Visualizzazione post con etichetta Michelina Montalto. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Michelina Montalto. Mostra tutti i post

giovedì 7 maggio 2026

Solimano il magnifico e Roxelana / Una storia da “Mille e una notte”

 

Anton Hickel, Roxelana e il Sultano, 1780, dettaglio. Landesmuseum Mainz, Magonza, Germania
Anton Hickel, Roxelana e il Sultano, 1780, dettaglio. Landesmuseum Mainz, Magonza, Germania

Solimano il magnifico e Roxelana

Una storia da “Mille e una notte”, l’amore tra il sultano e la sua concubina che stravolge l’impero ottomano

3 FEBBRAIO 2026, 

Mi perdo nell'universo creato dal nostro signore e vivo i migliori anni della mia vita al tuo fianco, sotto la tua protezione, come una perla in un portagioie. Ti prego di accettare la pena di questa tua miserabile schiava che soffre la tua assenza perché è solo al tuo fianco che trovo pace.

(Lettera di Roxelana per Solimano)

lunedì 4 maggio 2026

Sayyida al-Hurra: / La sultana corsara del Marocco

 

Sayyida al-Hurra (che significa «Signora libera e indipendente») (in arabo: السيدة الحرة‎), il cui vero nome era Lalla Aicha bint Ali ibn Rashid al-Alami, Hakimat Titwan (1485 – 14 luglio 1561), fu regina di Tetouan dal 1515 al 1542 e regina dei pirati all'inizio del XVI secolo. È considerata una delle figure femminili più importanti dell'Occidente islamico nell'era moderna
Sayyida al-Hurra (che significa «Signora libera e indipendente») (in arabo: السيدة الحرة‎), il cui vero nome era Lalla Aicha bint Ali ibn Rashid al-Alami, Hakimat Titwan (1485 – 14 luglio 1561), fu regina di Tetouan dal 1515 al 1542 e regina dei pirati all'inizio del XVI secolo. È considerata una delle figure femminili più importanti dell'Occidente islamico nell'era moderna

Sayyida al-Hurra: la sultana corsara del Marocco

I misteri di una vita meravigliosa tra terra e mare

3 MAGGIO 2026, 
MICHELINA MONTALTO

Le donne sostengono la metà del cielo.

(Mao Zedong)

Sono conosciuta con il nome di Sayyida al Hurra e sono nata tra il 1485 a Grenada e il 1493 a Chefchaouen, lasciamo che il mistero continui. Il mio nome di battesimo, altro mistero, è Lalla Aicha bint Ali ibn Rashid al-Alami, Aisha o forse Fatima. La mia è una nobile famiglia andalusa legata al sufismo. Ho ricevuto un'istruzione brillante. Eccellevo nelle lingue, parlavo fluentemente l’arabo, lo spagnolo e il portoghese. Uno dei miei insegnanti di teologia, che in seguito divenne uno dei sette santi di Marrakech, mettendomi una mano sul capo, disse che avrei raggiunto grandi traguardi. 

sabato 6 dicembre 2025

Nel mondo dei libri / Le manie, i rituali, le abitudini strane e curiose di un gruppo di amiche

 

Leggere libri apre la mente a mondi e prospettive nuove
Leggere libri apre la mente a mondi e prospettive nuove

Nel mondo dei libri 

Le manie, i rituali, le abitudini strane e curiose di un gruppo di amiche

3 SETTEMBRE 2025, 

 

Non ci sono amicizie più rapide di quelle tra persone che amano gli stessi libri. 

(Irving Stone)

Ogni primo venerdì del mese, io e le mie amiche ci riuniamo per discutere un libro. È il giorno preferito di Haruki Murakami che lo definisce perfetto per pianificare il riposo e lo svago ed è il nome che Robinson Crusoe sceglie per colui che lo ha salvato in quel giorno. Abbiamo tutte poco tempo, divise tra lavoro, famiglia e casa. Ma i momenti per leggere li troviamo sempre. C’è chi legge con ritmo serrato e incalzante, chi con lento assaporare.

venerdì 5 dicembre 2025

Un tè con Orwell / Consigli di scrittura di un grande autore da un viaggio immaginario

 


