giovedì 29 luglio 2021

Le fotografie di Ferdinando Scianna, tra caos necessario e voglia di raccontare


Le fotografie di Ferdinando Scianna, tra caos necessario e voglia di raccontare




ferdinando scianna
3. MARPESSA, CALTAGIRONE, 1987 © 2021 FERDINANDO SCIANNA

Appassionato della gente. Vocato all’amicizia. Narcisista. Si definisce così Ferdinando Scianna, 78 anni, da Bagheria, tre figlie, due nipoti. Un fotografo (famoso) che scrive. A dieci anni di distanza dalla prima pubblicazione, Contrasto manda in libreria l’edizione aggiornata della sua autobiografia, Autoritratto di un fotografo. Un racconto, anche per immagini, di sessant’anni della nostra storia. Primo italiano ammesso nel 1982 alla Magnum, mitica agenzia di Robert Capa e Henri Cartier-Bresson, Scianna guarda con disincanto agli eventi che lo hanno formato nel tentativo di cogliere il senso della propria vita.

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Autoritratto, Bagheria, 1960
© 2021 FERDINANDO SCIANNA

Maestro, cosa è stata per lei la fotografia?

È stata un mestiere. Una passione. Un’ossessione. Ho iniziato a scattare foto intorno ai sedici anni, quando mio padre mi regalò la prima macchinetta. Il soggetto preferito erano le compagne di liceo. Nel 1963 Leonardo Sciascia, che considero l’uomo-chiave della mia esistenza, vide delle foto di feste religiose esposte al circolo culturale di Bagheria e lasciò un biglietto di complimenti. Ho pubblicato il primo libro insieme a lui: fin da allora la dimensione del racconto era implicita. Credo che il mio modo di fotografare sia stato sempre influenzato dalla letteratura: Alberto Savinio e Federico De Roberto si intrecciavano con Jorge Luis Borges e Philip Roth. E ho avuto l’immensa fortuna di avere come amici scrittori del calibro di Milan Kundera, Gesualdo Bufalino, Manuel Vázquez Montalbán. Oltre a Sciascia, naturalmente.




ferdinando scianna
Henri Cartier-Bresson, Parigi, 1986
© 2021 FERDINANDO SCIANNA

Fra un reportage di guerra per L’Europeo e un servizio sul colera a Napoli, si è cimentato parecchio con la moda. Come è andata?

Ho iniziato mosso come sempre dalla curiosità. Un allora sconosciuto Domenico Dolce mi chiese di realizzare un catalogo in Sicilia, con pochi mezzi. La modella, Marpessa Hennink, si truccava e pettinava da sola: alta, bellissima, con il suo sguardo verde, inquieto, imbarazzato. In seguito, neanche a dirlo, le ho dedicato un libro (Marpessa, un racconto) ormai introvabile. All’improvviso ho scoperto in me una vena teatrale, da messa in scena, che però scaturiva dalla realtà, dalla strada. Come tutti i miei scatti. Che ho sempre cercato nel caos. Vedevo la moda come una ragazza vestita in un certo modo che vive nel mondo, non in uno studio con la luce artificiale. Da lì è iniziata una nuova avventura con i cataloghi per Yohji Yamamoto e Issey Miyake e i set per Vogue France, Marie Claire España, Harper’s Bazaar.

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Leonardo Sciascia, Racalmuto,1964
© 2021 FERDINANDO SCIANNA

Ha già pensato al prossimo libro?

In realtà è un libro-calendario per il 2022, un unico lunghissimo foglio con un testo e tredici fotografie. Realizzato in carta Tatami giapponese. Titolo: Ma che diavolo è questa bellezza? Da cui forse ricaverò anche una mostra.

BAZAAR




sabato 24 luglio 2021

La fotografia di Ferdinando Scianna

 



La fotografia di Ferdinando Scianna

28 Settembre 2011

Tra i più celebrati fotografi contemporanei Ferdinando Scianna si iscrive alla Facoltà di Lettere e Filosofia presso l’Università di Palermo, dove seguirà diversi corsi senza tuttavia portare a termine gli studi. Nel 1963 Leonardo Sciascia visita quasi per caso la sua prima mostra fotografica, che ha per tema le feste popolari, presso il circolo culturale di Bagheria. Quando s’incontrano di persona, nasce immediatamente un’amicizia che sarà fondamentale per la carriera Scianna.

