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lunedì 8 dicembre 2025

Intervista a Giuseppina Enrica Cinque Villa Adriana e le sue Muse, fonte d’ispirazione per Leonardo, Michelangelo e Raffaello


Veduta aerea di Villa Adriana con le Grandi Terme e il Pecile. Tivoli, Italia
Veduta aerea di Villa Adriana con le Grandi Terme e il Pecile. Tivoli, Italia


Intervista a Giuseppina Enrica Cinque

Villa Adriana e le sue Muse, fonte d’ispirazione per Leonardo, Michelangelo e Raffaello 

5 OTTOBRE 2025, 

Giuseppina Enrica Cinque, architetto, è professore di Disegno dell’Architettura (Discipline della Rappresentazione) all'Università di Roma Tor Vergata, Dipartimento di Ingegneria Civile e Ingegneria Informatica. Considerata una delle maggiori esperte del sito archeologico di Villa Adriana, ha iniziato i suoi studi e rilievi sulla Villa nel 2002. Il suo lavoro è confluito in diverse pubblicazioni, tra cui Villa Adriana. La Pianta del Centenario in collaborazione con Benedetta Adembri, sul rilievo geometrico e dimensionale dell'intera area di proprietà demaniale, e un altro volume, pubblicato dall’Ecole de France, nel quale sono analizzate le rappresentazioni planimetriche del sito tra il XVI e il XVIII secolo. 

lunedì 28 luglio 2025

Intervista a Francesca Tinelli di Gorla / Respirare vita nella stanza degli incontri

 

L'inaugurazione della “stanza per sé”. Da sinistra: la Presidente di Soroptimist Europa Hafdís Karlsdóttir, il Questore Bruno Megale, la Procuratrice aggiunta Letizia Mannella, il Prefetto Claudio Sgaraglia, la Presidente di Soroptimist International d'Italia  Adriana Macchi
L'inaugurazione della “stanza per sé”. Da sinistra: la Presidente di Soroptimist Europa Hafdís Karlsdóttir, il Questore Bruno Megale, la Procuratrice aggiunta Letizia Mannella, il Prefetto Claudio Sgaraglia, la Presidente di Soroptimist International d'Italia Adriana Macchi


Intervista a Francesca Tinelli di Gorla

Respirare vita nella stanza degli incontri

27 MAGGIO 2025, 


Dentro la questura di Milano, grazie all’iniziativa di Soroptimist International d’Italia, Club Milano Fondatore e Club Milano alla Scala in collaborazione con la Polizia ha preso forma una “stanza per sé”, un luogo di accoglimento e ospitalità per le donne vittime di violenza.

venerdì 25 luglio 2025

Intervista a Sergio Baroni


Galleria Baroni, via Madonnina 17, Milano, Italia
Galleria Baroni, via Madonnina 17, Milano, Italia

Intervista a Sergio Baroni

San Nicola: dal racconto delle tre fanciulle alle case di tolleranza


27 APRILE 2025, 
LUISA MARIANI

Chiedo a Sergio Baroni proprietario della Galleria Baroni, in via Madonnina 17 a Milano, di raccontare il significato della mostra che ha allestito nel mese di marzo, dall’intrigante titolo: Dal racconto delle tre fanciulle alle case di tolleranza.

martedì 25 luglio 2023

WebIntrospections / Intervista a Francesco Bertucci

 

Francesco Bertucci, Look Back


WebIntrospections

Intervista a Francesco Bertucci

9 APRILE 2016, 


Un appuntamento nel cuore di Londra. Sono appena arrivato a Covent Garden dopo un breve tragitto dall'omonima stazione della metro; ci sono alcuni artisti di strada e riesco a passare un po’ di tempo prima di ricevere un messaggio sul mio cellulare, "sto arrivando", e dopo neanche mezzo minuto vedo in lontananza Francesco Bertucci, che risiede in Italia, ma molto spesso si trova a Londra per qualche evento e per il suo legame artistico e passionale con la città. Cominciamo subito a scambiare qualche parola in un pomeriggio inoltrato, avvicinandoci poi a un locale all’interno di Covent Garden: niente domande preparate, è un discorso a ruota libera e così prendo appunti, sottolineo, evidenzio… e racconto.