Tè, libri, scrittura
Tè, libri, scrittura


Un tè con Orwell

Consigli di scrittura di un grande autore da un viaggio immaginario

4 APRILE 2023, 

Nelle acque dell’isola scozzese di Jura, mi attende, a nord, nella masseria isolata di Barnhill, una costruzione bianca di fronte al mare, riparata da un vallone, Eric Arthur Blair meglio conosciuto come George Orwell.

giovedì 4 dicembre 2025

Olive Oatman / La ragazza del tatuaggio


Olive Oatman nel 1863 in una foto di Benjamin F. Powelson, National Portrait Gallery, USA. Fu rapita a 14 anni dai Tolke Paya dopo il massacro della sua famiglia
Olive Oatman nel 1863 in una foto di Benjamin F. Powelson, National Portrait Gallery, USA. Fu rapita a 14 anni dai Tolke Paya dopo il massacro della sua famiglia

Olive Oatman: la ragazza del tatuaggio

Una storia divisa tra nativi americani, occidente e polvere di pietre blu

3 DICEMBRE 2025, 

Ciò che c’è di più profondo è la pelle.

(Paul Valery)

Mi chiamo Olive Oatman, sono nata a La Harpe, nella contea di Hancock, in Illinois, il 7 settembre 1837 e all’età di 14 anni mi hanno rapita.

martedì 20 agosto 2024

Nellie Bly / Una vita straordinaria



Nellie Bly, pseudonimo di Elizabeth Cochrane Seaman, (1867-1922), giornalista, attivista femminista e dei diritti umani

Nellie Bly, una vita straordinaria

La prima reporter undercover dei diritti umani

3 GIUGNO 2023, 


“Le donne appartengono alla sfera domestica e il loro compito è cucire, cucinare e crescere i bambini: quelle che lavorano sono una mostruosità”.

Questo stralcio dell’articolo sessista What girl are good for (A cosa servono le ragazze) di Erasmus Wilson sul Pittsburgh Dispatch, mi indigna e invio una lettera, dai toni accesi, al giornale, esprimendo il mio disappunto sui limiti che la società pone alle donne che cercano una fonte di sostentamento al di fuori del focolare domestico. Mi firmo “Little Orphan Girl”. È il 1885.

George Madden, il direttore, pubblica la mia lettera, mi invita al Pittsburgh e mi offre un posto come giornalista. Inizia la mia vita, quella delle parole, scritte e parlate, da attivista femminista, dei diritti umani.

Mi chiamo Elizabeth Jane Cochran, di Burrell, in Pennsylvania e sono nata il 5 maggio 1864. Firmo i miei articoli con il nom de plume di Nellie Bly, una canzone di Stephen Foster, quello di Oh Susanna!

“Care ragazze, qualunque sia il vostro sogno, bisogno, obiettivo e stile di vita che volete raggiungere, provateci. Non c’è nulla che non possiate fare o realizzare. Noi donne, per farci notare, per emergere, abbiamo, da sempre, dovuto combattere le incertezze della società nei nostri confronti e trasformare, graffi e lacerazioni in passi, verso nuove conquiste. La mia storia potrebbe essere quella di ognuna di voi, in tempi diversi, ambiti diversi e modalità personali. Ma pur sempre vincenti”.

Voglio scuotere le coscienze. Intervisto, per i diritti civili, la prima donna candidata alle presidenziali USA, Belva Ann Lockwood e do voce alle donne divorziate. Mi interesso dello sfruttamento del lavoro minorile, della situazione delle lavoratrici nelle fabbriche e della mancanza di sicurezza nei luoghi di lavoro, dei figli indesiderati e delle situazioni disagiate.

“Ricordate care amiche mie, come in una macchina del tempo, che dopo quasi 150 anni, sono cambiate tante cose. Ma abbiamo ancora tanta strada da percorrere per i nostri diritti. Non arrendetevi. Fatevi avanti e mostrate ciò che valete”.

Appartenenti della finanza e del mondo industriale pressano il Pittsburgh Dispatch per censurare la mia penna e affidarmi argomenti frivoli che non fanno per me. Parto, nel 1886, come corrispondente estera in Messico, e dopo varie inchieste su povertà, corruzione e mancanza di libertà di stampa, il governo messicano mi denuncia costringendomi a tornare negli Stati Uniti. Raccolgo i miei scritti di denuncia e delle differenze tra USA e Messico nel libro Sei mesi in Messico.

