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sabato 9 marzo 2019

Cortázar, lingua spagnola e Oval / Il «Gioco del mondo» al Salone 2019


Julio Cortázar

Cortázar, lingua spagnola e Oval: 
il «Gioco del mondo» al Salone 2019

Nicola Lagioia illustra la nuova edizione della manifestazione torinese
Arriveranno Savater, Masha Gessen, Soyinka. Collaborazione con BookCity Milano


di ALESSIA RASTELLI
6 marzo 2019 (modifica il 7 marzo 2019 | 21:09)

«Una manifestazione popolare, ma che si basa su contenuti alti, proprio mentre la polemica dei nostri tempi, o presunta tale, vede contrapposti il popolo e le élite. Ecco, questo è un problema che noi non abbiamo mai avuto». Così Nicola Lagioia, direttore del Salone del Libro introduce a Torino, nel giovanilistico spazio «Murazzi Student Zone», la trentaduesima edizione della rassegna. «Il gioco del mondo» è il tema del 2019, ispirato all’opera di Julio Cortázar. Il Paese ospite, o meglio la lingua ospite, sarà quella spagnola. Le Marche, la regione protagonista. Il tutto dal 9 al 13 maggio, sempre al Lingotto, ma con una distribuzione degli spazi che si annuncia rinnovata. «Vogliamo fare in modo che per cinque giorni Torino sia la città del libro, colorata ed entusiasta come lo fu durante le Olimpiadi», dice il presidente Giulio Biino.

Torino, insomma, riparte, dopo quelli che, ammette lo stesso Lagioia, sono stati mesi di «montagne russe». Il Salone, dice il direttore, «ha attraversato momenti da telenovela, o da teatro dell’assurdo, persino da favola dickensiana con l’asta del marchio il giorno della Vigilia di Natale. Eppure oggi possiamo festeggiare: il Salone è salvo ed è tornato la casa di tutti». Tra il pubblico siede Ricardo Franco Levi, presidente dell’Associazione italiana editori (Aie), che in una intervista al «Corriere» lo scorso 15 febbraio aveva annunciato il ritorno al Salone. E c’è Marco Zapparoli, alla guida dell’Associazione degli editori indipendenti (Adei). Quest’ultima raccoglie lo zoccolo duro dei marchi che negli ultimi anni hanno difeso la fiera di Torino, mentre la Fondazione che la organizzava era in liquidazione e si giocava la partita con la concorrente milanese Tempo di Libri. Ora che quest’ultima è stata rinviata al 202o e sta lavorando a una nuova formula, viene invece inaugurata con Milano una nuova collaborazione: con BookCity, la festa partecipata dei libri promossa dall’assessorato alla Cultura di Milano e dall’associazione composta dalle fondazioni Corriere della Sera, Giangiacomo Feltrinelli, Arnoldo e Alberto Mondadori, Umberto e Elisabetta Mauri. Nell’ambito del programma di incontri «aspettando il Salone», che precede la fiera di maggio, Milano ospiterà alcuni autori. «Con chi a Milano lavora bene, noi ci siamo», dice dal palco Maurizia Rebola, direttrice del Circolo dei lettori, la fondazione che organizza la parte culturale della manifestazione. E dentro cui, fa sapere, «entrerà presto anche il Comune di Torino». Da Chiara Appendino, a margine della conferenza stampa, un’ultima stoccata a Tempo di Libri: «Questo per il Salone è l’anno zero — dice la sindaca — con una nuova struttura che tiene insieme il lavoro fatto negli anni scorsi, a partire dalla lunga battaglia con Milano, che quest’anno si può dire essere vinta». 



Il manifesto del Salone 2019, firmato dell’artista Mp5
Il manifesto del Salone 2019, firmato dell’artista Mp5

Quanto ai contenuti della fiera torinese, per ora ci sono solo alcune anticipazioni (il programma sarà presentato ad aprile). La grande lezione inaugurale sarà affidata a Fernando Savater. Arriverà inoltre Masha Gessen, giornalista e attivista di origini russe, ora residente a New York, la quale con Il futuro è storia (Sellerio), ha vinto il National Book Award 2017. E infine lo scrittore e attivista Wole Soyinka, Nobel per la Letteratura 1986, e Matt Salinger, attore e produttore, figlio dello scrittore de Il giovane Holden. Per quanto riguarda il tema, spiega Lagioia, «la cultura non contempla frontiere o linee divisorie, ma supera le divisioni, frantuma i muri, come fa il lettore de Il gioco del mondo di Cortázar. Nato in Belgio, trasferitosi a 5 anni in Argentina, da dove venivano i genitori, poi a lungo a Parigi, è lui stesso un ponte tra culture».
E in questo spirito è stato scelto l’ospite del 2019, la lingua spagnola. «I Paesi hanno confini, non le lingue», dice il direttore, che parla con il consueto ritmo avvincente. L’idea di una lingua ospite prende anche forma in un luogo fisico: la Plaza de los Lectores, con una biblioteca, una libreria, una sala dedicata alle istituzioni e una per gli incontri. L’ubicazione sarà all’interno dell’Oval: uno spazio di 13.000 metri quadrati, novità della prossima edizione. Al suo interno nascerà anche una nuova sala da 700 posti, la Sala Oro, che sostituirà la Sala Gialla, adibita all’International Book Forum, l’area per lo scambio dei diritti. Non ci sarà neppure più il Padiglione 5, dove era tradizionalmente allestita l’area ragazzi del Bookstock Village (che passa nel padiglione 2), né saranno disponibili le Sale Rossa e Blu (non acquistate all’asta). «Stiamo comunque lavorando a una logistica efficiente, in cui editori grandi e piccoli si alterneranno, non ci saranno spazi di serie A e di serie B», spiega Silvio Viale, presidente di Torino, la Città del Libro, l’associazione dei fornitori che ha acquistato il marchio. «Tra le novità — aggiunge — ci saranno anche due ingressi per ridurre il problema delle file».
Aspettando il Salone, arriveranno intanto a Torino, per riflettere sull’identità culturale europea (il Salone si svolgerà poco prima del voto di maggio) Donald Sassoon, professore emerito di Storia europea alla Queen Mary University di Londra (questa sera, 6 marzo alle 21) e il politologo americano Francis Fukuyama (l’11 marzo, alle 18 al Polo del ’900, via del Carmine 14).