Corrente artistica personale: WebIntrospections: Web ... anima dell'umanità ... l'umanità ... anima del web. Un pensiero unico, un solo essere umano, espresso in un modo unico: unicità. Molti pensieri, molti esseri umani, espressi in diversi modi: molteplicità. Introspezione della propria anima riflessa in un insieme unico e l'introspezione di un insieme unico riflesso nella propria anima, algoritmi infiniti di un'unica matrice animica: IntrospezioniWeb.

In queste righe è descritta la corrente artistica personale di Francesco Bertucci, che l’autore definisce con il nome di webintrospections – introspezioniweb, ovvero l'interazione tra l’artista e il web, considerando l’intera rete come l’insieme di tutto il sapere del genere umano, sia cognitivo che emozionale; nella rete vengono inserite tutte le informazioni, tutte le sensazioni, tutto ciò che l’essere umano è in grado di fare e di pensare, dal banale calcolo matematico al vibrante romanzo di letteratura, allo stimolante video personale, senza dimenticare lo scambio sociale e le interazioni innumerevoli tra utenti.

Come nel film Matrix, che Francesco dice essere uno dei suoi preferiti, il tutto viene convogliato all’interno della rete, della matrice, dove diventa Anima, forte dell’energia animica di tutti gli utenti, che nel bene o nel male hanno messo la propria forza interiore, in quello che hanno fatto, descritto, creato o semplicemente "postato"; un concetto semplice ma vero, pensandoci bene, che riassume l’evoluzione tecnologica dei nostri tempi e le implicazioni che in un futuro non troppo lontano dovremo affrontare anche se ora sbadatamente sembriamo snobbarle.

Francesco viene dal mondo informatico e creativo della grafica tridimensionale, fatta di poligoni sempre più complessi e di texture che abbelliscono in modo sempre più interattivo e reale quelli che sono i videogiochi, ma non solo: prende spunto proprio da internet e dalla combinazione della ragnatela virtuale con l’intricata rete delle vicende e degli accadimenti della vita reale. Un'immagine si mescola a un sentimento, si combina con un paesaggio, si manifesta con un’emozione e si concretizza su una tela virtuale per finire poi su una tela vera e propria a suon di pennello. La tecnica usata è mista: Francesco parte da un lavoro virtuale e arriva ora a una stampa digitale, ora a un acrilico o un olio su tela, ora a una mescolanza tra la stampa digitale e le tecniche classiche, oppure viceversa da un lavoro su carta, cartoncino, tela, si arriva a un'immagine virtuale che viene a sua volta modificata e rielaborata.

Il suo stile, la sua tecnica personale, le sue opere sono state portate in giro per il mondo e sono apprezzate a livello internazionale; ha realizzato mostre sia in Italia che in molti paesi europei, soprattutto nella capitale inglese, che come dicevamo riveste un interesse particolare per lui; poi un'importante mostra nella capitale russa, ma anche nel lontano Oriente, a Tokyo, e prossimamente nella popolatissima Shanghai; molte sue opere sono tuttora in giro per il mondo, negli Stati Uniti e in Australia, dove collabora anche con il sito italiano di Love Australia; qualcosa si trova anche in Colombia, a Barranquilla.

Ci vuole parlare principalmente del suo Trittico esoterico, che ha avuto un forte riscontro internazionale "dietro le quinte", forse per il tema trattato e per il modo con cui si ricollega all’arte, all’artista, al mondo reale e alla magia, che forse c’entra con tutti e con nessuno.

