venerdì 14 settembre 2018

Marina Abramovic / Azione e Resistenza


Marina Abramovic - Pin Up Dance II, 2004

Marina Abramovic

Azione e Resistenza

14 SETTEMBRE 2018, 

Tra Marina Abramovic e il pubblico italiano esiste un rapporto piuttosto particolare. Amata da molti, criticata da non pochi.
Certamente è stata ben accolta, apprezzata, seguita e anche amata qui da noi. Ma a seguire alcuni post sui social network, non sembrerebbe minima la percentuale di coloro che tendono a muoverle delle critiche, talvolta denigratorie, soprattutto a seguito di alcune sue dichiarazioni di qualche tempo fa circa la scelta di non avere figli. Eppure la partecipazione ai suoi interventi performativi, lo studio e l’analisi del suo lavoro, l’interesse sincero da parte del pubblico italiano tra studenti, fruitori, artisti, galleristi e curatori, le garantiscono ancora una pozione decisamente predominante.


Marina Abramovic - The Artist is Present - Courtesy Marina Abramovic and Sean Kelly Gallery, NY

Criticata o apprezzata, Marina resta comunque una delle più grandi performer della storia dell’arte, una donna che ha inventato nuove modalità di utilizzo del corpo come linguaggio, sfidando i limiti di una resistenza personale e collettiva, sua e del pubblico. Proprio il concetto di “resistenza” è l’autentico fil rouge che ricorre nella sua produzione. Una costante sempre presente. Resistenza e rischio. Come se ogni limite avesse in realtà un senso soltanto nella misura in cui può essere valicato.
Marina ha origini serbe, è figlia di una coppia di partigiani che si innamorò e legò in seguito alla Seconda guerra mondiale. Nacque a Belgrado nel 1946. Il padre fu insignito del titolo di eroe nazionale, la madre divenne direttrice del Museo della Rivoluzione e Arte nella stessa città, ma la loro relazione non fu a lungo felice. Durante la sua infanzia, Marina dovette assistere a frequenti, infuocati litigi e il suo rifugio divenne la casa della nonna, una donna legata ancora a strane credenze e superstizioni. Nella sua autobiografia, la Abramovic racconta proprio dell’abitudine che sua nonna aveva di leggere i fondi di caffè, una pratica che attivava in cucina, la stessa cucina nella quale Marina faceva merenda, la stessa cucina nella quale amava raccontarle delle storie. Quel luogo domestico divenne per lei fulcro del mondo “il centro del mio universo, e tutti i miei ricordi più belli nascono lì”. Non a caso negli anni Duemila dedicherà proprio alla cucina uno dei suoi lavori più interessanti.
Pare, invece, che l’allenamento alla resistenza le arrivi proprio dal timore nei confronti di una certa impostazione educativa, potremmo dire di stampo militare, ricevuta dai suoi genitori. Marina racconta che quando volevano punirla, la rinchiudevano per lungo tempo al buio in uno sgabuzzino. A quella tortura lei riusciva a resistere soltanto chiudendo gli occhi e immaginando. In questa infanzia, vissuta in una terra abusata, si radica quello che poi diventerà il suo personale percorso umano e artistico, in cui il corpo diventa tutto e in cui lo spettatore diventa parte integrante dell’opera. Immobilità, gestualità cadenzata e ripetuta, superamento dei limiti propri e dell’altro, interazione empatica, messaggi politici.


Marina Abramovic - The Kitchen IV, homage to Saint Therese, 2009.

