lunedì 27 luglio 2020

Jack London / Martin Eden / XXXI - XL

Martin Eden by Jack London - Read on Glose - Glose

Jack London 

XXXI
Camminando lungo la Broadway, Martin si era imbattuto nella sorella Gertrude – un incontro imbarazzante ma utile. Era stata lei a vederlo per prima mentre attendeva il tram alla fermata dell’angolo e aveva notato i lineamenti magri e sparuti del viso del fratello e l’espressione tesa e preoccupata del suo sguardo. In effetti egli era alla disperazione dopo un infruttuoso colloquio con l’uomo del banco dei pegni al quale aveva sollecitato un prestito supplementare sulla bicicletta. Con l’arrivo del cupo clima autunnale aveva infatti impegnato il veicolo per non sacrificare l’abito scuro.
«Dammi il vestito nero», gli aveva detto il prestatore che ormai conosceva ogni suo avere. «Non dirmi che sei andato a impegnarlo da quell’ebreo, Lipka, perché se lo hai fatto…».
Era furioso e Martin si affrettò a spiegare:
«No, no; ce l’ho. Ne ho bisogno per un colloquio d’affari».
«Va bene», aveva risposto l’usuraio, rabbonito. «Lo voglio anch’io, per una questione d’affari, prima di darti altri soldi. Non penserai che lavori per la gloria?».
«Ma è una bicicletta che vale quaranta dollari ed è in buone condizioni», aveva obiettato Martin. «E lei in cambio mi ha concesso sette dollari. Anzi, meno di sette. Sei e un quarto; si è tenuto in anticipo l’interesse».
«Se ne vuoi di più portami il vestito», era stata la conclusione che aveva fatto uscire Martin da quel buco irrespirabile con una tale disperazione nell’animo che, riflettendosi chiaramente nello sguardo, aveva spinto alla pietà la sorella.
Subito dopo l’incontro il tram di Telegraph Avenue si fermò per raccogliere tutta la folla in giro per gli acquisti pomeridiani. Dal modo in cui lui le strinse il braccio per aiutarla a salire, la signora Higginbotham capì che non l’avrebbe seguita sulla vettura. Salita sul predellino si girò a guardarlo. Quel volto smunto le aveva dato una nuova fitta al cuore.
«Non vieni?», chiese.
Ridiscese e gli si avvicinò.
«Vado a piedi… voglio fare del moto», spiegò lui.
«Camminerò anch’io per qualche isolato», dichiarò lei. «Magari mi fa bene. In questi giorni non mi sono proprio sentita troppo arzilla».
Martin le lanciò un’occhiata e si accorse che quella dichiarazione era confermata dall’aspetto trascurato, dalla pinguedine, dalle spalle spioventi, dalle rughe incise profondamente nella faccia stanca e dall’andatura pesante e strascicata, ben diversa dal passo svelto ed elastico di chi è in buona salute.
«Faresti meglio a salire qui», le disse alla prima fermata a cui si era arrestata, a poca distanza dalla precedente, «sul prossimo tram».
«Accidenti!… Sono già stanchissima!», disse Gertrude con voce ansimante. «Non riesco quasi a tenerti dietro anche se hai scarpe così malandate. Con suole così consumate non ce la farai ed arrivare a North Oakland».
«A casa ne ho un paio migliore», rispose lui.
«Vieni a pranzo domani», gli disse di punto in bianco. «Non ci sarà mio marito. È a San Leandro per affari».
Martin scosse la testa ma non riuscì a cancellare l’espressione di famelica avidità che gli lampeggiò negli occhi a quell’accenno.
«Non hai un soldo Mart, ecco perché vai a piedi. Altro che moto!». Cercò di sbuffare in segno di disprezzo ma riuscì solo a fare una smorfia. «Su, vediamo un po’».
E dopo aver frugato nella borsa gli ficcò nella mano una moneta da cinque dollari. «Ho paura di essermi dimenticata del tuo ultimo compleanno, Mart», borbottò imbarazzata.
Le dita di Martin si chiusero istintivamente su quell’oro, anche se capiva che non avrebbe dovuto accettarlo ed era combattuto dall’incertezza. Quel pezzo di metallo significava cibo, sopravvivenza ed energia per il corpo e la mente, che gli avrebbero consentito di continuare a scrivere e forse – chissà? – di creare un’opera che gli avrebbe fruttato molte di quelle monete d’oro. La mente gli andò, in un ricordo bruciante, ai testi di due saggi che aveva appena completato. Li vedeva sotto il tavolo, in cima al mucchio dei manoscritti restituiti che non aveva potuto rispedire per mancanza di francobolli, e ne scorse i titoli che aveva battuto a macchina sul frontespizio – Gli alti sacerdoti del mistero e La culla della bellezza. Non li aveva ancora sottoposti all’attenzione di nessuno benché fossero quanto di meglio avesse fatto in quel genere. Se avesse avuto francobolli! Poi la sicurezza che infine avrebbe avuto successo, alleandosi alla fame, lo spinse a far scivolare rapidamente in tasca quel denaro.
«Ti ricompenserò cento volte, Gertrude», disse con la voce alterata da un groppo in gola e con gli occhi che gli si erano subito velati.
«Ricordati di quello che ti dico!», esclamò con improvvisa determinazione. «Prima della fine dell’anno ti metterò in mano un centinaio di questi dischetti gialli. Non ti chiedo di credermi. Devi solo aspettare e vedere».
Ma neanche lei aveva fiducia in lui. Non sapendo che cosa rispondergli per l’imbarazzo di non potergli credere, disse:
«So che hai fame, Mart. Ti si legge in faccia. Vieni a mangiare da me tutte le volte che vuoi. Ti mando uno dei bambini per dirti quando non c’è mio marito. E… Mart…».
Lui rimase in attesa, pur sapendo in cuor suo, dato che la conosceva così bene, che cosa stava per proporgli.
«Non pensi che sia ora di trovarti un lavoro?».
«Non credi che ce la farò?».
Lei scosse la testa.
«Non ci crede nessuno, Gertrude, tranne me». Parlava con voce carica di passione e di rabbia. «Ho già fatto cose valide, ne ho fatte parecchie, e presto o tardi le venderò».
«Come sai che sono buone?».
«Lo so…». Si arrestò, perché la sconfinata visione del panorama letterario e dell’intera storia della cultura, che gli si aprirono alla mente, gli fecero capire l’inutilità di ogni tentativo di esporle i motivi di quella fiducia. «Beh… perché sono migliori del novantanove per cento di quelle che si pubblicano sulle riviste».
«Vorrei che avessi più buon senso», rispose lei debolmente, ma fermamente convinta della correttezza delle proprie affermazioni. «Vorrei che avessi più buon senso», ripeté, «e che venissi a pranzo domani».
Dopo che l’ebbe aiutata a salire sul tram, Martin si precipitò all’ufficio postale dove investì in francobolli tre dei cinque dollari; e quando più tardi, nel corso della stessa giornata, avviandosi alla casa dei Morse, vi tornò per pesare parecchie buste lunghe e voluminose da spedire, li usò tutti nell’affrancatura, ad eccezione di tre da due centesimi.
Quella sera si rivelò fondamentale per Martin, perché dopo cena fece la conoscenza di Russ Brissenden. Martin non sapeva come mai si trovasse lì, di chi fosse amico e quali fossero i conoscenti che l’avevano portato con sé, e non provò neppure la curiosità di chiederlo a Ruth. All’inizio fu colpito dalla sua insipienza e superficialità e decise subito di ignorarlo. Un’ora più tardi giunse alla conclusione che Brissenden era anche maleducato, con quel suo modo di girare da una stanza all’altra scrutando i quadri e ficcando il naso fra i libri e le riviste, che prendeva dai tavoli o toglieva dagli scaffali. Sebbene fosse nuovo in quella casa si isolò infine dal resto della compagnia rannicchiandosi in una comoda poltrona a leggere attentamente un esile volume che aveva tolto dalla tasca e passandosi per tutto il tempo le dita fra i capelli con un movimento leggero. Martin non lo notò più durante la serata tranne una volta in cui lo vide impegnato a prendere in giro, con apparente successo, diverse giovani donne.
Uscendo dalla casa Martin raggiunse casualmente Brissenden a metà del vialetto che immetteva sulla strada.
«Ah, è lei?», disse Martin.
L’altro rispose con un grugnito sgarbato ma continuò a camminargli al fianco. Martin non fece più alcun tentativo di conversazione e per diversi isolati procedettero in perfetto silenzio.
«Vecchio trombone!».
Quell’esclamazione inattesa e virulenta fece trasalire Martin. Pur divertito, avvertiva per quel tipo una crescente antipatia.
«Perché va in un posto come quello?», ruggì improvvisamente il suo compagno di strada dopo un altro tratto percorso senza parlare.
«E lei?», ribatté Martin.
«Accidenti, non lo so. Almeno questa è la mia prima confessione. In ogni giornata ci sono ventiquattr’ore e devo pur passarle in qualche modo. Andiamo a bere qualcosa».
«D’accordo», ripose Martin.
Si pentì subito di avere accettato con tanta facilità. A casa l’aspettavano diverse ore di lavoro di scritti commerciali prima di andare a coricarsi, e a letto l’attendeva un volume di Weismann, per non parlare dell’Autobiografia di Herbert Spencer, che per lui aveva lo stesso avvincente interesse di un romanzo giallo. «Perché sprecare il tempo con un uomo che non gli piaceva?», pensava. E tuttavia era attratto non tanto dall’uomo o dalla voglia di bere, quanto da ciò che quell’invito comportava: le belle luci, gli specchi, il luccichio della cristalleria, i visi rosei e soddisfatti degli uomini, l’allegro ronzio delle voci umane. Ecco che cosa l’allettava: la conversazione di quelle persone ottimiste, che erano il ritratto del successo e amavano spendere i loro soldi in una sana bevuta fra uomini. Lui era solo, invece, quello era il suo problema: ecco perché aveva abboccato subito a quell’invito, con la stessa avidità con cui la sarda si butta su un panno bianco infilato sull’amo credendolo un’esca. Era dai tempi delle sbronze con Joe a Shelley Hot Springs che Martin non beveva in un bar, con la sola eccezione del bicchiere di vino che aveva accettato dal droghiere portoghese. Poiché la fatica mentale non produceva, come quella fisica, la voglia dell’alcol, non aveva sofferto per la rinuncia, ma proprio in quel momento gli era venuto il desiderio di un bicchierino, o meglio il bisogno di rivivere l’atmosfera dei locali in cui si servono liquori, come il «Grotto», in cui lui e Brissenden si abbandonarono al piacere di uno Scotch e soda seduti su comode e capaci poltrone di cuoio.