La pittura e l’esoterismo hanno un anello di congiunzione che è cosa nota: partendo dalle pitture rupestri e dal loro significato simbolico e propiziatorio, via via di seguito in Egitto e nell'antica Roma, e nelle epoche successive, fino al famoso dipinto L'isola dei morti (in tedesco, Die Toteninsel), del pittore simbolista svizzero Arnold Böcklin (1827-1901), per il quale lo stesso Hitler non badò a spese, facendo collocare l'opera niente meno che nella cancelleria del Reich a Berlino, fino a quando nel 1945 fu sequestrata dall’Armata Rossa come "bottino di guerra" e spedita in Russia; solo in seguito tornò a Berlino e fu esposta all’Alte Nationalgalerie. Il pittore Arnold Böcklin non diede mai spiegazioni in merito al suo lavoro, né tantomeno le diedero Hitler, l’Armata Rossa e quanti volevano possedere il quadro, quindi questo alone di mistero che scaturiva dalla mancanza di informazioni conduceva già di per sé al concetto di segreto, ovvero all’esoterico.

Nemmeno il contemporaneo Francesco Bertucci ci dà spiegazioni o informazioni in merito al suo Trittico Esoterico, composto da tre opere appunto, la prima Horizons, (Orizzonti), la seconda SyncRockTrap (Trappola di Roccia Sincronica), e la terza NoLightsHeads (I non fari), ma pone tutti davanti al fatto compiuto, fornendo solo tre delle posizioni che il trittico può avere e la misteriosa denominazione delle stesse, Soul Position God Amplifies White Energies (Posizione Anima – Dio - Amplifica Energie Bianche), poi Body Position Matter Amplifies Black Energies (Posizione Corpo – Materia - Amplifica Energie Nere), infine Spirit Position Chaos Amplifies Casual Effect (Posizione Spirito - Caos - Amplifica Effetto Casuale). Praticamente a seconda di come i quadri vengono posizionati nell’ambiente riescono a creare un campo di energia con l’ambiente dove si trovano e a favore della persona o delle persone che in quel luogo li hanno posti.

Si può solamente dire che i soggetti delle tre opere, prodotte tutte nel 2013, sono paesaggi di forte impatto a livello interiore, e certo la spiegazione che viene data dall’artista, anche se ridotta a un nome, ci lascia come già pieni di qualcosa, di una energia, di mistero, appunto di una forte carica esoterica, e non c’è bisogno di ragionarci tanto sopra o di porsi delle domande o di trovare delle risposte, si sente, osservando e percependo ciò che dai quadri scaturisce.

Vigilando su questo Trittico Esoterico come su un sorvegliato speciale, e andando sul sito dell’artista si trovano altre opere circondate da un alone di mistero: spesso appare la creatura “Donna” nelle più improbabili facce e sfaccettature… e il tutto va da una tematica classica espressa in vesti moderne, fino alla più spinta ed esasperata avanguardia pura, che non disturba, ma è ben accolta anche dai più attaccati, abbarbicati amanti del cosiddetto “classico”: per la cromaticità, la plasticità e il senso dell’idea, del pensiero che non s’intravede, ma che si “vede”, invece, chiaro, netto, nell’opera stessa.


MEER





venerdì 14 luglio 2023

Intervista ad Andrea De Angelis / Emozionarsi emozionando

 

Messicano
Andrea de Angelis


Intervista ad Andrea De Angelis

Emozionarsi emozionando

9 FEBBRAIO 2016, 

In una serata fredda ma non gelida, qui ad Ancona, vado a cena con Andrea proprio nella zona del centro storico, lui al telefono aveva insistito per fare l’intervista al tavolo di una trattoria perché cosi si ragiona meglio, perché così si entra in confidenza, insomma detta all’italiana, Andrea è una buona forchetta senza ombra di dubbio. Un bel piatto tipico anconetano come antipasto, viene chiamato i moscioli, apre la serata tra me e Andrea, e dopo qualche gustoso anticipo e qualche battuta qua e là tra un boccone e un altro, inizio a fargli le mie domande per capire il suo punto di vista artistico e il suo modo di interpretare l’arte.

Andrea, ben trovato, raccontaci qualcosa di te...