Sciascia partecipa infatti con prefazione e testi alla stesura del suo primo libro, Feste religiose in Sicilia, che gli fa vincere il premio Nadar nel 1966.

Si trasferisce a Milano nel 1967 ed entro un anno inizia a collaborare come fotoreporter e inviato speciale con l’Europeo, diventandone in seguito il corrispondente da Parigi.

Nel 1977 pubblica in Francia Les Siciliens (Denoel), con testi di Domenique Fernandez e Leonardo Sciascia, e in Italia La villa dei mostri (introduzione di Leonardo Sciascia).

A Parigi scrive perLe Monde Diplomatique e La Quinzaine Littéraire e soprattutto conosce Henri Cartier-Bresson, le cui opere lo avevano influenzato fin dalla gioventù. Il grande fotografo lo introdurrà nel 1982 come primo italiano nella prestigiosa agenzia Magnum, di cui diventerà socio a tutti gli effetti nel 1989. Nel 1984 collabora con Bresson e André Pieyre de Mandiargues per Henri Cartier-Bresson: portraits (Collins).


Nel frattempo stringe amicizia e collabora con vari scrittori di successo, tra i quali Manuel Vázquez Montalbán (che qualche anno più tardi scrive l’introduzione di Le forme del caos, 1989).) Negli anni ottanta lavora anche nell’alta moda e in pubblicità, affermandosi come uno dei fotografi più richiesti. Fornisce un contributo essenziale al successo delle campagne di Dolce e Gabbana della seconda metà degli anni Ottanta.

Nel 1995 ritorna ad affrontare i temi religiosi, pubblicando Viaggio a Lourdes, e nel 1999 vengono pubblicati i ritratti del famoso scrittore argentino Jorge Luis Borges.



Il 2003 vede l’uscita del libro Quelli di Bagheria (facente parte di un progetto più ampio che include un documentario e varie mostre), ricostruzione dell’ambientazione e delle atmosfere della sua giovinezza attraverso una ricerca nella memoria individuale e collettiva. Nel dicembre 2006 viene presentato il calendario 2007 del Parco dei Nebrodi, con dodici scatti dell’attrice messinese Maria Grazia Cucinotta.
Con il concittadino Giuseppe Tornatore, in occasione del suo nuovo film Baarìa, pubblica nel 2009 il libro fotografico Baaria Bagheria.

Intervista a Ferdinando Scianna

MARCO CRUPI





venerdì 23 luglio 2021

Ferdinando Scianna / René Burri


Ferdinando Scianna - René Burri

Ferdinando Scianna - René Burri

a Venezia fino all’8 gennaio 2016

Dal 26 agosto 2016 all’8 gennaio 2017, le sale dello spazio veneziano sull’isola della Giudecca si apriranno alle rassegne “René Burri. Utopia”, curata da Michael Koetzle, e “Ferdinando Scianna. Il Ghetto di Venezia 500 anni dopo”, curata da Denis Curti. La mostra dedicata a Ferdinando Scianna è frutto del lavoro fotografico realizzato su incarico di Fondazione di Venezia e realizzato appositamente per i Tre Oci in occasione del Cinquecentenario della fondazione del Ghetto ebraico a Venezia.

 

I due diversi progetti si snoderanno autonomamente seguendo un percorso coerente e lineare, che si svilupperà a partire dalle 100 opere di René Burri, distribuite tra pianterreno e piano nobile, e si concluderà al secondo piano, con le oltre 50 fotografie inedite di Ferdinando Scianna.

 

Entrambi membri della prestigiosa agenzia fotografica Magnum, Burri (che ne diverrà presidente nel 1982) e Scianna appartengono, pur nella loro diversità, a quella categoria di autori che attraverso il mezzo fotografico esprime personali visioni, sia che si traducano nella passione di Burri di documentare grandi cambiamenti politici e sociali, sia che rispondano al tentativo, nel caso di Scianna, di carpire, all’interno del flusso caotico dell’esistenza, “istanti di senso e di forma”.

 

Utopia di René Burri (Zurigo, 1933-2014) riunisce, per la prima volta, oltre 100 immagini del grande artista svizzero dedicate all’architettura, con scatti di famosi edifici e ritratti di architetti.


