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sabato 18 dicembre 2021

Piedad Bonnett / In continua ricerca di una vita da abitare

Piedad Bonnett


Piedad Bonnett: in continua ricerca di una vita da abitare

Un universo quasi onirico, pieno di metafore, di corpi, di buchi dove si cade e luci che si spengono

13 NOVEMBRE 2021, 


L’autunno è appena iniziato: vedo dal finestrino del treno Francoforte-Leipzig dei paesaggi colorati dove gli alberi sono i protagonisti: ognuno sfoggia il suo miglior fogliame, dal rosso opaco al giallo limone e tutto si fa dipinto. Era da tempo che non scrivevo e mi sento arrugginita, ma l’idea di scrivere in un viaggio in treno mi affascina da sempre. E allora comincio, allungo le mani sulla tastiera del computer, mi muovo da un lato all’altro con il ballo irregolare del treno in movimento. Tutto il mio corpo è sottomesso a sostenere questa mia volontà. La mente comincia a riempirsi di pensieri mentre guardo passare, come un ventaglio aperto, i colori di questi alberi che mi ricordano quelli del cielo al tramonto il giorno in cui ho letto, per la prima volta, Los habitados di Piedad Bonnett, scrittrice e critica colombiana, autrice di vari libri di poesia, di romanzi e opere di teatro.

Los habitados è un libro di una bellezza cruda, non convenzionale, con un linguaggio così oscuro da essere abbagliante. Nella prima parte del libro, le poesie nascono dal guardare, dallo sguardo verso una realtà che si trova fuori e dentro al tempo stesso:

Yo me miro mirar.

(Doble)

Mi guardo guardare.

(Doppio)

Todo es adentro aquí, en este gran vientre.

(La madre es la gran noche)

È tutto dentro qui, in questo grande grembo.

(La madre è la grande notte)

Si inizia a percepire un universo quasi onirico, pieno di metafore, di corpi, di buchi dove si cade e luci che si spengono, il tutto per parlare di un dolore che è anche il dolore di tutte le persone, di chi almeno una volta ha provato questo sentimento nel profondo, fino a farsi sconvolgere e sommergere, a los habitados per chi la vita è chirriante disonancia (Los habitados). Le poesie si avvolgono in un’oscurità continua, oscuridad de pozo (Ramera), il nero inonda le pareti delle poesie, la paura e l’inquietudine accompagnano la notte mentre Piedad sviscera il suo dolore, di persona, di madre attraverso il linguaggio. Dico madre perché questo libro, Premio de Poesía Generación del 27, nasce da un evento tragico nella storia di Piedad, il suicidio del figlio Daniel all’età di 28 anni. Un evento terribile che fa da sfondo a questo libro che Piedad scrive non come forma di sfogo e nemmeno con l’obiettivo di sanarsi, ma lo scrive per capire, per farsi domande, anche quelle di cui sa già che non c’è una risposta e per recuperare quello che è andato perso e che solo la memoria - e di conseguenza, il dolore - possono mantenere vivo:

Pido al dolor que persevere.
Que no se rinda al tiempo, que se
incruste como una larva eterna en mi
costado

para que de su mano cada día
con tus ojos intactos resucites,
con tu luz y tu pena resucites
dentro de mí.

Chiedo al dolore che perseveri.
Che non si arrenda al tempo,
che si conficchi come una larva eterna
nel mio fianco

affinché dalla sua mano
tu possa resuscitare ogni giorno,
con i tuoi occhi intatti
con la tua luce e il tuo dolore tu possa resuscitare
dentro di me.

Provare dolore è sentire la presenza interna di qualcuno o qualcosa che si trova in un tempo fuori dal tempo. Quanta forza e coraggio racchiusi in questi versi che fanno parte della poesia Pido al dolor que persevere che chiude il libro e la seconda parte, Noticias de casa, con una sorta di leggera malinconia e con la certezza che la scrittura e quindi la parola siano accompagnamento necessario per (soprav)vivere.

Noticias de casa nasce come insieme di poesie della memoria, di pezzi di memoria. Piedad ripercorre i momenti della relazione con suo figlio, ricordando i luoghi dove vivere e piangere para que no te mueras doblemente (Pido al dolor que persevere).