Conversarono. Parlarono di molte cose ordinando, a turno, diversi Scotch e soda. Martin, che reggeva molto bene l’alcol, si meravigliò della resistenza dell’altro, che di tanto in tanto lo sorprendeva anche per la lucidità e l’acutezza delle sue osservazioni. Non gli ci volle molto per concludere che Brissenden sapeva tutto ed era il secondo vero intellettuale che avesse conosciuto, notando, per altro, che possedeva ciò che invece mancava al professor Caldwell – e cioè il fuoco, il lampo dell’intuizione, la prontezza dell’intelligenza, la prorompente fiamma del genio. Le parole gli fluivano con la facilità dell’acqua sorgiva. Come gli stampi di una macchina le sue labbra sottili forgiavano frasi taglienti come lame, o modellavano, assumendo esse stesse una piega dolce e carezzevole, parole delicate e sublimi, piene di indicibile bellezza, cariche del mistero e dell’imperscrutabilità della vita; altre volte ancora risuonavano come una tuba da cui esca il fragore e il tumulto dei rivolgimenti del cosmo, frasi che rintoccavano di suoni argentini, che brillavano luminose come gli spazi stellari, che riassumevano le ultime conclusioni della scienza e che tuttavia esprimevano ancora qualcosa di più – l’accento poetico, la verità trascendente, realtà elusive che le parole non sono in grado di esprimere e che tuttavia emergevano nelle connotazioni sottili e inafferrabili della conversazione comune. Grazie a qualche prodigiosa capacità di visione egli riusciva a guardare al di là dei confini estremi dell’empiria, in una regione in cui non serviva la lingua ordinaria; e tuttavia in virtù di qualche miracolo insito nella natura divina del linguaggio, investendo le parole di tutti i giorni di significati sconosciuti, egli comunicava a Martin messaggi incomprensibili agli uomini normali.
Martin dimenticò la sua prima impressione di antipatia. Vedeva prendere corpo, davanti a sé, ciò che di meglio aveva trovato nei libri, una grande intelligenza, un uomo degno di essere guardato con rispetto. «Mi inchino umilmente ai tuoi piedi», disse più volte fra sé.
«Lei ha studiato biologia», esclamò alludendo a un’osservazione dell’altro.
Con sua grande sorpresa Brissenden scosse il capo.
«Ma lei fa affermazioni che trovano conferma solo nella biologia», insistette Martin mentre il suo interlocutore continuava a fissarlo con lo sguardo assente. «Le sue conclusioni sono coerenti con quelle di libri che deve aver letto».
«Sono lieto di sentirlo», rispose. «È consolante che la scarsa cultura che ho acquisito mi abbia consentito di trovare la scorciatoia per arrivare alla verità. Per conto mio non mi preoccupo mai di scoprire se ho ragione o no. Non ne vale la pena. L’uomo non sarà mai in grado di giungere alle realtà ultime».
«Lei è un discepolo di Spencer!», esclamò Martin trionfante.
«Non lo leggo dagli anni dell’adolescenza, e anche allora mi sono limitato alla sua Educazione».
«Vorrei riuscire ad acquisire la cultura con la stessa facilità», sbottò Martin mezz’ora più tardi. Per tutto quel tempo aveva analizzato con grande attenzione la struttura mentale di Brissenden. «Lei è assolutamente dogmatico, ed è proprio questo che mi sbalordisce, perché afferma in modo categorico le ultime scoperte cui la scienza è arrivata solo con un ragionamento a posteriori. Lei arriva fulmineamente alla verità, non attraverso una scorciatoia ma con un vero e proprio balzo. È in grado di intuire con la velocità della luce, grazie a qualche processo suprarazionale, la via che porta alla verità».
«Sì, questa era proprio la cosa che preoccupava Padre Joseph e Fratello Dutton», rispose Brissenden. «Oh, no», aggiunse, «non sono credente. È stato un felice scherzo della sorte che mi ha mandato a studiare in una scuola cattolica. E lei, dove ha imparato ciò che sa?».
E mentre gli raccontava la sua storia, Martin analizzava l’interlocutore in ogni particolare, dal viso allungato, magro e aristocratico appoggiato su spalle cascanti, al soprabito buttato su una sedia vicina con le tasche rigonfie e appesantite da molti libri. Il volto e le lunghe ed esili mani di Brissenden erano abbronzate dal sole – troppo abbronzate, pensò. Quel colorito bruno lo lasciava perplesso. Era evidente che Brissenden non era uomo che conduceva una vita all’aria aperta. Perché allora aveva una carnagione così scurita dal sole? C’era qualcosa di morboso e di significativo in quella pelle bruciata, pensò Martin tornando a studiare la faccia oblunga segnata da zigomi alti e da guance profondamente incavate e abbellita da un naso aquilino di una finezza e delicatezza quali non aveva mai visto. Non c’era nulla di speciale negli occhi, né piccoli né grandi, di un indefinito color castano; ma in essi covava una luce insolita, un’espressione ambigua e stranamente contraddittoria. Sprezzanti, indomiti e persino aspri, suscitavano allo stesso tempo un senso di pietà. Martin si accorse di averne compassione senza neppure saperne il perché. Ma in seguito lo capì.
«Oh, sono tisico», dichiarò con noncuranza Brissenden, poco dopo avere spiegato di essere stato in Arizona. «Ci sono rimasto un paio d’anni per il clima».
«Non ha paura ad avventurarsi qui, con un tempo simile?».
«Paura?».
Ripeté la parola senza alcuna enfasi particolare, e Martin lesse in quel viso ascetico che non c’era nulla di cui avesse paura. Aveva socchiuso gli occhi che ora parevano quelli di un’aquila e Martin rimase quasi senza fiato nel notare quel profilo affilato che sembrava il becco di un rapace e quelle narici dilatate, sfrontate, insolenti e aggressive. Splendido, disse fra sé, esaltato da quella magnifica figura. Ad alta voce declamò:
«Sotto i colpi di mazza del Fato,
Sanguina il capo mio, ma non si piega».
«Vedo che le piace Henley», disse Brissenden assumendo subito un’espressione di grande piacere e tenerezza. «Naturalmente dovevo aspettarmelo da lei. Ah, Henley! Che spirito coraggioso! Si distingue dai poetastri contemporanei – dai parolieri delle riviste – come un gladiatore da una banda di eunuchi».
«Le riviste non le piacciono», osservò Martin con un leggero senso di colpa.
«E a lei?».
«Io… io scrivo, o meglio cerco di scrivere per i periodici», balbettò Martin.
«Ho apprezzato la precisazione», rispose l’altro rabbonito. «Lei cerca di scrivere, ma non ci riesce. Rispetto e ammiro i suoi fallimenti. Ho capito che cosa lei scrive. Ho intuito subito che nelle sue opere c’è un ingrediente che le esclude dalle riviste. È roba scritta da uno con le palle, e i giornaletti non pubblicano queste cose. Loro vogliono brodaglia e acqua colorata, e ne ricevono a iosa, ma non da lei».
«Non sono così in alto da poter rinunciare a fare opere commerciali», controbatté Martin.
«Al contrario…», Brissenden si fermò e scrutò con occhio insolente i segni della povertà del suo interlocutore, la cravatta consunta, il colletto spiegazzato, le maniche lucide della giacca e il bordo liso di un polsino, soffermandosi infine sulle guance infossate di Martin. «Al contrario, la letteratura commerciale è così al di sopra di lei che non potrà mai sperare di arrivarci. Potrei insultarla invitandola a mangiare qualcosa con me».
Senza volerlo Martin si sentì avvampare in viso, mentre Brissenden rideva trionfante.
«Un vero uomo non può sentirsi offeso da un tale invito», concluse.
«Lei è un demonio», esclamò Martin irritato.
«Comunque, non l’ho invitata».
«Non ha osato».
«Oh, non ne sono sicuro. Glielo chiedo adesso».
Senza finire il discorso Brissenden si era sollevato sulla poltrona, come se avesse l’intenzione di dirigersi subito al ristorante.
«Bosco! Li ingoia vivi! Vivi!», declamò Brissenden imitando il presentatore di un mangiatore di serpenti famoso nella regione.
«Io potrei certamente divorarla vivo», disse Martin gettando a sua volta uno sguardo spavaldo su quella figura devastata dalla malattia.
«Solo che non ne valgo la pena, vero?».
«Al contrario», osservò Martin, «perché l’incidente non è tale da giustificare un simile gesto». Esplose in una sana e allegra risata. «Devo ammettere che si è fatto beffe di me, Brissenden. Il fatto che io abbia fame e che lei se ne sia accorto sono solo fenomeni naturali, che non devono provocare vergogna. Lei ha visto come io disprezzi lo stupido moralismo della massa; ma poco fa lei mi ha detto una frase pungente, anche se vera, e subito mi sono adontato in nome di quello stesso stupido moralismo».
«Si è sentito offeso», disse Brissenden.
«Certamente, un momento fa. Sa come sono i pregiudizi contratti in gioventù. Sono cose che ho acquisito allora e che adesso rovinano tutto quello che ho imparato in seguito. Sono gli scheletri che tengo nell’armadio».
«Ma adesso sono chiusi a chiave, no?».
«Certamente».
«Sicuro?».
«Sicuro».
«Allora andiamo a mangiare un boccone».
«Accetto», rispose Martin, cercando di pagare lo Scotch e soda che stavano bevendo con gli ultimi spiccioli dei suoi due dollari, ma vide che Brissenden con un’occhiataccia aveva costretto il cameriere a rimettere le monete sul tavolo.
Le intascò con una smorfia e sentì sulla spalla per un attimo il tocco amichevole della mano dell’altro.
XXXII
Subito dopo, il pomeriggio dell’indomani, Maria provò l’emozione di ricevere il secondo visitatore di Martin, ma questa volta non perse la testa e nell’attesa lo fece accomodare nello splendore del salotto buono.
«Spero che non ti dispiaccia questa improvvisata», esordì Brissenden.
«No, no, nient’affatto», rispose Martin stringendogli la mano, e si sedette sul letto dopo avere indicato all’amico l’unica sedia della camera. «Come hai saputo dove abitavo?».
«Ho telefonato ai Morse, ho parlato proprio con la signorina, ed eccomi qua». Frugandosi nella tasca della giacca ne estrasse un volumetto che gettò sul tavolo. «È un libro di poesie. Puoi tenerlo dopo averlo letto». E quindi aggiunse in risposta alle proteste di Martin: «A che mi servono i libri? Questa mattina ho avuto un’altra emorragia. Hai del whiskey? No, naturalmente non ne hai. Aspetta un minuto».
Si alzò e uscì. Martin ne osservò la lunga figura mentre scendeva i gradini esterni e, quando l’altro si girò a chiudere il cancelletto, notò con dolore come le spalle, che un tempo dovevano essere state larghe, si fossero ora incurvate sul petto devastato. Tirò fuori due bicchieri e si immerse nella lettura delle liriche, che costituivano l’ultima raccolta di Henry Vaughn Marlow.
«Niente scotch», annunciò Brissenden al ritorno. «Quel pezzente vende solo whiskey americano. Comunque adesso ne abbiamo una bottiglia».
«Mando uno dei ragazzini a prendere i limoni, così possiamo fare un ponce», propose Martin.
«Mi chiedo quanto possa rendere a Marlow un libro come questo», continuò alzando il volume che teneva in mano.
«Forse cinquanta dollari», fu la risposta. «Ma solo se ha fortuna e se riesce a persuadere un editore a rischiare per un’opera di questo genere».
«Allora non ci si può guadagnare da vivere con la poesia?», domandò Martin con il viso serio e un tono scoraggiato nella voce.
«Certamente no. Chi è tanto sciocco da avere tale speranza? I poetastri, sì. Bruce e Virginia Spring e Sedgwick, loro se la cavano bene. Ma i veri poeti… sai come vive Vaughn Marlow?… Insegna in una scuola della Pennsylvania dove si fanno corsi intensivi, e di tutti gli inferni della terra questo è il peggiore. Non vorrei essere al suo posto neppure con la garanzia di poter vivere per altri cinquant’anni. E tuttavia la sua opera si distingue dal pattume dei versificatori contemporanei come un rubino orientale da un mucchio di carote. E che recensioni riceve! Accidenti ai critici, manica di farabutti con un cervello di gallina!».