Marina ha studiato pittura all’Accademia di Belle arti di Belgrado, ma l’interesse verso il linguaggio del corpo, verso un’arte intesa non come prodotto ma come evento, è sbocciato già alla fine degli anni '60. La prima performance che catalizzò su di lei una certa attenzione venne agita nel 1973 a Edinburgo. La intitolò Rhythm 10. L’artista dispose venti coltelli e due registratori sul pavimento. Lo scopo era quello di superare i limiti della paura e del dolore fisico, sottoponendosi a un gioco ripreso dalla tradizione russa. I coltelli vennero disposti in maniera ordinata, ben allineati, le sue mani poggiate sul pavimento, bene aperte. Quando partì il sonoro l’artista prese a sferrare colpi di lama tra le sue dita, seguendo il ritmo della registrazione. A ogni taglio che si procurava, cambiava coltello e ripartiva. Il secondo registratore le servì per documentarne i rumori in corso d’opera.
Su questa linea si snoda una sequenza di azioni performative che attraverserà gli anni Settanta e che la vedrà spesso esibirsi nel nostro paese. Marina è in Italia per la prima volta nel 1974, a Milano, ospite del lungimirante Luciano Inga Pin, all’interno della Galleria Diagramma, in via Pontaccio. Inga Pin è lo stesso gallerista che in quegli anni portò in Italia per la prima volta Gina Pane, con Azione Sentimentale – rose, lamette, sangue e candore – e che circa un ventennio più tardi presenterà al pubblico una novella studentessa di Brera, Vanessa Beecroft , con il suo Libro del Cibo, trasposizione performativa di una bulimia. Marina presentò una performance della durata di 45 minuti, dal titolo Rhytm 4.


Marina Abramovic - Balkan Baroque, 1997

Lei stessa descrisse in questo modo l’azione, nel numero di ottobre del 1975 della rivista Europa Arte informazione/ Kunst-information: “In uno spazio vuoto e illuminato vi è un grande e potente ventilatore dalla cui ampia apertura escono enormi masse d’aria. Avvicinandomi gradualmente all’apertura del ventilatore raggiungo uno stato di semi-coscienza a causa dell’eccesso d’aria. Ciononostante l’azione continua, benché io stia perdendo coscienza; infatti, il ventilatore tiene il mio viso in movimento, deformandolo sotto la pressione dell’aria. L’intero processo è registrato dalla videocamera e trasmesso contemporaneamente su due apparecchi televisivi di fronte al pubblico che si trova in due sale separate. L’azione è registrata in modo che la causa del mio comportamento (il ventilatore) non appaia sugli schermi, ma soltanto i suoi effetti (cioè i cambiamenti nel mio viso). Nelle sale con gli apparecchi televisivi il suono è percepito due volte. Il pubblico sente contemporaneamente il suono reale del ventilatore e lo stesso suono registrato sul video-tape”.
Nel 1975, a Copenaghen, realizzò Art Must Be Beautiful / Artist Must Be Beautiful, azione in cui l’artista, completamente nuda e stante di fronte al suo pubblico, prese a spazzolarsi i capelli con un ritmo lento e nervoso, ripetendo come un mantra la stessa frase che costituisce il titolo alla performance. Lo fece dapprima sottovoce, poi urlando. E più la voce si alzava più i colpi di spazzola si facevano violenti, tanto da sfregiarle il viso e rovinarle i capelli. Come se la bellezza fosse un dovere, una costrizione estetica che in verità, poiché innaturale, deturpa.


Marina Abramovic: The Artist Is Present was the first major retrospective
of the groundbreaking performance artist, which opened in spring 2010 at MoMA

