sabato 28 febbraio 2015

Federico García Lorca / Elegia



Federico García Lorca
Federico García Lorca

ELEGIA

Come un turibolo pieno di desideri,
passi nella sera luminosa e chiara
con la carne buia di nardo appassito
e il sesso potente sul tuo sguardo.

Porti in bocca la tua malinconia
di purezza morta e nella dionisiaca
coppa del tuo ventre il ragno che tesse
il velo infecondo che copre i visceri
mai fioriti colle vive rose
frutto dei baci.

Nelle tue mani bianche
porti la matassa delle tue illusioni,
morte per sempre e sopra la tua anima
la passione affamata di baci infuocati
e il tuo amore di madre che sogna lontane
visioni di culle in case tranquille,
filando tra le labbra l'azzurro della ninna-nanna.

Come Cerere daresti le tue spighe d'oro
se l'amore addormentato toccasse il tuo corpo,
e come la Vergine Maria potresti
sprizzare dai tuoi seni un'altra via lattea.

Ti appassirai come la magnolia.
Nessuno bacerà le tue cosce di bracia.
Né ai tuoi capelli arriveranno le dita
che li toccheranno come le corde dell'arpa.

O donna potente d'ebano e di nardo!
hai il respiro bianco come il finocchio.
Venere con la mantiglia di Manila che odora
di vino di Malaga e di chitarra.

O cigno bruno, il tuo lago
ha loto di frecce, onde di aranci
e spume di rossi garofani che profumano
i nidi secchi che stanno sotto le ali.

Nessuno ti feconda, Martire andalusa,
i tuoi baci sono rimasti sotto la pergola
pieni del silenzio della notte
e del ritmo torbido dell'acqua stagnante.

Ma le tue occhiaie si allargano
e i tuoi capelli neri diventano d'argento:
i tuoi seni profumati si allentano
e le tue splendide spalle si incurvano.

O donna agile, materna e ardente!
Vergine dolorosa che porta inchiodate
tutte le stelle del cielo profondo
nel suo cuore senza speranza.

Sei lo specchio di un'Andalusia
che soffre passioni enormi in silenzio,
passioni cullate da ventagli
e dalle mantiglie sopra le gole
che hanno tremori di sangue, di neve,
e graffi rossi fatti da sguardi.

Te ne vai nella nebbia d'autunno, vergine
come Ines, Cecilia e la dolce Clara,
mentre sei una baccante che avrebbe danzato
coronata di verdi pampini e vite.

L'immensa tristezza che vive nei tuoi occhi
ci dice la tua vita spezzata, fallita,
la monotonia del tuo povero ambiente,
e guardi la gente dalla tua finestra,
e ascolti la pioggia sulla amarezza
della vecchia strada provinciale,
mentre lontano risuonano i rintocchi
confusi e incerti delle campane.

Ma invano ascoltasti gli accenti del vento.
Non è mai giunta ai tuoi orecchi la dolce serenata.
Dietro i vetri guardi ancora e aspetti.
Che tristezza profonda devi avere
nell'anima, sentendo nel cuore stanco ed esausto
la passione di una ragazza appena innamorata!

Il tuo corpo scenderà nella tomba intatto d'emozioni.
Sull'oscura terra spunterà l'alba.
Dai tuoi occhi usciranno due garofani sanguinanti
e dai tuoi seni rose bianche come la neve.
Ma la tua grande tristezza se ne andrà con le stelle
come un'altra stella degna di ferirle ed eclissarle

Granada, dicembre 1918





giovedì 26 febbraio 2015

Pablo Neruda / É bello, amore, sentirti vicino a me



Pablo Neruda

É bello, amore, sentirti vicino a me

E' bello, amore, sentirti vicino a me nella notte,
invisibile nel tuo sogno, seriamente notturna,
mentr'io districo le mie preoccupazioni
come fossero reti confuse.

Assente il tuo cuore naviga pei sogni,
ma il tuo corpo così abbandonato respira
cercandomi senza vedermi, completando il mio sonno
come una pianta che si duplica nell'ombra.

Eretta, sarai un'altra che vivrà domani,
ma delle frontiere perdute nella notte,
di quest'essere e non essere in cui ci troviamo

qualcosa resta che ci avvicina nella luce della vita
come se il sigillo dell'ombra indicasse
col fuoco le sue segrete creature.



martedì 24 febbraio 2015

Pablo Neruda / Due amanti felici




Pablo Neruda

Due amanti felici

Due amanti felici fanno un solo pane,
una sola goccia di luna nell'erba,
lascian camminando due ombre che s'unisco,
lasciano un solo sole vuoto in un letto.

Di tutte le verità scelsero il giorno:
non s'uccisero con fili, ma con un aroma
e non spezzarono la pace né le parole.
E' la felicità una torre trasparente.

L'aria, il vino vanno coi due amanti,
gli regala la notte i suoi petali felici,
hanno diritto a tutti i garofani.

Due amanti felici non hanno fine né morte,
nascono e muoiono più volte vivendo,
hanno l'eternità della natura. 




lunedì 23 febbraio 2015

Pablo Neruda / Donna completa



Pablo Neruda

Donna completa


Donna completa, mela carnale, luna calda,
denso aroma d'alghe, fango e luce pestati,
quale oscura chiarità s'apre tra le tue colonne?
Quale antica notte tocca l'uomo con i suoi sensi?

Ahi, amare è un viaggio con acqua e con stelle,
con aria soffocata e brusche tempeste di farina:
amare è un combattimento di lampi
e due corpi da un solo miele sconfitti.

