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venerdì 3 luglio 2015

Rubem Fonseca / Diana

Muchacha
Rio de Janeiro, 2013
Fotografía di Triunfo Arciniegas
Rubem Fonseca
Diana
Traduzione di Alessandra De Luca e Daniela Scarpari

Erano le tre di notte ed andai a prendere un caffè nell’unico locale aperto a quell’ora. Mi sedetti su uno sgabello del bancone e chiesi un caffè latte con pão na chapa1. Quel pane era una porcheria, pieno di lievito,e anche il caffè non era granchè, ma il pane ben tostato con il burro si lasciava mangiare.



La donna entrò mentre stavo prendendo il caffè, diede un’occhiata al bancone e si sedette al mio fianco. C’erano altri posti liberi. Era vestita di nero, aveva un trucco pesante, ma anche così si notava che era una donna giovane e carina. Doveva venire da una festa.

Mi chiamo Diana, disse, e tu?

Manoel.

Manoel? Lei sembrò sorpresa.

Mio padre si chiamava Manoel, mio nonno si chiamava Manoel. Il mio bisnonno si chiamava Manoel.

E tuo figlio?

Non ho figli. Ho un cane. Anche lui si chiama Manoel, ma io lo chiamo Mané, lui lo preferisce.

E tu cosa fai?

Niente, sono disoccupato.

E prima?

Sempre disoccupato. Ma so disegnare.

Allora fa un disegno per me, disse, prendendo il tovagliolo.

Mi serve una penna o una matita.

Diana chiese in prestito la penna al barista.

Mi mise davanti la penna ed il tovagliolo.

Disegnai un cane.

Questo è Mané, dissi.

Randagio?

Vero.

Posso tenere il disegno?

Si.

Ma lo voglio autografato.

Firmai Manoel sul tovagliolo.

Sono scema, disse.

Anche io, risposi.

Sto dicendo sul serio. Sono ninfomane. Sai che significa?

Si. Una donna che cerca compulsivamente l’orgasmo, senza riuscire ad averlo.

Questa è una definizione molto semplicistica.

Non è semplicistica, è solo semplice, e le definizioni semplici sono sempre le più corrette.

Noi ninfomani siamo persone impulsive. Vediamo un determinato uomo e vogliamo portarlo a letto. Non dirmi che non succede anche a voi? Solo che per gli uomini è più difficile soddisfare questo impulso, le donne resistono di più agli assalti. Ora, se io ti invito ad andare a letto non resisti, accetti, vero?

La guardai. Hai bevuto?

Ho bevuto champagne alla festa. Ma li c’erano solo uomini insipidi, e prima di fare la scelta sbagliata sono uscita.

Chiesi al barista un caffè doppio.

Bevi questo, dissi.

Lei prese il caffè. Pagai il conto.

Andiamo a fare un giro, dissi, non mi piace scopare donne ubriache.

Questo linguaggio mi arrapa, le parolacce mi arrapano.

Le strade erano vuote. Camminammo in silenzio.

Molte volte vogliamo solo soddisfare una fantasia sessuale, disse Diana. Oggi la mia fantasia è andare a letto con un uomo sadico, che mi prenda, mi minacci, mi dia qualche schiaffo, ma senza farmi troppo male. Tu sei questo tipo di uomo?

Forse.

Forse? O lo sei o non lo sei.

Lo sono. Più o meno.

Più o meno?

Vedrai. Vivi sola?

Si.

Il tuo edificio ha il portiere?

No.

Possiamo andare li?

Certo.

Arrivammo al suo appartamento.

Entrammo. Il posto era pulito, aveva un buon odore.

Lei prese una bottiglia di champagne dal frigorifero.

Posso bere un po’?

Un calice appena. Hai bisogno di rimanere lucida, così godi di più.

Lei prese due calici, pieni.

Andammo in camera. Il letto era di ferro, con una testata solida.

