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venerdì 18 marzo 2016

The John Coltrane Stereo and Spiritual Blues

John Coltrane, 1963

Interviste

The John Coltrane Stereo and Spiritual Blues

Il giornalista Ashley Kahn, oltre a collaborare con Mojo, Rolling Stone e il NY Times, è curatore, o estensore, di alcuni dei libri più interessanti fra quelli negli ultimi tempi dedicati alla storia del jazz, nonché delle note di copertina dell’ultima edizione di A Love Supreme. John Coltrane – la sua e nostra magnifica ossessione – è l’argomento delle domande che gli abbiamo rivolto.

Come tu stesso hai scritto nel volume A Love Supreme – Storia del capolavoro di John Coltrane (2002), con l’ultimo Coltrane siamo di fronte a registrazioni che «obbligano» ciascuno di noi a «riflettere sulla propria spiritualità». Però ci sono ancora critici secondo i quali – cito Geoff Dyer – questa fase del lavoro dell’artista sarebbe «catastrofica», e priva di qualsiasi vera risonanza spirituale. Qual è il tuo pensiero al riguardo?

sabato 5 marzo 2016

Gianfranco Callieri / Billie Holiday e il cinema



Billie Holiday e il cinema

Nel corso della sua vita breve e sfortunata, Billie Holiday ha interpretato, da attrice, un’unica pellicola hollywoodiana, peraltro non eccezionale, ma dalla storia produttiva ricca di curiosità, aneddoti e, appunto, cinema. È la fine degli anni ’30 quando Orson Welles, già celebrità radiofonica grazie ai microfoni della CBS, sbarca in California presso la RKO Pictures di George Schaefer, al quale riesce a strappare un contratto recante la concessione di un completo controllo artistico per i tempi a dir poco inaudito. Da sempre appassionato di jazz, Welles progetta un omaggio alle origini del genere, al suo viaggio dai bordelli della Louisiana alle periferie di Chicago e New York, basato in parte sulla storia personale di Louis Armstrong e in parte sulle vicende dell’amatissima Creole Jazz Band di King Oliver; l’intento dell’artista è quello di dar voce «ai neri che hanno inventato il jazz, non ai bianchi che l’hanno trasformato in profitto».

Perennemente ammalato d’ambizione, Welles scrive un lungo e tortuoso soggetto (ambientato negli anni dal 1899 al 1940) segnato dalla stessa propensione al racconto epico poi sfociata in Quarto Potere(Citizen Kane, 1941) e nell’Orgoglio Degli Amberson (The Magnificent Ambersons, 1942), contatta l’esule Eliott Paul per stendere la sceneggiatura, assume Duke Ellington in veste di consulente musicale e ingaggia personalmente Billie Holiday (pare tra i due vi sia stata anche una breve relazione) come interprete sia del film, sia di buona parte della colonna sonora. Il lavoro, tuttavia, non va in porto: benché parte del girato sia sopravvissuta (e affiorata più di quarant’anni dopo in The Story Of Jazz, primo segmento dell’opera di montaggio It’s All True [1993]), la prospettiva wellesiana di realizzare un film dalla parte degli afroamericani, rendendoli protagonisti di una produzione dal bilancio elevatissimo, spaventa a tal punto gli investitori da spingere costoro a promettere al giovane regista un’autonomia ancora maggiore in qualsiasi altro progetto su cui intenda cimentarsi (difatti Quarto Potere costerà alla RKO una perdita secca di 150’000 dollari).
Eppure, considerata la continua e anzi crescente popolarità di dischi e concerti jazz su entrambe le coste della nazione, l’intuizione di Welles resta in qualche modo appetibile. Se ne appropria, dopo la Seconda Guerra Mondiale, la United Artists, che fa riscrivere il trattamento, assume un mestierante affinché diriga un musical (Arthur  Lubin, regista di diversi spettacoli filmati di Gianni e Pinotto) e impone due protagonisti bianchi: così, trasformato nella storia d’amore tra un’impresario di buon cuore e una cantante servita da una domestica nera (appunto la Holiday), La Città Del Jazz (New Orleans,  1947) registra buoni incassi al botteghino e consente agli storici del genere di assaporare alcune strepitose performance di Louis Armstrong, Billie Holiday e Woody Herman. Da evitare nell’agghiacciante versione italiana, dove  Louis “Satchmo” Armstrong diventa non si sa perché «Sambo» (retaggio colonialista dei nostri doppiatori?) e il clarinettista Herman si ritrova la voce, viziata da un’evidente inflessione  romanesca, di Alberto Sordi, il lungometraggio mostra la Holiday alle prese con una malinconica versione del classico Do You Know What  It Means To Miss New Orleans (scritta apposta per la pellicola), con una straziante Farewell To Storyville e con la più swingata The Blues Are Brewing, tre esibizioni che sono un monumento alle sue qualità di cantante (di gran lunga superiori a quelle d’attrice) prima della repentina scomparsa del personaggio più o meno a mezz’ora dalla fine del film. Se da un lato le  leggi non scritte del maccartismo costringevano infatti gli studios a ridurre, se non a defalcare, le parti confezionate per attori e artisti di colore, anche la forte dipendenza da eroina della Holiday (rifornita dal fidanzato dell’epoca, Joe  Guy) aveva contribuito a creare non pochi problemi sul set. Impossibile, del resto trovare una sequenza di immagini davvero in grado di restituire le emozioni suggerite dalla voce dell’artista, pochissimo estesa e nondimeno in grado di trasmettere un doloroso senso di perdita, tristezza e disperazione in ogni nota, un sussurro fragile a riflettere tutte le angosce e tutti gli abissi dell’animo umano. Anno dopo anno, più  l’estensione di Billie Holiday, provata dall’alcol, dalla droga, dalle lacerazioni della vita, andava restringendosi, più diventava evidente la fatica delle corde vocali, più il fiato iniziava a rarefarsi, e più quella stessa voce, sempre perfettamente capace di improvvisare sulla linea melodica dei brani e di farlo persino nella durata delle singole parole (allungate o contratte a piacimento), si  faceva specchio di un tormento universale. La voce di Billie Holiday, in questo più simile a una Edith Piaf (del resto, la tragica My Man della Holiday altro non è se non la Mon Homme della  Piaf) che alle colleghe Ma Rainey e Bessie Smith, si sgretolava anziché fortificarsi.