Ormai il Dispatch non stimola più la mia scrittura e lo lascio per andare a New York e farmi assumere al New York World da Joseph Pulitzer, sì proprio lui, quello del premio Pulitzer. All’inizio, non bastano curriculum ed esperienze, non mi concedono udienza perché sono una donna.

Allora gioco di strategia: presento, al direttore, due inchieste investigative sotto copertura e una viene accettata.

“Anche oggi, sia nel campo del giornalismo, sia nel campo letterario, dovete presentarvi preparate, affinché accettino ciò che proponete. Dovete studiare le case editrici, le testate giornalistiche, cosa pubblicano e cosa richiede il loro pubblico. Selezionare e conoscere dimostra capacità professionale. Scoprite quale segno volete lasciare nella società. È quello che non vi fa dormire la notte e che vi martella in testa, in ogni istante della giornata, che è difficile da attuare e forse anche un po’ pericoloso e sacrificante”.

E proprio in termini di pericolosità svolgo per il New York World, l’indagine sulle condizioni del manicomio femminile Women’s Lunatic Asylum presso Blackwell’s Island. Mi preparo studiando atteggiamenti, smorfie, espressioni e tic davanti lo specchio. Mi faccio internare il 22 settembre 1887 dopo aver creato, come messinscena, scompiglio e paura in una casa di accoglienza per donne.

Per essere dichiarate pazze ed essere internate, bastava essere povere, parlare male l’inglese o che il marito per disfarsi della moglie insinuasse qualcosa a suo carico.

I medici che mi condannano per quello che ho fatto dovrebbero provare a prendere una donna in perfetta salute, rinchiuderla e lasciarla seduta dalle sei del mattino alle otto di sera, su panche di legno, senza permetterle di parlare o muoversi, senza darle qualcosa da leggere e senza dirle nulla del mondo di fuori, a darle pessimo cibo e un trattamento rude. Quanto ci vuole per vederla diventare pazza? Io dico che due mesi così la renderebbero un relitto umano. Docce gelate, per cena una fetta di pane, cinque prugne e una tazza di tè. Soprusi, torture fisiche e psicologiche, sporcizia. Trascorro questo orrore per dieci giorni.

Ho lasciato il reparto di follia con piacere e rammarico - piacere di godere del respiro della libertà - rammarico di non aver potuto portare con me alcune delle sfortunate donne che hanno vissuto e sofferto con me, come la donna dichiarata pazza perché il marito l’aveva scoperta con l’amante.

Sono felice di poter dire che come risultato della mia presenza al manicomio e del racconto che ne ho fatto, in un libro dal titolo Dieci giorni in manicomio la città di New York, ha deciso di stanziare un milione di dollari l’anno, per la cura delle persone malate di mente.

E sempre sotto copertura, nel 1894, racconto, il punto di vista degli scioperanti delle ferrovie di Chicago. I salari sono sempre più esigui e gli affitti degli alloggi aziendali sempre più alti.

Scrivono di me che ho vissuto avventure memorabili e una tra tante, il giro del mondo come Phileas Fogg. Con la differenza che io il viaggio l’ho fatto davvero: da sola e con l'indispensabile in una valigetta.

Parto il 14 novembre 1889 da New York e viaggio per nave, treno e a dorso d’asino. Ogni giorno, il New York World, pubblica i miei articoli e un gioco dell’oca intorno al mondo con le mie tappe. I lettori partecipano alla lotteria istituita per indovinare il momento della fine del mio viaggio, con rientro alla City. Durante un emozionante incontro, Jules Verne, in Francia, mi augura: “Buona fortuna, Nellie Bly”.

Alle ore 15.51 del 25 gennaio 1890, completo il mio viaggio in settantadue giorni, sei ore, undici minuti e quattordici secondi.

Ripeto la mia esperienza da infiltrata, smascherando un lobbista che voleva corrompere i parlamentari sulla votazione di una legge sui farmaci e mi sono fatta arrestare per denunciare il trattamento delle detenute nelle prigioni.

Anche io ho una vita privata e con molte polemiche sposo il milionario dell’industria dell’acciaio Seaman, di quarant’anni più vecchio di me. Ma noi eravamo felici della nostra vita. Alla sua morte, nel 1904, rilevo l’azienda e garantisco ai lavoratori, diritti e valori per i quali mi sono sempre battuta: faccio costruire ambulatori medici e biblioteche, aree per l’attività fisica e metto a disposizione corsi di lettura e scrittura per gli operai. Un sistema moderno ma dispendioso, che mi porta a dichiarare bancarotta.