Non ho niente per farmi legare al letto. Devo strappare un lenzuolo. Ho alcune lenzuola vecchie da buttare.

Non è necessario, dissi, prendendo le manette dalla borsa. Ti ammanetto.

Manette? Che meraviglia. Sei un poliziotto?

No.

Dove le hai trovate?

Le ho comprate. Togliti i vestiti e sdraiati.

Mentre ammanettavo i suoi polsi alle sbarre della testata potei notare la perfezione del suo corpo. I seni erano piccoli e all’insù, anche se era sdraiata, non avevo mai visto ventre e cosce così perfette in tutta la mia vita.

Quanti anni hai?

Ventitré.

Mi tolsi i vestiti.

Tu sei grande, disse. Voglio dire, questa cosa.

Cerchi un orgasmo, no?

Si, disse lei, si.

Dopo aver leccato i suoi seni e la sua vagina, la penetrai lentamente e le diedi degli schiaffi in faccia, senza molta forza, ma anche così la sua faccia divenne rossa.

Che bello, che bello, disse Diana.

Questo non è niente. Ti stringo il collo e avrai una sensazione di morte in quel momento avrai l’orgasmo che non hai mai avuto in vita tua.

Voglio, voglio, disse lei, entusiasmata.

Strinsi lentamente il collo di Diana e sentii la sua vagina che si contraeva e poi un liquido abbondante inondò il mio pene.

Sto godendo, lei riuscì a dire, ansimante, mio Dio, sto godendo.

Strinsi di più il suo collo, e di più, con tutta la mia forza.

Quando ho sentito le ossa spezzarsi, sono venuto anche io, un godimento lungo e purificatore.

(Da Ela e outras mulheres Rubem Fonseca.)

1 Piccola baguette con burro riscaldata sulla piastra.




Ho già avuto modo di parlare di Rubem Fonseca. Da poco la piccola casa editrice Urogallo di Perugia ha pubblicato il suo romanzo Il seminarista (2010). Visto che siamo in clima di festa della donna vi offro la traduzione di uno dei racconti inediti della raccolta sfortunatamente non tradotta in Italia che si intitola Ela e outras mulheres (2006).