Una cocina puede ser el mundo,
un desierto, un lugar para llorar.

(Cocina)

Una cucina può essere il mondo
un deserto, un luogo per piangere.

(Cucina)

L’Último instante dell’esistenza di suo figlio.

En qué pupila
quedaste tú grabado para siempre

aún vivo
pero volando triste hacia la muerte,

en el último instante, el cielo a tus espaldas.

In quale pupilla
sei rimasto impresso per sempre

ancora vivo
ma volando triste verso la morte,
nell’ultimo istante, il cielo alle tue spalle.

Le ferite e l’anniversario:

Llega la fecha y rasga, con discreta violencia,
a venda.

(La fecha)

Arriva la data e strappa, con discreta violenza,
la benda.

(La data)

Fino al:

Ahora que ya no
ahora que nada.

(Ahora que ya no)

Ora che non ci sei più
ora che niente.

(Ora che non ci sei più)

Piedad, in un’intervista con lo scrittore spagnolo Fernando Aramburu nel giornale El Cultural, afferma che scrivere è trasformare le angustie in parole e questo mestiere le serve per scongiurare le sue fragilità e le sue paure. Il processo di scrittura di Piedad ricerca una forza espressiva, un’onestà, un’empatia nel comprendere ciò che ci rende umani.

E quando leggo e rileggo questo libro penso alla mia cara amica V. che me lo regalò proprio quando ne avevo più bisogno e a tutto il dolore che ho provato, a questo flusso di onde desolate che mi inonda quando provo dolore, e che solo grazie alla scrittura, la lettura (e le amicizie) sono riuscita a far accompagnare e, poco a poco, curare. Mi sento parte anche io di questo gruppo di habitados in continua ricerca di una vita da abitare.

(Traduzione dei versi di Piedad Bonnett di Laura Boscardin)

WSI



lunedì 13 dicembre 2021

L’intensità poetica di Idea Vilariño

 

Idea Vilariño


Idea

L’intensità poetica di Idea Vilariño

13 SETTEMBRE 2020, 

Ascolto la voce di Idea recitare le sue poesie in una tranquilla serata di inizio giugno. Lei mi guarda con i suoi occhi malinconici e io, meravigliata, scopro di avere finalmente trovato la poetessa che dà forma ai miei pensieri, ai miei sentimenti.

Idea Vilariño nasce nel 1920 a Montevideo, Uruguay. Poetessa, traduttrice (tra le sue traduzioni, esemplari quelle di alcune opere di Shakespeare), saggista, insegnante e perfino compositrice di canzoni, fa parte della Generazione del ‘45, assieme ad altri importanti scrittori come Mario Benedetti, Ida Vitale e Juan Carlos Onetti.

Da piccola, impara a suonare il violino e nel corso della sua vita diventa un’appassionata della musica del tango. Scrive fin da giovane e partecipa alla direzione di varie riviste, tra cui Número dove appaiono pubblicate alcune sue raccolte di poesie come Paraíso perdido e Por aire sucio. Proviene da una famiglia colta, di classe media in cui scorre nelle vene la letteratura e la musica: suo padre, Leandro Vilariño, è poeta e da lui impara a prestare attenzione al ritmo, al suono incantevole che emana la poesia. Sua madre, Josefina, una grande amante della letteratura europea, mentre i suoi fratelli si chiamano, come per inevitabile destino, Alma, Azul, Poema, Numen.

Il dolore, per la prematura morte dei genitori e del fratello maggiore e per i forti problemi di salute, diventa un elemento intrinseco nella poesia di Idea.

Mi piace chiamarla così come se fosse un’amica, una mentore e come lei stessa firmava i suoi scritti. A tale proposito, è curioso sapere che a volte usasse uno pseudonimo, Elena Rojas, da uno dei cognomi della nonna materna, come per ricreare quel legame famigliare che purtroppo si era dissolto. La fragilità fisica ed emozionale, quindi, porta Idea a coltivare una sensibilità senza precedenti e successori, oserei aggiungere.