Lo stesso anno si spostò a Napoli presso lo Studio Morra, per agghiacciare il pubblico con una delle sue performance più semplici e al contempo più cruente: Rhythm 0. Marina aveva predisposto su un tavolo 72 oggetti tra cui fiori, piume, ma anche coltelli e una pistola. Poi era entrata nello spazio performativo ed era rimasta lì immobile. In piedi, vestita e statuaria al centro della stanza, ad attendere che gli spettatori le si avvicinassero. A quel punto a performare non sarebbe più stata lei, ma il pubblico, che per sei ore avrebbe avuto a disposizione la donna, inerme e passiva e una varietà di oggetti con i quali carezzarla o colpirla. “Il pubblico può uccidermi” dichiarò.
E questa, più che una performance, si rivelò essere un vero e proprio esperimento sociologico, poiché emerse la vera natura dell’uomo quando questi si trova in una condizione di assoluta libertà nei riguardi di un altro essere umano, la libertà di poter fare con l’altro e dell’altro ciò che gli pare. I gesti su lei furono dapprima timorosi, lievi e gentili. Poi si fecero pian piano insistenti e aggressivi. Marina riuscì a restare immobile e impassibile – ormai nuda perché le erano stati tagliati di dosso gli abiti, e sanguinante in alcuni punti del corpo poiché erano stati incisi con delle lame –, persino quando uno spettatore le puntò la pistola alle tempie. Non sparò perché scoccò il termine delle sei ore. Ma quando Marina tornò a rianimarsi, a muoversi e a parlare il pubblico stesso trasalì, come se non si fosse reso conto di aver agito tutta quella violenza non su un oggetto inanimato ma su una donna in carne e ossa.
Nel 1976 Marina si lega sentimentalmente e professionalmente a un artista tedesco di nome Ulay. Lo conosce ad Amsterdam e da qui in avanti realizza una serie di performance insieme a lui. Sempre in Italia, stavolta nella città di Bologna presso la Galleria d’Arte Moderna, agiscono insieme un’azione titolata Imponderabilia: si posizionano, entrambi nudi, davanti agli stipiti dell’ingresso, creando uno strettissimo passaggio per gli spettatori. Era possibile entrare in galleria soltanto passando attraverso i loro corpi. Evitare il contatto fisico era impossibile e questo generò non poco imbarazzo. Ma alla fine ad attraversare quel singolare varco furono 350 persone. Poi giunse la polizia e interruppe la performance.


Marina Abramovic - The Artist is Present, 2010.

Il connubio Abramovic-Ulay durò sino al 1988 e anche la loro separazione avvenne in forma di performance. Decisero di dirsi addio attraversando la Muraglia Cinese: Marina partì dall’estremità orientale sulle sponde del Mar Giallo, Ulay da quella occidentale nel Deserto dei Gobi. Un cammino durato 2500 km ciascuno, che li vide incontrarsi a metà strada e dirsi che era finita.
Sempre in Italia Marina torna negli anni Novanta, e per giunta ottiene uno dei più importanti riconoscimenti alla carriera: il Leone D’Oro alla Biennale di Venezia. Siamo nel 1997 e l’opera con cui vince questo premio è ispirata agli orrori delle guerre nei Balcani. Balkan Baroque una performance durational che l’ha vista per 4 giorni, sei ore al giorno, accovacciata su una montagna di ossa bovine insanguinate all’interno di un angusto scantinato. Marina era ferma lì, a testa bassa, a ripulirle una a una dalla cartilagine, dal sangue, dalla carne residua, come se stesse compiendo una sorta di rito di purificazione.
Il modo di costruire un’azione e di coinvolgere il pubblico che Marina mette a punto nei decenni, trova uno dei più alti momenti in The Artist is Present, la più durational delle sue performance, svoltasi nel 2010 presso il MOMA di New YorK e per un tempo di tre mesi. L’artista era presente per sette ore al giorno – ecco che ricorrono durata e resistenza – del tutto immobile, seduta su una sedia, davanti a un tavolo di legno. All’estremità opposta, una sedia vuota, sulla quale poteva accomodarsi chiunque e per un tempo impreciso. La performance consisteva allora in un gesto molto molto semplice: guardarsi negli occhi. Marina guardava dritto negli occhi e per tutto il tempo, la persona che le si accomodava di fronte. La persistenza dello sguardo reciproco generava di volta in volta reazioni tra loro assai differenti: c’è stato chi ha riso, c’è stato chi ha pianto, c’è stato chi non ha lasciato trapelare alcun segno di imbarazzo o di emozione. C’è stato chi ha resistito di meno e c’è stato chi ha resistito di più. E tra gli altri, a sedersi di fronte a Marina c’è stato anche Ulay.
La performance è stata documentata in 1545 scatti da un bravissimo fotografo italiano: Marco Anelli. Molti di quegli scatti sono stati poi esposti a Milano, esattamente due anni dopo, in una sorta di titanica installazione su tre pareti, presso il PAC, all’interno della mostra curata da Eugenio Viola e Diego Sileo e intitolata The Abramovic Method. “Senza il pubblico la performance non ha alcun senso” ha dichiarato l’artista, e da questa definizione, come dalla convinzione che l’esperienza performativa possa portare forti cambiamenti in chi la vive, ha preso le mosse il Metodo da lei messo a punto e presentato in questa occasione creando un percorso in cui il pubblico, performando sotto la sua guida – entrando in spazi di silenzio, usando cuffie, chiudendo gli occhi, camminando, sdraiandosi, ecc. – avrebbe imparato a osservarsi e ad ascoltarsi.