«Quelli che non sanno scrivere parlano troppo di quelli che scrivono», ammise Martin. «Sono rimasto sbalordito nel leggere la valanga di stupidaggini dette su Stevenson e sulla sua opera».
«Sciacalli e arpie!», ruggì Brissenden digrignando i denti. «Sì, conosco la razza… dall’alto della loro superiorità lo punzecchiano per la lettera a padre Damien, lo analizzano, lo soppesano…».
«Lo misurano con il metro del loro cervello meschino», intervenne Martin.
«Sì, ben detto… con la loro bocca bavosa gettano bile su tutto ciò che è Vero, Bello e Buono e infine gli battono la mano sulla spalla e gli dicono “Bravo, Fido”. Puah! “I meschini corvi maldicenti”, li ha definiti Richard Realf la notte in cui morì».
«Sono come i rospi che gracidano alle stelle», riprese Martin accalorandosi, «agli alti voli degli uomini grandi. Una volta ho scritto una satira su di loro… sui critici, o meglio sui recensori».
«Fammela vedere», lo supplicò Brissenden.
Martin disseppellì una copia in carta carbone di Polvere di stelle, che Brissenden lesse fregandosi le mani per la soddisfazione e con un tale divertimento che si dimenticò di bere il ponce.
«Mi sembra che sia anche tu un frammento di questa polvere di stelle, finito in un mondo di gnomi incapaci di vedere per via del cappuccio che hanno sugli occhi», commentò dopo averla finita. «Naturalmente è stata presa al volo dalla prima rivista cui l’hai inviata, vero?».
Martin sfogliò le pagine del suo brogliaccio.
«Per l’esattezza è stata respinta da ventisette».
Brissenden scoppiò in una lunga e cordiale risata, che però gli produsse un accesso di tosse.
«Senti, non dirmi che non ti sei mai cimentato nella poesia», ansimò. «Fammi vedere».
«Non leggere adesso», lo pregò Martin. «Ora voglio chiacchierare con te. Ti preparo il pacco e puoi portartelo a casa».
Brissenden se ne andò con il Ciclo d’amore e La peri e la perla, e tornando, il giorno dopo, lo salutò con un:
«Ne voglio ancora».
Non solo confermò a Martin che era un poeta, ma gli svelò anche di esserlo lui stesso. Eden si entusiasmò per le opere dell’amico e rimase sbalordito nell’apprendere che non aveva fatto nessun tentativo per pubblicarle.
«Morte agli editori!», fu la reazione di Brissenden alla proposta di Martin, che si era offerto di trovargliene uno. «Ama la Bellezza per se stessa», gli consigliò, «e lascia perdere le riviste. Torna al mare e alle navi… questo è il parere che ti do, Martin Eden. Che ci fai in queste marce e corrotte città piene di uomini? Sprechi ogni giorno che passi in questa cloaca cercando di prostituire la bellezza alle esigenze del reame editoriale. Com’era la frase che hai detto l’altro giorno? Ah, sì. “L’uomo, l’ultima delle effimere”. E tu, l’ultima delle effimere, vorresti la fama? Se l’ottenessi, ti si volgerebbe in veleno. In fede mia sei troppo semplice, troppo elementare e troppo razionale per gustare una sbobba così insipida. Spero che tu non venda mai un verso alle riviste. La bellezza è la sola padrona degna di essere servita. Rendile omaggio e manda all’inferno le moltitudini! Successo! Dove diavolo è il successo se non nel tuo sonetto su Stevenson, che è superiore ad Apparition di Henley, nel Ciclo d’amore, in quelle tue poesie marine?
«Non è il successo delle proprie azioni che dà gioia ma il farle. Non è necessario che tu mi dica nulla. Io ti ho capito. La bellezza ti fa male. È un dolore continuo, una ferita che non si risana, una lama di fuoco. Perché mercanteggi con le riviste? Fa della bellezza il tuo fine. Perché la vuoi trasformare in soldi? E comunque non ci riusciresti, e dunque non occorre che io me la prenda tanto. Potresti continuare a leggere riviste per mille anni senza trovarvi nulla che valga un verso di Keats. Lascia perdere la fama e il denaro, firma domani per la prima nave che ti capita e torna al tuo mare».
«Non per la gloria ma per l’amore», rise Martin. «L’Amore non sembra trovar luogo nel tuo cosmo, ma nel mio la Bellezza è la sua umile ancella».
Brissenden lo guardò pieno di ammirazione e di compatimento. «Sei così giovane, ragazzo mio, così giovane. Potresti volare alto, ma le tue ali sono fatte di una sostanza finissima e rivestite di pigmenti stupendi. Attento a non bruciarle. Ma che dico? Ti sei già scottato. Quel Ciclo d’amore è nato solo per esaltare qualche smorfiosa, ed è un peccato».
«Esalta l’amore oltre che la smorfiosa», rise Martin.
«La filosofia della follia», ribattè l’altro. «Così mi dicevo, perso nei sogni dell’hascisc. Ma attenzione. Queste città borghesi ti uccideranno. Pensa a quel covo di traditori dove ci siamo conosciuti, che è ancora poco definire marcio. È impossibile mantenere il proprio equilibrio mentale in un’atmosfera del genere. È degradante. Non ce n’è uno che si salvi… tutti, uomini e donne, non sono che tubi digerenti guidati dalla sensibilità intellettuale e artistica dei molluschi…».
Improvvisamente si interruppe e fissò Martin. Quindi ebbe una fulminea intuizione che gli permise di capire la situazione e il suo viso si coprì di inorridito stupore.
«E tu hai scritto quel magnifico Ciclo d’amore per lei, per quella femminuccia smorta e insignificante!».
La mano destra di Martin scattò immediatamente a stringergli la gola in una morsa di ferro e a scuoterlo così forte che gli sbattevano i denti. E tuttavia, fissandolo, vide che non c’era alcuna paura in quegli occhi, ma solo uno sguardo pieno di beffardo cinismo. Rientrando in sé Martin mollò la stretta al collo di Brissenden scaraventandolo sul letto.
Dopo avere ansimato e boccheggiato per qualche secondo a causa del dolore, Brissenden prese a sogghignare.
«Ti sarei stato eterno debitore se avessi spento questa fiammella che mi tiene in vita», disse.
«Ho i nervi a pezzi in questo periodo», si scusò Martin. «Spero di non averti fatto male. Su, ti faccio un altro ponce».
«Ah giovane greco!», proseguì Brissenden. «Mi chiedo se sei giustamente orgoglioso di questo tuo corpo. Hai una forza tremenda. Sei splendido come una pantera, come un giovane leone. Ebbene, pagherai cara questa forza».
«Che cosa vuoi dire?», chiese incuriosito Martin passandogli il bicchiere. «Tieni, manda giù questo, da bravo».
«A causa…», Brissenden sorseggiò il liquore e sorrise accennando che era di suo gradimento. «A causa delle donne. Ti tormenteranno fino alla morte, come hanno già fatto, a meno che io non abbia preso un abbaglio colossale. Ora è inutile che tu mi strangoli, perché voglio dire quello che penso. La tua è indubbiamente una bella cotta, ma, in nome della Bellezza, abbi più gusto la prossima volta. Che cosa vuoi aspettarti da una figlia della buona borghesia? Lasciali perdere. Scegliti una donna ardente e appassionata che ride della vita e si fa beffe della morte, e che ti ami con tutte le sue forze. Ce ne sono, di donne così e sono capaci di amare meglio di una pusillanime ragazzetta, cresciuta sotto la campana di vetro della vita borghese».
«Pusillanime?», protestò Martin.
«Proprio così, pusillanime; con la bocca piena del moralismo piccino che le è stato inculcato da anni e incapace di vivere. Ti vorranno bene, Martin, ma ameranno ancor più la loro meschina moralità. Tu hai bisogno di chi si abbandona alla vita in tutta la sua magnificenza, di anime grandi e libere, di farfalle con le ali di fuoco e non di minuscole e grigie falene. Oh arriverà anche il momento in cui ti stancherai di tutte le femmine, se avrai la sfortuna di vivere a lungo. Ma tu non vivrai. Non tornerai al mare e alle navi. Rimarrai a ciondolare in queste città appestate fino a quando non avrai le ossa marce, e allora morirai».
«Puoi farmi la lezioncina, ma non riuscirai a farmi rimangiare quello che ho detto», disse Martin. «Dopo tutto hai solo la saggezza del tuo temperamento, e la saggezza del mio temperamento non è meno rispettabile della tua».
Dissentivano sull’amore, sulle riviste e su molte altre cose, ma fra loro era nato un sincero affetto che Martin sentiva molto profondamente. Si vedevano tutti i giorni anche se in genere per non più di un’ora, che trascorrevano nell’angusta stanzetta di Martin. Brissenden non arrivava mai senza una bottiglia di whiskey e quando pranzavano insieme in centro beveva Scotch e soda per tutto il pasto. Pagava ogni volta il conto di entrambi e, grazie a lui, Martin apprese le raffinatezze della cucina, bevve il suo primo champagne e fece la conoscenza dei vini del Reno.
Brissenden era sempre un enigma. Nonostante la faccia ascetica era un epicureo fino alla radice dei capelli. Oltre a non temere la morte mostrava cinismo e amarezza per ogni aspetto dell’esistenza; e tuttavia al pensiero di morire amava la vita fino all’ultimo palpito. Era in preda alla frenesia di vivere, di fremere, «di crearmi un piccolo spazio nella polvere cosmica da cui sono venuto», come si espresse una volta egli stesso. Aveva provato le droghe e aveva fatto molte strane esperienze alla ricerca di nuove sensazioni. Come disse a Martin, una volta era arrivato al punto di non bere acqua volontariamente per tre giorni allo scopo di provare la grande gioia di estinguere una sete così intensa. Martin non seppe mai chi fosse né da dove venisse. Era un uomo senza passato, destinato alla tomba in un prossimo futuro e dominato nel presente da un’amara ansia di vivere.
XXXIII
A poco a poco Martin stava perdendo la battaglia. Per quanto economizzasse, i guadagni degli scritti commerciali non erano pari alle spese. Il giorno del Ringraziamento lo colse con l’abito scuro al banco dei pegni e non in grado, quindi, di accettare l’invito a cena dei Morse. Ruth fu addolorata quando seppe per quale motivo non poteva venire, e lui ne fu disperato. Le disse che sarebbe riuscito a venire, nonostante tutto; che sarebbe andato a San Francisco, alla sede del «Transcontinental» a incassare i cinque dollari che gli dovevano, con cui avrebbe riscattato il vestito.
Quella mattina chiese dieci centesimi in prestito a Maria. Li avrebbe domandati più volentieri a Brissenden, ma il suo bizzarro amico era scomparso. Non vedendolo da due settimane, Martin si tormentò invano il cervello per ricordare se per caso non lo avesse offeso. Quella cifra gli consentì di prendere il traghetto per San Francisco, e nel risalire Market Street rifletteva su che cosa gli restasse da fare se non fosse riuscito a ottenere i soldi. Non avrebbe avuto la possibilità di tornare a Oakland, perché a San Francisco non conosceva nessuno da cui potesse farsi anticipare altri dieci centesimi.