Bacio a bacio percorro il tuo piccolo infinito,
i tuoi margini, i tuoi fiumi, i tuoi villaggi minuscoli,
e il fuoco genitale trasformato in delizia

corre per i sottili cammini del sangue
fino a precipitarsi come un garofano notturno,
fino a essere e non essere che un lampo nell'ombra.


domenica 22 febbraio 2015

Mario Testino / Donne

Laetitia Casta

Mario Testino
DONNE
Vogue

Lara Stone

Laetitia Casta

Scarlett Johansson
Scarlett Johansson
photographed by Mario Testino 2011 Kate Moss
Kate Moss

sabato 21 febbraio 2015

I Migliori Libri di Racconti Stranieri

Raymond Carver

I Migliori Libri di Racconti Stranieri

Venerdì, 21 Dicembre 2012 01:00



Qualcuno si ostina ancora a chiamarli “romanzi brevi”, ma i racconti sono racconti, non romanzi a cui mancano delle pagine. È molto più difficile togliere che aggiungere, perché l'arte della pulizia prevede una vocazione al sacrificio in nome dell'essenza, oltre al controllo ferreo di ogni parte dell'opera nel suo divenire.

Da Raymond Carver a Nikolaj Gogol', senza tralasciare David Foster Wallace, Edgar Allan Poe, James Joyce ed Ernest Hemingway; i grandi “cesellatori” della prosa, che nulla anno da invidiare ai grandi romanzieri della letteratura, sono raccolti in questa lista dei Migliori Libri di Racconti Stranieri: come un colpo di pistola alla nuca, rapido e indolore (si spera).

Buona lettura!



1. “Cattedrale”, Raymond Carver (1983)

2. “Finzioni”, Jorge Luis Borges (1944)

3. “Racconti di Pietroburgo”, Nikolaj Gogol' (1842)

4. “Brevi interviste con uomini schifosi”, David Foster Wallace (1999)

5. “Undici Solitudini”, Richard Yates (1962)

6. “Nine stories”, J.D. Salinger (1953)

7. “Bestiario”, Julio Cortázar (1951)

8. “Gente di Dublino”, James Joyce (1914)

9. “Racconti del grottesco e dell'arabesco”, Edgar Allan Poe

10. “Taccuino di un vecchio porco”, Charles Bukowski (1969)



11. “Le mille e una notte”, vari sconosciuti (circa 900 d.C.)

12. “Le formiche”, Boris Vian (1949)

13. “I quarantanove racconti”, Ernest Hemingway (1938)

14. “Racconti Notturni”, Theodor Amadeus Hoffmann (1816-1817)

15. “Il delta di Venere”, Anaïs Nin (1978)

16. “Le avventure di Sherlock Holmes”, Arthur Conan Doyle (1892)

17. “Cronache marziane”, Ray Bradbury (1950)

18. “Un medico di campagna”, Franz Kafka (1919)

19. “The Stories of John Cheever”, John Cheever (1979)

20. “I racconti di un giovane medico”, Michail Afanas'evič Bulgakov (1963)



21. “Benvenuta nella gabbia delle scimmie”, Kurt Vonnegut (1968)

22. “Fondazione” o “Cronache della Galassia, Prima Fondazione”, Isaac Asimov (1951)

23. “La fame che abbiamo”, Dave Eggers (2004)

24. “A volte ritornano”, Stephen King (1978)

25. “La semplice arte del delitto: tutti i racconti”, Raymond Chandler (1962)

26. “I racconti di Canterbury”, Geoffrey Chaucer (1387 – 1388)

27. “Novelle esemplari”, Miguel de Cervantes (1613)

28. “L'inferno comincia nel giardino”, Jonathan Lethem (1996)

29. “Dago Red”, John Fante (1940)

30. “Il muro”, Jean-Paul Sartre (1939)



31. “Al limite boschivo”, Thomas Bernhard (1969)

32. “La vita che salvi può essere la tua” Flannery O'Connor (1955)

33. “Pura anarchia”, Woody Allen (2007)

34. “Il cimitero senza lapidi e altre storie nere”, Neil Richard Gaiman (2007)

35. “Racconti dell'età del jazz”, Francis Scott Fitzgerald (1922)

36. “Il principe felice e altri racconti”, Oscar Wilde (1888)

37. “L'elefante scomparso e altri racconti”, Haruki Murakami (1993)

38. “Un lento apprendistato”, Thomas Pynchon (1984)

39. “Il bacio di un soldato”, Nadine Gordimer (1980)

40. “Duel e altri racconti”, Richard Matheson (2003)



41. “Fantasie di stupro e altri racconti”, Margaret Atwood (1977)

42. “Una casa infestata e altre storie”, Virginia Woolf (1944)

43. “Sette storie gotiche”, Karen Blixen (1934)

44. “Rock Springs”, Richard Ford (1987)

45. “Il libro della giungla”, Rudyard Kipling (1894)

46. “Pastoralia”, George Saunders (2000)

47. “La frontiera scomparsa”, Luis Sepúlveda (1994)

48. “The Acid House”, Irvine Welsh (1994)

49. “I funerali della Mamá Grande”, Gabriel García Márquez (1962)

50. “I racconti della veranda”, Herman Melville (1856)


giovedì 19 febbraio 2015

I Migliori Libri di Racconti Italiani




I Migliori Libri di Racconti Italiani
Venerdì, 21 Dicembre 2012 01:00


Qualcuno si ostina ancora a chiamarli “romanzi brevi”, ma i racconti sono racconti, non romanzi a cui mancano delle pagine. È molto più difficile togliere che aggiungere, perché l'arte della pulizia prevede una vocazione al sacrificio in nome dell'essenza, oltre al controllo ferreo di ogni parte dell'opera nel suo divenire.