Marina Abramovic, Rhythm 4, Milano, 1974. Courtesy Rivista Europa Arte Informazione -
Kunst Information - N.10 Ottobre 1975

Nel 2017 una video-installazione dal titolo Holding the Milk e tratta dal progetto The Kitchen, Homage to Saint Therese avviato dalla Abramovic nel 2009, è stata ospitata presso la città di Alba, negli spazi della famiglia Ceretto. L’opera completa consta di diversi video, girati presso l’ex convento La Laboral a Gijón, un monastero certosino abbandonato ma che in passato ospitava bambini orfani, ed è ispirata alla vita di Santa Teresa d’Avila. Tutto si avvicenda all’interno della cucina di questo ex convento, ancora una volta intesa come “fulcro del mondo”.
Marina torna in Italia alle porte di questo autunno per una ricchissima retrospettiva che si terrà presso il rinascimentale Palazzo Strozzi di Firenze .The Cleaner verrà inaugurata il 21 settembre 2018. Curata da Arturo Galansino e organizzata dalla Fondazione Palazzo Strozzi, la mostra sarà prodotta da Moderna Museet, Stoccolma in collaborazione con Louisiana Museum of Modern Art, Humlebæk e Bundeskunsthalle, Bonn. Verranno esposte fotografie documentative delle sue più celebri azioni performative, video, installazioni e molto altro, al fine di ricucire il percorso artistico di una delle pioniere della storia della performance art.

mercoledì 12 settembre 2018

Darío Jaramillo Agudelo / 13 / Prima c’è la solitudine





Darío Jaramillo Agudelo
13
Traduzione di Martha Canfield


Prima c’è la solitudine,
nelle viscere e nel centro dell’anima:
questa è l’essenza, il dato di base, l’unica certezza;
che soltanto ti accompagna il tuo respiro,
che sempre ballerai con la tua ombra,
che quella tenebra sei tu.
Il tuo cuore, quel frutto titubante, non deve amareggiarsi con il tuo fato solitario;
lascialo che aspetti senza sperare
ché l’amore è un regalo che un giorno arriva da solo.
Ma prima c’è la solitudine,
e tu sei solo,
tu sei solo con il tuo peccato originale – con te stesso –.
Forse una sera, alle nove,
compare l’amore e tutto scoppia e qualcosa s’illumina dentro di te,
e ne diventi un altro, meno amaro, più felice;
ma non dimenticarti, specialmente allora,
quando l’amore sarà arrivato e brucerai,
che prima e sempre c’è la tua solitudine
e dopo niente
e dopo, se deve arrivare, c’è l’amore.




Darío Jaramillo Agudelo / 12 / Tutto tuo ancora sempre



Darío Jaramillo Agudelo

12


Tutto tuo ancora sempre.
Tuo tutto per sempre fino a oggi e dopo,
tuo sempre perché ne ho bisogno per essere,
sempre tutto tuo,
sempre anche se sempre non sarà mai,
tutto interamente tuo sempre e tuttora
più il seguente nuovo istante ogni volta.
Con tutto il tempo il mondo a portata di mano,
tutto il tempo del mondo che vuol dire la prossima notte,
tutto tuo sempre ancora.
Sicuro di sopravvivere domani tuo,
sempre tuo fin da oggi in ogni domani di domani.
Innamorato di te, sempre e adesso, senza ricordi,
in presente sempre amandoti,
eternamente tuo,
tutto tuo sempre ancora.




martedì 11 settembre 2018

Darío Jaramillo Agudelo / 11 / Poesie di circostanza per dire l’amore






Darío Jaramillo Agudelo
11
Traduzione di Martha Canfield



Poesie di circostanza per dire l’amore
e anche poesie trascendentali per dire l’amore:
vano tentativo della lettera quello di fare la cronaca dell’istinto sicuro,
tentativo vano quello di dire l’amore.
Questo felice sproposito non sarà mai raggiunto dall’ebbrezza della parola
né dallo scomposto presagio di un poeta.
Forse il silenzio è l’unica saggezza dell’amore
e dirlo è la sua più sciocca follia.