Un motivo di fascino, senza dubbio, e di numerosi equivoci, per esempio quelli alla base del poco riuscito La Signora Del Blues (Lady Sings The Blues, 1972), coproduzione targata Motown e Paramount con una Diana Ross, da poco separatasi dalle Supremes, troppo glamour nei panni della cantante (ma se non volete farvi male state lontani dal dvd del film, peraltro riversato nello scintillante formato anamorfico del widescreen 1.85:1, per non vedere il breve documentario Behind The Blues, con una Ross resa tristemente irriconoscibile dal botulino). Lontanamente basato sull’autobiografia dell’artista, Lady Sings The Blues (1952), scritta a quattro mani con il giornalista William Dufty e tradotta in italiano nel 1959, per Longanesi, col titolo di La Signora Canta Il Blues, la pellicola, di enorme riscontro  in patria, viene però diretta dall’artigiano canadese Sidney J. Furie (bravo regista ancorché, come dimostrato dall’ottimo Ipcress [The  Ipcress File, 1965], più a suo agio con intrighi e atmosfere da thriller) cedendo a un’esplosione  di luoghi comuni il più intollerabile dei quali consiste nell’aver ritratto l’artista quale donna passivamente succube di ogni genere di sventura. L’aura di commiserazione costruita dal film intorno alla sua protagonista contrasta nettamente con l’immagine della Holiday tramandata da storici e collaboratori, e malgrado la straordinaria prova della Ross, cui non avrebbe comunque arrecato alcun danno un minimo di controllo in più (nominata per il premio Oscar, fu sconfitta dalla Liza Minnelli di Cabaret), nella statica prevedibilità del lavoro l’unico elemento di costante  sorpresa è la superficialità con cui regia e sceneggiatura mistificano la durezza amara della vita dell’artista (bisessuale, masochista e parecchio incline a infliggere e ricevere diversi tipi di  violenza fisica) nel racconto qualsiasi di una donna-bambina sempre a un passo dal ricevere la salvezza, garantita ovviamente dall’amore giusto, e altresì condannata dal destino a non assaporarne gli esiti. Dal punto di vista della veridicità storica, è irricevibile l’indulgenza con la quale viene dipinto Louis McKay (nel film il Billy Dee Williams, «il Clark Gable nero» secondo i tabloid degli anni ’70, di lì a poco al centro di un biopic televisivo sul pianista ragtime Scott Joplin), criminale e sicario di mezza tacca rappresentato come un possibile redentore solo in virtù del suo (minimo) contributo all’operazione, ma  il vero problema della Signora Del Blues, al di  là della relativa aderenza alla realtà dei fatti (in  fondo opzionale per qualsiasi pellicola) e di una inappuntabile prova di Richard Pryor nei panni drammatici del fidato “Piano Man”, risiede in una formula del racconto infarcita di kitsch e soluzioni narrative talmente semplicistiche da ricordare i soggetti di certe telenovele di quart’ordine.