Con lo scoppio della prima guerra mondiale, nel 1914, torno al giornalismo come la prima reporter donna sul fronte austriaco. Racconto l’orrore della guerra, i volti, gli occhi e la vita dei soldati nelle trincee, tra fango, freddo e topi e mi mobilito per trovare case a bambini orfani e sostenere donne rimaste vedove.

Muoio il 27 gennaio 1922, a cinquantasette anni, per le complicanze legate a una polmonite. Poche settimane prima di morire lascio il mio epitaffio: “Non ho mai scritto una parola che non provenisse dal mio cuore. E mai lo farò”.

“Mettete il cuore in ciò che scrivete e in ciò che fate. Raccontate, senza timore, qualsiasi storia possa risultare scomoda o terribile, dolorosa o scabrosa. Siate gli occhi di chi ha bisogno, degli invisibili della società e rendete giustizia agli emarginati. Il lettore deve seguirvi, guardando insieme a voi, restare sgomento ma non indifferente”.

Buona fortuna, ragazze.
Con affetto, la vostra

Nellie Bly


MEER




 

domenica 18 agosto 2024

Mary Ann Webster / La donna più brutta del mondo

 

Mary Ann Webster


Mary Ann Webster: La donna più brutta del mondo

La straordinarietà che vivono ogni giorno miliardi di donne nel mettere al mondo e accudire i loro figli

3 MAGGIO 2022, 


Mi chiamo Mary Ann Webster e sono sepolta a Londra nel cimitero di Beckley. Cercando mie notizie sul web, in ogni lingua, troverete sempre scritto: “La donna più brutta del mondo”.

Agli inizi della storia avrete un po’ di amaro in bocca, proseguendo tanta tristezza ma alla fine una lacrima si fermerà sul sorriso delle vostre labbra. Quale mamma, innanzi gli ostacoli della vita non farebbe l’impossibile per i suoi figli per farli crescere e istruirli dignitosamente? 

Sono nata a Londra nel 1874 e poco più che ventenne sogni e aspirazioni facevano parte della mia vita come quella di qualsiasi altra ragazza della mia età. Il mio volere aiutare la gente si concretizzò con amore e dedizione nel lavoro di infermiera, amore ricambiato dai pazienti che mi adoravano.

A 29 anni incontrai Thomas Bevan, il fioraio che mi rubò il cuore, creammo una bella famiglia e i nostri quattro figli, due femminucce e due maschietti, l’orgoglio più grande. Avevo avuto tutto ciò che di bello la vita mi potesse riservare ma il destino tramava per me un incubo che mi avrebbe trascinato alla morte nel 1933, a 59 anni.

Dopo la nascita del mio ultimo figlio iniziò la trasformazione. La mia malattia fu diagnosticata in ritardo, era poco conosciuta e non c’erano cure e rimedi per fermarla o rallentarla. Soffrii di acromegalia. I lineamenti del mio volto persero femminilità, un ormone mi provocò la crescita anormale e una distorsione dell’osso facciale, le ossa si allungavano e tremendi mal di testa convivevano ormai con me in ogni momento. Tutto il mio corpo cresceva a dismisura.

Divenni un mostro, additata da tutti come la donna più brutta della Gran Bretagna e poi del mondo. Fui licenziata dall’ospedale di Londra dove lavoravo e nel 1914 rimasi vedova, con quattro figli da crescere. Nessuno voleva al proprio servizio una donna dalle sembianze di un omone grosso e sgraziato. 

Ero disposta a tutto per sfamare i miei bambini e l’occasione sembrò arrivare quando lessi un annuncio in cui pubblicizzavano il concorso per la donna più brutta del mondo. Decisi di parteciparvi, il premio in palio era un’ingente somma di denaro che mi avrebbe permesso di andare avanti per un po’.

Vinsi il concorso e decisi di sfruttare il mio triste primato per guadagnarmi da vivere per me e i miei figli. Da allora il mio successo è stato un crescendo. 

