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lunedì 14 ottobre 2019

Tutti contro il Nobel a Peter Handke


Peter Handke


Tutti contro il Nobel a Peter Handke

Le madri di Srebrenica, gli scrittori, gli editorialisti insorgono per le posizioni filoserbe del vincitore. E c'è persino chi chiede di ritirare il premio

Le madri di Srebrenica, riunite nel ricordare le vittime del genocidio serbo nella cittadina bosniaca, non ci stanno. Quel Nobel per la Letteratura a Peter Handke, lo scrittore austriaco che negli anni della guerra aveva difeso con toni apologetici le azioni del regime di Miloševic, arrivando a partecipare al funerale dell'ex leader serbo nel 2006, è davvero troppo. Uno schiaffo morale alle vittime, nell'anno del Nobel che doveva cambiare tutto e segnare la rinascita del comitato dell'Accademia svedese. Proprio dopo gli scandali sessuali che avevano fatto saltare per aria la scorsa edizione. E adesso, dichiara Munira Subasic, presidente dell'associazione Madri di Srebrenica: ritirate quel premio. Una posizione convidisa da una buona fetta della comunità degli scrittori, da Salman Rushdie a Jennifer Egan.


Perché Peter Handke non è solo l'autore della sceneggiatura de Il cielo sopra Berlino di Wim Wenders, o delle posate riflessioni di Pomeriggio di uno scrittore (Guanda). E' anche l'opinionista che aveva parlato ironicamente della Serbia come del Paese che "tutti definiscono l'aggressore", fino a scrivere un libro, Un viaggio d'inverno ovvero giustizia per la Serbia (Einaudi, 1996), che già nel titolo dice tutto. Il premio Nobel per la Letteratura 2019 non ha mai ritrattato le sue posizioni filoserbe. Ha solo precisato, nell'intervista rilasciata ad Anais Ginori di Repubblica nel giorno della vittoria del premio: "Io parlo solo da scrittore. Le mie non sono posizioni politiche, non sono un giornalista". Comprensibili, perciò, le reazioni di chi la violenza del regimo serbo l'ha vissuta da vicino. Come l'ambasciatrice del Kosovo negli Stati Uniti, Vlora Çitaku, che ha scritto, sempre su Twitter: "Sono scioccata, è uno schiaffo a tutte le vittime del regime di Miloševic". O ancora, come il presidente kosovaro Hashim Thaci e il primo ministro albanese Edi Rama, che fanno sapere di essere entrambi a un tempo addolorati e disgustati dalla notizia, o infine come il sopravvissuto al massacro di Srebrenica Emir Suljagic, che risponde così ad un post dell'Accademia del Nobel:




Anche la comunità internazionale degli scrittori reagisce. "Siamo davvero sconvolti per la scelta di uno scrittore che ha usato in passato la sua posizione per minare la verità storica e offrire aiuto ai perpetratori del genocidio", ha detto la scrittrice Jennifer Egan, in qualità di presidente della Pen America, l'associazione no profit americana per la difesa della libertà di espressione. E ancora: "Rifiutiamo l'idea che un autore che ha ripetutamente messo in dubbio la realtà di crimini di guerra ben documentati meriti di poter essere celebrato per il suo "ingegno letterario".

Giudizi analoghi a quelle di Salman Rushdie, che già nel 1999, in un articolo uscito sul The Guardian e su Repubblica, aveva assegnato allo scrittore austriaco il titolo di "Scemo internazionale dell'anno", accusandolo di "fiancheggiare l'orrore". "Non ho nulla da aggiungere a quello che ho scritto in passato", ha detto Rushdie sempre al Guardian dopo aver saputo del Nobel a Handke, ricondividendo sul suo profilo Twitter l'annuncio di Pen American e accogliendo così la notizia del secondo premio assegnato dall'Accademia svedese  (per l'anno precedente, il 2018) alla scrittrice polacca Olga Tokarczuk: "Festeggiamo la nostra vera vincitrice del Nobel".