Per ottenere qualche flash impressionista sull’arte e sulla poetica di Lady Day, soprannome coniato per la Holiday dal sassofonista tenore Lester Young (lei lo chiamò sempre Prez, contrazione di president: fu l’unico uomo, da lei adorato, a trattarla come un padre), bisogna quindi rivolgersi al settore dei documentari, spesso peraltro facilmente reperibili con un rapido giro in rete. Billie Holiday – The Life And Artistry Of Billie Holiday, consultabile integralmente su dailymotion.com, è un breve lavoro di editing (28 minuti) dove si assemblano tutte le apparizioni cinematografiche della cantante, da un primo corto dedicato a una partitura omonima di Duke Ellington (Symphony In Black: A Rhapsody Of Negro Life [1935]) allo speciale televisivo della CBS The Story Of Jazz (registrato nel  1957, appena due anni prima della morte dell’artista). Molto interessante, nonché confezionato con la proverbiale professionalità dagli specialisti inglesi della BBC per il programma Reputations, è Sensational Lady, del 2001 (lo trovate su YouTube), che accorpa materiali d’archivio abbastanza rari, interventi delle scrittrici Alice Walker e Maya Angelou e numerose interviste a conoscenti e collaboratori della Holiday (tra questi il suo pianista, Bobby Tucker).

Sulla stessa falsariga ci sono The Many Faces Of Billie Holiday, diretto 25 anni fa da Matthew Sieg, produttore di Robert Altman, e il curioso Strange  Fruit (2002), in pratica un piccolo saggio firmato dal regista Joel Katz sulla genesi della canzone eponima, scritta non dalla Holiday (anche se a lei piaceva dire di averlo fatto) ma da un insegnante del Bronx, un nero di origine ebrea di nome Abel Meeropol.

A essere sinceri, la pagina di cinema (non è un ossimoro) più bella e intensa di tutte, circa la vicenda umana e artistica di Lady Day, l’hanno scritta due fumettisti, gli argentini Carlos Sampayo (testi) e José Antonio Muñoz (disegni), insomma i creatori del disilluso investigatore privato Alack Sinner, nel loroBillie Holiday, romanzo a fumetti uscito per Fantagraphics nel 1991 e arrivato da noi due anni dopo, per i tipi di Rizzoli/Milano Libri (questo per quanto riguarda le edizioni in volume, perché le prime apparizioni delle 49 pagine dell’opera, sia detto per una volta con una punta d’orgoglio, risalgono ai numeri di agosto e settembre 1990 della defunta rivista Corto Maltese). Non si tratta di una biografia ma, come dire?, di un’ipotesi sentimentale (resa attraverso il lavoro di ricerca di un giornalista) intorno alla figura della cantante, che le parole sanguinanti di Sampayo cristallizzano intorno ai temi del razzismo, della tossicodipendenza, della complicità con Lester Young, delle angherie private e dei soprusi patiti per colpa di compagni maneschi e  autorità intolleranti, e le matite contrastatissime di Muñoz, in una sequenza tagliente di bianchi  e neri prelevati sia dalle storiche copertine di casa Blue Note, sia dai classici dell’espressionismo cinematografico d’inizio secolo (Fritz Lang su tutti), rendono toccante e definitiva. Nelle pagine 36 e 35 (dell’edizione italiana) c’è una citazione esplicita del film La Città Del Jazz, con  l’incontro tra la Holiday e Armstrong («Pops») e  lei, vestita da cameriera, che gli dice, «I servi,  Pops. Quello che ci tocca nella vita», in riferimento al loro ruolo ancillare rispetto ai protagonisti bianchi della pellicola. La narrazione di Sampayo, sempre più ellittica, destrutturata, confusa con i rumori d’ambiente e montata su dialoghi così laconici e lapidari da somigliare a sentenze funebri, registra eventi e circostanze in modo frammentario, in una specie di documentario “astratto” accostabile al Jean-Luc Godard di Questa È La Mia Vita (Vivre Sa Vie, 1962) per la retorica al tempo stesso simbolista e straripante di tensione emotiva, mentre il  tratto di Muñoz rigurgita il dolore, la fatica, l’incomprensione, la rabbia e l’immoralità dei personaggi in fisionomie cupe, deformate, noir.