Girai, in una fiera itinerante in tutta l’Inghilterra ma ebbi la svolta nel 1920. Ci trasferimmo negli Stati Uniti, Sam Gumpertz mi assunse al Dreamland Circus Side Show di Coney Island nella circoscrizione di Brooklyn a New York. Oltre a esibirmi vendevo, sorridendo (ma con le lacrime nel cuore), cartoline illustrate di me stessa. Non mi importavano gli insulti, le risa di scherno e gli occhi ironici e beffardi, lo facevo per i miei figli. 

Ho lavorato anche per lo spettacolo dei fratelli Ringling e Barnum & Bailey. Conobbi Andrew, un guardiano di giraffe mentre mi esibivo al Madison Square Garden di NY, e decidemmo di incontrarci fuori dal circo.

Fui pure aiutata a truccarmi per l’appuntamento ma guardandomi allo specchio preferii andare al lavoro. Avevano definito il mio rossetto sulla mia bocca come una tenda di pizzo all’oblò di un sottomarino.

Non ho vissuto felicemente ma sono morta senza il rammarico di aver trascurato i miei figli. Tutti in buona salute, ben vestiti, educati e buoni. 

Harvey Cushing, il famoso neurochirurgo che mi seguiva, nel 1927 scrisse una lettera di denuncia alla rivista Time riguardo al modo in cui avevano preso in giro la mia bruttezza. 

Al giorno d’oggi per fortuna non potrebbe più capitare una cosa del genere, non esistono più spettacoli che mostrano persone nate con deformità o malattie come fenomeni da baraccone ridicolizzandoli. Ma ogni limite che abbiamo, sia fisico o nascosto nell’anima, non dovrebbe essere un ostacolo ma uno stimolo per non arrendersi ed essere un esempio per gli altri. 

Anche da morta non ho avuto pace. L’ombra della mia bruttezza continuò a emergere nel tempo. Usarono una mia foto nel 2006 su una cartolina per pubblicizzare il programma televisivo di appuntamenti al buio Blind Date di Cilla Black.

Commentando Hallmark che aveva messo in produzione la cartolina, Robert Knutzen, amministratore delegato della Pituitary Network Association, un gruppo di supporto internazionale per le persone affette da acromegalia, ha dichiarato: "Per fare soldi con la miseria e la sfortuna degli altri è vergognoso. Questa è l'avidità aziendale portata al suo livello più basso".

Io appartengo ormai a un altro regno e molti progressi, nel frattempo, sono stati effettuati nel campo della prevenzione e cura dell’acromegalia. Ma oltre la malattia, i sacrifici e tutto ciò che la vita può riservare c’è una mamma. Quante donne non riescono ad avere figli, quante donne lottano per i loro figli cercando una parità nel lavoro e poterli mantenere. Quante donne adottano bambini per toglierli da condizioni di miseria o guerre. Quante donne seppur sole, malate o impegnate hanno come primo pensiero i figli. 

È così da sempre.

MEER



domenica 11 agosto 2024

Ada Lovelace / Una donna racconta le donne




Ada Lovelace ritratta nel 1836


Ada Lovelace: una donna racconta le donne

Tra scienza e poesia

4 OTTOBRE 2022, 


Sono nata nell’estate del 1815 in una famiglia sregolata ma geniale al tempo della Londra vittoriana. A Ealing, splendida regina dei sobborghi di Londra, sulla parete all’angolo tra Fordhook Avenue e Uxbridge Road di proprietà di un’agenzia immobiliare è stata affissa una targa dedicata a me. Le mura di Fordhook House avrebbero potuto raccontare di me fatti che purtroppo sono rimasti nell’oblio per sempre, essendo stata demolita nel 1904.

Mi chiamo Ada Augusta Byron King contessa di Lovelace e sono stata la prima persona ad aver sviluppato un algoritmo che può essere elaborato da una macchina. Il primo software, una programmatrice senza computer. Con femminile vanità sono sempre stata cosciente delle mie capacità intellettive intuitive e cognitive e mi affermai in campo scientifico come una delle più brillanti menti del XIX secolo inglese.


Augusta Ada, contessa di Lovelace


Osservo le donne di oggi tra l’incredulità piacevole di dove siamo arrivate e la consapevolezza che avremo ancora molta neve da spalare per un sentiero più agevole e spiccare il volo in campo scientifico e matematico.

Sono riuscita a ottenere risultati in un tempo storico in cui alle ragazze non era permesso frequentare università e avere velleità intellettive o abbracciare passioni in ciò che non fossero matrimonio, famiglia, ricamo ed educazione dei figli.