lunedì 10 settembre 2018

Darío Jaramillo Agudelo / 10 / Nessuno tocchi questo amore




Darío Jaramillo Agudelo

10
Traduzione di Martha Canfield


Nessuno tocchi questo amore.
Ignorino tutti la cautela del nostro cielo notturno
e che il segreto sia l’aria gioiosa dei nostri placidi sospiri.
Nessun estraneo venga a contaminare il tuo e il mio sonno:
qualsiasi visitatore viene a invadere il tiepido ambito da noi abitato;
qui il tempo è acqua fresca in movimento, quasi sottile volo,
e tutte le persone vivono molto lontano dal nostro giardino allucinato,
fuori dal nostro paradiso segreto.



domenica 9 settembre 2018

Darío Jaramillo Agudelo / 9 / Euforico e sconcertato





Darío Jaramillo Agudelo
9



Non sono felice e tuttavia mi basti

René Char

Euforico e sconcertato, pericolosamente allegro per questi tempi grigi,
lascio la mia parola sul suono della luce, sull’acqua rumorosa dell’amore e della carne:
qui rimane, in questa notte ormai senza rumori, il sudore unico di due pelli che sono un corpo solo;
dormi accanto e io ti guardo per essere sicuro che esisti e vedo lo zafferano della luna svanito sui tuoi capelli.
Soltanto ascolto il tuo respiro calmo, quell’aria che mi giustifica e mi esalta;
sei il mistero esatto che mi dona chiarità, il segno diafano, la magia che mi nutre,
nel tuo quieto riposo comunichi senso al mondo:
le tue labbra rosso vino di giubilo si aprono appena per ricevere il tranquillo angelo del sonno
e io mi ubriaco con il tuo sonno mentre i tuoi occhi ospitano un raccolto di soli e di uccelli;
di te mi nutro, della sottile ombra del tuo corpo che ora mi bacia
e che scaccia dal mio cuore tutto lo schifo accumulato e lo tranquillizza e lo riempie di musica;
è questa la vita: sapere che esisti e che ti amo.

sabato 8 settembre 2018

Darío Jaramillo / 8 / La tua lingua






Darío Jaramillo Agudelo
8
Traduzione di Martha Canfield



La tua lingua, la tua saggia lingua che inventa la mia pelle,
la tua lingua di fuoco che mi incendia,
la tua lingua che crea l’istante di follia, il delirio del corpo innamorato,
la tua lingua, sacra frusta, dolce brace,
invocazione degli incendi che mi strappa a me stesso, e mi trasforma,
la tua lingua di carne senza pudore,
la tua lingua di resa che mi richiede tutto, la tua molto mia lingua,
la tua bella lingua che elettrizza le mie labbra, che rende tuo il mio corpo da te purificato,
la tua lingua che mi esplora e che mi scopre,
la tua splendida lingua che sa dire pure che mi ama.


venerdì 7 settembre 2018

Darío Jaramillo Agudelo / 7 / Elogio della mia notte bianca




Darío Jaramillo Agudelo

7
Traduzione di Martha Canfield



Elogio della mia notte bianca,
soppressione degli abissi del mio cuore,
annientatrice dei miei momenti atroci.
Benedette la tua carezza e la tua parola, Signora della Placida Ronda,
ragazza mia che detesta piangere al mattino,
ragazza che parla da sola nella casa e ride.
Onda fragile, sotto il mio corpo ardente il tuo corpo mio si calcina in un delirio di luce
e allora siamo una sola sostanza.
Fiore del mio ansimare e della mia estasi, tu, l’ammutolita, con la tua mano sul mio petto dicendomi la luminosità con il silenzio,
permettendo che il tempo scorra su di noi senza sfiorarci,
noi, insieme, noi gli eterni.