La fotografia di Burri nasce dal bisogno di raccontare i grandi processi di trasformazione e i cambiamenti storici, politici e culturali del Novecento con una forte attenzione verso alcuni personaggi (indimenticabili i suoi ritratti di Che Guevara e Pablo Picasso) che ne hanno fatto parte.


Utopia - che si tiene in contemporanea con la Biennale di Architettura 2016 - s’inserisce all’interno di questa prospettiva, in quanto Burri concepisce l’architettura come una vera e propria operazione politica e sociale che veicola e impone una visione sul mondo, e che lo spinge a viaggiare tra Europa, Medio-Oriente, Asia e America latina sulle tracce dei grandi architetti del XX secolo, da Le Corbusier a Oscar Niemeyer, da Mario Botta a Renzo Piano, da Tadao Ando a Richard Meier.

Accanto ai loro ritratti e alle loro costruzioni, in Utopia si ritrovano anche le immagini di eventi storici particolarmente densi di contrasti e di speranze, come la caduta del muro di Berlino o le proteste di piazza Tienanmen a Pechino nella primavera del 1989.

 

L’ultimo piano della Casa dei Tre Oci è dedicato all’opera di uno dei più importanti fotografi italiani, Ferdinando Scianna (Bagheria, 4 luglio 1943). In occasione dei 500 anni della nascita del Ghetto ebraico di Venezia (formatosi il 29 marzo 1516), la Fondazione di Venezia ha deciso di avviare una ricognizione fotografica con l’obiettivo di raccontare la dimensione contemporanea del Ghetto. Il progetto espositivo è realizzato da Civita Tre Venezie.


Scianna ha realizzato un reportage fotografico in pieno stile Street Photography, raccogliendo immagini inerenti la vita quotidiana del Ghetto, senza tralasciare ritratti, architetture, interni di case e luoghi di preghiera. Chiese, ristoranti, campi, gondole sono i soggetti che animano il panorama visivo del progetto. Da segnalare, in questa narrazione, la compresenza di una dimensione simbolica, storica, rituale, intrinsecamente connessa a luoghi e gesti, e una semplicità nella descrizione di un tempo presente e ordinario.


ILAS

giovedì 22 luglio 2021

Le lezioni di empatia di Leslie Jamison



Le lezioni di empatia 

di Leslie Jamison

Oggi nessuno si chiede se una storia sia troppo o poco, 

ma quanto sia stata ancora raccontata.


DI SARA MARZULLO
22/07/2021

Leslie Jamison una volta ha interpretato la paziente Stephanie Phillips di fronte a una fila di dottori che dovevano capire che cosa avesse: era un’attrice medica e l’esame serviva a capire se i dottori sapessero fare le domande necessarie alla diagnosi. Per un periodo ha intrattenuto una corrispondenza con un uomo in prigione e, quando è andata a trovarlo, hanno mangiato snack comprati alle macchinette per tutta la durata del loro colloquio. Lo aveva conosciuto anni prima, durante una ultramaratona in cui correva anche suo fratello, un percorso da compiere cinque volte che comprendeva tunnel di cemento sotterranei e rovi che scorticavano i polpacci, immaginato per poter essere completato solo a costo della propria integrità fisica. Il mese dopo aver deciso di sottoporsi a un aborto, Jamison ha subito una delicata operazione al cuore. Ha fatto un tour delle zone di Los Angeles governate dalle gang, si è trovata in stanzoni dove decine di persone discutevano di una malattia che si erano autodiagnosticate, ha ricostruito la storia di tre ragazzi accusati di omicidio e poi scarcerati senza ricevere scuse. Ognuna di queste storie ha a che vedere con il dolore, con il suo racconto: Esami di empatia riflette su come parliamo della sofferenza, su come la replichiamo, la comprendiamo, su come ci facciamo attraversare dal dolore altrui - e su perché lo facciamo, a cosa questo serva.