Mi sono immersa nel mondo della matematica grazie a mia madre Anne Isabelle Milbanke che mi ha indirizzata verso i numeri perché dovevo stare lontana da tutto ciò che identificava il mondo poetico di George Gordon Byron, mio padre. Si separarono quando avevo circa un anno e nonostante la legge inglese riconoscesse ai padri la patria potestà, a lui di esercitare questo diritto non interessò. Mi abbandonò rimanendo inesistente nella mia vita. Morì a 36 anni, io avevo 8 anni, e mi fu concesso di vedere una sua foto solo all’età di vent’anni.

La mia educazione scientifica non cancellò dal mio DNA l’eredità che mi lasciò Lord Byron. La mia fu una scienza intrisa di poesia e immaginazione, tale che Charles Babbage, inventore di uno dei primi computer meccanici della storia, per le mie scientifiche visioni mi definì con stima “incantatrice dei numeri”. Anche mia madre ebbe dei soprannomi da mio padre “Principessa dei parallelogrammi” e “Medea della matematica”, e non per rivolgerle complimenti.

Dopo un’infanzia con problemi alla vista causati dalla cefalea e dopo aver trascorso un anno paralizzata a causa del morbillo, all’età di 12 anni volevo volare e composi Flyology. Esaminai gli uccelli e sperimentai piume carta e seta per simularne le ali. Dentro di me conviveva da sempre una competizione tra il tecnologico e il poetico, tra la facoltà di combinare e la facoltà di scoprire e quando col tempo, appena ci si rese conto di quanto importante fosse stata la nascita della scienza informatica, molti studiosi reclamarono lo scientifico traguardo come risultato di studi intrapresi esclusivamente da uomini come se una donna, o non dovrebbe fare, o non potrebbe fare eccezionali imprese in questo campo.


Ritratto di Ada Byron, contessa di Lovelace di Alfred Edward Chalon, 1840



Mio padre, come un fantasma fu sempre presente dentro di me in un legame indissolubile: I miei figli si chiamarono Gordon e Byron e Anne. Morii alla stessa età di mio padre e volli essere sepolta accanto lui nella tomba di famiglia Byron a Hucknall, nel Nottinghamshire. Poesia e matematica insieme.

Hanno scritto di me che sono stata una pazza, una donna con molti amanti, una viziosa dedita al gioco e una sperperatrice. Care ragazze non fatevi intimidire, prendete i vostri sogni per mano e accompagnateli verso la realizzazione. Strapazzateli e dedicate loro tempo e passione, non fatevi tagliare le ali. Non sentitevi in minoranza se avete qualcosa in cui credete e che occupa ogni vostro pensiero o azione. Qualcosa per cui non dormite la notte e che nutre ogni gesto o azione. Se ce l'ho fatta io tra malattie, problemi familiari, periodo storico e ambienti ostili potete farcela anche voi. Studiate applicatevi al massimo e gioirete dei successi. Siate la forza motrice e l’esempio per altre ragazze come una reazione a catena. Non sono una femminista, sono una donna fiera di esserlo in un mondo di uomini e donne, non aspettate che vi facciano spazio, prendetevelo lo spazio con le vostre capacità senza dover dire grazie o accettare compromessi. Incontrerete persone cattive ma anche buone persone che ci odieranno o che vi ameranno. Non isolatevi nell illusoria speranza, rendete questa speranza attiva e trasformatela in vittorie. Siate affascinate da arguzia, intelligenza intuizione e visione del futuro. Osate ragazze, nei sogni non siate timide. Siate temerarie.

Con affetto la vostra Lady Fairy

(In omaggio al mio mentore Charles Babbage)


MEER





mercoledì 7 agosto 2024

Un omaggio a Paul Auster

 





Paul Auster a una lettura del suo "Winter Journal", alla sua sinistra la scrittrice Edwidge Danticat


Un omaggio a Paul Auster


Libri che cambiano la prospettiva di una certezza, la visione di una città e ti fanno innamorare dell’autore

3 AGOSTO 2024, 

Le storie capitano solo a chi le sa raccontare. Analogamente, forse, le esperienze si presentano solo a chi è capace di viverle.
(Paul Auster - La stanza chiusa)

È così soggettiva la lettura di un libro che una recensione potrebbe violarne l’essenza personale che ognuno ci troverebbe?