Da Giovanni Boccaccio a Italo Calvino, senza tralasciareLuigi Pirandello, Primo Levi, Cesare Pavese e Gianni Rodari, i grandi “cesellatori” della prosa, che nulla anno da invidiare ai grandi romanzieri della letteratura, sono raccolti in questa lista dei Migliori Libri di Racconti Italiani: come un colpo di pistola alla nuca, rapido e indolore (si spera).

Buona lettura!


1. “Decameron”, Giovanni Boccaccio (1348-1353)

2. “Operette morali” Giacomo Leopardi (1827)

3. “Il sistema periodico”, Primo Levi (1975)

4. “Novelle per un anno”, Luigi Pirandello (1934-1937)

5. “Casa d'altri”, Silvio D'arzo

6. “Le cosmicomiche”, Italo Calvino (1963-1964)

7. “Racconti umoristici”, Iginio Ugo Tarchetti (1869)

8. “Novelle rusticane”, Giovanni Verga (1883)

9. “Dialoghi con Leucò”, Cesare Pavese (1947)

10. “Storie della città di Dio. Racconti e cronache romane”, Pier Paolo Pasolini (1950-1966)



11. “I racconti del maresciallo”, Mario Soldati (1967)

12. “Il bar sotto il mare”, Stefano Benni (1987)

13. “Cinque storie ferraresi”, Giorgio Bassani (1956)

14. “Racconti romani”, Alberto Moravia (1954)

15. “Cinema naturale”, Gianni Celati (2001)

16. “Sessanta racconti”, Dino Buzzati (1958)

17. “Racconti di un uomo che ha fretta e altri scritti”, Emanuel Carnevali (2005)

18. “Novelle fatte a macchina”, Gianni Rodari (1973)

19. “Altri libertini”, Pier Vittorio Tondelli (1980)



20. “Racconti sardi”, Grazia Deledda (1894)

21. “L'altare del passato”, Guido Gozzano (1917)

22. “Racconti”, Giuseppe Tomasi di Lampedusa (1961)

23. “Milano Calibro 9”, Giorgio Scerbanenco (1969)

24. “Le solitarie”, Ada Negri (1917)

25. “Famiglia”, Natalia Ginzburg (1995)

26. “Manuale di conversazione”, Achille Campanile (1973)

27. “Piccoli equivoci senza importanza”, Antonio Tabucchi (1985)

28. “Un po' per amore e un po' per rabbia”, Pino Cacucci (2008)

29. “Racconti quotidiani”, Andrea Camilleri (2001)

30. “Nel paese dei ghiacci”, Emilio Salgari (1896)



31. “Novelle colle labbra tinte”, Filippo Tommaso Marinetti (1930)

32. “Aspro e dolce”, Mauro Corona (2004)

33. “Gotico rurale”, Eraldo Baldini (2000)

34. “I racconti delle fate. Voltati in italiano”, Carlo Collodi (1876)

35. “Il gioco segreto, racconti”, Elsa Morante (1941)

36. “Silenzio in Emilia”, Daniele Benati (1997)

37. “Il lato sinistro del cuore. (Quasi) tutti i racconti”, Carlo Lucarelli (2003)

38. “Gioventù cannibale”, Autori vari, a cura di Daniele Brolli (1996)

39. “Dal grande fiume al mare”, 30 autori dell'Emilia-Romagna (2003)

40. “Anatra all'arancia meccanica. Racconti 2000-2010”, Wu Ming (20
11)







mercoledì 18 febbraio 2015

Blue Nights / Joan Didin e il dolore della morte



Blue Nights
Joan Didion e il dolore della morte
Posted on February 11, 2013 by maria

Avrei dovuto incominciare con L’anno del pensiero magico (2005), il primo memoir della giornalista e scrittrice americana Joan Didion, dedicato all’elaborazione del lutto per l’improvvisa scomparsa del marito. Invece, da indisciplinata quale sono nelle scelte di lettura, mi sono fatta catturare prima da Blue Nights (2011), l’ultimo memoir di Didion (entrambi pubblicati daIl Saggiatore).
L’ho letto in un pomeriggio e ho sofferto con lei. Segno evidente che ha colpito nel segno, con la sua volontà di comunicare l’argomento chiave di questo memoir: la tragedia di vedere il proprio figlio morire prima di te. Dicono che sia la perdita più pesante per un essere umano, e personalmente non fatico a immaginarla. Eppure, Joan Didion non è esattamente il tipo di personaggio che ispiri simpatia, nel senso letterale di disponibilità a “soffrire con” un altro. Ha l’età di mia madre, e sua figlia era praticamente mia coetanea. Ma le analogie finiscono qui.