giovedì 2 luglio 2015

Rubem Fonseca / Orgoglio

Rubem Fonseca 

ORGOGLIO

Traduzione di Cristiana Sassetti



In diverse occasioni aveva sentito dire che dalla mente di un individuo che sta per morire affogato sfilano in vertiginosa rapidità i principali avvenimenti della sua vita e tutto ciò gli era sempre sembrato una gran baggianata, fino al giorno in cui accadde che stava morendo, e mentre moriva, si ricordò di circostanze dimenticate, della notizia di giornale secondo la quale durante la sua infanzia povera se ne andava in giro con le scarpe bucate, senza calzini e dipingeva l’alluce per camuffare il buco, in realtà aveva sempre usato calzini e scarpe senza buchi, calzini che sua madre rammendava con cura, e si ricordò dell’uovo di legno molto liscio e levigato che lei infilava nei calzini per rammendarli, rammendando tutti gli anni della sua infanzia, e si ricordò che sin da piccolo non gli piaceva bere l’acqua ché se ne beveva un bicchiere tutt’intero rimaneva senza fiato, e così passava intere giornate senza bere una goccia visto che non aveva i soldi per comprare succhi o altre bibite, e che a volte di nascosto alla madre preparava un dissetante a base di dentifricio Kolynos, ma non sempre avevano dentifricio a casa, e nell’istante in cui stava morendo si ricordò anche di tutte le donne che aveva amato, o quasi tutte, e persino del pavimento di legno colorato di rosso di una casa dove aveva vissuto, e sebbene angustiato non riuscì a rammentare di quale casa si trattava, e anche del primo scadente orologio a cipolla che ruppe il primo giorno che aveva usato, e poi della giacca blu di flanella, e il dolore che lo aveva fatto strascicare per terra, e del medico dicendo che doveva fare un’urografia, e quanto più la morte lo assediava tanto più i ricordi antichi si mescolavano a quelli recenti, lui che arrivava in ritardo all’ambulatorio del medico mentre quest’ultimo si era già vestito per uscire, aveva già dispensato l’infermiera, e il medico frettoloso, ansioso come chi deve raggiungere una ragazza molto desiderata, che lo invitava a togliersi la giacca, ad arrotolare la manica della camicia e a sdraiarsi sul letto di metallo mentre spiegava che infondo l’urografia era questione di un minuto, bastava iniettare il liquido del contrasto e fare le lastre, e il medico si curvò sopra il letto per applicare il contrasto nella vena del braccio e lui avvertì l’odore delicato del suo profumo e poté notare la sua cravatta a pois, e non ci volle poi molto perchè avvertisse la propria laringe occludersi impedendogli di respirare e cercò di allertare il medico, tuttavia non riuscì a emettere alcun suono e i ricordi tutti gli tornarono alla mente, la notizia di giornale, la giacca blu, il pavimento di legno, le donne, l’uovo liscio di legno della madre, mentre il medico in un angolo dello studio parlava al telefono a bassa voce, e poiché sapeva che stava morendo batté con forza sul metallo del letto, il medico spaventato e in preda al nervosismo rigirava i cassetti degli armadietti, imprecando, dando colpe all’infermiera e pregandolo di rimanere calmo, che gli avrebbe fatto un’iniezione antiallerrgica ma non trovava il maledetto farmaco, e pensò sto morendo soffocato, vita e morte corrono fianco a fianco, e cosciente della sua morte imminente e inevitabile, si ricordò delle parole di una poesia, devo morire ma questo è tutto ciò che farò per la Morte, visto che non aveva mai sentito la minima afflizione per lei, e nell’istante in cui moriva non le avrebbe permesso di impossessarsi della sua anima, poiché il massimo che la morte avrebbe avuto da lui era il morto stesso, e così pensò alla vita e alle donne che aveva conosciuto, alla madre che rammendava i calzini, all’uovo liscio di legno, alla notizia di giornale, e batté con forza sul comodino di metallo, sbeng! sbeng! sbeng! sto pensando alle donne che ho amato, sbeng! sbeng! sbeng! pensando a mia madre, e in quel momento il medico, senza sapere cosa fare, tormentato e spaventato dai colpi fragorosi che infieriva al letto di metallo, lo guardò con grande tristezza e commiserazione, e lui gridò nuovamente sbeng! sbeng! che perdonava il medico, sbeng! sbeng!, che perdonava tutti, mentre la sua mente percorreva velocemente le reminiscenze di una vita, il medico, stavolta in preda all’impotenza, disperato e confuso, gli tolse le scarpe, e lui sollevato il capo notò ai piedi un paio di calzini neri, e vide nel calzino del piede destro un buco che lasciava intravedere l’alluce, e si ricordò come sua madre era orgogliosa, come lui stesso lo fosse, e che questo era sempre stato la sua rovina e la sua salvezza, e pensò non me ne starò qui a morire con un buco nel calzino, non sarà questa l’ultima immagine che lascerò di me al mondo, e contrasse tutti i muscoli del corpo, si contorse nel letto come uno scorpione che arde sul fuoco e con uno sforzo brutale riuscì a far penetrare aria attraverso la laringe con un urlo spaventoso, e l’aria espulsa dai polmoni fece un gran rumore ancor più bestiale e terrificante, e sfuggì alla Morte e non pensò più a niente. Il medico, seduto su una sedia, si asciugò il sudore del viso. Lui si alzò dal letto di metallo e si infilò le scarpe.