Sebbene (di poco) inferiore all’altra biografia sui generis (sarebbe meglio dire interpretazione) realizzata dalla coppia, quel Carlos Gardel (Nuages, 2010) dedicato all’eponimo tanguero  franco-argentino e ancora più libero, romantico, nostalgico, teorico e struggente, il Billie Holiday di Muñoz e Sampayo resta un omaggio toccante a una delle figure più complesse e  sfuggenti della cultura afroamericana, e non solo, del ‘900 tutto, un personaggio che serve ai due autori per riflettere ancora una volta sull’esilio e lo sradicamento, sulla paura e sulla perdita degli affetti, sull’inaridimento del cuore e sul freddo e sul silenzio dettati dall’estraneità, dal fatto di riconoscersi diversi e dalla necessità di fare i conti con la propria diversità. Nelle prime vignette del racconto, in un fiume orizzontale di note e nuvole, Billie Holiday, con la gardenia d’ordinanza tra i capelli, recita le seguenti frasi: «La mia voce non ha più bisogno del mio corpo. Anche se un tempo ero viva e la mia voce era respiro. Cantavo canzoni che parlavano di me, dell’amore… Di altre donne, dei miei fratelli, dei miei amici cari. E ancora c’è gente che aspetta qualcosa da me. Dalla mia voce rinchiusa nei dischi. Una voce senza corpo da spiare, né vita da scoprire. Vi darò parole in musica. Sfiorerò tutte le tonalità e vi farò sentire… che la mia voce non è solo la voce di Billie, ma viene da una voce che è quella di tutti. Anche se solo io mi chiamo Billie Holiday. Lady Day».

Non c’è bisogno di vederle impresse su grande schermo, o di sentirle recitate da attori, per apprezzarne l’esattezza: si tratta della migliore sequenza possibile, in combinazione di parole immagini, per definire l’essenza di un’artista abituata a considerare la propria voce prima di tutto come uno strumento per esorcismi e liberazioni. «Non penso di  cantare. È come se stessi suonando uno strumento», aveva detto Billie Holiday agli storici  (e critici) Nat Hentoff e Nat Shapiro durante la raccolta di interviste poi confluite nel basilare Hear Me Talkin’ To Ya: The Story Of Jazz By  The Men Who Made It (1955). «Cerco di improvvisare come fanno Les Young, Louis Armstrong o altri musicisti che ammiro. Quanto  esce, è quel che sento. Detesto cantare in modo lineare. Se eseguo una canzone, devo cambiarla fino a farla diventare mia. È tutto quello che so».




giovedì 3 marzo 2016

L’orrore e l’autore / in ricordo di Wes Craven

Wes Craven

L’orrore e l’autore: in ricordo di Wes Craven

Wes Craven (1939 – 2015)