La porta della redazione era socchiusa e mentre si accingeva ad aprirla Martin si fermò sentendo una voce che dall’interno esclamava in tono deciso:
«Il problema non è questo, signor Ford». (Dalla sua corrispondenza con lui Martin aveva appreso che quello era il nome del direttore). «Il problema è se lei è disposto o no a pagare… a pagare in contanti, immediatamente. Non mi interessano le prospettive del «Transcontinental», né quale utile prevede di ricavarne l’anno prossimo. Quello che voglio è di essere pagato per ciò che faccio. E le dico già da adesso che il numero di Natale non andrà in macchina fino a che non avrò in mano i soldi. Buon giorno. Venga a trovarmi quando avrà i quattrini».
La porta fu spalancata e, dopo avere sfiorato Martin nell’uscire, un uomo con la faccia infuriata percorse il corridoio imprecando e stringendo i pugni. Martin decise di non andare dentro subito e rimase nell’atrio per un quarto d’ora. Quindi spinse l’uscio ed entrò. Era un’esperienza nuova, perché era la prima volta che si trovava in una redazione. In quell’ufficio evidentemente non si chiedevano i biglietti da visita, perché il fattorino annunciò a voce, in una stanza interna, che c’era un uomo che voleva vedere il signor Ford. Tornando il ragazzo richiamò Martin dal centro della stanza con un cenno della mano e lo condusse nell’ufficio privato dove il divino direttore officiava i suoi sacri misteri. La prima impressione del visitatore fu di una stanza ingombra e disordinata. Notò poi un uomo con basette di aspetto giovanile che lo guardava con curiosità da uno scrittoio a saracinesca dietro al quale era seduto. Martin fu sorpreso dall’espressione placida di quel volto. Era evidente che non era stato turbato dalla precedente discussione con quello della tipografia.
«Sono… sono Martin Eden», cominciò. («E voglio i miei cinque dollari», era ciò che avrebbe desiderato aggiungere).
Tuttavia, trattandosi del primo direttore che aveva conosciuto, preferì, anche considerando le circostanze, non affrontarlo in modo troppo brusco. Con sua grande sorpresa il signor Ford balzò in piedi esclamando: «Ma davvero?», e protendendosi con entrambe le braccia strinse con grande calore le mani di Martin.
«Non so dirle quanto sia lieto di vederla, signor Eden. Mi sono chiesto spesso che aspetto avesse».
Allontanandosi leggermente da lui posò gli occhi raggianti di felicità sul secondo vestito di Martin, che era anche il peggiore dei due, ormai irrimediabilmente logoro anche se i pantaloni avevano un’impeccabile piega ottenuta con il ferro prestatogli da Maria.
«Le confesso che la pensavo molto più anziano. Il suo racconto aveva una tale ampiezza di orizzonti e profondità di pensiero, era così vigoroso e maturo… Un vero capolavoro… Mi sono bastate poche righe per capirlo. Le dirò che la prima volta che l’ho letto… ma no, prima voglio farle conoscere i miei collaboratori».
Sempre discorrendo il signor Ford lo portò nell’ufficio della redazione, dove lo presentò al condirettore, signor White, un uomo magro e minuto con una mano stranamente gelata, come se soffrisse per il freddo, e con favoriti radi e lisci come la seta.
«E questo è il signor Ends, signor Eden. È il nostro direttore commerciale».
Martin si trovò a stringere la mano di un uomo calvo con uno sguardo inquieto e un viso abbastanza giovanile dal poco che se ne poteva vedere, perché era in gran parte ricoperto da una barba candida ben curata: era la moglie che ogni domenica provvedeva a questa operazione e a spuntargli anche i capelli sul collo.
I tre circondarono il visitatore, esprimendo tutti insieme la loro ammirazione, finché Martin ebbe l’impressione che lo facessero per vincere una scommessa su chi sarebbe stato il più bravo a guadagnare tempo.
«Spesso ci siamo chiesti perché non veniva a trovarci», disse il signor White.
«Non avevo i soldi del tram e vivo dall’altra parte della Baia», rispose seccamente Martin, deciso a dimostrar loro il suo assoluto bisogno di denaro.
Pensava che gli stessi laceri abiti che indossava fossero un segnale abbastanza eloquente della sua condizione. Ripetutamente, ogni qual volta se ne presentava l’occasione, accennò al motivo della visita, ma i suoi ammiratori facevano orecchi da mercante. Cantavano le sue lodi, gli dicevano che cosa avessero pensato del racconto leggendolo la prima volta, che giudizio ne avessero dato in seguito, che opinione ne avessero le loro mogli e gli altri familiari, ma non palesarono il minimo indizio di un’eventuale intenzione di pagarlo.
«Le ho detto come mi è capitato di leggere il racconto la prima volta?», disse il signor Ford. «No, ancora no, naturalmente. Arrivavo da New York e quando il treno si fermò a Ogden l’inserviente dell’ultimo turno portò a bordo il nuovo numero del “Transcontinental”».
Mio Dio! pensò Martin; tu puoi permetterti di viaggiare sui treni di lusso mentre io muoio di fame per i miserabili cinque dollari che mi devi. Fu preso da una grande rabbia. Il torto fattogli dai responsabili della rivista gli parve colossale, perché vivi erano in lui i ricordi di tutti quei cupi mesi, pieni di vane speranze, di stenti e di privazioni, e fortissimi avvertì i morsi della fame, che gli fecero venire in mente come non avesse mangiato nulla quella mattina, e poco anche il giorno precedente. In quel momento vide rosso. Quegli individui non erano neppure banditi: erano meschini ladruncoli. Con bugie e mezze promesse lo avevano derubato del suo racconto. Bene, avrebbe fatto loro vedere. Era assolutamente determinato a non lasciare l’ufficio fino a quando non avesse ricevuto il denaro. Si ricordò anche che, se non glielo avessero dato, non sarebbe potuto tornare a Oakland. Riuscì a controllarsi con uno sforzo, ma non poté impedire che la luce aggressiva che gli lampeggiava negli occhi li intimidisse e turbasse.
La loro conversazione divenne ancor più volubile. Il signor Ford ricominciò a narrare in che modo aveva letto la prima volta Il suono delle campane, mentre il signor Ends cercava di ripetergli quanto il racconto fosse piaciuto alla nipote, maestra in una scuola di Alameda.
«Vi dirò perché sono venuto», disse infine Martin. «Per ricevere il compenso del racconto che vi è piaciuto tanto. Mi pare che cinque dollari siano la cifra che prometteste di pagarmi alla pubblicazione».
Il signor Ford, i cui mobili lineamenti avevano immediatamente assunto un’espressione di sorridente disponibilità, cominciò a frugarsi addosso, ma si volse subito al signor Ends per dirgli che aveva dimenticato a casa il portamonete. Si vide chiaramente che il direttore commerciale ne fu contrariato; Martin notò che mosse di scatto il braccio quasi a proteggersi la tasca dei pantaloni, dove era evidente che teneva il denaro.
«Mi dispiace», disse il signor Ends, «ma ho pagato la tipografia meno di un’ora fa e non ho più spiccioli. È stata un’imprudenza da parte mia rimanere a corto di contanti, ma era una fattura non ancora in scadenza e la richiesta del tipografo, di concedergli un anticipo sul pagamento come favore personale, mi ha colto di sorpresa».
Entrambi volsero uno sguardo pieno di speranza verso il signor White, che si strinse nelle spalle con un sorriso. Lui, comunque, aveva la coscienza a posto. Era venuto al «Transcontinental» per conoscere la letteratura periodica, e invece era diventato soprattutto un esperto di problemi finanziari. Anche se la rivista gli doveva quattro mesi di stipendio, capiva benissimo che il tipografo doveva essere accontentato prima del condirettore.
«È una sfortuna, signor Eden, che lei sia venuto proprio in un momento come questo», ricominciò il signor Ford con aria disinvolta. «Semplice negligenza, glielo assicuro. Facciamo così. Domattina, prima di qualunque altra cosa, le spediamo l’assegno. Lei ha l’indirizzo del signor Eden, non è vero signor Ends?».
Sì, l’aveva, e l’indomani mattina le sue spettanze gli sarebbero state liquidate con precedenza assoluta su qualunque altra operazione. Martin aveva nozioni vaghe di pratiche bancarie, ma non capiva perché non fosse possibile dargli l’assegno allora invece di aspettare il giorno seguente.
«Allora siamo d’accordo, vero signor Eden?», disse il signor Ford. «Domani le spediamo l’assegno».
«Ho bisogno dei soldi oggi», rispose Martin imperturbabile.
«È una vera disdetta… se lei fosse venuto l’altro giorno…», riprese il signor Ford con dolcezza, ma fu interrotto dal signor Ends il cui sguardo inquieto tradiva un temperamento nervoso.
«Il signor Ford le ha già spiegato la situazione», disse con voce aspra. «E anch’io. L’assegno le sarà inviato…».
«Ho già spiegato anch’io», tuonò Martin, «e ho detto che voglio i soldi oggi».
Si era alquanto risentito per il tono sgarbato del direttore commerciale, che teneva d’occhio perché intuiva che nelle sue tasche si trovava tutto il denaro liquido del «Transcontinental».
«Non è il caso…», riprese il signor Ford.
In quel momento il signor Ends si girò bruscamente facendo l’atto di lasciare la stanza. Martin gli fu subito addosso, afferrandogli il collo con una mano e spingendolo a ritroso al punto tale che la barba immacolata dell’uomo, pur mantenendo il suo elegante candore, si trovò con la punta rivolta verso l’alto e formò con il soffitto un angolo di quarantacinque gradi. Con loro grande spavento, il signor White e il signor Ford videro il direttore commerciale scosso come un tappeto di Astrakan.
«Tira fuori i soldi, miserabile truffatore di giovani talenti!», l’incalzò Martin. «Scuci la grana se non vuoi che ci pensi io a spremerti fino all’ultimo centesimo». Quindi, rivolto ai terrorizzati spettatori: «State alla larga! Chi vuole metterci il becco la paga cara».
Il signor Ends stava soffocando e solo dopo che Martin ebbe allentato la stretta poté esprimere la sua disponibilità. In totale, dopo ripetute perquisizioni, dalle tasche dei pantaloni uscirono quattro dollari e quindici centesimi.
«Rovesciale», ordinò Martin.
Caddero altri dieci centesimi. Per sicurezza Martin contò una seconda volta il bottino della razzia.
«Adesso a te!», urlò al signor Ford. «Voglio altri settantacinque centesimi».
Il direttore editoriale non si fece pregare e vuotandosi le tasche fornì un contributo di sessanta centesimi.
«Sei sicuro di non avere altro?», gli chiese Martin con voce minacciosa prendendoglieli. «Quanto hai nei taschini del gilè?».
A dimostrazione della sua buona fede il signor Ford si rovesciò i taschini. Da uno dei due cadde un cartoncino. Lo raccolse e stava per rimetterlo al posto di prima quando Martin esclamò:
«Che cos’è?… Un biglietto del traghetto? Dammelo. Vale dieci centesimi. Lo metto insieme al resto. In totale ho così ricevuto quattro dollari e novantacinque centesimi. Mi dovete ancora cinque centesimi».
Guardò il signor White con fiero cipiglio e si accorse che quel fragile ometto gli stava porgendo un nichelino.
«Grazie!», disse Martin rivolto a tutti e tre. «Vi auguro una buona giornata».
«Bandito!», gli ringhiò dietro il signor Ends.
«Abietto ladruncolo!», ribatté Martin uscendo e sbattendo la porta.