Rubem Fonseca
Guadalajara, 2007
Poster di Triunfo Arciniegas


Rubem Fonseca (Juiz de Fora, Minas Gerais 1923 -) autore di romanzi, racconti e sceneggiature cinematografiche, è uno degli scrittori più popolari e tradotti del Brasile contemporaneo. Esordisce in sordina verso i quarant’anni dopo aver svolto diversi lavori tra cui il detective della polizia di Rio de Janeiro e l’amministratore dell’azienda brasiliana che eroga l’energia elettrica. A metà degli anni settanta, la sua raccolta di racconti Feliz Ano Novo, viene censurata dalla dittatura militare che, accusa il libro di immoralità e istigazione alla violenza. Solo dopo una lunghissima battaglia giudiziaria e di opinione pubblica, che vede impegnati tantissimi intellettuali brasiliani, nei primi anni ottanta il libro viene finalmente ripubblicato ottenendo un vasto successo di pubblico e critica. Maestro del racconto, nel 1994 la sua casa editrice storica, la “Companhia das Letras” lo omaggia con la raccolta Contos Reunidos. Autore che privilegia lo spazio urbano, denuncia le mostruosità e patologie generate dalla metropoli carioca. I suoi romanzi e racconti, offrono un universo narrativo ricco di personaggi che vivono al margine della società: prostitute, banditi, barboni, vecchi e malati; un insieme di poveri cristi animati da un grande desiderio di vendetta, di rivincita sociale e per questo capaci di gesti di una violenza inaudita. Anche i ricchi, quelli che l’autore definisce “classe A”, sono caratterizzati da comportamenti altrettanto violenti, nel tentativo di manatenere i privilegi acquisiti. In un universo narrativo così caratterizzato, lo spazio concesso ai sentimenti e alla vita affettiva è necessariamente poco. Quando questo spazio viene concesso, le relazioni sono spesso conflittuose e problematiche, dominate dalla routine e dove le donne sono di frequente oggetto più che soggetto di piacere, cibo da consumare velocemente. Questo mondo strano, sordido in cui il sesso è una moneta sporca con cui tutto si compra, il lettore rimane affascinato e turbato dalla velocità, lucidità e tensione del linguaggio narrativo, capace di creare suspence e inquietudine, dove il lettore complice, accompagna l’autore in questo viaggio alla fine del mondo, dalla prima all’ultima parola. E’ un mondo che ci turba e affascina perché molto lontano e, tuttavia, a noi così familiare.
Il racconto che vi proponiamo, Orgoglio è stato estratto dalla raccolta O buraco na parede del 1997, ancora una volta protagonista è un anti-eroe che in un ultimo, estremo gesto di orgoglio riprende la sua rivincita sulla vita.
 Dello scrittore in Italia sono usciti i libri “Romanzo Nero” e “Vaste emozioni e pensieri imperfetti”, “L’arte di andare a piedi per le strade di Rio de Janeiro” per la Biblioteca del Vascello, “Agosto” per il Saggiatore e “Felice anno nuovo” per la Voland.



mercoledì 1 luglio 2015

Rubem Fonseca / Ciudade de Deus



Rubem Fonseca
Ciudade de Deus


Il suo nome è João Romeiro, ma nella Cidade de Deus tutti lo conoscono come Zinho, una favela di Jacarepaguà, dove chi fa da padrone là è la droga. Lei è Soraia Gonçalves, una donna dolce e tranquilla. Soraia aveva scoperto che Zinho era trafficante di droga due mesi dopo che avevano cominciato a vivere insieme in un condominio di classe medio-alta a Barra di Tijuca.
- Ma ti dispiace? - le aveva chiesto Zinho, e lei aveva risposto che nella sua vita c'era stato un uomo che sembrava un uomo per bene ma che in realtà era un mascalzone.
Nel condominio, si crede che Zinho sia rappresentante di una ditta di importazione. Quando arriva una grossa partita di droga nella favela, Zinho scompare per qualche giorno e per giustificare la sua assenza, Soraia dice alle vicine che incontra nel cortile o in piscina che il marito è in viaggio per affari. La polizia lo cerca da sempre, ma conosce solo il suo soprannome e sa che è bianco. Non l'hanno mai beccato.
Stasera Zinho è arrivato a casa dopo aver spacciato per tre giorni la cocaina speditagli dal suo fornitore di Porto Suarez e la marijuana che viene da Pernambuco.
I due si sono coricati. Zinho era rapido e rude e dopo aver fottuto la moglie, si girava dall'altra parte e si addormentava.
Soraia non diceva mai nulla, stava sempre zitta, non prendeva mai l'iniziativa: ma a Zinho piaceva così; a lui piaceva che la moglie gli obbedisse a letto così come gli altri gli obbedivano nella Cidade de Deus.