Appuntarmi quel che mi ha trasmesso il libro è un voler suggellare il patto, ben riuscito, tra lettore e scrittore. 

La lettura di Trilogia di New York mi ha instradata verso una valutazione sbocciata come un papavero sulla neve, un evento straordinario, dopo averlo terminato e riposto, a malincuore, sul comodino. Per qualche giorno ho voluto ancora dialogare con Auster e i suoi personaggi.

Il maestro del giallo filosofico e surreale pubblica Città di vetro nel 1985 e Fantasmi e La stanza chiusa nel 1986. Vengono inseriti nello stesso volume perché le tre storie sono una sola, come afferma lo stesso Paul, e ognuna rappresenta un diverso stadio della sua presa di consapevolezza riguardo la storia stessa. Lo chiamo Paul perché lo vorrei come amico, andarci a prendere un caffè e parlare dei suoi racconti e dei segreti di scrittura con cui li crea.

Come ha scritto in Sbarcare il lunario. Cronaca di un iniziale fallimento: 

fare lo scrittore non è una scelta di carriera, come fare il medico o il poliziotto. Più che sceglierlo, ne vieni scelto, e una volta constatato che non sei adatto a fare nient’altro, ti devi preparare a percorrere per il resto della vita una strada lunga e difficile.

Può sembrare stupido emozionarsi per questa frase ma chi non scrive non può capire la bellezza e il sacrificio di chi ama scrivere. La mente non è mai a riposo e anche negli attimi della quiete del sonno viene rivoluzionato ogni singolo pensiero, che pure Freud stenterebbe a capirne i meccanismi. Le immagini, ad occhi aperti e chiusi, sono la linfa che muove la mia scrittura.

Paul Auster scrive tre detectives stories che nulla hanno a che vedere con le indagini classiche di Holmes o Miss Marple che conosco bene.

Deve essere letto da chi non si aspetta banalità, da chi ha aspettative alte, su trame e personaggi.

Potrebbe capitare a tutti di ricevere nel cuore della notte, una telefonata, ed è così che inizia il libro. Ma come reagireste se la voce chiedesse, per tre notti di seguito di qualcuno che non è chi risponde e voi lo assecondaste? Inizia l’imprevedibile in quella New York che il protagonista si è costruito attorno, sicuro di non volere lasciare più.

Le tre storie hanno in comune i libri, New York e i nomi dei personaggi. Vengono fuori paure e solitudine, in eventi che si incastrano e risucchiano il lettore attento, fino all’ultima pagina.

Si, il lettore attento. Per altri lettori ci sono altri libri.

Leggere Paul Auster significa stratificarsi in più vite e più realtà in una intimità che ci catapulta accanto a lui e se non troviamo una spiegazione, poco importa.

Per Auster, come ha scritto in Leviatano, "la più piccola parola è circondata da acri ed acri di silenzio, e perfino quando riesce a fissare quella parola sulla pagina gli sembra della stessa natura di un miraggio, un granello di dubbio che scintilla nella sabbia".

La razionalità non è per lui, non perdiamo tempo a decifrarlo. Non aspettatevi attracchi a porti sicuri ma a scorribande e cacce al tesoro, siete saliti su una nave pirata, non su una nave da crociera.

Ama osservare le persone aspettando quel qualcosa di imprevedibile e straordinario che ne sconvolge la vita, come è successo a lui stesso. Con la morte della nipotina Ruby, con la morte del figlio Daniel e con la sua malattia per la quale è stato bombardato dalla chemioterapia.

Anche la sua vita è una nave pirata e come ha affermato in un articolo apparso su La Stampa, il suo ultimo libro Baumgarten potrebbe essere davvero l’ultimo, in ogni senso.

Scrivere non è più un atto di libera scelta per me, è una questione di sopravvivenza.
(L’arte della fame)

Ringrazio lo scrittore Paul Auster per essere entrato nella mia vita, in un modo, di quelli che piacciono a lui. Inaspettato e sconvolgente. Riprenditi presto, esci da Cancerlandia. Il mondo attende i tuoi libri.

(N.d.A: questo articolo l’ho scritto a marzo 2024 prima che ci lasciasse.)

E come incontro immaginario è perfetto. Riposa in pace Paul e grazie per i subliminali suggerimenti sull’usare pseudonimi.

MEER