Quando si legge la poesia di Idea, ci si trova di fronte a una vera e propria artista in grado di pronunciarsi e allo stesso tempo, tutti noi lettori ci sentiamo pronunciati. Il concetto meglio spiegato con parole di Juan Gelman, poeta argentino:

L’altro scopre in lei uno spazio ignorato di se stesso, ormai battezzato per sempre con le parole di Idea, che lo hanno disvelato. Risveglia ciò che dormiva in ciascuno di noi, apre spazi che ignoravamo di poter avere e di conseguenza non sapevamo di avere.

In un’intervista con Elena Poniatowska1, scrittrice e giornalista messicana, Idea non sa come definire cosa sia per lei la poesia. Con la calma di sempre, chiarisce che è una forma d’essere, del suo essere. Non è stato un incidente che Idea diventasse una poetessa. La poesia sono io, dice. Tutto ciò che scriveva era molto privato, Idea era una persona riservata e distante, non le interessava comunicare, raggiungere il cuore del lettore. E proprio per questo motivo non le interessava la pubblicazione.

Pubblicare non è stato un atto coerente con la sua personalità, Idea lo riteneva un atto di esibizionismo, era gelosa di mostrare l’intimità creata nella poesia. Adesso questo poco importa e possiamo solo ringraziare di avere la possibilità di leggerla.

La poesia di Idea è una poesia sobria, cosmica per la presenza della natura, a cui collega la sua spiritualità, e pura come pure sono le immagini. È una poetica che non ha confini temporali, è eterna perché eterne sono le certezze di cui ci rende partecipi: amore, morte, solitudine e negazione della speranza. Si potrebbero definire “ossessioni” invece di “certezze”, ma queste sono le parole di Idea nel documentario, Idea, del regista Mario Jacob. Di fronte all’inevitabilità della vita, non ci resta che continuare a vivere e per Idea, continuare a scrivere.

In generale, le sue poesie sono corte, contenute e misurate e si leggono in sequenza, una sequenza che avvolge. La sua conoscenza del ritmo e della forma nei minimi dettagli si dimostra in ogni verso che si presenta dominato dall’uso della ripetizione.

È perfezione ritmica: leggere ad alta voce le sue poesie è come trasportarsi in un universo musicale che da alla creazione finale coerenza e significato. Un esempio, in Un ospite, traduzione di Milton Fernández2, Idea comincia con questi versi:

Non sei mio
non ci sei
nella mia vita
accanto a me
non mangi al mio tavolo
non ridi né canti
né vivi per me.

Come scrive nei suoi diari, Idea ritorna sempre a la “semplicità senza nome”, uno stato in cui la poesia si spoglia di costruzioni artificiose e si presenta per quello che è: l’intima verità. Non ci sono mancanze e nemmeno eccessi. È la voce di una donna che ha il coraggio di parlare, di esprimersi e con inusuale incisività, esprime la sensibilità dei suoi vuoti interiori e li nomina, uno ad uno. Idea, osa. È orgogliosa, reticente, solitaria, ma soprattutto consapevole di essere una poetessa, di avere un mondo interiore forte e intenso a cui fare ritorno nei momenti di difficoltà e solitudine.

La scrittura di Idea si può considerare anche come politica, nella rivendicazione del soggetto femminile. C’è una forte preoccupazione sociale e politica, è una poesia di resistenza non solo contro la dittatura dell’epoca in Uruguay, ma contro un sistema tradizionale che non lascia spazio all’espressione della donna, che anzi, la sopprime. Idea, quindi, lotta con i suoi versi, una poetica affilata, ma moderata.

Anche nel caso dell’amore, si può parlare di poesia di resistenza. Le sue relazioni amorose sono tormentose, ma fruttuose. Si innamora di persone inadeguate alla sua forma d’essere, come nel caso di Juan Carlos Onetti (1909 – 1994) a cui dedica i Poemas de amor (1957), un esercizio di immersione profonda nei meandri abissali dell’amore e le relazioni. Idea racconta in una delle sue ultime interviste:

Mi sono innamorata dell’ultima persona di cui avrei dovuto, eravamo fatti di una materia impossibile da legare. Non ha mai capito l’abc della mia vita, non mi ha mai capito come essere umano, come persona. Ancora mi chiedo perché ho sopportato tanto, perché sono tornata sempre da lui.