La prima volta che ho letto la raccolta di saggi di Leslie Jamison ero una studentessa con un’inclinazione per la letteratura che parlava di dolore e ambizione poetica; avevo il cuore spezzato come lo si ha solo a vent’anni e mi ero appena tatuata addosso un paio di versi di canzoni che avevo l’impressione descrivessero meglio di me come mi sentivo in quel momento. Avevo letto Grande teoria unificata del dolore femminile, il capitolo che chiude il libro, per caso su internet e mi ero sentita vista da questa scrittrice che si autoaccusava di essere “una DJ che mescola vari testi di angoscia adolescenziale femminile”; mi sentivo anche io una rabdomante del dolore altrui, ma mi sembrava che mi aiutasse a mettere a fuoco qualcosa di me che avevo ignorato fino a quel punto. Come Jamison, non riuscivo a decidermi se quell’intensità fosse un peccato o qualcosa da rivendicare.

empatia libri da leggere
HIROSHI WATANABEGETTY IMAGES

Sono passati sette anni da quel periodo e quando devo spiegare perché ho la parola marked tatuata sull’avambraccio dico che un tempo era una persona intensa, che ero stata capace di vestirmi per un anno intero solo di nero, ma che per fortuna poi ero sopravvissuta a me stessa - il colmo per una che pensava che tutto avrebbe lasciato un segno indelebile. Come succede sempre, se mi guardo indietro mi sembra di essere cambiata del tutto o niente affatto, eppure, oggi che Esami di empatia esce in Italia grazie a NR Edizioni (con la traduzione di Simona Siri), mi chiedo se forse nel frattempo ad essere cambiata profondamente non sia io, ma la maniera in cui parliamo di sofferenza, di espressione di sé, di esperienza personale.

Al tempo della pubblicazione Esami di empatia aveva rappresentato una sorta di testamento della new sincerity, il movimento letterario che a tutta l’ironia e il distacco postmoderno aveva contrapposto una sincera e un po’ sdolcinata espressione dei propri sentimenti; ma anche un saggio che, pur senza farlo direttamente, si inseriva nella discussione sui memoir e i personal essay che a poco a poco stavano invadendo il mercato letterario. Il termine empatia, quel desiderio di farsi attraversare dai sentimenti, il corpo un circuito elettrico, anche se implicava il dolore degli altri, era un modo per riappropriarsi della propria storia, per rivendicare quel ruolo di fragilità in cui la figura della giovane donna era stata storicamente relegata. “La tristezza rendeva ‘interessanti’,” scriveva Susan Sontag, ripresa qui da Jamison. “Era un segno di raffinatezza, di sensibilità, di essere tristi. Cioè essere impotenti.” Sontag si riferiva alla narrativa ottocentesca, ma va bene per tutto, da Sofia Coppola a Sally Rooney, a Olivia Rodrigo.

C’erano i blog, i siti che pubblicavano saggi che usavano la prima persona (in Italia c’è stata l’esperienza di Abbiamo le prove, di Violetta Bellocchio), l’esplosione della autofiction e, soprattutto, c’era Lena Dunham in Girls a impersonare la paura più profonda di tutta quella letteratura lì: essere una ragazza egocentrica, magari anche talentuosa, ma che trasformava ogni cosa in una storia, in una metafora, per cui ogni fatto parlava di lei. “Sei come una grossa, brutta ferita!” urla una delle protagoniste di Girls all’altra a riprova che il fatto che fosse confessionale, non significava che fosse anche buona letteratura. Gran parte della scrittura di Jamison si domanda questo: per chi sto scrivendo questa storia? È troppo (sentimentale)? Non è abbastanza (buona)?

empatia libri da leggere
HIROSHI WATANABEGETTY IMAGES

Oggi, però, le storie personali sono una merce ambita: l’unicità delle esperienze, la presenza di voci prima tenute ai margini del dibattito, le nicchie, le identità, la spinta - su cui non si riflette mai abbastanza in termini critici - ad aderire al proprio passato, alla propria diversità, alla propria ferita, sono il motore della narrazione. Oggi appena accade qualcosa, ci chiediamo: quanti saggi siamo disposti a sopportare che parlino di questo? Quanti tweet lacrimosi?

Quel che è successo dal 2014 in cui Jamison scriveva in poi, è che a imporsi è stata l’attenzione, anche necessaria, alla inclusività, insieme alla proliferazione di strumenti di autorappresentazione: i social sono sostanzialmente esperimenti di autofiction, ognuno con i suoi medium, ognuno con i suoi limiti e cliché. E nessuno si chiede se una storia sia troppo o poco, ma quanto sia stata ancora raccontata.