- Prima che ti addormenti, ti posso chiedere una cosa?
- Dimmela subito. Sono stanco e voglio dormire, amore.
- Saresti capace di uccidere una persona per me?
- Tesoro, io uccido qualcuno perché lui mi ha rubato cinque grammi, credi che non ucciderei qualcuno perché tu me l'hai chiesto?! Dimmi chi è. È qualcuno del condominio?
- No.
- Di dove è?
- Vive a Taquara.
- E che ti ha fatto?
- Nulla. È un bambino di sette anni. Tu hai già ammazzato un bambino di sette anni?
- Ho già fatto sparare a due merdine che se la volevano squagliare con delle bustine, per dargli un esempio, ma penso che avessero dieci anni. Perché vuoi uccidere un moccioso di sette anni?
- Per far soffrire sua madre. Lei mi ha umiliato. Mi ha portato via il ragazzo, mi ha preso in giro e ha detto a tutti che io ero una vacca. Poi se l'è sposato. Sai, lei è bionda, ha gli occhi azzurri e si crede d'essere il top.
- Vuoi vendicarti perché ti ha portato via il ragazzo? Ma non è che ti piace ancora quel pezzo di merda?
- No, a me piaci solo tu. Tu sei tutto per me. Quella merda di Rodrigo non vale nulla, lo disprezzo e basta. Voglio fare in modo che quella donna soffra perché mi ha umiliato, mi ha chiamato "vacca" di fronte a tutti.
- Potrei ucciderlo.
- Ma nemmeno a lei, lui piace tanto e io voglio che quella donna soffra molto. È solo la morte del figlio che potrebbe farla disperare.
- Va bene. Sai dove è che sta il bambino?
- Sì, lo so.
- Farò andare a prendere il moccioso e lo farò portare alla Cidade de Deus.
- Ma non farlo soffrire troppo.
- Ma non è meglio se quella puttana viene a sapere che il figlio ha sofferto molto? Dammi l'indirizzo. Domani faccio fare il lavoretto. Taquara è vicino alla mia zona.

La mattina seguente, Zinho uscì con la macchina molto presto e andò alla Cidade de Deus. Rimase fuori per due giorni. Quando tornò, portò Soraia in camera da letto e lei, docile, obbedì a tutti i suoi ordini. Prima che lui si addormentasse, lei gli chiese:

- Hai fatto quello che ti ho chiesto?
- Faccio sempre quel che prometto, tesoro. Ho mandato i miei ragazzi a prendere il bimbetto a scuola e l'ho fatto portare alla Cidade de Deus. All'alba gli hanno spezzato le braccia e le gambe, a quel moccioso, lo hanno strangolato e lo hanno tagliato a pezzi e dopo lo hanno lasciato davanti alla porta di casa della madre. Scordati quella cazzo di storia, non né voglio più sentir parlare - disse Zinho.
- Me la sono già scordata.