Un punto di vista condiviso da molti commentatori. In un durissimo editoriale indirizzato, il Times sostiene che con questa scelta l'accademia svedese "si macchia di un disonore che non potrà mai più cancellare". Il filosofo sloveno Slavoj Žižek, sul Guardian, va oltre: "Questa è la Svezia di oggi: un apologista dei crimini di guerra prende il Nobel, mentre invece tutto il Paese ha partecipato all'assassinio di un vero eroe dei nostri tempi, Julian Assange". 


E intanto è stata lanciata una petizione su Change.org per revocare il premio a Peter Handke, proprio come le Madri di Srebrenica. Nella spiegazione, si legge: "Una persona che difende un mostro come Miloševic come non merita di ricevere nemmeno il più semplice riconoscimento letterario. Figuriamoci un Nobel".

LA REPUBBLICA



domenica 13 ottobre 2019

Salman Rushdie / Dal Kosovo al Colorado


Peter Handke
Poster di T.A.

Salman Rushdie

Dal Kosovo al Colorado


Ripubblichiamo questo articolo apparso su Repubblica dell'8 maggio 1999

11 ottobre 2019


Nell'accesa battaglia per il titolo di Scemo Internazionale dell'Anno sono in lizza due pesi massimi. Il primo è lo scrittore austriaco Peter Handke, che ha stupito persino i più ferventi ammiratori delle sue opere con una serie di appassionate apologie del regime genocida di Slobodan Milosevic. Per i suoi servigi propagandistici, è stato insignito dell'Ordine dei Cavalieri serbi durante una sua recente visita a Belgrado. Tra altre sue precedenti idiozie, Peter Handke aveva sostenuto che i musulmani di Sarajevo si massacrassero regolarmente da sé per poter accusare i serbi, e aveva negato persino il genocidio perpetrato da questi ultimi a Srebrenica. Ora ha paragonato i bombardamenti aerei della Nato all'invasione degli alieni nel film "Mars Attacks!"; e per di più ha comparato, con una futile commistione di metafore, le sofferenze dei serbi a quelle dell'Olocausto.



Al momento, il suo rivale in scemenze di classe mondiale è l'attore cinematografico Charlton Heston. Il suo commento, in qualità di presidente della Us National Rifle Association, al recente massacro degli innocenti ad opera dei giovani Dylan Klebold e Eric Harris alla Columbine High School di Littleton, Colorado, è un vero capolavoro di balordaggine: è convinto dell'opportunità di armare gli insegnanti americani, poiché ritiene che le scuole sarebbero più sicure se il personale didattico avesse la facoltà di abbattere a revolverate i fanciulli affidati alle sue cure.


Non intendo tracciare facili paralleli tra i bombardamenti aerei della Nato e il massacro del Colorado. No, la violenza maggiore non genera quella minore. E non è neppure il caso di voler vedere troppi significati nell'assonanza tra le tendenze hitleriane di Milosevic e la funesta celebrazione del compleanno di Hitler da parte della cosiddetta "mafia degli impermeabili"; o nella correlazione, anche più raccapricciante, tra la mentalità da videogiochi dei killer del Colorado e i video aerei ripresi dal vivo ed esibiti ogni giorno dai pubblicitari della Nato.

Bisogna ammettere che rispetto alla guerra si è portati a provare sentimenti ambigui a fronte della confusa azione della Nato, del suo modo di cambiare politica in piena corsa. Ci hanno appena detto che non era possibile prevedere la selvaggia ritorsione di Milosevic contro il Kosovo; e un attimo dopo sostengono che era tutto preventivato. Oppure: non si prevede di dispiegare truppe di terra; anzi, ripensandoci meglio, può darsi di sì. E gli obiettivi della guerra? Strettamente limitati. Vogliamo soltanto creare un porto sicuro nel quale i profughi kosovari possano ritornare. Anzi no, marceremo fino a Belgrado e faremo fuori Milosevic. Non ripeteremo l'errore commesso con Saddam! Tuttavia, una cosa è obiettare contro questi tentennamenti e contraddizioni, e altra è fiancheggiare l'orrore, come fa Peter Handke, con un misto di follia e di cinismo.