Nella sua raccolta, Leslie Jamison scriveva a difesa dello zucchero(so), ma tutti gli inni alla positivity, ad amarsi per come si è, le storie esemplari e gli inviti alla consapevolezza, cos’altro sono se non saccarina? L’altra faccia dei social pieni di rabbia è questa dolcezza senza calorie, le storie senza consistenza che durano un attimo appena, perché le polarizzazioni funzionano così - a tratti scrollare Instagram assomiglia a nuotare nella melassa. Guardare ed essere guardati, confidarsi e leggere le confessioni altrui: “l’empatia,” spiega Jamison, “potrebbe essere in fondo, un baratto, una richiesta di affetto dagli altri: mi importa del tuo dolore è un altro modo per dire che mi importa se ti piaccio. Ci preoccupiamo degli altri affinché gli altri si preoccupino di noi”.

Quello che un tempo Jamison difendeva oggi è egemonico, ma la cosa interessante è che proprio questi saggi ci aiutano a capire cosa dobbiamo farci con queste storie, a cosa ci serve il dolore degli altri, da dove viene questa spinta a identificarci con la ferita: dovendone costruire una difesa, Jamison è stata capace di trovare antidoti e controindicazioni. Le storie non mancano, insomma, ma è ancora poco chiaro cosa farcene, a cosa può servire il dolore degli altri.

In un saggio dal titolo L’arte della crudeltà, Maggie Nelson scrive che vedere il dolore non è sufficiente, altrimenti tutte le foto di torture e morte avrebbero già fatto finire le guerre: lo sappiamo bene, perché, circondati dal dolore, ne diventiamo a poco a poco insensibili, persino quando ci riguarda. “Empatia deriva dal greco empatheia - em (dentro) e pathos (sentimento) - una capacità di comprensione, una specie di viaggio. Suggerisce che si entra nel dolore di un’altra persona come si entra in un altro stato, attraverso l’immaginazione e la dogana, attraversando il confine,” spiega Jamison, è credere, proiettarsi, prendere sul serio l’esperienza dell’altro.

empatia libri da leggere
HIROSHI WATANABEGETTY IMAGES

Dave, il ragazzo con cui Jamison sta quando decide di abortire e poi quando subisce l’operazione al cuore, sembra suggerire un’idea diversa. Racconta che le sembra distaccato, perché non risponde alle sue richieste di attenzione nel modo in cui vorrebbe lei: “Dave non crede nel soffrire solo perché qualcun altro sta soffrendo. Questa è la sua idea di supporto. Crede nell’ascoltare, nel porre domande e nel tenersi alla larga dai presupposti”. Quando si sveglia dall’anestesia è lì con lei, ma non desidera sentire il suo dolore. Più ci penso, più trovo che Jamison abbia scritto una raccolta che si pone una domanda cruciale per uscire da questo impasse ed è chi ha il diritto di soffrire?

Ne L’esca del diavolo, forse il saggio migliore, Jamison si trova a una conferenza sulla sindrome di Morgellons, una malattia che provoca strane eruzioni cutanee, fili, corpi estranei che sembrano nascere da dentro o da batteri che colonizzano i corpi: non ci sono prove mediche che ne stabiliscano l’origine, né se sia di natura psicosomatica, cioè se esista, in un certo senso. Chi se la autodiagnostica sta soffrendo, però: il suo dolore è reale, ci tiene a dire Jamison, deve essere trattato con rispetto.

I pazienti Morgellons hanno talmente poca fiducia che verranno creduti da inventarsi ferite visibili solo al microscopio? Vogliono attenzione? Hanno paura di ricevere aiuto psicologico, perché esistono sofferenze di serie A e di serie B o non hanno saputo come leggere i problemi che avevano e si erano decisi che era una malattia del corpo e non della mente? Finché nessuno ha dato un nome a Morgellons, ha creato gruppi di supporto, la malattia non esisteva: era una rimozione o la malattia stava nella possibilità di dirla, per cui ogni catalogazione è fonte di un contagio?

Viene da chiedersi se una maggiore fiducia nel dolore altrui - dire ti credo anche in assenza di prove fisiche - possa sciogliere l’enigma, permettere, per esempio, a una malattia probabilmente di origine psichiatrica di rientrare nel giusto percorso di cura - eppure questa non mi sembra una risposta sufficiente, l’attenzione è mal direzionata.