Martin era così eccitato che quando si ricordò che «The Hornet» gli doveva quindici dollari per La peri e la perla, decise di andare subito a incassarli. Questa rivista era però gestita da un gruppo di giovani eleganti e dinamici che erano veri e propri pirati e avevano una straordinaria abilità nel derubare tutto e tutti, non esclusi i colleghi stessi. Pur a prezzo di qualche mobile sfasciato, il direttore (un ex-atleta) riuscì abilmente, con l’aiuto del direttore commerciale, dell’agente pubblicitario e del portiere, ad allontanare Martin dall’ufficio, accelerandone la discesa lungo le scale con uno spintone.
«Torni pure, signor Eden; saremo lieti di rivederla in qualunque momento», gli dissero ridendo dal pianerottolo superiore.
Martin si rialzò sogghignando.
«Puah!», rispose calmo. «Quelli del «Transcontinental» erano un branco di pecore, voi siete una scuderia di pugili professionisti».
Questa battuta fu accolta da nuove risate.
«Devo dire, signor Eden», esclamò il direttore editoriale, «che per essere un poeta non se la cava male neanche lei. Dove ha imparato quel diretto destro, se mi è lecito saperlo?».
«Dove tu hai imparato la doppia elson», rispose Martin. «Comunque ti verrà un occhio nero».
«Spero che il collo non ti faccia troppo male», gli disse gentilmente l’altro. «Che ne dici se andassimo tutti a bere per festeggiare… non il collo, naturalmente, ma il nostro piccolo scontro».
«Vengo, visto che ho perso».
E così rapinatori e rapinati bevvero insieme, trovandosi d’accordo sul fatto che la battaglia era stata vinta dai più forti e che i quindici dollari di La peri e la perla appartenevano di diritto alla redazione di «The Hornet».
XXXIV
Mentre Arthur rimase al cancelletto Ruth salì i gradini della casa di Maria. Sentì il rapido ticchettio della macchina per scrivere e quando Martin la fece entrare lo trovò impegnato nell’ultima pagina di una nuova opera. Era venuta per sapere con certezza se sarebbe stato a pranzo da loro nel giorno del Ringraziamento, ma prima che riuscisse a comunicargli il motivo della visita il fidanzato la coinvolse nell’argomento che in quel momento assorbiva tutta la sua attenzione.
«Voglio leggertelo», disse separando l’originale dalla copia in carta carbone e riassettandone i fogli. «È l’ultimo che ho composto, ed è molto diverso da ciò che ho scritto in precedenza. È così differente che ne ho quasi paura, anche se ho l’impressione che sia bello. Giudicherai tu. È un racconto hawaiano, che ho intitolato Wiki-Wiki».
Benché tremasse per il gelo della stanza e fosse rimasta impressionata, nel salutarlo, dalle mani fredde di lui, Ruth si accorse che Martin aveva ancora il viso rosso per l’eccitazione che aveva accompagnato lo slancio creativo. Alla fine della lettura, che lei aveva seguito con attenzione pur esprimendo a volte disapprovazione con cenni del capo, lui le chiese:
«Sinceramente, che cosa ne pensi?».
«Io… io non so», rispose Ruth. «Pensi… pensi che si venderà?».
«Temo di no», ammise lui. «È troppo esplicito per le riviste. Però è autentico, perbacco se lo è!».
«Ma perché insisti a scrivere cose del genere quando sai che non hanno mercato?», proseguì lei inesorabile. «Ti ostini a rimanere nel campo della letteratura perché vuoi che ti dia da vivere, non è vero?».
«Sì, hai ragione, ma questo malaugurato racconto mi ha preso la mano. Non ho potuto evitarlo. Sono stato trascinato a scriverlo».
«E quel personaggio, quel Wiki-Wiki… perché lo fai parlare in modo così rozzo? È questo che colpisce sfavorevolmente i direttori, che in questo modo sono giustificati nel rifiuto dei tuoi lavori».
«Perché il vero Wiki-Wiki si sarebbe espresso così».
«Ma è un linguaggio sconveniente».
«È la vita», rispose Martin con decisione. «Questa è la realtà. E io devo descriverla come la vedo».
Ruth non rispose: ci fu fra loro qualche istante di imbarazzato silenzio. Lui non la capiva proprio perché provava per lei un grande amore, e lei non capiva lui perché Martin era ormai troppo grande per il suo orizzonte angusto.
«Bene, ho incassato dal “Transcontinental”, disse lui nel tentativo di spostare la conversazione su un argomento più piacevole. Il ricordo di quelle tre facce ornate da barbe e basette e dell’espressione sbigottita che avevano avuto dopo essere stati privati dei quattro dollari e novanta centesimi e del biglietto del traghetto lo aveva fatto sorridere.
«Allora verrai!», esclamò lei con gioia. «Era per sapere questo che ero venuta».
«Verrò?», mormorò Martin distrattamente. «Dove?».
«Ma… a pranzo, domani. Avevi detto che saresti venuto se fossi riuscito a recuperare i soldi e a riscattare l’abito».
«Ah, dimenticavo», disse lui confuso. «Vedi, questa mattina sono venuti i vigili a sequestrare le due vacche e il vitellino di Maria e… Beh, lei non aveva soldi e così ho dovuto pagare la multa per lei. È lì che sono finiti i cinque dollari del «Transcontinental»… Il suono delle campane è finito nelle tasche dei vigili».
«Allora non verrai?».
Lui si guardò il vestito.
«Non posso».
Lacrime di delusione e di rimprovero brillarono negli occhi azzurri di Ruth, che però non disse nulla.
«Il prossimo giorno del Ringraziamento ceneremo insieme da Delmonico», le disse con tono allegro, «oppure a Londra, a Parigi, o in qualunque altro posto tu desideri. Ne sono sicuro».
«Qualche giorno fa ho visto sul giornale», esclamò lei cambiando bruscamente discorso, «che sono state fatte diverse nomine alle Poste. Tu eri arrivato primo nel concorso, non è vero?».
Fu costretto ad ammettere di avere ricevuto la lettera e di avere rinunciato all’impiego. «Sono sicuro… sono sicuro… di me», concluse. «Fra un anno guadagnerò più di dieci stipendi delle poste. Abbi pazienza e vedrai».
«Oh», fu tutto ciò che Ruth riuscì a dire quando egli ebbe finito. Si alzò e si mise i guanti. «Devo andare, Martin; Arthur mi sta aspettando».
La strinse a sé e la baciò, ma la trovò inerte: il corpo non fremeva di passione, le braccia non si avvolsero intorno a lui, le labbra non si posarono sulle sue con il solito calore.
Tornando in camera dopo averla accompagnata al cancelletto d’ingresso giunse alla conclusione che doveva essere arrabbiata con lui. Ma perché? Purtroppo il vigile aveva sequestrato le vacche di Maria, ma si trattava di un evento sfortunato di cui nessuno aveva colpa. Non lo sfiorò neppure il sospetto che avrebbe potuto comportarsi in modo diverso. Certo, sì, aveva qualche responsabilità per non avere accettato la nomina alle Poste. E poi Wiki-Wiki non le era piaciuto.
Quando venne il momento della distribuzione della corrispondenza del pomeriggio attese il postino sulle scale. Alla vista del fascio di grandi plichi a lui diretti fu assalito, come ogni volta, da un’ansia febbrile. Tuttavia una delle buste non era come le altre. Era piccola e sottile, e recava l’intestazione «The New York Overview». Stava già per aprirla quando si fermò a riflettere. Non poteva essere un’accettazione perché a quella rivista non aveva mandato nulla. Forse – ed ebbe un tuffo al cuore al pensiero che potesse essere vero – forse gli volevano commissionare un articolo; ma no, era inutile farsi illusioni.
In poche righe, redatte in stile formale e firmate dal capo redattore, lo si informava che alla presente si allegava una lettera anonima loro pervenuta, e lo si assicurava che la redazione della «Overview» si rifiutava sempre, e in qualunque circostanza, di prendere in considerazione la corrispondenza di questo genere.
Esaminando l’epistola in questione Martin si accorse che era scritta rozzamente a mano in caratteri stampatello. In mezzo a un florilegio di insulti sgrammaticati contro di lui vi si trovava l’affermazione che il «cosiddetto Martin Eden», che vendeva racconti alle riviste, non era uno scrittore ma un losco individuo capace solo di prendere le novelle da vecchi numeri di periodici, di ribatterle a macchina e di spacciarle per proprie. Il timbro sulla busta indicava che era stata imbucata a San Leandro. Martin non impiegò molto a scoprire l’autore: la lettera era contrassegnata in ogni sua parte dalle forme sintattiche, dal gergo e dalle storture linguistiche e mentali di Higginbotham. Ogni suo aspetto tradiva il grossolano pugno da droghiere del cognato.
Era perplesso. In che cosa lo aveva offeso? Tutto era così assurdo e incredibile. Non c’erano spiegazioni. Nel corso della settimana Martin ricevette una dozzina di lettere analoghe dai direttori di altrettante riviste dell’Est, che in questo caso, Martin dovette ammetterlo, si erano comportati correttamente. Alcuni, pur non conoscendolo, gli avevano persino manifestato la loro solidarietà. Era evidente che quel tipo di corrispondenza li infastidiva. Si accorse che quel malevolo tentativo di danneggiarlo era fallito, e si sarebbe tradotto, se mai, in un vantaggio per lui, perché l’attenzione di alcuni direttori era almeno stata richiamata sul suo nome. Una volta o l’altra, leggendo un suo manoscritto, avrebbero forse potuto ricordarsi di lui come dell’oggetto di una lettera anonima. Perché escludere che questa circostanza potesse, magari di poco, far pendere la bilancia in suo favore?
Fu in quel periodo che Martin precipitò nella stima di Maria. Una mattina la trovò in cucina piena di dolori, scossa da un pianto continuo causato dalla debolezza e in preda alla disperazione per l’impossibilità di riuscire a stirare una grande quantità di panni. Immediatamente egli capì che si trattava di influenza e dopo averle somministrato una dose di whiskey caldo (preso dai resti delle bottiglie portate da Brissenden) le ordinò di mettersi subito a letto. Maria però non ne voleva sapere. Protestò che se il lavoro non fosse stato finito e consegnato quella sera l’indomani non ci sarebbe stato da mangiare per i sette piccoli e famelici Silva.
Con sua grande sorpresa (era un episodio che avrebbe poi raccontato per tutta la vita), vide Martin Eden acchiappare un ferro dal fornello e gettare sull’asse una camicetta da inamidare. Era il miglior capo della festa di Kate Flanagan, la donna più pignola ed esigente in materia di abbigliamento nella cerchia di Maria. Inoltre, la signorina Flanagan si era vivamente raccomandata che la camicetta fosse consegnata prima di sera. Come era a tutti noto, usciva con John Collins, il fabbro, e Maria era venuta a sapere, in via confidenziale, che il giorno dopo insieme sarebbero andati al Golden Gate Park. Vani furono tutti i tentativi della sua padrona di casa di impadronirsi dell’indumento. Martin l’accompagnò traballante ad accomodarsi su una sedia, dalla quale lei l’osservò con gli occhi sbarrati. In un quarto del tempo che sarebbe occorso a lei vide la camicetta stirata a regola d’arte, bene come l’avrebbe fatto lei stessa, fu costretta ad ammettere.
«Potrei lavorare più rapidamente se i tuoi ferri fossero più caldi», spiegò Martin.
Secondo lei, la temperatura a cui li usava Martin era troppo alta per i suoi gusti.
«Sbagli a inumidire», le disse poi. «Sta’ attenta a come si fa. Conta molto la pressione. Spruzza mentre schiacci se vuoi stirare alla svelta».