L'intervento della Nato è moralmente giustificato dalle sofferenze che vediamo ogni sera sui nostri schermi televisivi; e imputare al suo intervento la tragedia dei profughi equivale ad assolvere le milizie serbe dei loro crimini. Va detto e ripetuto che la colpa del terrore e delle vittime è di chi commette gli assassinii e gli atti di terrorismo. Quanto alla strage in Colorado, bisogna ammettere che le armi non sono la sola causa di questo orrore.

I killer hanno imparato su Internet a fabbricare bombe, e per i loro impermeabili hanno tratto ispirazione da un film con Leonardo Di Caprio. Da chi hanno imparato a dare così poco valore alla vita umana? Dai loro genitori? Da Marilyn Manson? Dai Goths? Ma dire questo non significa certo adottare la posizione impenitente di Charlton Heston, il quale sostiene che "il vero problema sono i ragazzi, non le armi". Il signor Heston ha una certa pratica nell'enunciare con toni biblici comandamenti del tipo: difendi il tuo diritto di girare armato alla faccia di tutti. Non sarai certo rimproverato solo perché qualche ragazzetto ci avrà rimesso le penne.

Il Kosovo e il Colorado hanno in realtà qualcosa in comune: stanno a dimostrare come nel nostro mondo instabile, versioni incompatibili della realtà si scontrano tra loro, con risultati sanguinosi. Questo però non vieta di formulare un giudizio morale sulle versioni contrastanti del mondo in guerra tra loro. Quelle di Handke e di Heston non possono che essere giudicate riprovevoli e indifendibili, e meritano di essere distrutte.

Anche se è stato coautore del grande film "Il cielo sopra Berlino", Peter Handke, definito un "mostro" da uomini come Alain Finkielkraut e Hans Magnus Enzensberger, dal filosofo sloveno Slavoj Zizek e dal romanziere serbo Bora Cosic, merita di essere "finished" (liquidato), secondo la concisa espressione di Susan Sontag. E benché Charlton Heston abbia regalato a milioni di spettatori qualche tranquillo sonnellino nella penombra dei cinema, con quel suo volto così sottilmente mobile da far pensare al Monte Rushmore, merita anche lui di essere radiato.

Chi vincerà il premio? Con la sua follia, Peter Handke si è reso complice di un orrore su vasta scala, ma fortunatamente in pratica non dispone di alcun potere. Dal canto suo, Charlton Heston, che guida negli Stati Uniti la lobby della diffusione delle armi, sta facendo del suo meglio per farle entrare come parte integrante di ogni casa e famiglia americana. Così, uno di questi giorni, in qualche parte dell'America, un altro giovanotto impugnerà un fucile per sparare addosso ai suoi amici. Data la maggiore efficacia della sua follia, consegno la palma a Charlton Heston. Ma non siamo ancora alla fine del primo semestre dell'anno, e non è escluso che qualche imbecille ancora più grosso si faccia avanti per contendergli il titolo. Teniamo gli occhi bene aperti.
(Traduzione di Elisabetta Horvat)


LA REPUBBLICA




sabato 12 ottobre 2019

Nobel, nonostante lo scandalo è vera letteratura

Olga Tokarczuk e Peter Handke

Nobel, nonostante lo scandalo è vera letteratura

Handke e Tokarczuk incarnano due modi opposti di essere scrittori in Europa. Ma il valore delle loro opere è indiscutibile


Nonostante gli scandali della burocrazia sessuale, nonostante le cantonate clamorose con l'assegnazione del premio ad autori più che minori, il prestigio del Nobel come massima ricompensa nella vita di uno scrittore regge ancora, per quanto ossidata sia la corona e deformato lo scettro. I vincitori di quest'anno, due al prezzo di uno, si meritano senza dubbio il riconoscimento. Peter Handke ha un curriculum indiscutibilmente importante in vari campi della letteratura, e qualunque cosa possiamo pensare delle sue idee politiche (dopo il sostegno espresso a Milosevic?, Handke è tristemente entrato nel club di gente come Ezra Pound e Louis-Ferdinand Cèline), i suoi scritti con ogni probabilità verranno letti ancora per molte generazioni.