Esami di empatia: Saggi sulle sofferenze degli altri
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“La belle indifference - appaltare il contenuto emotivo all’espressione fisica - è un modo per sollecitare l’empatia senza chiederla,” scrive Jamison: il fatto è che non accordiamo a tutti lo stesso grado di autorevolezza, di dignità di parola, che certe storie per ottenere la nostra attenzione devono essere più sapide, più urlate, più drammatiche, totalizzanti per almeno un secondo (ma non in tutti i casi, il giorno in cui Jamison si sottopone a un aborto, sa di non dover mostrare sentimenti: che deve sembrare sicura, perché non venga rimandata a casa, lì non deve essere emotiva, per così dire). Queste storie devono lasciare tracce, stimmati sulle mani, ferite come quelle che i rovi lasciavano sulle gambe dei partecipanti all’ultramaratona, che nell’estenuazione fisica cercavano un sollievo.

Dave, probabilmente, era abituato a essere ascoltato, tenuto in considerazione, era per quello che trovava eccessivo il modo in cui Jamison voleva mostrare il suo dolore, per cui aveva finito per dire che se lo inventava: la sua storia di uomo negli Stati Uniti non aveva bisogno di dimostrare la propria unicità per essere accolta, era la norma, ma cosa deve fare chi in quella norma non è compreso? Non è un caso che quasi tutte le storie di Jamison abitino i margini, né che oggi più si diffonde un sentimento di impotenza, più le storie si moltiplicano, diventano emblematiche, metafore, simboli, nella speranza che almeno una spezzi il cerchio, provochi un cambiamento - ci faccia sentire visti.

Cosa serve per essere ascoltati? Cosa per essere creduti? Oggi Esami di empatia sembra rispondere a questa domanda.

BAZAAR




martedì 20 luglio 2021

Amber Heard è diventata mamma / Ecco la prima foto della figlia Oonagh Paige

 


Amber Heard è diventata mamma: ecco la prima foto della figlia Oonagh Paige

L'attrice ha spiegato perché ha scelto di diventare mamma senza avere per forza un marito


Un altro dei segreti da pandemia è svelato. Questa volta è una notizia di gioia. Perché Amber Heard è diventata mamma. Per una volta l’attrice di Aquaman non compare sulle prime pagine dei giornali per l’infinita faida giudiziaria con l’ex marito Johnny Depp. Ma conquista la cima delle news con l’annuncio dell’arrivo della sua prima figlia, Oonagh Paige Heard. È stata la stessa Amber a farlo sapere al mondo. Come si usa oggi, con un post su Instagram. Che la ritrae sdraiata a letto con la sua neonata appoggiata sul petto. La vedete qui sopra.

GUARDA QUI LE FOTO PIÙ BELLE DELL’ATTRICE

 

amber heard saluta fuori dal tribunale di londra a luglio 2020

DIMENTICATE JOHNNY DEPP. OGGI LA VITA DI AMBER HEARD HA PRESO UNA PIEGA NUOVA E MOLTO PIÙ FELICE. L’ATTRICE, INFATTI, HA DETTO AL MONDO DI ESSERE DIVENTATA MAMMA DI OONAGH PAGE HEARD. FOTO ANSA

Il messaggio di Amber Heard

Nel messaggio che accompagna la foto, Amber Heard ha spiegato questa sua scelta di vita. Aggiungendo i praticolari della nascita di Oonagh. «Sono felice di condividere questa notizia con voi», scrive la diva. «Quattro anni fa ho deciso che volevo avere un figlio. Volevo farlo alle mie condizioni. Ora capisco quanto sia rivoluzionario per noi donne pensare in questo modo a una delle parti più fondamentali del nostro destino. Spero che arriveremo a un punto in cui è normale non volere un anello per avere una culla. Una parte di me vuole sostenere che la mia vita privata non è affare di nessuno. Capisco anche che la natura del mio lavoro mi obbliga a prender il controllo di questa notizia. Mia figlia è nata l’8 aprile 2021. Si chiama Oonagh Paige Heard. Lei è l’inizio del resto della mia vita».

Come è diventata mamma Amber Heard

Amber non spiega come è diventata mamma. Ma fa intuire di aver scelto la maternità surrogata. Come poi ha confermato una fonte al sito Page Six. Svelando che la scelta è stata fatta «dopo che alla Heard è stato detto che non sarebbe mai stata in grado di portare avanti una gravidanza».