Joan e la piccola Quintana.
La ragazza si chiamava Quintana Roo, come un pueblo messicano. Scelta stravagante di genitori intellettuali stravaganti, appartenenti all’agiata upper class, divisa fra East Coast e California. Joan si ritrova a 25 anni a fare la giornalista a Vogue e quando a 31 scatta in lei il desiderio di maternità – che per un qualche motivo fisico, che non ci spiega, non riesce a realizzare – si materializza per lei una “bambina perfetta”, neonata, da adottare, grazie a una semplice telefonata con un medico amico di amici, conosciuto in una gita in barca… Facile, vero? Forse negli States. Qui ottenere l’idoneità all’adozione è un processo lungo e faticoso, probabilmente più pesante psicologicamente  (e non solo) della fatica fisica di una gestazione e di un parto plurigemellare. Soprattutto per l’ansia di sentirsi dire di no.
Quintana è bella, intelligente, precoce. I suoi genitori adottivi, in viaggio per lavoro e per piacere, la trascinano da un hotel di lusso all’altro, dove impara a cinque anni a mangiare caviale (che spesso finisce in conto spese delle case editrici che pagano la trasferta della famigliola: bei tempi, eh, cara Joan?!). Frequenta case da sogno e divi hollywoodiani, trascorre le vacanze nella villa di Saint Tropez della coppia Richardson-Redgrave, ma quest’infanzia dorata non le impedisce di diventare una bambina e poi una ragazzina sofferente. Afflitta da un mal di vivere che sua madre, confessa, non è stata in grado di vedere, perché l’ha considerata, per tanto tempo, “una bambola”.
Quintana muore a 39 anni. Il lutto per la morte della figlia si tramuta, inBlue Nights, nel lutto per la perdita di sé. Joan imbocca la china e si scontra con la vecchiaia, quella vera, che vuol dire capolinea, fine della vita. Fine della persona che sei stata, con una regressione delle capacità del corpo che finisce per distruggere anche la psiche. Da un giorno all’altro, da adulto “normale” diventi un vecchietto cui è sconsigliato vivere da solo.
“La paura non è per ciò che è andato perso. Ciò che andato perso è già murato in una parete. Ciò che è andato perso è già chiuso dietro porte sbarrate. La paura è per ciò che c’è ancora da perdere”, scrive Didion. Paura per se stessa, paura di non essere più capace di vivere, giorno per giorno, con il ricordo della figlia tanto amata al suo fianco.
Ho finito di leggere Blue Nights in un giorno. Oggi mi sono comprata L’anno del pensiero magico, non ho resistito.



martedì 17 febbraio 2015

Storie d’amore fra scrittori famosi



Alberto Moravia & Elsa Morante
Storie d’amore fra scrittori famosi
Lunedì, 02 Luglio 2012 14:19

A me che Belen ha lasciato Corona per mettersi con quello di Amici, non me ne frega sinceramente un cazzo. E non ho intenzione per tutta l’estate di sorbirmi le sue pseudo storie d’amore, che tra l’altro non sono che scopate sotto i riflettori. Se dobbiamo fare del gossip, allora facciamolo letterario.

Sapevate della storia d’amore tra Alberto Moravia ed Elsa Morante? E del suo tradimento con Dacia Maraini? E chi non si ricorda della memorabile coppia Fitzgerald e Sayre?

Noi Osservatori Esterni vi segnaliamo una serie di coppie di scrittori famosi. Quando l’amore si intreccia con la letteratura…

_ Alberto Moravia (pseudonimo di Alberto Pincherle), autore di romanzi quali “Gli indifferenti” o “La Noia” è stato non solo uno scrittore, ma anche un giornalista, un saggista, un report di viaggio e un drammaturgo italiano. Nel 1941 sposa Elsa Morante, considerata da alcuni critici una tra le più importanti autrici di romanzi del dopoguerra. I due si separano però nel 1962 e Moravia si riaccompagna con Dacia Maraini, anch’essa scrittrice appartenente alla cosiddetta “generazione degli anni trenta”. Niente da fare nemmeno questa volta: i due si lasciano e Moravia si sposa, per la seconda volta, con Carmen Llera, di 45 anni più giovane di lui. Mica scemo!

_ “Quando si è innamorati, si comincia sempre con l'ingannare se stessi e si finisce sempre con l'ingannare gli altri. Questo è ciò che il mondo chiama una storia d'amore”, scriveva Oscar Wilde. Chissà se prima o dopo il matrimonio con Constance Lloyd, scrittrice e giornalista inglese, di cui si innamora a prima vista e che sposa praticamente subito, pentendosene altrettanto velocemente. Al termine della loro luna di miele, infatti, Oscar già vacilla sulla sua scelta. Di fronte alla moglie incinta con attacchi di nausea, il suo unico pensiero è quello di non volere baciare una donna (la sua) che è appena stata male. Alla faccia del poeta innamorato!

_ L’immagine di Francis Scott Fitzgerald è da sempre legata a quella di Zelda Sayre. Lui: scrittore e sceneggiatore, considerato uno fra i maggiori autori dell’Età del Jazz del XX secolo e lei: pubblicista e scrittrice statunitense. I due si conoscono durante un ballo a inizio Novecento e Francis rimane subito affascinato dalla sua bellezza e così si fidanzano. Fitzgerald all’inizio della sua carriera presenta un suo manoscritto ad un editore che però rifiuta. Zelda, che non ha assolutamente intenzione di sposare un uomo senza soldi, lo molla di punto in bianco, riducendolo ad uno straccio ambulante (si ubriaca da solo per tre settimane). Cambia idea sul matrimonio solo quando Francis raggiunge la fama con “Di qua dal Paradiso”. Altro che due cuori e una capanna!

Durante la stesura de “Il Grande Gatsby” tra i due iniziano i primi litigi ed incomprensioni, dovuti anche, e soprattutto, alla malattia (schizofrenia) di Zelda.