«I film horror sono come un campo di addestramento per la psiche. Non creano paura, la rilasciano. Se fossi interessato alla realtà, avrei fatto documentari»: così rispondeva Wesley Earl “Wes” Craven, dimostrando una logica ferrea e in apparenza inconciliabile con gli incubi artigliati di Freddy Kruger, a chi gli chiedeva ragione di una fascinazione per il brivido, per gli spaventi e per la violenza durata quasi cinquant’anni di carriera.
Il regista, scomparso domenica 30 agosto, all’età di 76 anni, per un tumore al cervello, con quelle parole confermava anche l’adagio, scontato ma veritiero, secondo il quale un autore – un artista in grado di creare un universo espressivo autonomo e riconoscibile – parla sempre e soprattutto di se stesso, perché la paura, quella paura di continuo indagata, sviscerata, affrontata in mille modi e a viso aperto, era sempre stata, nei suoi film, non quella raccontata dalle sceneggiature, bensì la paura del cineasta stesso, in gioventù isolato dal mondo a causa della rigida formazione religiosa dei familiari (i genitori, anabattisti, gli impedivano di frequentare coetanei, leggere libri secolari, andare al cinema) e da allora in perenne contrasto col senso di colpa, la vergogna e l’incapacità di accettarsi assimilati nel frattempo.
Nato a Cleveland, Ohio, nell’estate del 1939, Craven si era emancipato dalla disciplina della famiglia e dall’esercizio punitivo della fede grazie agli studi umanistici compiuti tra l’Illinois e il Maryland, all’insegnamento e in ultimo al cinema, dove diceva di essere entrato per la prima volta a 23 anni, restando stregato dai film e dalla loro attitudine a tradurre il pensiero in immagini, a liberare il tormento interiore tramite la percezione ottica. Era rimasto colpito, in particolare, dai film del maestro svedese Ingmar Bergman, visti a New York durante le stagioni di docenza al Clarkson College, dei quali aveva amato la pulizia visiva, il rigore filosofico, il coraggio nello scandagliare le profondità dell’animo umano senza edulcorare gli aspetti più controversi del viaggio.
Spinto dalla nuova e divorante passione, si era così buttato nell’industria del cinema, debuttando come tecnico del suono e tuttofare nei processi di post-produzione; dopo qualche mese, inoltre, era già passato dietro la macchina da presa, per dirigere, sotto pseudonimo, dei porno fatti in serie, veloci e redditizi. Per esordire col proprio nome, aveva scelto di rifarsi all’amato Bergman: nel 1972, L’Ultima Casa A Sinistra (The Last House On The Left), costato la miseria di 87’000 dollari (procurati e amministrati dal futuro regista di Venerdì 13, Sean S. Cunningham) e girato nei boschi del Connecticut, prendeva spunto dal bergmaniano La Fontana Della Vergine (1960), conservandone il canovaccio basato su di un’antica ballata svedese (in cui una famiglia esercita la propria vendetta sui responsabili dello stupro e della morte della figlia, nel film di Craven “le” figlie) ma sfigurandone l’essenzialità in un’orgia di sadismo anti-spettacolare e realistica, oggi come ieri agghiacciante. Se i più attenti avevano già rinvenuto, nella pellicola, un’equazione dolorosa tra il puritanesimo della provincia americana e le parafilie sessuali dei maniaci violentatori, gli altri rimasero senza eccezioni sconvolti dal tasso di brutalità contenuto nelle immagini del film e reso ancor più disturbante dallo sguardo neutro e impassibile del regista. Respinto dalle commissioni censura di Australia e Regno Unito (dov’è stato proiettato, in forma integrale, solo nel 2008!), tagliuzzato e sforbiciato un po’ ovunque, il film guadagnò tuttavia più di 3 milioni di dollari sul solo territorio americano. Malgrado la gratificazione economica, le polemiche intorno all’opera furono talmente aspre e combattute che Craven riuscì a dirigere un nuovo film solo cinque anni dopo.