Zinho le diede le spalle e si addormentò. Aveva un sonno pesante. Soraia rimase sveglia ad ascoltare Zinho che russava. Poi si alzò e prese il ritratto di Rodrigo che teneva nascosto in un posto dove Zinho non l'avrebbe mai trovato. Ogni volta che Soraia guardava il ritratto dell'ex-ragazzo, i suoi occhi si riempivano di lacrime. Era sempre stato così in tutti quegli anni. Ma quel giorno le lacrime furono molte di più.

- Amore della mia vita… - disse, premendo il ritratto di Rodrigo sul suo cuore in tumulto.



martedì 30 giugno 2015

Rubem Fonseca / Racconto d'amore

René Magritte
Rubem Fonseca

RACCONTO D’AMORE 



Quando ero nell’Esercito, avevo il grado di artificiere. So confezionare qualsiasi tipo di bomba a mano, come quelle usate dai terroristi.

L’ordigno che stavo preparando doveva avere un effetto fulminante, affinché la vittima non soffrisse. E prima dell’esplosione, era necessario che emanasse un raggio di luce abbagliante che facesse percepire alla vittima l’imminenza dell’esplosione.

La persona che volevo uccidere era mio figlio João.

Mia moglie Jane era incinta quando fui inviato all’estero con un contingente dell’Esercito al servizio delle Nazioni Unite. Rimasi via quasi due anni. Scrivevo costantemente a Jane e lei mi rispondeva. Quando mio figlio nacque e gli misero nome João, le lettere di Jane divennero strane. Mi riferiva che aveva bisogno di parlarmi di una cosa molto seria, ma non sapeva come farlo. Io le rispondevo impaziente di dirmelo comunque, ma lei si ostinava ad essere poco chiara, il che non faceva che peggiorare la situazione.

Ad un certo punto Jane smise di rispondere alle mie lettere.

Quando tornai dalla missione ONU, mi precipitai verso casa non appena sceso all’aeroporto. Jane mi aprì la porta. Il suo aspetto mi sorprese. Era invecchiata, pallida, sembrava malata.

“Dov’è João?”, le chiesi.

Jane scoppiò in un pianto convulso, indicando la porta della stanza dove lui si trovava.

Entrai nella stanza, seguito da Jane.

João era sdraiato nel lettino. Un bel bambino che nel vedermi sorrise. Lo presi in braccio.

In quel momento fui colto da una sorpresa che mi lasciò attonito. João aveva una sola gamba e un solo braccio, gli unici arti che possedeva.

Jane mi diede un foglio tutto spiegazzato, una ricetta medica con su scritto: questo bambino è affetto da focomelia, una anomalia congenita che impedisce lo sviluppo di braccia e gambe.

Jane si prendeva cura di João con infinita dedizione. Ma era sempre più stremata e morì quando João aveva sei anni.

Lasciai l’esercito per poter accudire mio figlio. Quando gli chiedevo se volesse qualcosa, mi rispondeva “Voglio andare in guerra”.

Il suo deficit fisico si era aggravato con l’età. Aveva quindici anni, ma non poteva camminare, ed era impossibilitato a svolgere qualsiasi attività fisica. “Voglio andare in guerra papà”, mi chiese ancora una volta.

Allora decisi che sarebbe andato in guerra. Così ho preparato la bomba.

Con la bomba in mano dissi:

“Figlio mio, sei stato convocato per andare in guerra”.

“Grazie, papà adorato, ti amo tantissimo”.

Io lo amavo ancora di più.

Gli misi la bomba in mano.

“Questa bomba esploderà. È la guerra”, gli dissi.

“È la guerra”, ripeté felice.

Uscii dalla stanza dove mi trovavo. Poco dopo vidi il bagliore.

Anche João vide quel bagliore, felice, prima dell’esplosione che lo uccise.

Amavo mio figlio.

Rubem Fonseca
Amálgama
Editora Nova Fronteira, Rio de Janeiro, 2013

Rubem Fonseca (Juiz de Fora, 1925) è considerato il più grande scrittore di narrativa vivente in Brasile.