giovedì 6 settembre 2018

Darío Jaramillo Agudelo / 6 / La tua voce





Darío Jaramillo Agudelo
Traduzione di Martha Canfield
6


La tua voce al telefono così vicina e noi così distanti,

la tua voce, amore, dall’altra parte della linea
e io qui solo, senza te, dall’altra parte della luna,
la tua voce al telefono così vicina, rassicurandomi,
e tu così lontano da me, così lontana,
la tua voce che ripassa i compiti fatti insieme,
o che rammenta un numero magico,
che al di sopra del chiasso del mondo mi parla
per dire in linguaggio cifrato che mi ami.
La tua voce qui, o in lontananza, che dà senso a tutto,
la tua voce che è la musica della mia anima,
la tua voce, suono dell’acqua, scongiuro, incantesimo.





mercoledì 5 settembre 2018

Darío Jaramillo Agudelo / 5 / Sbigottito e confuso



Darío Jaramillo Agudelo
Traduzione di Martha Canfield
5



Sbigottito e confuso,
troppo pieno di rumori,
senza centro né riposo,
scollegato dall’altra parte della pelle,
stordito dall’interminabile scricchiolare di questo cuore,
– terra screpolata, cenere grigia sul petto –,
così passano queste notti di caldo e dormiveglia,
queste notti in cui non sono con te.



martedì 4 settembre 2018

Darío Jaramillo Agudelo / 4 / Un giorno scriverò una poesia



Darío Jaramillo Agudelo

Un giorno scriverò una poesia che non rammenti l’aria né la notte;
una poesia che ometta i nomi dei fiori, dove non ci siano né gelsomini né magnolie.
Un giorno scriverò una poesia senza uccelli né fontane, una poesia che eviti il mare
e che non guardi le stelle.
Un giorno ti scriverò una poesia che si limiti a passare le dita sulla tua pelle
e che trasformi in parole il tuo sguardo.
Senza similitudini, senza metafore, un giorno scriverò una poesia che profumi di te,
una poesia con il ritmo dei tuoi battiti, con l’intensità struggente del tuo abbraccio.
Un giorno ti scriverò una poesia, il canto della mia gioia.




lunedì 3 settembre 2018

Darío Jaramillo Agudelo / 3 / Io odoro di te





Darío Jaramillo Agudelo
3
Traduzione di Martha Canfield

Darío Jaramillo agudelo / Yo huelo a ti

Io odoro di te.
Mi perseguita il tuo odore, mi insegue e mi possiede.
Questo odore non è un profumo sovrapposto su di te,
non è l’aroma che porti come un ornamento in più:
è il tuo odore essenziale, il tuo alone unico.
E quando, assente, il mio vuoto ti convoca,
una raffica di quell’alito mi arriva dal punto più dolce della notte.
Io odoro di te
e il tuo odore mi impregna dopo che siamo stati insieme a letto,
e quell’aroma sottile mi alimenta,
e quell’alito essenziale mi sostituisce.
Io odoro di te.




domenica 2 settembre 2018

Darío Jaramillo Agudelo / 2 / Potrei perfettamente escluderti dalla mia vita




Darío Jaramillo Agudelo
2


Potrei perfettamente escluderti dalla mia vita,
non rispondere alle tue telefonate,
non aprirti la porta di casa,
non pensarti, non desiderarti,
non cercarti nei posti comuni e non rivederti più,
girare per le strade dove so che tu non passi,
eliminare dalla mia memoria ogni istante condiviso con te,
ogni ricordo del tuo ricordo,
dimenticare il tuo viso fino al punto di non riconoscerti,
rispondere evasivamente quando mi domanderanno di te
e fare come se tu non fossi mai esistita.
Però ti amo.





sabato 1 settembre 2018

Darío Jaramillo Agudelo / 1 / Quell’altro che abita pure in me





Darío Jaramillo Agudelo
1

Quell’altro che abita pure in me,
forse proprietario, magari invasore o esiliato in questo corpo
estraneo oppure di entrambi,
quell’altro che temo e ignoro, felino o angelo,
quell’altro che è solo ogni volta che son solo, uccello o demonio,
quell’ombra di pietra cresciuta dentro di me e fuori di me,
eco o parola, quella voce che risponde quando mi domandano qualcosa,
il padrone del mio imbroglio, il pessimista e il malinconico e quello irragionevolmente allegro,
quell’altro pure
ti ama.