Anche Le Colline Hanno Gli Occhi (The Hills Have Eyes, 1977) era basato su un tema controverso (nel deserto californiano, un gruppo di selvaggi, forse incestuosi, sequestra ignari turisti per cannibalizzarli), ma se rispetto al predecessore non indugiava più di tanto in particolari sanguinolenti, ne amplificava però il messaggio politico mettendo in scena, con aggressiva efficacia, il disorientamento e il malessere di un’America danneggiata dal sospetto, dalla sopraffazione e dal rancore, con le sue famiglie (istruite o semi-analfabete, religiose o pagane) impegnate a massacrarsi a colpi di pietre e bastoni. L’anno dopo, il televisivo Stranger In Our House (conosciuto anche comeSummer Of Fear), con una Linda Blair intenta a smarcarsi dalle possessioni demoniache per cui (nell’Esorcista di Friedkin) era diventata celebre e un Craven assai versato nel soffiare inquietudini occulte all’interno dell’ennesima ambientazione di provincia, confermava il talento del regista anche nell’illustrare soggetti deboli, o non proprio originalissimi, mentre il successivo, più riuscito,Benedizione Mortale (Deadly Blessing, 1981), con un delirante Ernest Borgnine nei panni del capo spirituale di una setta di esaltati e una giovanissima Sharon Stone protagonista, ne ribadiva l’interesse per il tema del fanatismo religioso, qui esplorato tra incubi di aracnofagia e misteriosi incidenti.
Nel 1982, coi soldi (neanche pochi) della Sony, Craven girava invece Il Mostro Della Palude (Swamp Thing), adattamento dell’omonimo fumetto creato dieci anni prima, per la DC Comics, dai testi di Len Wein e dalle matite di Bernie Wrightson, pellicola, questa, molto criticata per il registro oscillante senza autocontrollo tra squarci fiabeschi e accenni di casto erotismo, eppure diretta dal regista sposando con abilità, in diverse sequenze degne di nota per romanticismo e raffinatezza figurativa, sia lo spirito dolente del prototipo cartaceo sia la voglia di rivisitare con ironia sulfurea l’eterna parabola di Apuleio su Amore e Psiche. Il goffo e malriuscito Invito All’Inferno (Invitation To Hell, 1984), di nuovo realizzato per la tv e se non altro animato dalla volontà di demolire nel sangue alcuni miti di cartapesta – la forma fisica, le gerarchie aziendali, la sudditanza al denaro – del decennio del carrierismo rampante, preludeva poi all’iconico Nightmare – Dal Profondo Della Notte (A Nightmare On Elm Street, 1984), altro attacco frontale al retaggio perbenista degli Stati Uniti dove il «mostro» – il californiano Robert Englund nel ruolo, sfigurato, della vita – perseguitava in sogno i discendenti dei suoi antichi assassini (incarnando così la coscienza sporca, e freudianamente rimossa, di una nazione incapace di non inchiodare i propri figli alla custodia e alla ricerca di un Eden individualista mai esistito): solo il primo titolo di una franchise di enorme successo, moltiplicatasi in sei seguiti, una miniserie televisiva, un episodio a latere (Freddy Vs. Jason [2003], in cui le grinfie metalliche di Kruger lottavano, soccombendogli, contro il machete del Jason Vorhees di Venerdì 13) e un reboot (concepito nel 2010 e, a differenza di un altro «nuovo inizio», quello non malvagio delle Colline Hanno Gli Occhifirmato nel 2006 dal francese Alexandre Aja, inguardabile) in genere tutti prescindibili con l’eccezione di quelli negoziati dallo stesso Craven, ossia Nightmare 3 – I Guerrieri Del Sogno (A Nightmare On Elm Street 3: Dream Warriors, 1987), da lui co-sceneggiato in una smania di caustici paradossi, e l’affondo teorico di Nightmare – Nuovo Incubo (Wes Craven’s New Nightmare, 1994), vertiginosa riflessione metanarrativa, non di rado molto spassosa, sulla ricezione e la comprensione dei film horror in epoca contemporanea.
Giusto un anno dopo, un dittico di titoli insalvabili, e cioè il dilettantesco Sonno Di Ghiaccio (Chiller), sulle possibili degenerazioni della criogenesi (quindi, di nuovo, sull’ansia «conservatrice» di quegli anni), e l’atroce Le Colline Hanno Gli Occhi II (The Hills Have Eyes II), grottesco tentativo di mixare pazzoidi antropofagi, rozzi bikers e personaggi da filone adolescenziale, asseveravano la predisposizione, molto americana, di Craven al rimescolamento di materiali alti e bassi (peraltro, negli stessi mesi, meglio indagato negli episodi confezionati dal regista per la «ripartenza» del serial televisivo Ai Confini Della Realtà [The Twilight Zone]), al frequente ondeggiare tra ricerca e spazzatura, tra soluzioni sofisticate e sensazionalismo gratuito, atteggiamento talvolta disorientante e però quasi sempre in grado di lasciare addosso allo spettatore una sensazione di crudo e sincero malessere. Dati simili precedenti, stupiva, in Dovevi Essere Morta (Deadly Friend, 1986), la delicatezza di tocco nell’intrecciare la