Handke, qualunque significato attribuiamo a questa parola così abusata, è un classico. Reinventò il teatro dopo Brecht a un'età sorprendentemente giovane, prima con Insulti al pubblico e Kaspar e in seguito con l'opera senza parole L'ora in cui non sapevamo niente l'uno dell'altro; come scrittore di narrativa ha mescolato fiabe, memorie e saggi nei suoi tanti, meravigliosi libri.



Olga Tokarczuk è tutta un'altra storia. Anche se il suo recente romanzo I vagabondi è diventato immediatamente un successo internazionale, solo quattro dei suoi sedici libri sono disponibili in italiano. Ma quel romanzo da solo basta a dimostrare che la Tokarczuk è fra gli scrittori essenziali del nostro secolo. "La mobilità è realtà", dice la narratrice senza nome dei Vagabondi, che in polacco si intitola Bieguni, una parola che designa dei girovaghi slavi che come i dervisci rotanti cercano la salvezza nel moto costante.


Per trasmettere questa mobilità incessante come un tratto essenziale del nostro mondo nomade, la Tokarczuk costruisce una narrazione di saltelli, di eventi intravisti e personaggi che non vengono mai completati del tutto, il genere di storia che Walter Benjamin definiva "frammenti di un vascello che devono essere incollati insieme".

Nel caso della Tokarczuk, il premio Nobel sembra ricompensare non l'opera di una vita (è nata nel 1962), ma il presagio di un futuro classico. La sua polemica con gli infernali nazionalisti polacchi, che l'hanno accusata di "macchiare l'immagine di una Polonia pura" potrebbe aver spinto i giurati a schierarsi dalla parte degli angeli, ma più importante è il fatto che questo premio incoraggerà i lettori a cercare i suoi libri e farsene illuminare.

(Traduzione di Fabio Galimberti)


LA REPUBBLICA



venerdì 11 ottobre 2019

Peter Handke / L'amico austriaco di Wenders


Peter Handke

Handke, l'amico austriaco di Wenders

Polemico e sperimentale. Ritratto del nuovo Nobel: uno scrittore sempre in lotta contro la propria apatia


Polemico, sperimentale, eclettico. Non c'è una forma di scrittura che in oltre mezzo secolo di lavoro letterario Peter Handke non abbia toccato. Ha scritto teatro, poesia, romanzi, reportage, sceneggiature cinematografiche - e l'ha fatto dedicandosi alle parole con l'intemperanza dell'autodidatta geniale e provocatorio. Quello che può permettersi di insultare il pubblico e gli scrittori delle generazioni precedenti. Lo "strappo" è una sua mossa tipica, da quando debutta intorno alla metà degli anni Sessanta, a un'epoca più recente, quando prese posizioni assai discusse sulla guerra jugoslava, difendendo la parte serba e accusando l'Europa inerte. Uno che cinquant'anni fa incendiava la scena con un titolo come Insulti al pubblico non promette docilità. E nel romanzo d'esordio, I calabroni (1966), da poco ristampato da Guanda, il suo editore italiano, il ventiquattrenne Handke agita le sue visioni nel paesaggio della Carinzia meridionale in cui è cresciuto. I sensi sono all'erta: il fiume, gli insetti, l'estate. La stranezza e l'intensità dell'essere vivi. Procede per "visioni", e questo è tipico suo: essere assorti nell'istante, sprofondare in esso dilatandone la durata. E quel Canto alla durata - in versi, vent'anni dopo l'esordio - parla di un tempo minimo e sconfinato: "La durata era una sensazione / la più fugace di tutte le sensazioni [...]. / Eppure con il suo aiuto / avrei potuto affrontare sorridendo ogni avversario". Di sensazioni si nutrono i suoi numerosi libri meditativi: una sequenza fitta di variazioni sul tema dell'avventurarsi in ogni singola giornata, dell'avvertire "il peso del mondo".


