappresentazione non stereotipata del femminile. Il mondo letterario che si dispiega nei racconti di Sarah Orne Jewett fa appiglio su molte delle mie personali “ossessioni” e, una storia dopo l’altra, colpisce il dialogo che intercorre fra queste pagine e moltissime delle narrazioni dell’epoca, da Mark Twain a Henry James o, ancora, Emily Dickinson e Louise May Alcott, per restare al solo nord America fra Otto e Novecento. Eppure di questa scrittrice molto apprezzata dai signori di cui sopra e dal pubblico suo contemporaneo, il lettore di oggi non ha sentito molto parlare, non fuori dai circuiti accademici almeno, schiacciata dal peso del tempo e di una tradizione che ha fagocitato tutto il resto. Da un paio d’anni tuttavia, l’editore Mattioli 1885 ha avviato un attento lavoro di recupero dell’opera di Jewett, di cui ha pubblicato due piccole raccolte di racconti: Il Natale di Betty Leicester e La vigilia di Natale di Mrs Parkins, e il suo romanzo più celebre (Deephaven, che arriverà in libreria proprio a inizio febbraio): ora, non lasciamoci fuorviare dal richiamo al Natale con cui le due raccolte sono state proposte, perché le storie in esse contenute sono piccole gemme che poco o nulla hanno a che fare con le strenne natalizie che affollano gli scaffali nel mese di dicembre. Certo, alcuni racconti sono ambientati nel periodo natalizio, ma la loro valenza letteraria va oltre i confini temporali o commerciali. E basta una manciata di pagine per rendersi conto che, dietro l’apparente semplicità delle storie, si rivela una più complessa stratificazione e conoscenza dell’indole umana e dell’ambiente da cui scaturiscono, il New England in cui ha l’autrice trascorso tutta l’esistenza (nacque a South Berwick nel 1849 e vi morì nel 1909), la vita di provincia e la quotidianità dei piccoli villaggi di pescatori e contadini che influenzarono tanto profondamente la sua scrittura.