«Oonagh è assolutamente stupenda e Amber è innamorata», prosegue la fonte al sito americano. «Ha sempre saputo di voler diventare una mamma, e questo è il suo più grande desiderio che si avvera. È così grata alla donna meravigliosa che ha contribuito a portare Oonagh nella sua vita. La cosa più importante per Amber è che non ci siano segreti attorno alla nascita di Oonagh. Ci sono così tante donne che sentono di non poter parlare della loro fertilità e sono preoccupate e imbarazzate. Amber vuole che si sentano supportate e si rendano conto che ci sono molti modi per avere un bambino anche se si hanno problemi di fertilità».

LEGGI QUI TUTTE LE NOTIZIE SU AMBER

In Italia la maternità surrogata non è legale. Ma, per una donna non sposata come è l’attrice, non è possibile nemmeno ricorrere alla fecondazione assistita, come invece è ora fattibile in Francia. Ma anche l’adozione è preclusa. In Italia se sei single non puoi diventare mamma. Per usare le parole di Amber, senza anello non hai diritto alla culla.


Il nome in ricordo della mamma

Amber Heard ha scelto un nome particolare da dare a sua figlia. Oonagh (a volte scritto anche Una e Oona), è un nome femminile di origine irlandese che significa «agnello». La persona più famosa che lo ha portato è stata Oona O’Neill, figlia del celebre drammaturgo Eugene O’Neill, e poi moglie di Charlie Chaplin. Una delle nipoti di Oona ha preso il suo nome – Oona Castilla Chaplin – ed è ora un’attrice conosciuta per aver interpretato Talisa di Volantis in Il Trono di Spade.

Di secondo nome la piccola fa Page. Che era il nome della mamma di Amber, prematuramente scomparsa nel maggio 2020. E alla quale aveva dedicato un commovente messaggio social, dove la definiva «la donna più bella che abbia mai conosciuto».

Amber Heard conla compagna Bianca Butti

AMBER HEARD CON LA COMPAGNA BIANCA BUTTI. LA COPPIA STA INSIEME DA GENNAIO 2020. FOTO ANSA

Amber Heard innamorata di Bianca

Amber Heard ha scelto di diventare mamma single. Cioè è l’unico genitore legale di Oonagh. Ma dal gennaio 2020, la 35enne protagonista di Acquaman ha una relazione con la direttrice della fotografia Bianca Butti. Era mano nella mano con lei quando si è presentata in tribunale a Londra l’estate dell’anno scorso. Iniziava il processo voluto dall’ex marito Johnny Depp contro il tabloid The Sun. E lei ha testimoniato per la difesa sulle violenze domestiche subite nel periodo in cui era sposata con il divo.

amber Herad, johnny depp

NON HA ANCORA FINE LA GUERRA GIUDIZIARIA CHE VEDE CONTRAPPOSTI GLI EX CONIUGI AMBER HEARD E JOHNNY DEPP. FOTO ANSA

La nuova causa con Johnny Depp

Come si sa, il tribunale inglese ha creduto al racconto della Heard. Dando ragione al quotidiano che aveva definito Johnny Depp un «picchiatore di donne». Ma se il fronte britannico è definitivamente finito (all’attore è stata negata la possibilità di fare appello), ora la guerra si è spostata negli Stati Uniti. In un tribunale della Virginia. Nel quale il protagonista di Pirati dei Caraibi ha depositato una denuncia per diffamazione contro un articolo scritto dalla Heard. E che lo dipinge come un violento. La cifra in ballo è di 50 milioni di dollari. A causa della pandemia, però, la prima udienza è stata posticipata ad aprile 2022.

AMICA


giovedì 15 luglio 2021

Cannes 2016 / La rivelazione Virginie Efira

 


Virginie Efira, belga 39 anni: a Canes 2016 ha due film, "Victroia" ed "Elle"

VIRGINIE EFIRA, BELGA, 39 ANNI: A CANNES 2016 HA DUE FILM, “VICTORIA” ED “ELLE”

Cannes 2016: la rivelazione Virginie Efira

Due film al festival, è la nuova regina del cinema francese


di  | 

Imparate subito questo nome: Virginie Efira. In Elle di Paul Verhoeven appare accanto all’immensa Isabelle HuppertLa Semaine de la critique, sezione indipendente di Cannes 2016ha aperto con lei e il suo Victoria di Justine Triet, di cui è  protagonista assoluta.