Scrivere, cercare funghi, scegliere una canzone da un vecchio juke-box, disegnare, isolarsi in un posto tranquillo: i gesti sono minimi, la posta in gioco è la vita stessa. I giorni e le opere, come dice il titolo di una tipica raccolta di "fogli sparsi" alla Handke. La matita dello scrittore austriaco annota di continuo, perché annotare e vivere sono due cose diverse e sono la stessa cosa. Libro dopo libro - nella nobile tradizione europea dello scrittore-intellettuale - si compone la storia del pensare, dell'avere pensato: di "tensione continua" parla lo stesso Handke, di inesausto movimento che "si ramifica lentamente". La tentazione aforistica è sfiorata costantemente; quella narcisistica è consapevole, perché, sostiene, "la lunga e attenta contemplazione della propria immagine allo specchio" consente di osservare e comprendere gli altri. In quel piccolo capolavoro che è Infelicità senza desideri (1972) - il memoir sul suicidio della madre - dà un'anticipata lezione di letteratura agli araldi dell'autofiction di là da venire. C'è una misura, nel racconto, un sussurro che diventa straziante perché mai ricattatorio: Handke recupera il trafiletto di cronaca che archivia frettolosamente la vicenda di una casalinga cinquantenne che si toglie la vita con una dose eccessiva di sonnifero. Lo scrittore, forzando la propria stessa apatia, si trasforma in "una macchina che ricorda e che formula". Lo fa per sfidare l'inesprimibile, e per mettere alla prova disperatamente il potere del linguaggio; e tuttavia - confessa - "mia madre non può diventare per me quello che io divento per me stesso, una figura artistica alata e vibrante, sempre più serena. Lei non si lascia incapsulare, resta inafferrabile, le frasi precipitano in qualcosa di buio e giacciono confuse sulla carta".



Perturbamento, si potrebbe dire richiamando un altro maestro austriaco. C'è sempre un'increspatura, uno squilibrio nelle esistenze che Handke setaccia: solitudini estreme in romanzi come La donna mancina (di cui lui stesso girò un adattamento cinematografico) o Prima del calcio di rigore, portato sullo schermo da Wim Wenders, con cui Handke ha collaborato a più riprese (suoi sono alcuni dialoghi di Il cielo sopra Berlino).


Ostinandosi a scrivere a matita da oltre mezzo secolo, Handke cerca la strada della salvezza che "viene sempre dalla sciagura", dal fallimento. Da "profugo del suo tempo" tenta un bilanciamento fra mitezza e furore; al riparo dal mondo, nel suo ampio giardino-bosco a una dozzina di chilometri da Parigi, continua a scrivere del mondo.

LA REPUBBLICA




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Casa de citas / Peter Handke / Madre I

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MESTER DE BREVERÍA
Peter Handke / Veinte años