Si procurò una cassetta da una catasta di legna ammucchiata in cantina, vi applicò un coperchio e prese tutti i rottami metallici che i piccoli Silva raccoglievano per lo straccivendolo. Poi mise i capi inumiditi nella cassetta, vi pose sopra il coperchio pressato dai rottami e si accinse alla dimostrazione.
«Adesso guardami, Maria», disse dopo essersi spogliato sino a rimanere in canottiera ed avere acchiappato un ferro che aveva definito «veramente caldo».
«E dopo che ha finito di stirare s’è messo a lavare le lane», ebbe a raccontare in seguito Maria. «Diceva, «Ehi, Maria, sei una sciocca. Te faccio vedere io come se lavano le lane», e proprio me ha fatto vedere. In dieci minuti m’ha fatto una macchina – un barile, un mozzo di ruota, due pali, tutto qua».
Martin aveva imparato il trucco da Joe a Shelly Hot Springs. Il vecchio mozzo di ruota, fissato all’estremità di una pertica verticale, costituiva lo stantuffo tuffante. Collegando questo, a sua volta, con il palo orizzontale attaccato alle travi della cucina in modo tale che potesse agire sulle lane del barile, riusciva in tal modo a lavarle con una sola mano.
«Maria non ha più avuto lane da lavare», diceva sempre a conclusione del suo racconto. «Ho fatto lavorare i bambini alla pertica, al pozzo e al barile. Furbo lui, il signor Eden».
Nonostante l’intelligente dispositivo e l’abilità dell’esecuzione, egli era comunque crollato nella considerazione di Maria. Il fascino romantico di cui la sua fantasia lo aveva ammantato era svanito alla fredda luce del fatto che era un ex lavandaio. Tutti quei libri, tutti gli amici importanti che lo andavano a trovare in carrozza o con un gran numero di bottiglie di whiskey si dissolsero nel nulla. Dopo tutto era un semplice operaio, un membro del suo ceto e della sua casta. Aveva acquistato calore umano, ma perso tutto l’alone di mistero.
L’estraniamento di Martin dalla sua famiglia proseguì. Dopo l’inspiegabile attacco di Higginbotham entrò in azione Hermann von Schmidt. La fortunata vendita di alcune novelle, di versi umoristici e di storielle comiche aveva concesso a Martin una breve fase di prosperità che gli consentì non solo di pagare i conti ma anche di riscattare l’abito scuro e la bicicletta. Poiché quest’ultima aveva una pedivella storta che doveva essere riparata Martin la mandò, per cortesia verso il futuro cognato, nell’officina di von Schmidt.
Il pomeriggio dello stesso giorno il mezzo gli fu consegnato da un garzone, inducendo Martin a concludere che l’altro voleva essere altrettanto gentile dal momento che le biciclette riparate dovevano essere ritirate dal proprietario stesso. Tuttavia, esaminandola, scoprì che il guasto non era stato eliminato. Telefonando più tardi al fidanzato della sorella venne a sapere che questi non voleva avere «proprio niente» da spartire con lui.
«Hermann von Schmidt», gli disse Martin in tono scherzoso, «ho una gran voglia di venirti a rompere quella faccia da olandese».
«Se vieni in officina», ribatté l’altro, «chiamo la polizia. Ti metto a posto io. Li conosco i tipi come te e con me non puoi fare il bullo. Io e te non abbiamo mai mangiato la minestra insieme. Tu sei un fannullone, ecco cosa sei, e non mi incanti. Non potrai fare lo scroccone con me solo perché sto per sposare tua sorella. Perché non vai a lavorare e a guadagnarti da vivere onestamente, eh? Rispondi».
Soffocando l’ira con il conforto della filosofia, Martin appese il ricevitore con un lungo fischio di divertita incredulità. E tuttavia dopo il sorriso ebbe una reazione. Si sentiva oppresso dalla solitudine. Nessuno lo capiva, nessuno voleva avere rapporti con lui, tranne Brissenden, che per altro era scomparso Dio solo sapeva dove.
Quando lasciò il fruttivendolo per dirigersi verso casa con la spesa sotto il braccio stava sopraggiungendo l’oscurità. All’angolo si era fermato il tram elettrico e alla vista di una figura allampanata che gli era familiare il cuore gli balzò per la gioia. Era Brissenden e in quell’attimo, prima che il tram ripartisse, Martin notò le tasche gonfie del soprabito, una per i libri, l’altra per una bottiglia di whiskey.
XXXV
Brissenden non diede alcuna spiegazione della lunga assenza e Martin non gli chiese nulla, lieto solo di vedere il viso cadaverico dell’amico seduto davanti a lui, dietro alla cortina di vapore che si alzava da un bicchiere di ponce.
«Neanch’io sono rimasto con le mani in mano», esclamò Brissenden dopo aver sentito il resoconto di Martin del lavoro che aveva fatto. Estrasse un manoscritto dalla tasca interna della giacca e lo passò a Martin, che, dopo aver visto il titolo, lo fissò con aria interrogativa.
«Proprio così», rise Brissenden. «Bel titolo, vero? Effimera era il termine che ci voleva. E la colpa è tua, con i tuoi discorsi sull’uomo, la creatura eretta, l’inorganico che ha preso vita, l’ultima delle effimere, l’essere legato alla temperatura che misura sul termometro la sua breve esistenza. Mi hanno ossessionato e ho dovuto liberarmene attraverso la scrittura. Dimmi che cosa ne pensi».
Martin, inizialmente rosso e accaldato, impallidiva a mano a mano che si inoltrava nella lettura. Era un’arte perfetta. La forma trionfava sulla sostanza, se trionfo si poteva chiamare quello di un’opera in cui ogni minima parte della materia aveva trovato espressione, in una costruzione così perfetta che Martin si sentì venir meno per l’emozione, mentre agli occhi gli spuntavano le lacrime e avvertiva brividi lungo la schiena. Era un lungo poemetto di sei o settecento versi, di una bellezza così stupefacente e irreale da sembrare impossibile; e tuttavia era lì, vergato in inchiostro nero su fogli di carta. Parlava dell’uomo e dei più remoti labirinti dell’anima, e si inoltrava negli abissi dello spazio alla ricerca dei soli e degli spettri cromatici più lontani. Era una folle orgia della fantasia scatenata nel cranio di un morente che singhiozzava sommesso, pronto a cogliere il palpito frenetico di un cuore sempre più debole. La poesia si sollevava in un ritmo maestoso fino al glaciale tumulto dei conflitti interstellari, all’assalto di eserciti celesti, all’impatto di stelle fredde e all’avvampare delle nebulose nel buio del vuoto; e in mezzo a tutto, continua e sottile, era la fragile ma acuta voce dell’uomo, un querulo cinguettio fra l’urlo dei pianeti e il rombante fracasso dei sistemi solari.
«Non conosco nulla di simile in letteratura», disse Martin quando infine riuscì a parlare. «È meraviglioso!… meraviglioso! Mi è andato alla testa. Ne sono rimasto inebriato. Quell’infinitesima, grande domanda… non riesco a cancellarmela dal pensiero. Quella piccola, sottile e tremante voce d’uomo, che eternamente interroga e ripete, mi risuona in continuazione nelle orecchie. È come la marcia funebre di un moscerino fra i barriti degli elefanti e i ruggiti dei leoni. È un desiderio minuscolo e insaziabile. So di rendermi ridicolo, ma ne sono ossessionato. Sei – non so come definirti – sei meraviglioso e basta. Ma come fai? Come fai?».
Martin fece una pausa in quel panegirico, ma subito riprese.
«Non scriverò più. Sono solo un dilettante, che si diverte a giocare con la creta, mentre tu sei il vero artista-creatore. Geniale! È una cosa che va al di là del genio, che lo trascende. È la verità impazzita. È autentica in ogni suo verso. Mi chiedo se tu te ne renda conto, uomo dogmatico! La Scienza non può smentirti. È la verità della risata di scherno, forgiata sul ferro nero del Cosmo e impressa con ritmi e suoni possenti in un tessuto di splendore e di bellezza. Ma adesso non parlo più. Ne sono stato travolto, annientato. Sì… voglio proprio farlo. Permettimi di trovarti un editore».
Brissenden sogghignò. «Non c’è una sola rivista in tutta la Cristianità che oserebbe stamparla… e lo sai».
«Perché dici questo? Io so che non c’è rivista nelle terre della Cristianità che non farebbe carte false per averlo. Cose di questo genere non si trovano tutti i giorni. Non è la poesia dell’anno. È la poesia del secolo».
«Vorrei proprio scommettere con te».
«Non essere cinico, via», insistette Martin. «I direttori dei periodici non sono del tutto stupidi. Lo so. E accetterò la tua sfida. Scommetto tutto quello che vuoi che Effimera sarà pubblicato subito o quasi subito».
«C’è solo una cosa che mi impedisce di accettare la scommessa». Brissenden si fermò un istante. «È una cosa grande… la più grande che abbia mai fatto. Lo so. È il mio canto del cigno. Ne sono estremamente orgoglioso. Lo venero. È più importante del whiskey. È quello che sognavo – la cosa immensa e perfetta – quando ero giovane e ingenuo, pieno di dolci illusioni e di ideali di purezza. E ora che ce l’ho me la tengo stretta fra le mani, non voglio che sia insozzata dalle zampacce di un branco di porci. No, non accetterò la scommessa. È mia. L’ho fatta e l’ho divisa con te».
«Ma pensa al resto del mondo», protestò Martin. «La funzione della bellezza è di dare gioia».
«È la mia bellezza».
«Non essere egoista».
«Non sono egoista». Brissenden sorrise beffardo come faceva sempre quando pregustava il piacere di ciò che stava per dire con le sue labbra sottili. «Sono altruista come un maiale famelico».
Invano Martin si sforzò di farlo recedere da quella decisione. Gli disse che il suo odio per le riviste era cieco e fanatico e che quella condotta era di gran lunga più condannabile del gesto del giovane che aveva incendiato il tempio di Diana a Efeso. Investito da quella tempesta di accuse Brissenden sorseggiava compiaciuto il ponce e rispondeva che tutto ciò che l’altro gli diceva era vero, tranne quello che riguardava i direttori dei periodici. L’avversione che provava per loro era senza limiti e, nel parlarne, superava Martin nella virulenza della denuncia.
«Vorrei che me lo battessi a macchina», disse. «Sei molto più abile di un dattilografo. E ora voglio darti un consiglio». Estrasse un voluminoso manoscritto dalla tasca esterna della giacca. «Ecco il tuo La vergogna del sole. L’ho letto, e non una volta sola, ma due o tre, e ti faccio i miei complimenti. Dovrei restarmene zitto dopo tutti gli elogi che tu hai fatto di Effimera, ma solo questo voglio dirti: quando sarà pubblicato, sarà una bomba. E darà inizio a una polemica che sarà per te una straordinaria pubblicità».
Martin si mise a ridere. «Immagino che mi consiglierai anche di proporlo alle riviste».
«Niente affatto… almeno se vuoi vederlo pubblicato. Offrilo alle migliori case editrici. Potresti imbatterti in qualche lettore di manoscritti così pazzo o ubriaco da parlarne favorevolmente. Tu hai letto i libri giusti. Quanto di buono contenevano è stato elaborato nell’alambicco della mente di Martin Eden e versato nella Vergogna del sole; un giorno Martin Eden sarà famoso e una parte non piccola della sua reputazione si fonderà su quest’opera. Devi quindi trovarti un editore – il più presto possibile».