La Francia ha imparato ad amare la belga Virginie Efira, 39 anni e un volto bellissimo che sorride da molte cover di magazine,  durante il Festival di Cannes 2016. Non solo: Virginie Efira è nei cinema è accanto a Jean Dujardin, in Un homme à la hauteur. Oggi che è una diva, ci racconta che non è stato facile: “Ho fatto televisione per tanto tempo, per cui ho dovuto combattere un pregiudizio nei miei confronti: quella che veniva dal piccolo schermo…”.

Com’è andata sul set accanto a un mostro sacro come Isabelle Huppert?
In Elle penso sia straordinaria. E devo dire che ero pronta a fare qualunque cosa mi avesse chiesto. Nel film sono la sua vicina di casa, Rebecca, un personaggio che è stato ampliato rispetto al romanzo: è una donna molto religiosa, cosa che rispetto. Ma diciamo che la Victoria di Justine Triet mi somiglia di più.



Il cast di "Elle" sul red carper del film a Cannes 2016: Virginie Efira è la prima a sinistra, in verde Isabelle Huppert e alla sua sinistra il regista Paul Verhoeven

IL CAST DI “ELLE” SUL RED CARPER DEL FILM A CANNES 2016: VIRGINIE EFIRA È LA PRIMA A SINISTRA, IN VERDE ISABELLE HUPPERT E ALLA SUA SINISTRA IL REGISTA PAUL VERHOEVEN

Victoria è una donna forte, che nel lavoro e nella vita cade e si rialza…
Lei non vorrebbe cadere, ma ovviamente tutti abbiamo momenti di debolezza. La follia è volere essere sempre per forza solide, anche davanti alla violenza esterna, quella degli uomini, e voler tenere tutto sotto controllo per forza. Allora quando cadi, lo fai in modo clamoroso e doloroso. Victoria è una donna vera, molto complessa, non è sottomessa, ma non è nemmeno Wonder Woman, è una persona molto reale.

In entrambi i film di Cannes 2016, ha a che fare con uomini che le complicano la vita…
Diciamo che non la rendono più facile… Ma nelle relazioni non c’è mai uno che è vittima e l’altro. Non penso che Victoria per esempio sia solo una vittima di uomini sbagliati. La verità è che bisognerebbe superare il passato, ma non sempre ci si riesce. Forse le farebbe bene un po’ di astinenza, in tutti i sensi, sessuale e sentimentale. Come diceva qualcuno, l’amore mi sembra un sentimento sopravvalutato.

 

 

In una scena di "Victoria", il film che ha aperto la sezione Semaine de la Critique al Festival di cannes 2016

IN UNA SCENA DI “VICTORIA”, IL FILM CHE HA APERTO LA SEZIONE SEMAINE DE LA CRITIQUE AL FESTIVAL DI CANNES 2016

 

 

Questo 69esimo Festival di Cannes ha presentato tanti film con donne protagoniste. Una novità secondo lei?
Ci sono sempre stati cineasti che riflettono sulla condizione della donna, penso ad Agnès Varda, ma oggi forse c’è una rappresentazione più complessa, della donna… Charlotte Rampling 15 anni fa diceva che per una donna, a 40 anni nel cinema le cose si fanno difficili. Oggi in Francia c’è la possibilità di fare cinema in molti modi, le regole sono messe in discussione, le donne sullo schermo sono diverse. Le storie rappresentano donne con una sessualità più aggressiva, un arco di età più ampio. E ci sono più registe, quindi non c’è più lo sguardo patriarcale che racconta solo le ragazze. Mi piacciono i film sulle adolescenti, però ci sono tante storie di donne e le donne non sono più relegate in un angolo.

Lei si è mai sentita in un angolo?
Come le dicevo, non è che esiste un “club” del cinema che ti dice “ok, adesso siediti con noi, prenditi un drink, questa è la tua tessera”. C’è voluto un po’ di tempo per farmi accettare da quel mondo che non mi perdonava la tv di successo del mio passato. Ho capito un po’ in ritardo che sentirsi legittimati è un fatto tutto tuo, personale. Se sei la prima a vergognarti del tuo passato, di quello che hai fatto, sarai sempre svantaggiata. Quando ho smesso di giudicarmi, sono anche riuscita a sentirmi in armonia con un progetto o con un regista. Sono riuscita a passare dalla commedia di Justine Triet al dramma di Paul Verhoeven. C’è voluto tempo, ma devi far pace con te stessa, è tutto lì.

AMICA