Mi chiamo Andrea De Angelis, ho 46 anni, vengo da Ancona. Sono amante da sempre della pittura, così 4 anni fa decisi di prendere in mano i pennelli e provare a dare colore alle mie emozioni. Sono autodidatta, non ho frequentato il liceo artistico, ma costantemente pratico corsi di pittura ad olio, acquarello e nudo artistico tenuti da insegnanti professionisti. Mi sento bene e non mi pesa apprendere cose e tecniche nuove, ed esplorare, penso che migliorandomi nell’arte, miglioro anche me stesso e trasmetto una idea positiva su di me a chi mi circonda.

Come ti sei avvicinato all’arte?

Mi ha sempre affascinato, quando da piccolo andavo a trovare mio cugino, passavo le ore a osservarlo mentre dipingeva, era un pittore e un insegnante di arte. Da quel momento in poi non ho più smesso di pensare e appena ho potuto e ne ho avuto l’occasione ho iniziato a concretizzare quello che era stato il mio primo desiderio.

A cosa ti ispiri quando dipingi e cosa senti?

Dipende dal momento e dal periodo, in fondo è questo che contraddistingue un’artista. Tutto viene dall’inconscio, l’emozione viene trasferita su tela da soggetti e colori. Quando faccio arte sento serenità e i miei pensieri svaniscono, tutta la mia attenzione cade sulla tela creando macchie di colore. Non si può esprimere più di tanto a parole quello che si prova, è un rapporto intimo tra la persona in tutto il suo essere e la tela, un dialogare, un relazionarsi in modo diverso con il pubblico e con se stessi.

Ti definisci legato a qualche corrente artistica, a qualche stile contemporaneo, o ad altro?

Solitamente mi avvicino al realismo, amo molto lavorare con la spatola e ho intenzione di provare anche l’iperrealismo.

Secondo te perché sei un’artista?

Perché mi piace emozionarmi emozionando, questa è diciamo la mia frase personale, il mio concreto pensiero che esprime il mio modo di essere e soprattutto il mio modo di esprimere l’arte.

Quali sono le tue migliori opere?

Il particolare del Cristo Crocifisso, omaggio a Velasquez, Scorcio di VeneziaCavallo in riva al mare.

Parlaci di queste tue creazioni...

Il particolare del Cristo Crocifisso è realizzato in olio su tela (35 x50 cm), ed è stato pensato come dono a un’autorità religiosa. Scorcio di Venezia è realizzato in olio su tela (70x100 cm) ed è stato realizzato perché amo Venezia, e perché in quel particolare periodo sentivo la necessità di colori come il verde e viola. Cavallo in riva al mare è realizzato in olio su tela (70x100 cm), la scelta del soggetto è data dall’amore per i cavalli e dal senso di libertà, eleganza e potenza che trasmettono.

La tecnica, i colori, le scelte dei soggetti, come fai?

Le tecniche che solitamente utilizzo sono quelle ad olio e acquerello, amo molto utilizzare colori caldi e sono più attratto da soggetti come il mare e i glicini, perché mi trasmettono serenità e pace dettati attraverso i loro colori.

Dove vorresti arrivare, come vedi il tuo futuro?

Vorrei tra 40 anni avere le stesse emozioni che ho oggi dipingendo. Vedo il mio futuro variopinto.

Cosa ti piace di te, da artista?

Mi piace il fatto di non essere vanitoso e di sentirmi al pari degli altri.

Cosa non ti piace di te invece?

Non amo di me la mia impazienza, vorrei vedere l’opera terminata il prima possibile.

Che reazioni ha avuto il pubblico fino ad ora?

Ho avuto apprezzamenti positivi, naturalmente mi riferisco al pubblico che “naviga” verso la mia corrente artistica.

Qual è stato il riconoscimento più gratificante?

Il giudizio del pubblico e la quotazione che mi è stata data da professionisti del settore (galleristi), non da meno i numerosi premi ricevuti.