_ Gertrude Stein, scrittrice e poetessa statunitense, non ha mai negato la sua omosessualità. Nel settembre del 1907 conosce Alice B. Toklas, anch’essa scrittrice. Le due si innamorano e la loro relazione dura per tutta la vita, nonostante i momenti difficili legati soprattutto ai numerosi tradimenti di Gertrude con altre donne. “Autobiografia di Alice Toklas”, scritta da Gertrude e non da Alice, è la manifestazione palese del suo amore per lei.

_ Raymond Clevie Carver Jr., scrittore, poeta e saggista statunitense, nel novembre del 1977 incontra la poetessa Tess Gallagher, se ne innamora e la sposa in seconde nozze (nel 1955 si sposa per la prima volta con Maryann Burk), nonostante il cancro che lo sta consumando.Tess gli rimarrà accanto fino alla fine.

_ Dino Campana, poeta, conosce Sibilla Aleramo, anch’essa poetessa e scrittrice, durante gli anni della prima guerra mondiale. Il loro rapporto è fin da subito tormentato, in parte a causa della diversità dei loro caratteri (lui schivo e appartato; lei mondana e attiva) e in parte a causa della malattia mentale di lui. Il loro rapporto è diventato soggetto cinematografico in “Inganni” (1985) di Luigi Faccini e “Un viaggio chiamato amore” (2002) di Michele Placido. Inoltre, alla loro storia d’amore è dedicata sia la poesia “Sibilla” di Riccardo Savini, sia “Dino e Sibilla” di Daniele Miglio.

_ A Arthur Rimbaud non importava nulla se i giornalisti scrivevano di lui e della sua relazione con Paul Verlaine, anzi, pare quasi che si divertisse a essere sulla bocca di tutti. I due poeti francesi, si facevano, infatti, vedere abbracciati e spesso ubriachi. Tra loro si instaura così una relazione fortemente intima e omosessuale, caratterizzata da innumerevoli spostamenti e vagabondaggi. Ma l’amore si sa, non è bello se non è litigarello e proprio durante il loro ultimo soggiorno a Londra, Verlaine decide di abbandonarlo per tornare dalla moglie e minaccia di uccidersi in caso di esito negativo. Rimbaud, spaventato dalle sue parole, lo raggiunge a Bruxelles ma Verlaine, completamente fuori di sé, spara contro di lui due colpi di pistola che lo feriscono al polso sinistro. Rimbaud lo fa subito arrestare, poi però appena si riprende ritira la denuncia. Nonostante ciò egli viene ugualmente condannato e da questo momento in poi Verlaine cade nella miseria più nera, mentre Rimbaud torna alla fattoria di famiglia.

_ Ted Hughes, poeta e scrittore inglese incontra la poetessa Sylvia Plath durante un party che pubblicizzava una rivista per cui scriveva. Tra i due è subito amore e il 16 giugno 1956 si sposano con una semplicissima cerimonia. La loro relazione sembra andare a gonfie vele, tanto che lo stesso Ted afferma: “La mia vita in questi ultimi tempi è splendida, meravigliosamente guarita rispetto a com'era prima. Il matrimonio è il mio elemento naturale. Anche la mia fortuna prospera grazie ad esso, e così pure quello che produco. Non hai idea di che vita felice facciamo io e Sylvia o forse ce l'hai. Lavoriamo, facciamo passeggiate, ripariamo a vicenda quello che scriviamo. Lei è uno dei migliori critici che io abbia mai conosciuto e comprende perfettamente la mia immaginazione, e anch'io credo di comprendere la sua."Purtroppo la loro felicità si interrompe con le scappatelle del marito e il suicidio di Sylvia che in un ultimo gesto disperato inserisce la testa nel forno del gas. Dopo la sua morte, Hughes si è occupato dei suoi beni letterari.

_ Virginia Woolf, scrittrice simbolo del XX secolo, sposa nel 1912 Leonard Woolf, teorico nella politica. Nonostante ciò, intrattiene diverse relazioni con donne che influenzano profondamente non solo la sua vita, ma anche le sue opere letterarie. Una di queste è Vita Sackville-West, poetessa e scrittrice inglese, famosa per i suoi scritti sul giardinaggio.

_ Henry Miller, autore di “Tropico del Cancro”, si incastra in un triangolo amoroso alquanto strambo. Dopo un primo matrimonio nato “per gioco”, Miller si sposa una seconda volta conJune Edith Smith, danzatrice statunitense, dichiaratamente bisessuale. June è la prima a credere nelle capacità letterarie di Miller e la loro storia d’amore è descritta dallo stesso marito nel romanzo “Trilogia della Crocifissione Rosea”. Durante un soggiorno a Parigi Miller conosce Anaïs Nin, scrittrice statunitense di origine francese, con la quale intrattiene una relazione, che viene presto condivisa anche con la moglie. Nin, infatti, rimane affascinata dall’aurea di femme fatale di June e afferma: “Quando June mi è venuta incontro, ho visto per la prima volta la donna più bella del mondo”.