Quella sera Brissenden andò a casa tardi, e proprio mentre stava salendo sul primo scalino del tram si volse all’improvviso verso Martin e gli mise in mano un pezzo di carta appallottolata.
«Prendi questo», disse. «Oggi sono stato alle corse e mi hanno dato la dritta giusta».
A quel punto suonò la campanella del tram e la vettura partì, lasciando Martin perplesso sulla natura di quel foglio unto e raggrinzito che stringeva in mano. Tornato in camera sua lo spiegò e vide che era una banconota da cento dollari.
Non esitò un momento ad usarlo. Sapeva che l’amico aveva sempre molti soldi ed era anche convinto, profondamente convinto, che il futuro successo gli avrebbe consentito di restituirgli quel denaro. La mattina saldò tutti i conti, diede a Maria un anticipo di tre mesi sull’affitto e riscattò tutto ciò che aveva depositato al banco dei pegni. Comprò anche un regalo di nozze per Marian e doni più semplici destinati, in occasione del Natale, a Ruth e Gertrude. Infine, con quanto gli restava, portò con sé nel centro di Oakland tutti i giovani Silva. Riuscì così a mantenere, con un anno di ritardo, la promessa fatta. Tutti i bambini, e Maria stessa, ebbero un paio di scarpe nuove, e tornarono a casa con le braccia colme di trombette, bambole, giocattoli vari e pacchi e confezioni di caramelle e frutta secca.
Mentre, seguito da questo straordinario codazzo di ragazzini, entrava con Maria dal pasticciere con l’intenzione di comprare il lecca-lecca più grosso che fosse mai stato fatto, incontrò Ruth e la madre. La signora Morse ne rimase scandalizzata, e anche Ruth ci restò male, perché era molto sensibile alle forme, e non fu contenta di vedere il fidanzato capeggiare con Maria, con cui sembrava avere rapporti di grande familiarità, una banda di scugnizzi portoghesi. E più ancora fu colpita da quella che considerò mancanza di orgoglio e di rispetto per se stesso. Inoltre, e questa fu la conseguenza più grave di tutte, le parve che quell’episodio fosse la rivelazione dell’impossibilità, da parte di lui, di liberarsi della sua estrazione operaia. Quella macchia d’origine era già abbastanza spiacevole, ma esibirla così spudoratamente davanti a tutto il mondo, il suo mondo, era veramente troppo. Benché il fidanzamento con Martin fosse stato mantenuto segreto, la loro lunga intimità non era sfuggita ai pettegolezzi; e nel negozio c’erano molti conoscenti, che lanciavano occhiate furtive al suo innamorato e al corteo che lo seguiva. Priva della grande generosità di Martin, Ruth non era in grado di superare le angustie del proprio ambiente. Quell’incontro l’aveva ferita, e la sua natura sensibile soffriva per la grande vergogna che provava. E così quando più tardi, nel corso della stessa giornata, Martin andò a trovarla, si tenne in tasca il regalo che le aveva comprato, proponendosi di darglielo in un’occasione più propizia, perché le lacrime di Ruth – lacrime di irritazione e di rabbia – furono per lui una vera rivelazione. Quello spettacolo doloroso lo convinse di essersi comportato in modo inqualificabile, anche se in cuor suo non avrebbe saputo dire di che natura fosse l’offesa. In ogni caso non immaginò neppure per un istante che avrebbe dovuto vergognarsi di quelli che conosceva. Non gli sembrava che portare fuori i Silva per far festeggiare anche a loro il Natale potesse tradursi in alcun modo in una mancanza di riguardo nei confronti di Ruth. Dopo che la ragazza gli ebbe spiegato che cosa aveva fatto, capì tutto e lo considerò una debolezza femminile, da cui tutte le donne, anche le migliori, erano inevitabilmente afflitte.
XXXVI
«Vieni – voglio mostrarti la vera feccia», gli disse Brissenden una sera di gennaio.
Avevano pranzato insieme a San Francisco ed erano nella sala d’aspetto in attesa del traghetto che li avrebbe riportati a Oakland quando all’amico era venuto quello strano desiderio. Si girò e prese a correre per il lungomare, un’ombra scheletrica avvolta in un soprabito svolazzante, seguito da Martin che faticava a stargli dietro. A una bottiglieria all’ingrosso comprò due damigianette di porto che portò egli stesso sul tram diretto a Mission Street; all’amico aveva invece affidato diverse bottiglie di whiskey.
Se Ruth mi vedesse ora, pensava Martin, curioso di sapere come fosse questa «vera feccia».
«Forse non ci sarà più nessuno», disse Brissenden quando, scesi dal tram, girarono verso destra, tuffandosi nel cuore del quartiere operaio che si trovava a sud di Market Street. «In tal caso non potrai conoscere quelli che da tempo cercavi».
«Chi diavolo sono?», chiese Martin.
«Uomini veri, esseri intelligenti, molto diversi dalle blateranti nullità con cui te la facevi quando ti ho scoperto nella tana di quel mercante. Con le tue vaste letture ti sei accorto di essere solo. Questa notte voglio presentarti ad altri che hanno letto libri e darti così la possibilità di non soffrire più di solitudine.
«Non che m’importi delle loro interminabili discussioni», aggiunse quando arrivarono alla fine dell’isolato. «La filosofia libresca non m’interessa. Però vedrai che si tratta di gente con la testa sulle spalle, e non di maiali borghesi. Comunque sta’ attento, perché sono capaci di metterti sotto in qualunque tipo di discussione.
«Spero che ci sia Norton», disse poco dopo con voce affannosa sottraendosi al tentativo di Martin di prendergli le damigianette. «È un idealista, che ha studiato a Harvard. Memoria prodigiosa. L’idealismo lo ha condotto all’anarchia, e la famiglia gli ha tagliato i viveri. Il padre è presidente di una compagnia ferroviaria e ha un sacco di soldi, ma lui fa la fame a San Francisco dirigendo un foglio anarchico per venticinque dollari al mese».
Conoscendo poco la città e non essendo mai stato a sud di Market Street, Martin non aveva idea di dove fossero diretti.
«Prima che arriviamo parlami un po’ di loro», disse. «Che cosa fanno per vivere? Come sono capitati qui?».
«Spero che ci sia Hamilton», disse Brissenden fermandosi e appoggiando a terra il carico per riposarsi. «In realtà il suo nome completo è Strawn-Hamilton. Viene da una vecchia famiglia del Sud. Fa il vagabondo… è l’uomo più pigro che abbia mai conosciuto, anche se ha un posto di impiegato, almeno in teoria, in una cooperativa socialista a sei dollari la settimana. Ma è un barbone per sua scelta. È arrivato qui dopo aver girato vari posti. L’ho visto rimanersene seduto su una panchina per tutto il giorno senza dire una parola e la sera rispondermi, dopo che l’avevo invitato al ristorante a due isolati di distanza: «Troppa fatica vecchio mio. Dammi invece un pacchetto di sigarette». Era uno spenceriano come te, fino a quando Kreis non lo convertì al monismo materialistico. Lo farò parlare del monismo, se ci riesco. Anche Norton è monista, solo che crede che l’unica realtà sia quella dello spirito. Però è capace di mettere sotto tanto Kreis che Hamilton».
«Chi è Kreis?».
«Stiamo andando proprio da lui. È un ex professore di università… licenziato dall’ateneo… la solita storia. Una mente di ferro. Si guadagna da vivere in tutti i modi. So che una volta, spinto dal bisogno, ha fatto il fachiro nelle strade. Privo di scrupoli. Ruberebbe il sudario a un morto, o anche peggio. La differenza fra lui e i borghesi è che lui lo fa senza alcuna illusione. Parla di Nietzsche, Schopenhauer, Kant o altri, ma la sola cosa che gli stia veramente a cuore al mondo, anche più di Mary cui è molto affezionato, è il monismo. Haeckel è il suo idolo. Il solo modo di farlo arrabbiare è di parlarne male.
«Il posto è qua». Prima di salire le scale Brissenden posò il suo carico a terra per riprendere fiato. Era il solito fabbricato d’angolo a due piani, con un saloon e una drogheria al pianterreno. «Tutta la banda abita qui… hanno l’intero piano per loro. Kreis è l’unico con due stanze. Andiamo».
Nel pianerottolo superiore non c’erano luci, ma Brissenden si muoveva nel buio con la disinvoltura di un fantasma che conosceva la casa. Si fermò per parlare con Martin.
«Ce n’è uno, Stevens, che è teosofo. Quando attacca a parlare fa una grande confusione. In questo momento è lavapiatti in un ristorante. Gli piacciono i buoni sigari. L’ho visto pranzare in una bettola da dieci centesimi e spenderne cinquanta per il sigaro da fumare dopo il pasto. Ne ho in tasca un paio per lui, se si farà vedere.
«E ce n’è un altro, Parry, che è un’enciclopedia ambulante per lo sport e per le statistiche. Se gli chiedi qual è stata la produzione di grano in Paraguay nel 1903, o a quanto ammontarono le importazioni di lamiera inglese in Cina nel 1890, o quale era il peso di Jimmy Britt prima dell’incontro con Battling Nelson o chi è stato campione degli Stati Uniti dei medioleggeri nel ’68, ti dà la risposta esatta con la velocità di una macchina. C’è Andy, muratore, che sa parlare di tutto ed è un ottimo scacchista, e un altro tipo, Harry, fornaio, acceso socialista e molto impegnato con i sindacati. A proposito, ti ricordi della manifestazione dei cuochi e dei camerieri? È stato Hamilton a organizzare l’associazione e a spingere per lo sciopero… aveva preparato tutto alla perfezione proprio qui, nelle stanze di Kreis. L’ha fatto perché gli piaceva, ma era troppo pigro per restare nel sindacato. Avrebbe potuto fare carriera se l’avesse voluto. Avrebbe immense possibilità, se non fosse così incredibilmente indolente».
Brissenden avanzò nell’oscurità fino a quando una fessura di luce non indicò la soglia di una porta. Un battito di nocche e una risposta introdussero Martin nella stanza, dove si trovò a stringere la mano di Kreis, un uomo bruno di bella presenza con denti candidi, baffi spioventi e grandi occhi luminosi. Mary, una ragazza bionda giovane, ma di aspetto matronale, lavava i piatti nel minuscolo locale che fungeva da cucina e sala da pranzo, mentre la stanza anteriore serviva da camera da letto e soggiorno. Il bucato della settimana, steso sui fili, pendeva così basso che Martin non si accorse subito dei due uomini che parlavano in un angolo e che accolsero con entusiasmo l’arrivo di Brissenden e delle damigianette. Quando fu loro presentato, Martin venne a sapere che erano Andy e Parry. Unitosi a loro ascoltò con attenzione la descrizione di un incontro di pugilato che Parry aveva visto la sera prima, mentre Brissenden soddisfatto del successo che aveva suscitato, si immergeva nella preparazione di un ponce e nella distribuzione di bicchieri di vino e di whiskey e soda. Al suo ordine, «Fa venire la banda», Andy uscì per chiamare gli altri membri della comune che si trovavano nelle loro stanze.
«Molti di loro sono in casa, siamo stati fortunati», bisbigliò Brissenden a Martin. «Ecco Norton e Hamilton; vieni a conoscerli. Mi dicono che Stevenson non c’è, invece. Se posso, porto il discorso sul monismo. Aspetta che abbiano preso qualche cicchetto e vedrai come partiranno».