Abbiamo passato qualche momento insieme, ci hai fatto capire chi sei e come vivi la tua arte e ci hai anche fatto apprezzare la cucina della tua zona, anzi possiamo dire che ci siamo fatti un’ottima mangiata! Grazie.

MEER


venerdì 21 febbraio 2020

Zadie Smith / «Sto lontana dai social come un’alcolista dalla vodka»

Zadie Smith
Zadie Smith: «Sto lontana dai social come un’alcolista dalla vodka»

La scrittrice inglese racconta a 7 sogni («un bacio con John Lennon»), delusioni («Woody Allen»), il rapporto sentimentale tra scrittura e vita, progetti per il futuro. E confessa: «Odio comprare smartphone per i figli»


Luca Mastrantonio
21 febbraio 2020 (modifica il 21 febbraio 2020 | 00:42)

Zadie Smith


Zadie Smith, nata a Londra nel 1975 da padre inglese e madre giamaicana. Insegna Scrittura creativa presso la New York University. Il 25 febbraio uscirà in Italia la raccolta di racconti «Grand Union», edita da Mondadori
Chiamiamo Zadie Smith per l’intervista e risponde con un sms: «Quale intervista? Non ricordo, sono dal parrucchiere. Chiedo scusa». Dopo un’ora è tornata a casa, al Greenwich Village, dove vive con il marito Nick Laird, poeta nordirlandese, due figli e un cane (hanno lasciato Londra per New York anni fa). Le telefoniamo. La voce è sottile ma chiara, il tono oscilla tra gentilezza spontanea e scetticismo auto-ironico. Partiamo dal suo nuovo libro, Grand Union, una raccolta di racconti (Mondadori). La sua prima, dopo romanzi e saggi. C’è varietà di registri e soggetti: una festa di stili, temi e punti di vita. In un articolo su The New York Review of Books lei ha rivendicato l’incoerenza del suo carattere, la contraddittorietà, che la porta a immaginarsi nei panni degli altri: se pranza con uno zio devoto si immagina testimone di Geova, se la sua amica pakistana le trucca le mani, si pensa come sua sorella. «Sono una voyeuse delle pari opportunità: se entro in una casa immagino come sarebbe viverci dentro. Quando incontro le altre persone sembrano molto sicure di sé, più di me, forse è strano essere meno sicuri di sé. Ma io sono così».
Lei si è descritta come introversa/ estroversa. I timidi sono narcisi?
«Non penso di essere estroversa, però continuo a pubblicare e sembra un tentativo d’attirare l’attenzione. Entrambi gli aspetti sono veri. Mi piace esibirmi, ma in un’accezione diversa rispetto ai miei fratelli (Ben e Luke sono attori e musicisti, ndr). Non mi piace essere presente nel momento della performance. La scrittura è efficace in questo senso: ci si esibisce, ma non si è sul palco nel momento in cui si va in scena, è adatto al mio modo di essere».
Su «Brexit» ha criticato la demagogia dei populisti, ma pure la miopia dei progressisti. Ora la Brexit è realtà storica: cosa prova?
«Sono alle prese con i nostri disastri americani. Sento la Brexit molto lontana. Ho parlato con i parenti e so che tutti sono esausti, depressi. Ma per me è troppo tenere il passo con due apocalissi contemporaneamente... esiste il plurale di apocalisse? Apocalissi, non so».


La scrittrice Zadie Smith con il fratello Ben Bailey Smith, attore e rapper noto come Doc Brown (foto Paul Stuart/Camera Press/Contrasto)