_ Louise Colet sostiene di essere stata la musa ispiratrice di Gustave Flaubert per la sua“Madame Bovary”. Mica cazzi. La poetessa francese si accompagna a colui che è considerato l’iniziatore del Naturalismo nel luglio del 1846. La loro relazione dura otto anni ma si conclude con l’intromissione di Alfred de Musset, figura emblematica del romanticismo letterario. La Colet descrive entrambi i compagni nei libri “Une histoire de soldat” e “Lui”. Così non fa un torto a nessuno! Tra l’altro lo stesso Alfred de Musset si accompagna a George Sand, scrittrice e drammaturga francese. Insomma: una passione per le letterate!



sabato 14 febbraio 2015

Uma Thurman / Metamorfosis


Uma Thurman

Uma Thurman
METAMORFOSIS


Uma Thurman
(nata il 29 aprile 1970 ). 
E' un'attrice e produttrice cinematografica statunitense. È stata candidata all'Oscar per la sua interpretazione in Pulp Fiction. Uma è stata sposata con Gary Oldman dal 1990 al 1992, e con Ethan Hawke dal 1998 al 2005: la coppia ha avuto due figli: Maya Ray (8 luglio 1998) e Levon Roan (15 gennaio 2002). Il 15 luglio 2012 ha avuto la terza figlia dall'attuale compagno, Arpad Busson. E' nata a Boston il 29 aprile 1970.

Uma Thurman, 1990

Uma Thurman, 1988.

Uma Thurman 
Pulp Fiction, 1994.

venerdì 13 febbraio 2015

Shirin Neshat / Silenzi scritti sul corpo

Shirin Neshat


Shirin Neshat

Silenzi scritti sul corpo

GIOVANNA LACEDRA
13 FEBBRAIO 2015


Inizialmente è stato il suo corpo a farsi parola. Poi ha cominciato a fotografare altre donne. E il brandello di pelle scoperta – si è trattato di un piede, di una mano o di un intero viso – è divenuto pagina bianca per un fiume di silenzi.
Shirin Neshat, fotografa e videoartista iraniana, ha raccontato della sottomissione femminile al fondamentalismo islamico, attraverso immagini dal grande potenziale comunicativo e dalla straordinaria eleganza estetica. Dalle sure del Corano ai versi ribelli di alcune poetesse, la pelle è diventata un silenzioso dire. Una muta narrazione di obblighi, divieti, censure, come anche del desiderio di liberazione. È nata a Qazvin, nel 1957. La sua era una famiglia agiata, che le ha consentito di ricevere un’educazione notevolmente emancipante rispetto a quella delle sue connazionali. In questo modo, nel 1974, è riuscita a lasciare l’Iran per andare a studiare arte e pittura presso l’Università di Berkeley, in California. Quello che si è portata dentro, però, era un pressante punto di domanda: per quale ragione nel suo paese d’origine le donne non avevano la possibilità di essere se stesse, di esprimersi e realizzarsi? La sua indagine artistica è dunque partita da quel punto di domanda.
Cosa significa essere donna? E quanto spersonalizzante è esserlo in Iran? Quanto può pesare – e schiacciare – il proprio genere, se si nasce in una determinata area del pianeta? Il trasferimento negli Stati Uniti ha occidentalizzato in maniera determinante il suo pensiero, pur senza adombrarne le radici. Parlando di sé, Shirin si è definita divisa tra Oriente e Occidente. Ma proprio questa divisione ha plasmato e reso peculiare la sua poetica. E più che di divisione, si è trattato di arricchimento. Shirin ha saputo portare avanti una ricerca di chiara impronta politica, religiosa e culturale, pur senza schieramenti. Come lei stessa ha affermato: “A me non interessa stabilire chi ha ragione, (…) il lavoro che faccio è una combinazione di che cosa esperisco nella mia storia personale”. Il suo spartirsi tra Oriente e Occidente le ha certamente permesso di portare avanti un discorso in cui i due estremi sono sempre stati sapientemente analizzati e intrecciati. Perno di tutta la sua indagine è stato ed è – come dicevamo – il corpo femminile. Il corpo e l’identità violata della donna musulmana. Una donna con molte più catene e ferite culturali, rispetto al suo corrispettivo occidentale. Una donna blindata, chiusa all’ombra di un burqa. E un burqa non è altro che una gabbia, una barriera protettiva che dovrebbe immunizzarla dal rischio di una mercificazione della carne e dell’immagine. Dunque, il corpo femminile nella ricerca di Shirin è pensato ed esposto come “corpo politico”.


Ramin, 2012

Ho già approfondito la condizione delle donne musulmane all’interno di un articolo dedicato a Shamsia Hassani, l’audace street artist di Kabul. In quell’occasione ho raccontato di come ancora oggi il fondamentalismo islamico uccida milioni di donne, se non nel corpo, certamente nello spirito e nella dignità. Donne private dei propri sogni, delle proprie ambizioni, del proprio lavoro, della propria identità. Donne stuprate da mani, da corpi, da divieti inammissibili. Donne asfissiate da un velo. Donne sottratte alla vita. Donne perfino lapidate. Quando Shirin decise di recarsi in California per studiare non immaginava quanto sarebbe stato complicato rientrare nel proprio paese. La rivoluzione del 1979 prima e la guerra tra Iran e Iraq poi, le resero impossibile il rientro sino al 1990. E nel frattempo il volto e sostanza della sua terra erano mutate: la rivoluzione, incitata dal leader Khomeini, aveva trasformato la monarchia in repubblica islamica, fondando una Costituzione ispirata alla legge Coranica, e la guerra del Golfo aveva stremato l’economia del paese a causa dei continui attacchi alle industrie e ai campi petroliferi.
L’impatto fu per lei dirompente. Soprattutto la condizione delle sue coetanee la impressionò. Lei era certamente riuscita a salvarsi. Pensava di continuo a quell’immagine di donna ingabbiata, e per comprenderla decise di vestirne i panni. Nasceva così, nel 1993 la prima serie di fotografie dedicate a questo tema: Women of Allah. In queste fotografie i versi di rivoluzionarie poetesse iraniane – una tra tante la Farrukhzād – e gli stessi testi del sacri, camminano il suo volto, i suoi piedi, le sue mani. Davanti all’obiettivo fotografico, Shirin diventa una donna rabbiosa e sottomessa. Modella di se stessa, utilizza il proprio sguardo per arrivare allo spettatore. Gli elementi essenziali sono tre: il velo nero, una pistola e la parola.