dimensione fantastica e quella sospirosa del romance in un ibrido singolare, nonché senz’altro influenzato dal coevo Starman (1984) carpenteriano, e lasciava ancor più a bocca aperta il furore sociologico del Serpente E L’Arcobaleno (The Serpent And The Rainbow, 1988), cruda, mefistofelica e urticante allegoria dei rapporti di forza capitalisti inscenata tra i non-morti e i cerimonieri voodoo di Haiti, con gli zombie nella parte dei proletari oppressi e i loro sacerdoti in quella della borghesia sprezzante. Uno dei migliori film di Craven, ancora in grande forma nei seguenti Sotto Shock (Shocker, 1989), raffinata (e visivamente travolgente) analisi mediologica sul consumo di immagini, e La Casa Nera (The People Under The Stairs, 1991), dolente parabola (ispirata alle tensioni etniche nella Los Angeles d’inizio decennio) sull’emarginazione e lo sfruttamento di un gruppo di ragazzi ridotti alla schiavitù, e in certi casi richiamati in vita dopo il trapasso, da una coppia di depravati razzisti (pessimo, per contro, l’interlocutorio Delitti In Forma Di Stella [Night Visions, 1990], quasi una parodia dei romanzi di Thomas Harris).
Nelle stagioni successive, otteneva grande riscontro, grazie anche all’arguzia della sceneggiatura di Kevin Williamson, l’operazione metafilmica di Scream – Chi Urla Muore (Scream, 1996), (auto)osservazione dei luoghi comuni del cinema horror e manifestazione pratica della loro intatta efficienza diretta da Craven in tono beffardo e citazionista, ma all’occorrenza capace di sferrare ancora colpi allo stomaco di una certa ferocia. Tutti girati dallo stesso Craven, i tre sequel del prototipo (decente il secondo [1997], inutile il terzo [2000] e quasi buono il quarto [2011], forse, dopo il capostipite, il più riuscito) annacquavano progressivamente le intuizioni del primo capitolo in una discesa convenzionale verso il thriller, e risentivano, d’altronde, del logoramento dello sguardo del regista, dai ’90 in poi un po’ spaesato in un panorama richiedente sangue in dosi sempre maggiori e perciò, avendo già esaurito i propri discorsi in merito all’aspetto grafico della violenza più di vent’anni prima, costretto a peregrinare tra ambientazioni, atmosfere e scenari di segno diverso senza azzeccarne più uno.
Sia l’istrionismo (sprecato) di Eddie Murphy in Vampiro A Brooklyn (Vampire In Brooklyn, 1995), incursione in un campo – l’horror in forma di commedia – dove solo John Landis e pochi altri sono riusciti a conseguire risultati apprezzabili, sia il travagliato Cursed – Il Maleficio (Cursed, 2005), con la sua storia di licantropia in salsa giovanilista finanziata e pesantemente manipolata dalla Dimension Films, sia il modestissimo La Musica Del Cuore (Music Of The Heart, 1999), con Meryl Streep a destreggiarsi tra violino e didattica (l’unica esperienza del regista, assieme al frammento, contenuto nel collettivo Paris, Je T’Aime [2006], Père-Lachaise, dove pure appariva un «fantasma», sì, ma quello di Oscar Wilde, al di fuori dei territori del brivido), sia l’orribile Red Eye (2005), mostravano un cineasta ormai a corto di argomenti e visioni, entrambi, purtroppo, del tutto annullati nel penultimo, penoso My Soul To Take – Il Cacciatore Di Anime (2010).
Nonostante la modestia dei lavori recenti e l’insorgere della malattia, Craven non aveva però smesso di progettare film, o di tuffarsi con entusiasmo in altri campi, dal fumetto all’ornitologia (!). Lo ricordiamo, qui, come il regista della paura trasformata in seduta terapeutica, in trattamento senza sconti dell’interiorità onirica (e insanguinata) della propria nazione: tra grandi pellicole e tonfi spettacolari, ci ha raccontato e ricordato di come la vita, anche e soprattutto la propria, preclusa alla visione (l’immagine deturpata del volto di Freddy Kruger era nata, nella mente del Craven bambino, quando questi, al solito segregato in casa dalla madre iperprotettiva, aveva visto per la prima volta, dalla finestra della camera, all’esterno, le fattezze di uno sconosciuto passante) e in seguito dedicata al crearne di indimenticabili, possa di volta in volta entrare – violentata, abusata, martellata, scioccata – nel quadro del cinema. E grazie al cinema, in certi casi più grande e vero della vita stessa, trovare una salvezza.

Morto Wes Craven, il papà dell’horror e di Freddy Krueger