mercoledì 19 ottobre 2016

Bob Dylan Nobel per la Letteratura Stupore e sarcasmo degli scrittori: «Le canzoni non sono letteratura»



Bob Dylan Nobel per la Letteratura 
Stupore e sarcasmo degli scrittori: «Le canzoni non sono letteratura»

Irvine Welsh: «Decisione nata dalla nostalgia hippie» 

Alessandro Baricco: «È come dare il Grammy a Marías»

di ALESSIA RASTELLI
17 ottobre 2016 (modifica il 17 ottobre 2016 | 19:42)


Il premio Nobel per la Letteratura viene assegnato, secondo quanto lasciò scritto nel suo testamento l’ideatore Alfred Nobel (1833-1896), a chi «nel campo della letteratura mondiale si sia maggiormente distinto per le sue opere in una direzione ideale». È lecito, dunque, conferirlo a un cantautore? Diversi sono gli scrittori rimasti spiazzati ieri, in varie parti del mondo, all’annuncio che il prestigioso riconoscimento era stato dato a Bob Dylan, fino a esternazioni di irrisione, polemica, rabbia. Dietro, non solo la delusione di presunti candidati, ma anche un’antica domanda: che cos’è letteratura? Solo narrativa, poesia (e, al massimo, testi teatrali), oppure la categoria può allargarsi?

Il confine non si espande per Irvine Welsh, lo scrittore scozzese diTrainspotting, che, con linguaggio colorito, prende posizione su Twitter: «Sono un fan di Bob Dylan ma questo è un premio a base di nostalgia mal concepita», attribuito da «hippy rimbambiti che parlano a vanvera». Consegna ai social il suo disappunto anche uno dei favoriti della vigilia, il giapponese Haruki Murakami: «Non dispiacerti per te stesso. Solo gli stronzi lo fanno» scrive, citando dal suo romanzo Norwegian Wood . Mentre è ironico Jonathan Franzen, parlando al «Guardian»: «È un’amara delusione per chi sperava vincesse il cantante Morrissey».

I'm a Dylan fan, but this is an ill conceived nostalgia award wrenched from the rancid prostates of senile, gibbering hippies.



Dall’Italia interviene Alessandro Baricco: «Dylan è un grandissimo — premette — ma, per quanto mi sforzi, non riesco a capire che c’entri con la letteratura». Secondo l’autore, da poco uscito con Il nuovo Barnum — pubblicato da Feltrinelli, editore italiano di Dylan —, non regge neppure il paragone con un altro Nobel meno tradizionale e scontato come quello assegnato, nel 1997, a Dario Fo, scomparso proprio ieri e finora ultimo italiano a ricevere il premio. «La situazione è diversa perché — spiega Baricco — per quanto riguarda la scrittura del teatro, non ho bisogno di sforzarmi tanto per capire che c’entra con la letteratura». Ma premiare Bob Dylan, prosegue, «è come se dessero un Grammy a Javier Marías perché c’è una bella musicalità nella sua narrativa». Se seguiamo questo ragionamento, conclude, «allora anche gli architetti potrebbero essere considerati poeti».

Torna sul Grammy (tra i premi più importanti nella musica) la scrittrice statunitense Jodi Picoult: «Sono felice per Bob Dylan — dice su Twitter — ma questo vuol dire che io potrei vincere un Grammy?». Critiche anche dalla Francia. «Il Nobel a Dylan è sconfortante — attacca Pierre Assouline, membro dal 2012 del cenacolo letterario dell’Académie Goncourt, che assegna l’omonimo premio —. Trovo l’Accademia svedese ridicola, ha deriso gli scrittori».


Qualcuno però non la pensa così, e crede che la letteratura possa essere anche altro. Salman Rushdie racconta che ha passato la giornata di ieri riascoltando Mr. Tambourine Man. «Dylan è il brillante erede della tradizione dei grandi bardi. Ottima scelta — commenta —, le frontiere della letteratura si allargano». Anche Philip Pullman si augura che d’ora in poi il Nobel guarderà a un insieme più ampio di scritture. E il linguista Tullio De Mauro dice che «è giusto allargare i confini del Nobel dalla letteratura accademica, patinata, nobile, a quella non meno nobile ma di grande circolazione e popolarità». Soddisfatti anche diversi autori che con Dylan condividono l’essere americani. E che allargano il focus dalla teoria letteraria all’attualità. Tra loro Stephen King, che parla di «una grande scelta in una stagione di fango e tristezza», e Joyce Carol Oates, che ne approfitta per attaccare Donald Trump. «Bob Dylan è una benvenuta pausa/interregno che interrompe una cascata di buffonate di T...p» dichiara la scrittrice, anche lei via Twitter.