In una delle immagini più note di questa serie, intitolata Speechless – “ senza parole” –, il primo piano del suo viso risulta tagliato a metà sull’asse di simmetria, e dal buio del velo spunta la canna di un’arma. Una pistola che le rasenta il viso e che sembra essere puntata verso l’altro. Ma potrebbe anche trattarsi dell’arma con cui viene tenuta in ostaggio. La chiave di lettura è duplice ed è comunque verosimile. Lo sguardo di Shirin è diretto, afferra lo spettatore. Sul suo volto scorre fittissimo il testo sacro del Corano, trascritto in persiano (la calligrafia persiana non è altro che una versione modificata dell’alfabeto arabo, affermatasi in seguito ala conversione all’Islam da parte della Persia). Gli ideogrammi calligrafici sono sinuosi, precisi, ordinati: riempiono fronte, gote, naso, bocca, zigomi, mento. In silenzio raccontano di donne, di obblighi e di prigioni. Il volto, luogo dell’espressività soggettiva, diventa una pagina anonima colonizzata dal silenzio imperativo della legge. La scrittura è un intervento postumo, realizzato con inchiostro su stampa fotografica in bianco e nero. Shirin è, in quest’opera, una donna devota ad Allah. È una donna costretta alla devozione. È una donna che non ha mai scelto. Dopo il suo volto, volti di altre donne e anche di alcuni uomini si sono prestati a questa rappresentazione visiva della parola silenziata.



Ma non è soltanto con la fotografia che la Neshat si è espressa. Molti sono stati anche i video e i lungometraggi da lei realizzati. Tra questi vanno ricordati Shadow under the web del 1997, Turbulent del 1998 e Soliloquy del 1999, tutti lavori che affrontano tematiche sociopolitiche e culturali come la sottomissione, il terrorismo, la violenza. Turbulent, ad esempio, tratta una delle più assurde e violente leggi iraniane, quella che vieta alle donne di cantare in pubblico. Come l’artista stessa ha spiegato in un’intervista di Francesca Caraffini pubblicata sul numero 14 di Virus, in questo video vi è “un pieno complesso di emozioni represse: affetto, desiderio, sessualità” trasformate in veri e propri tabù. All’interno della stessa intervista, dichiara: “quello che interessa a me è la possibilità di realizzare opere che siano il più possibile poetiche, opere in cui conta molto il fatto di esprimere delle emozioni, nonostante il fatto che toccano argomenti sociali, religiosi e politici”.



Nel 1999, il video Soliloquy non è altro che il ritratto (autoritratto?) di donna musulmana combattuta tra tradizioni d’oriente e contemporaneità occidentale. Il suo riconoscimento più alto giunge nel 2009: è il Leone d’Argento vinto durante il 66° Festival del Cinema di Venezia, con un lungometraggio titolato Donne senza Uomini, in cui quattro donne di Teheran, provenienti da quattro differenti classi sociali, si trovano a vivere il Colpo di Stato del 1953. Ciascuna ha la propria storia, la propria perdita, la propria ferita: Fakhri è stata costretta a sposare un uomo che non ama, Zarin si prostituisce, Munis vorrebbe lottare per i propri ideali politici ma viene isolata da un fratello assolutamente fedele ai principi islamici, e infine Faezeh appare completamente noncurante rispetto a quello che le accade intorno. I loro destini inevitabilmente si intrecciano quando si ritrovano costrette a rifugiarsi in un giardino.
Attualmente Shirin continua a creare muovendosi ancora tra l’Iran e New York. E forse è proprio questo il segreto della sua produttività.