Queste poesie combattono, con potenza e delicatezza, il complicato mondo dei sentimenti. Idea cerca una risposta alle sue molteplici domande.

Anche noi, al leggerle, ci rivolgiamo le stesse domande e ci soffermiamo a pensare alle possibili risposte: cos’è, poi, l’amore? Perché le relazioni sono così complicate?

E rimangono impresse, queste lotte esistenziali, queste parole, per ricordarci quanto potenti siano i nostri mondi interiori e quanto sia necessario identificarli, nominarli.

E Idea ci può aiutare in questo percorso, è una boccata d’aria la sua poesia, una verità che ci rende liberi di vivere le nostre emozioni.

1 Esencial y desesperada. Una entrevista con Idea Vilariño, Elena Poniatowska.
2 Idea Vilariño, L’amore – [Antologia] (miltonfernandez.wordpress.com ), Rayuela Edizioni, 2016.

WSI



lunedì 29 novembre 2021

Ricordando Mario Benedetti

 

Mario Benedetti


Ricordando Mario Benedetti

Nel centenario dalla nascita del grande scrittore

13 OTTOBRE 2020, 


Il 2020 è stato, e continua ad essere, un anno difficile, un anno che sta mettendo tutti noi a dura prova. Possiamo dire di aver imparato molto in questi mesi e in particolare, di aver imparato a resistere, giorno dopo giorno, alla sfida della quarantena.

Molti di noi (io compresa) sono sopravvissuti grazie alla letteratura, altri grazie alla musica, all’arte. Insomma, ci siamo resi conto che la cultura è essenziale. Che cosa avremmo fatto senza in questo periodo?

E quindi oggi mi sento di celebrare la cultura, ricordando uno scrittore fondamentale, nientemeno che Mario Benedetti. Una volta, un amico mi disse che ricordare è vivere e così vorrei festeggiare, attraverso la memoria, il centenario della nascita di Mario.

Conosciuto in tutto il mondo e tradotto a più di 20 lingue, Mario Benedetti è l’amico della porta accanto, un amico che tutti noi avremmo voluto avere. La semplicità, la calma, l’umiltà e l’umore fanno di Mario uno scrittore, o meglio, un poeta universale.

Nasce un 14 settembre 1920 a Paso de los Toros, una cittadina dell’Uruguay. Fin da piccolo, gli è chiara l’attrazione verso la scrittura e forte è l’ambizione di diventare scrittore. La sua famiglia, piuttosto povera, si trasferisce in città, a Montevideo, quando lui era ancora un ragazzino. A causa degli spostamenti e la mancanza di denaro, attraversa un’infanzia turbolenta, ma si concentra nella lettura e, prima di iniziare ad andare a scuola, Mario sa già leggere e scrivere. La scuola non è di suo gradimento e lascia gli studi incompleti per iniziare a lavorare e occuparsi della sua famiglia. Fa svariati lavori: come impiegato in un’azienda d’auto, in un’agenzia immobiliare, come impiegato pubblico e tutto ciò influisce sulla percezione della realtà e si riflette nella quotidianità dei personaggi dei suoi libri e delle sue poesie.

Poemas de la oficina (1956) è un chiaro esempio: sono delle poesie che si basano su problemi quotidiani, su preoccupazioni, speranze e frustrazioni, emozioni insomma tipicamente umane.

Per la prima volta nella letteratura del suo Paese, Mario introduce l’universo dell’ufficio e della classe media della città di Montevideo. E fu una novità all’epoca perché questi temi erano ritenuti poco poetici. Non si rispecchia, infatti, nella poesia ermetica e misteriosa del tempo. Vuole chiarezza e comunicazione con il lettore, non distanza. Da qui, il suo successo e il successo di questa nuova essenza poetica, come lui stesso la definisce1. Il lettore inizia a sentirsi subito identificato, non solo per le avventure e tragedie delle storie e dei personaggi, ma soprattutto per la loro carica emozionale e la loro umanità. C’è preoccupazione sociale, preoccupazione verso la sua gente, e che troviamo in tutte le sue opere, come Montevideanos e La tregua, uno dei romanzi più famosi a livello mondiale. La sua letteratura ha un obiettivo comune: svegliare gli amati concittadini dalla routine che porta all’alienazione. Svegliare e scuotere questa realtà alienante in cui viviamo per non lasciare che ci sommerga.