PESSOA



martedì 10 aprile 2018

Peter Handke / Il nuovo libro Ritratto (involontario) di un lettore

Peter Handke



Peter Handke
IL NUOVO LIBRO RITRATTO (INVOLONTARIO) DI UN LETTORE


5 aprile 2018 (modifica il 7 aprile 2018 | 20:55)
di ISABELLA BOSSI FEDRIGOTTI

Peter Handke, 75 anni (foto Afp)Peter Handke, 75 anni (foto Afp)
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I giorni e le opere. È il titolo del nuovo libro di Peter Handke (edito da Guanda), lo scrittore austriaco da anni trapiantato in Francia, grande camminatore, grande cercatore — e poi cuoco — di funghi oltre che lettore instancabile, implacabile, appassionato, votato alla lettura come un fedele alla sua religione. Non a caso dedica una breve introduzione a tre persone che di recente hanno viaggiato nella stessa sua carrozza sul treno periferico verso Parigi e tutti e tre erano immerse nella lettura di un libro «di antica letteratura, quella seria, quella eternamene giovane». Miracolosa atmosfera incantata, dunque, per il lettore Handke, probabilmente abituato, come tutti, a trovare su treni, bus e metropolitane quasi sempre soltanto viaggiatori profondamente concentrati a scrutare i loro smartphone.
Peter Handke, «I giorni e le opere. Scritture di accompagnamento» (Guanda, traduzione di Alessandra Iadicicco,  pagine 288, euro 19)
Peter Handke, «I giorni e le opere. Scritture di accompagnamento» (Guanda, traduzione di Alessandra Iadicicco, pagine 288, euro 19)
I giorni e le opere (sottotitolo: Scritture di accompagnamento) è una raccolta di scritti, riflessioni, articoli, discorsi e testi radiofonici, che si tramuta, con l’andare delle pagine, in una specie di diario involontario dove, quasi come se avvenisse suo malgrado, l’autore lascia filtrare di sé, dei suoi giorni, appunto, ma anche dei suoi amici, delle sue simpatie e antipatie, delle sue abitudini e del suo lavoro, più di quanto avesse inizialmente programmato.
Per un verso, dunque, il nuovo libro è forse di più facile lettura rispetto a molti dei suoi, notoriamente ardui, ma per l’altro richiede a sua volta impegno notevole laddove Handke prende in esame — con accuratissime recensioni — lo sterminato numero di libri che ha letto, meditato, amato o non amato. E qui bisogna ringraziare la traduttrice, Alessandra Iadicicco, che con una dettagliata postfazione aiuta a inquadrare i tanti scrittori citati da Handke, soprattutto tedeschi, ma anche austriaci, serbi, russi, bulgari, estoni che al lettore italiano possono non essere familiari.
E a proposito di recensioni, per lo più l’autore prende in esame soltanto i libri che ha amato, tuttavia non si nega certe stroncature, ora un poco diluite in lunghe analisi pazienti, come un professore che cerchi con ostinazione i lati positivi di un compito in classe malriuscito, per non essere costretto a bocciare l’alunno, ora fermissime, di poche parole appena e che non se ne parli più (è il caso del trattamento riservato, per esempio, al premio Nobel Herta Müller).
Questo ed altro è concesso, si sa, al maggiore autore di lingua tedesca vivente, oltretutto di età che sta per diventare veneranda (ha compiuto settantacinque anni il 6 dicembre scorso); tuttavia, già ventitreenne — gli anni che aveva quando cominciò a scrivere testi per «L’angolo dei libri» della radio della Carinzia — dissertava, con straordinaria sicurezza, sapienza e competenza di libri e di autori, senza negarsi, quando gli pareva necessario, certe molto precise stroncature. Una vita per la letteratura, si può dire; del resto Handke racconta di aver festeggiato, qualche tempo fa, in perfetta solitudine, «senza particolare solennità, forse mangiando una mela», cinquant’anni dedicati alla lettura e alla scrittura, come una specie di giubileo professionale: e di nuovo viene da pensare a un religioso che abbia fatto voto.
Nei primi capitoli de I giorni e le operel’autore si sofferma sull’infelice e ben nota vicenda di due riconoscimenti, uno tedesco — il ricchissimo premio Heine — e uno norvegese — il non meno ricco premio Ibsen — che gli furono assegnati in mezzo a violente contestazioni a causa delle sue prese di posizione filoserbe durante la guerra di Jugoslavia. La conclusione fu che Peter Handke li rifiutò entrambi.
Motivo della sua difesa del popolo serbo era certo che la famiglia materna ne faceva parte ma, naturalmente, forse anche principalmente, il fatto che in Occidente nessun altro lo difendeva. Al di là delle spiegazioni (o giustificazioni?) dello scrittore lo si capisce dalla profonda pietà che egli prova per i suoi simili, uomini e donne, bambini e ragazzi: non una benevola, zuccherosa pietà del cuore, bensì una forte, razionale, filosofica pietà della mente.


CORRIERE DELLA SERA