Anni fa, quando ci sentimmo per «Swing Time», lei disse che suo marito era dipendente dalle news su Trump: è migliorato?
«Siamo tutti esausti per Trump. C’è un giornalismo Trump-demented, ossessionato: arte, film, libri. In particolare per gli uomini, le news danno dipendenza. Hanno lo stesso ruolo dell’idea di virilità: “Devi mantenere la tua area sicura e cacciare”. Vanno a caccia di informazioni, ma non cambia nulla».
Come difendersi?
«I figli aiutano. E la cultura. Già da bambina evadevo la realtà con libri e canzoni. Siamo andati a vedere American Utopia di David Byrne, che ha cantato le canzoni dei Talking Heads, bello, un’utopia svanita quando siamo usciti dal teatro, ma finché eravamo lì sembrava un’America diversa. Un sogno».
Ci racconta un sogno fatto?
«In uno c’è uno tsunami e vengo sopraffatta dalle onde: è ricorrente. Sempre uguale. Noioso, no?».
Di sicuro brutto. Un sogno bello?
«Circa 30 anni fa ho sognato di essere ad una festa in casa e di incontrare John Lennon, che era ancora giovane e mi dava un bacio».
Un british che si trasferì a New York. Cosa la colpisce di più degli americani rispetto agli inglesi?
«L’amore per gli animali; è forte anche in Inghilterra, ma qui è più intenso. Non ho mai visto la stampa animarsi tanto per le vittime durante la guerra in Iraq come quando un soldato ha gettato un cane da una rupe in Afghanistan. Migliaia di persone morte nel corso delle ultime guerre sciocca meno di un cane? C’è un amore forte per gli animali, certo, e pure tanta ipocrisia».
«IL CULTO DEGLI ANIMALI IN AMERICA
COMPENSA LA BRUTALITÀ DELLA VITA»
I paradossi della pet-therapy?
«Il governo americano è duro con i suoi cittadini, la vita è brutale: tre settimane di ferie in un anno, se si è fortunati, dopo un figlio si torna subito a lavoro. Allora gli animali sono un conforto: un gatto, un cane, un cucciolo è una tregua, una distrazione dal mondo».
Per questo ha dedicato il libro al suo cane, un carlino, Maud?
«Il suo nome mi piace molto, ma la cosa buffa è che Maud non è per niente interessata a me: è un po’ una piccola fascista, non è una persona piacevole. L’abbiamo preso ispirati da Beatrice von Rezzori, la baronessa (che organizza un Premio letterario per stranieri tradotti, ndr) che aveva molti carlini a Firenze. Maud ha radici italiane».
Zadie Smith a Los Feliz, durante un incontro con il pubblico in occasione del suo debutto letterario, con «Denti bianchi», nel 2000


Si ricorda la nostra lingua?
«Un po’. Mi piace la parola “spaccare”. Mi tengo allenata guardando serie tv. Suburra, ma era troppo violenta, ho gettato la spugna, e Liberi sognatori, storie di persone che si sono opposte alla mafia e hanno fatto una brutta fine: della serie, si può essere brave persone, ma non funzionerà. C’è pure l’attore che fa il secondo ispettore di Montalbano: magro, capelli scuri, è molto bello, sembra un giovane cervo ( Peppino Mazzotta, ndr)».
Anche Luca Zingaretti è bello.
«Sì, è molto affascinante. Il fratello ( Nicola, ndr) meno».
Nel racconto Grand Union riavvolge la sua discendenza materna incontrando anche chi non c’è più. Lei chi vorrebbe rincontrare?
«Mi piacerebbe incontrare nuovamente mio padre. Per passeggiare insieme, con lui, ancora in Italia. Quando ero più giovane credevo di voler incontrare scrittori che avevo ammirato, come Virginia Woolf; ma ora a 44 anni conosco molti scrittori e so che il lato migliore di qualsiasi scrittore sono i libri».
«I POETI COME MIO MARITO VIVONO
L’AMORE MEGLIO DI NOI ROMANZIERI»
Mi sono appuntato una frase da «L’uomo autografo». Il protagonista si sorprende che “quando si eliminano i litigi, ciò che resta è l’amore, una immensa quantità di amore, che trabocca fuori di te”. Come possiamo eliminare i litigi?
«Non mi ricordo di aver scritto quella frase, suona giovanile, di quando pensi che ogni problema si risolve con una conoscenza aforistica. È bella! Ma è difficile metterla in pratica, litigo con tutti su tutto: su vestiti, razza, politica. Perciò non uso Twitter, tirerebbe fuori la parte peggiore di me, sto lontana come un alcolista dalla vodka, i social accentuerebbero il mio narcisismo».
Con suo marito litiga molto?
«Tanto, come tutte le persone sposate. Però meno di prima. A volte, entrambi lasciamo perdere: un po’ per sfinimento e un po’ perché invecchiando si realizza che non c’è una vincita, né un vincitore? Chi o cosa si vince? O si è gentili ed empatici vicendevolmente o si accetta che entrambi si è un disastro. Da giovani si pensa ancora che prima o poi si esporrà l’argomentazione perfetta e l’altro dirà “Ah sì, hai completamente ragione”».