Mario non riuscì solamente in questo intento. Ma in molto altro ancora. Ha vari pregi che lo rendono così universale tra cui la già nominata umanità, la vicinanza alle inquietudini esistenziali e una resilienza al sentimento dell’amore.

Mario esalta nella poesia la forza dell’amore. Lo ritiene uno degli elementi emblematici della vita che rimane sempre alla base di qualsiasi relazione umana (anche se a volte ce ne dimentichiamo) ed è l’unica possibilità per far fronte all’idea della morte.

Il libro El amor, las mujeres y la vida, tradotto recentemente da Stefania Marinoni (Nottetempo, 2019) con il titolo, L’amore, le donne e la vita, raccoglie una selezione di poesie d’amore scritte nell’arco di cinquant’anni. Il titolo fa riferimento al libro del filosofo tedesco Arthur Schopenhauer, L’arte di trattare le donne (Adelphi, 2000) da cui Mario si dissocia per la posizione negativa del filosofo verso l’amore. El amor, las mujeres y la vida è un libro che avvolge, una testimonianza di quanto l’amore possa darci immensa speranza.

Luna congelada (Luna congelata)

[…]
con questa solitudine
inservibile
vuota

si può qualche volta
comprendere
l’amore.

Estados de ánimos (Stati d’animo)

[…]
sereno nella speranza
sperando che una sera
ti avvicini e mi vedi
e nel vedermi ti guardi.

Credo

[…]
a questo punto della vita
credo agli occhi e alle mani del popolo
in generale
e ai tuoi occhi e alle tue mani
in particolare.

Una svolta arriva nel 1973. Mario fu sempre coinvolto nella politica dell’Uruguay e proprio per questo motivo, il colpo di stato lo costringe all’esilio. Questa rottura con la realtà quotidiana di Montevideo, con la sua gente e la lontananza da sua moglie, Luz López Alegre, lo segna profondamente: il non-contatto e il vivere, esiliato in corpo e mente, in altri Paesi provocano un cambio a livello letterario. Ciò che non cambia, però, è la volontà di scrivere, di ricordare il suo Paese e il suo popolo, ora disperso nei quattro punti cardinali, ma che continua a ispirarlo. Un grande senso di comunità, di patria e la resistenza alle avversità è ciò che gli fa onore. Mario Benedetti è un poeta del popolo, un poeta umile e di anima pura.

E non solo: è il poeta dei giovani. Sono i giovani che hanno sostenuto, e continuano a sostenere, la sua poesia in tutti questi anni. Sarà per il linguaggio semplice, ma una cosa è certa: la sua scrittura arriva direttamente al cuore, come una carezza, senza passare per la mente. Quando ci si inoltra nel mondo poetico e letterario di Mario, non c’è agitazione mentale, solo il battito forte del cuore che dice: “Ecco, è proprio ciò che sento”. Perché alla fine un po' tutti siamo Mario Benedetti: un poeta che credeva nella relazione obbligatoria tra la mano, la penna e la creatività poetica, il triangolo amoroso, e che fino all’ultimo giorno camminò per le strade di Montevideo con un taccuino in tasca, perché l’ispirazione arriva in qualsiasi momento.

Io non so cosa avrei fatto senza la letteratura e senza i miei scrittori e scrittrici preferiti, da cui sempre torno nei momenti difficili. Come mi succede con Mario Benedetti, un rifugio sicuro di saggezza e verità. E lo ricordo, così, come il grande poeta della vita e lo ringrazio per averci regalato le sue parole fatte poesia.

1 Hortensia Campanella, “Mario Benedetti: A ras de sueño”, Anthropos, Mario Benedetti. Literatura y creación social de la realidad. La utopía, empresa y revolución de la historia, n.º 132, Barcelona, maggio 1992, p. 28.

WSI