Giovanna Lacedra
Nasce nel 1977 a Venosa (PZ). Nel 2000 consegue il diploma di laurea in pittura presso l’Accademia di Belle Arti di Firenze. Nel 2004 consegue l’abilitazione all’insegnamento presso l’Università di Pisa. Si trasferisce poi a Milano, dove attualmente vive e lavora come docente, artista visiva, performer e autrice. Come performer si è esibita sia in progetti di altri artisti, quali: "La bara del Bastardo" di Daniele Alonge - 2011; "Yummy Good!" di Manuela De Merito - 2011, che in propri
Dal 2011 al 2015 ha portato in scena, con un tour itinerante che ha toccato ben 14 tappe in gallerie, musei e spazi espositivi italiani e in città come Milano, Sassuolo, Cesena, Pescara, Lecce, Napoli, etc… la Performance Confessional "Io Sottraggo. La Triangolazione Cibo-Corpo-Peso", un progetto riguardante la patologia anoressico-bulimica, da lei ideata, scritta e interpretata. A Milano la performance è stata portata in scena anche presso il Museo della Scienza e della Tecnologia “Leonardo da Vinci” in occasione della fiera d’arte contemporanea Step09 Art Fair, nel novembre 2011, a Venezia è andata in scena il 9 maggio 2015, in concomitanza con l’apertura della 56 Biennale Internazionale di Arte Contemporanea, e ha fatto parte della V Biennale d’arte di Anzio e Nettuno. La performance è stata introdotta nelle tesi di laurea di alcune studentesse del Dams e della Facoltà di Beni Culturali, per gentile concessione dell’artista. Inoltre, la scuola di Giornalismo “Walter Tobagi” dell’Università Statale di Milano ha realizzato una video-intervista in occasione di Expo2015, pubblicata sulla piattaforma ExpoStories.
Nel settembre 2013 nasce la performance "L'Aspirante", un nuovo progetto che affronta il tema della prevaricazione e della violenza di genere, intellettuale e psicologica, prima che fisica, sbocciato dalla rilettura dell’omonima poesia di Sylvia Plath e dei suoi Diari. Ideata, scritta e interpretata da Giovanna Lacedra e Roberto Milani, la performance è andata in scena tra il 2013 e il 2015 presso le seguenti location: galleria d’Arte Amy-D di Milano, fiera d’arte ArtVerona, per CUNTemporary Art|Feminism|Queer di Londra, Galleria Comunale Ex Pescheria di Cesena, con Patrocinio del Comune e dell’Assessorato Politiche delle Differenze Casa Museo di Ludovico Ariosto a Ferrara, Chiostro di Voltorre a Gavirate (Varese) per la mostra “la neve non ha voce” a cura di Alessandra Redaelli.
Nel maggio 2014 a partire dall’omonima poesia di Vittorio Varano, scrive e porta in scena la performance “Come il mare in un Bicchiere”, con la partecipazione performativa di Irene Lucia Vanelli. La performance viene realizzata tra il 2014 e il 2015 presso: 77Art Gallery di Milano, MAG – Marsiglione Art Gallery di Como, “CORPO | Festival di Arti Performative” di Pescara, V Edizione a cura di Ivan D’Alberto e Sibilla Panerai. Nel giugno 2014 ha portato scritto e portato in scena, prima presso la Casa Museo di Ludovico Ariosto a Ferrara e poi presso l’ArtFarm Pilastro di Bonavigo (Verona), una performance articolata sui versi dell'ultima poesia di Sylvia Plath e su un percorso di 100 acquerelli che la ritraggono come innumerevoli sindoni-tracce, titolata "EDGE | Ultimo Ritr-Atto".
Nell’autunno 2014 scrive e porta in scena una performance sull’infansia abusata, liberamente ispirata al libro “I quaderni delle bambine” della psicologa Maria Rita Parsi. La performance si intitola NONSONOMAISTATAUNABAMBINA. Si esibiscono con lei il fotografo e attore Massimo Festi e la piccola Giulia Fumagalli. I monologhi sono di Giovanna Lacedra, le musiche di Larva Casei. Le tappe sono due: Palazzo Pirola, Gorgonzola (MI) e Galleria Biffi Arte di Piacenza. Entrambi gli eventi fanno parte della rassegna “Femminile Plurale” a cura di Alessandra Redaelli.
Ha partecipato a progetti fotografici di Massimo Prizzon, Pablo Peron, Christian Zucconi, Marco Chiurato, Franco Donaggio, Massimo Festi.

Ha scritto testi critici per artisti come: Elisa Anfuso, Anna Caruso, Paola Mineo, Urban Solid, Daniele Duò, Pep Marchegiani, Alessio Bolognesi, Alessandro Carnevale.

Attualmente è autrice per Wall Street International Magazine, sezione Arte e cura un proprio Blog, titolato Ellepourart e dedicato esclusivamente all'arte fatta dalle donne, includendovi artiste giovani o storicizzate, pittrici, scultrici, fotografe, performer, poetesse...

WSI


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Quentin Tarantino / Pulp Fiction, vent'anni dopo è ancora un mito



Pulp Fiction, vent'anni dopo è ancora un mito

Al Festival di Cannes per celebrare il ventennale di una pellicola culto si è riunito il cast d'allora. John Travolta, Uma Thurman e Quentin Tarantino hanno dato spettacolo mimando il famoso ballo del film




Non era in concorso, ma è come se avesse vinto una seconda volta dopo laPalma d'Oro di vent'anni fa. Perché per celebrare l'evento, 'Pulp Fiction' è stato riproposto a Cannes e soprattutto John Travolta, Uma Thurman e Quentin Tarantino hanno dato spettacolo, applauditissimi.


Il Festival deve finire, giusto con le premiazioni, eppure ha vissuto una chiusura decisamente spettacolare grazie al regalo che hanno fatto tutti i protagonisti di un film diventato culto non appena uscito nelle sale.



Così Travolta, un po' imbolsito ma sempre atletico, insieme alla Thurman, statuaria e bellissima in giallo con generoso spacco, hanno mimato sul red carpet francese i mitici passo del loro ballo scatenato e a loro si è unito anche il regista (rigorosamente di nero vestito), consacrato realmente con quella pellicola dopo il successo che aveva già ottenuto con 'Le Iene'.

Una danza che ha fatto la felicità dei fotografi ed è stata acclamata dal pubblico, sorpreso per questo regalo inatteso. E la riproposizione di 'Pulp Fiction' anche a distanza di anni ha conservato tutta al sua freschezza e il genio di una storia che è stata evento, anche seTarantino ancora una volta ha voluto rendere omaggio al suo vero mito, Sergio Leone: “Ha fatto con il cinema d'azione un po' quello che io ho fatto con i polizieschi, è riuscito ad esprimere un cambiamento che era nell'aria. Come a me è capitata la fortuna di essere uno dei primi a fare film che erano una reazione alla repressione del cinema degli anni Ottanta, dove tutti i personaggi dovevano essere amabili e se c'era un cattivo doveva assolutamente redimersi entro l'ultimo quarto d'ora del film”.