Zadie Smith con il marito, il poeta Nick Laird. Si sono conosciuti a Cambridge negli Anni 90: «Ci siamo scritti delle email, chissà che fine hanno fatto?», dice l’autrice



Sull’amore cita spesso suo marito. Le sue poesie la ispirano ancora?
«Ho usato per un mio libro il suo verso “il tempo è come spendi il tuo amore”. La sua poesia ha pazienza e mostra capacità di amare. Tutti vogliamo essere degni di essere amati, ma qualcuno deve occuparsi di amare, che è più difficile. L’amore è una specie di esercizio. I poeti sono molto attenti alle piccole cose, ai momenti, alla luce, a quello che succede, mentre gli autori di romanzi sono pieni di teorie sulla vita che poi vivi e scopri che non è così... Siamo pieni di ideali, ingenui, umili e questa cosa diverte i lettori, credo. La poesia è più capace di vivere, è questo che imparo da Nick: un’attitudine a vivere, piuttosto che a pontificare come sto facendo proprio ora. Della sua poesia mi piace il mix di mascolinità tradizionale e vulnerabilità preziosa, qualcosa che si può ritrovare nel mondo di Ted Hughes: ma spero di non finire come Sylvia Plath con la testa in un forno, Gesù Cristo!».
La sua ultima raccolta di saggi è «Feel free». Oggi cosa le fa sentire di essere libera?
«Nuotare mi fa sentire libera. Sono una newyorkese, quindi vado a correre, mi alleno, ritengo che anche queste forme di autopunizione possano portare gioia. Ma nuotare in mare è la cosa migliore che mi venga in mente. Anche le piscine sono belle. Non c’è lusso maggiore di avere una piscina: chi ha una piscina non dovrebbe chiedere di più dalla vita e invece lo fa».
«LA DIFFUSIONE DEI TELEFONI IPERCONNESSI? PENSO
SIANO LETALI PER LO SVILUPPO DEI GIOVANI: TI
LOCALIZZANO, SONO PROGETTATI PER CREARE DIPENDENZA»
Quand’è che invece sente la sua libertà minacciata, in pericolo?

«Passerò per luddista, ma sapere che prima o poi, attorno ai 13/14 anni, dovrò dare ai miei figli degli smartphone mi fa imbestialire. Ora resisto, ma non c’è via di uscita, sarebbero emarginati dal sistema scolastico e poi universitario. Odio questi telefoni, penso siano letali per lo sviluppo dei giovani: ti localizzano, sono progettati per creare dipendenza... come se un’intera società, un governo e un’istituzione privata mi dicessero: “A 14 anni tuo figlio deve assumere eroina, tutti sono dipendenti dall’eroina”. Lo trovo vergognoso! Ma non ho scelta ed è lesivo della mia libertà».

Oltre alla dipendenza, qual è il rischio principale di una vita digitalmente iperconnessa?

«Oggi si fa fatica a esercitare il proprio pensiero individuale, indipendente, l’oggetto che abbiamo in mano è strumento con cui si scrive, si pensa, si lavora, ci si nutre, si ama... e mira a rendere smart la nostra casa, la nostra vita, ma quello che è smart spesso per noi è stupido, perché ci sono algoritmi e automatismi più complessi di noi che ci stimolano e ci punzecchiano in continuazione. Così si è delusi da quello che si è scritto o fatto. I social creano una narrazione di noi che sembra dotata di senso, ma non è così. Sì, siamo sempre stati influenzati dalla cultura, dai media, dalla famiglia e dalla comunità: hanno un effetto calmante. Uno dei motivi per cui non corro nuda per strada è perché i miei cari e gli amici non approverebbero. Ma questa disapprovazione ha un carattere limitato, nella mia vita. Invece soprattutto per i più giovani oggi l’approvazione o disapprovazione sociale è totale, invasiva, rende schiavi».



Zadie Smith alla presentazione del suo libro «On Beauty» nel 2005






Tre anni fa, disse che non lascia sua figlia più di 5 minuti davanti allo specchio: è ancora così?
«Ecco come il web fraintende. Parlavo di Tolstoj e della felicità familiare, dicevo che impiego circa 6-8 minuti per mettermi quello che mi metto in faccia e non vorrei sprecarlo e a mia figlia dico: “Perché dovresti fare qualcosa che tuo fratello non farebbe? È tempo che togli alla tua vita”. Mia figlia prenderà le sue decisioni sulla femminilità, ma io personalmente non ho tempo per questo. Mi dà fastidio dedicare tempo a depilarmi le gambe, lo faccio e mi odio perché lo faccio solo per non provare imbarazzo, ma so che non ci credo. Non credo dovrei preoccuparmi di depilarmi le gambe eppure lo faccio: è motivo di tedio e odio per me stessa».
Altri modi di tempo sprecato?
«Il baseball e i videogiochi! Ma è un assurdo fastidio materno: trovo giocare ai videogiochi una cosa senza scopo, ma io faccio lo stesso quando suono il pianoforte!».

Zadie Smith
Poster di T.A.
«L’ARGOMENTO PIÙ DIFFICILE CON I MIEI FIGLI:
È STATO DURO SPIEGARE PERCHÉ MICHAEL JACKSON
SI ERA SCHIARITO LA PELLE. DIFFICILE SPIEGARE
L’ODIO PER SE STESSI... E LA SOCIETÀ LO INCORAGGIAVA»

Zadie Smith
Poster di Triunfo Arciniegas
Qual è stato l’argomento più difficile da trattare con i suoi figli?
«Perché Michael Jackson si è schiarito la pelle. Preferirei rispondere a qualsiasi domanda sulla sessualità piuttosto che rispondere a questa: è difficile spiegare l’odio per sé stessi, il disgusto verso la propria persona, e bisogna anche parlare di una società che addirittura lo incoraggiava in tal senso».
Con Michael Jackson e le ombre che lo avvolgono il rischio è confondere l’artista e la sua arte. Con Woody Allen, attaccato dal #MeToo, si corre lo stesso rischio?
«No, non penso. I difetti di Woody Allen come persona sono presenti anche nei suoi film. Da ragazza ero una grande fan, ma non mi ero resa conto che fosse un misogino impressionante, lo è sempre stato, i suoi film in parte ne parlano e Manhattan ne è l’esempio più classico: i difetti estetici e quelli etici sono gli stessi. Annie è un mezzo personaggio, perché lui capisce molto poco delle donne. Ma capisce molte cose, nei suoi primi film, circa la sua particolare forma di inadeguatezza, la tipologia di uomini sessualmente preoccupati, capisce molto di tante cose. E ci sono tante altre cose che non hanno alcuno spazio nelle sue opere. E una totale mancanza di valori morali nella sua vita. Ed è tutto qui. Il nostro giudizio, in un modo o nell’altro, non aggiunge nulla e non toglie nulla».
I suoi progetti per il futuro?
«Ho da scrivere due romanzi. Vorrei fare un viaggio in Giappone. E voglio tornare a Roma, invecchiare. Forse mi chiameranno “la Smith” ( in italiano, ndr) come dicono quando una donna diventa vecchia e abbastanza sopra le righe per meritarsi anche il giusto articolo con il nome».
CORRIERE DELLA SERA