Benché all’inizio la conversazione fosse frammentaria, Martin non poté fare a meno di notare la loro vivacità intellettuale. Erano uomini che avevano le idee chiare, anche se spesso in contrasto fra loro e, pur essendo spiritosi e arguti, non erano superficiali. Vide subito che, qualunque argomento dibattessero, portavano nella discussione la loro cultura, e che della società e del Cosmo avevano una concezione profonda e unitaria. Non avevano opinioni prefabbricate; con modi e contenuti diversi, erano tutti ribelli, e dalle loro labbra non uscivano mai banalità. A casa dei Morse Martin non aveva mai sentito conversazioni su una tale varietà di argomenti. Non c’era limite, se non quello del tempo, alle cose che li interessavano. Passavano dal nuovo libro della Humphry Ward all’ultima commedia di Shaw e dal futuro del teatro ai ricordi di Mansfield. Commentavano con ammirazione o sarcasmi gli editoriali dei quotidiani della mattina, saltavano dalle condizioni di lavoro nella Nuova Zelanda a Henry James e a Brander Matthews, discutevano delle mire tedesche nell’Estremo Oriente e degli aspetti economici del «Pericolo giallo», si accapigliavano sulle elezioni in Germania e sull’ultimo discorso di Bebel e finivano con la politica locale, con gli ultimi piani e scandali del partito laborista e con le decisioni adottate per realizzare lo sciopero dei marittimi. Conoscevano ciò di cui i giornali non parlavano mai: i fili, le corde e le mani che dietro le quinte manovravano le marionette. Con sorpresa di Martin la ragazza, Mary, prese parte alla conversazione, dimostrando un’intelligenza che non aveva mai trovato nelle poche donne che aveva incontrato. Parlarono di Swinburne e Rossetti, prima che lei si addentrasse nei meandri, a lui ignoti, della letteratura francese. Tuttavia poté prendersi la rivincita quando, in risposta a una sua difesa di Maeterlinck, lui le espose la tesi attentamente elaborata nella Vergogna del sole.
Erano entrati parecchi altri uomini e l’aria era impregnata di fumo di tabacco quando Brissenden mise in atto il suo piano.
«Ecco un altro eretico da convertire, Kreis», disse, «un giovinetto fresco e roseo che ha preso una tremenda cotta per Herbert Spencer. Portalo a Haeckel, se ti riesce».
Kreis parve scuotersi e vibrare come una macchina elettrica, mentre Norton guardava Martin con benevola simpatia e un sorriso dolce e materno, quasi a volergli dire che era sotto la sua protezione.
Inizialmente Kreis si rivolse a Martin, ma a poco a poco, in reazione alle interferenze di Norton, cominciò una battaglia personale con lui. Martin non credeva alle proprie orecchie. Gli sembrava impossibile che potesse esistere un posto come quello, meno che mai nel ghetto proletario a sud di Market Street. I libri acquistavano vita in quegli uomini, che parlavano con ardore ed entusiasmo, mossi da stimoli della mente come altri lo erano dalla rabbia e dal bere. Ciò che sentiva non era più il pensiero astratto stampato nelle pagine di mitici semidei come Kant e Spencer, ma una filosofia viva, palpitante e sanguigna, che si incarnava in quei due uomini e ne rifletteva i lineamenti, distorti nell’animosità della discussione. Di tanto in tanto altri intervenivano nel dibattito, che tutti seguivano con la faccia tesa, e così intenti che le sigarette si spegnevano nelle loro mani.
L’idealismo non aveva mai attratto Martin, ma l’esposizione che ne fece Norton fu una rivelazione. Quella plausibilità logica che aveva sempre avuto per lui un grande fascino intellettuale era ignorata da Kreis e Hamilton, che si facevano beffe delle propensioni metafisiche di Norton; questi, a sua volta, ribatteva con altrettanta ironia, rivolgendo ai suoi interlocutori accuse analoghe. Fenomeno e noumeno venivano lanciati da una parte e dall’altra. I due rinfacciarono all’avversario di aver voluto spiegare la coscienza con la coscienza, ed egli li criticò per il loro vuoto verbalismo, per aver tentato di arrivare alla teoria dalle parole invece che dai fatti. Questa argomentazione li indignò. Punto fermo del loro modo di ragionare era iniziare dai fatti e darne una definizione.
Quando Norton si addentrò nelle complessità del sistema kantiano, Kreis gli ricordò che, morendo, tutte le piccole e rispettabili filosofie tedesche finivano a Oxford. Poco dopo Norton rammentò loro la «legge della parsimonia» di Hamilton, che essi immediatamente rivendicarono come base di ogni loro argomentazione. Chinato su se stesso, con le braccia intrecciate intorno alle ginocchia, Martin seguiva quella scena con l’animo pieno di gioia. Tuttavia Norton, che non era spenceriano, cercava di conquistarlo alla sua filosofia discutendo con lui oltre che con i suoi due avversari.
«È noto che nessuno è riuscito a dare una risposta a Berkeley», disse guardando direttamente Martin. «Spencer è quello che ci si è avvicinato di più, ma non lo ha fatto in modo soddisfacente e neppure il più fedele seguace di Spencer potrà andare più in là. L’altro giorno leggevo un saggio di Saleeby, il quale in sostanza diceva che Herbert Spencer è quasi riuscito a rispondere a Berkeley».
«Sai che cosa ha detto Hume?», chiese Hamilton. Norton annuì, ma Hamilton lo citò ugualmente a beneficio di tutti. «Ha detto che le argomentazioni di Berkeley non ammettono risposta, ma non sono convincenti».
«Per lui, per Hume», rispose l’altro. «E lui ragionava come te, con questa differenza: che ebbe l’accortezza di ammettere che non era possibile dare una risposta a Berkeley».
Pur essendo sensibile ed emotivo, Norton non perdeva mai la testa, mentre Kreis e Hamilton erano come due selvaggi freddi e crudeli che cercavano di colpire il nemico nei punti più deboli e dolenti. Con l’avanzare della notte Norton, punto sul vivo dalle ripetute accuse di essere un metafisico, lanciò un’offensiva in grande stile contro la posizione degli altri due, con le mani aggrappate alla sedia per resistere alla tentazione di balzare in piedi, gli occhi grigi sfolgoranti e il viso femmineo indurito in un’espressione decisa e sicura.
«D’accordo, discepoli di Haeckel, forse io ragiono come un ciarlatano, ma voi? Voi non avete nulla su cui appoggiarvi, con le vostre dogmatiche fumosità sulla scienza positiva, che piazzate continuamente in posti in cui non ha alcun diritto di stare. Molto tempo prima che nascesse la scuola del monismo materialistico, è venuta meno la base che poteva servirle da punto d’appoggio. Fu Locke a farlo, John Locke. Duecento anni fa, anzi di più, nel suo Saggio sull’intelletto umano dimostrò l’inesistenza delle idee innate. Il bello è che questo è proprio ciò che pretendete. Stasera, diverse volte, avete asserito che le idee innate non esistono.
«Che cosa significa? Significa che non si potrà mai conoscere la realtà ultima. Alla nascita il cervello è tabula rasa. Gli aspetti, o fenomeni sono le sole cose che la mente riceve dai cinque sensi. E i noumeni, che non sono nella mente quando nasciamo, non ci possono entrare…».
«Nego…», intervenne Kreis interrompendolo.
«Aspetta che abbia finito», urlò Norton. «L’interazione fra forza e materia è conoscibile solo nella misura in cui si ripercuote, in qualche modo, sui nostri sensi. Come vedete, sono disposto ad ammettere, provvisoriamente, che la materia esiste. Ora procederò a confutarvi usando le vostre stesse argomentazioni. Non posso farlo in alcun altro modo perché avete un’incapacità congenita di afferrare l’astrazione filosofica.
«Che cosa si sa della materia secondo la vostra scienza positiva? La si conosce solo dai fenomeni, dalle apparenze. Si è consapevoli solo dei suoi cambiamenti, oppure dei mutamenti avvenuti in essa che modificano la nostra coscienza. La scienza positiva si occupa solo dei fenomeni, ma voi siete così sciocchi da invadere il campo dell’ontologia e affrontare i noumeni. Eppure per la definizione stessa della scienza positiva, la scienza tratta solo le apparenze. Come ha detto qualcuno, la conoscenza fenomenica non può trascendere i fenomeni.
«Anche annientando Kant non riuscite a dare una risposta a Berkeley, e tuttavia implicitamente dite che ha torto quando affermate che la scienza prova la non esistenza di Dio, ovvero l’esistenza della materia, che poi è la stessa cosa. Come ricorderete, ho ammesso la realtà della materia solo per farvi capire meglio. Limitatevi alla scienza positiva, per favore, e lasciate stare l’ontologia, che con essa non ha nulla a che fare. Spencer ha ragione nel suo agnosticismo, ma se egli…».
Era l’ora di prendere l’ultimo traghetto per Oakland, e Brissenden uscì in punta di piedi con Martin, lasciando Norton ancora infervorato a parlare e Kreis e Hamilton pronti a saltargli addosso come due segugi non appena avesse finito.
«Mi hai fatto conoscere il paradiso», disse Martin sul battello. «Fa bene al cuore incontrare persone così. Ho il cervello in subbuglio. Prima di stasera non avevo mai apprezzato l’idealismo, e tuttora non riesco ad accettarlo. Mi rendo conto che sarò sempre un realista. Forse lo sono costituzionalmente. Ma mi sarebbe piaciuto rispondere a Kreis e Hamilton e penso che avrei qualche argomento a favore delle tesi di Norton. Non mi pare che Spencer ne sia uscito male. Devo però leggere altre cose e ho intenzione di procurarmi il Saleeby. Sono sempre convinto che Spencer sia inattaccabile e la prossima volta voglio anch’io dire la mia».
Ma Brissenden non lo sentiva: si era addormentato e respirava affannosamente con la testa reclinata sul petto incavato e il mento fasciato in una sciarpa, mentre il corpo, avvolto nel lungo soprabito, era scosso dalla vibrazione delle eliche.
XXXVII
La prima cosa che Martin fece la mattina seguente fu di non seguire la raccomandazione di Brissenden e, messa in un plico la Vergogna del sole, la spedì a «The Acropolis». Era persuaso che poteva essere accettata da qualche periodico e aveva l’impressione che un tale riconoscimento sarebbe stato un buon biglietto di presentazione per le case editrici. Fece lo stesso con Effimera. Nonostante le prevenzioni di Brissenden contro queste pubblicazioni, ormai diventate una vera e propria mania, Martin decise che quella grande opera poetica doveva vedere la luce. Non intendendo però farlo contro la volontà dell’autore, si proponeva di procurarsi l’accettazione da parte di una rivista di grande prestigio e di servirsene per riprendere l’argomento con Brissenden e strapparne l’assenso.
Quella mattina Martin iniziò un racconto che aveva abbozzato qualche settimana prima e che da allora lo ossessionava, quasi reclamando a gran voce di essere scritto. In apparenza si trattava di una briosa storia di mare, una novella moderna piena di fascino e di avventura, con personaggi reali, in un mondo reale e in condizioni reali. E tuttavia, sotto le alterne vicende della narrazione, ci sarebbe stato qualcos’altro – qualcosa che il lettore superficiale non avrebbe mai scoperto e che d’altro canto non ne avrebbe in alcun modo pregiudicato l’interesse e il godimento. Era quest’ultimo elemento, e non il racconto puro e semplice, che spingeva Martin a scriverlo. D’altronde la trama gli era sempre suggerita da un grande tema universale, intorno al quale disporre, in una specifica situazione di spazio e di tempo, i personaggi particolari che gli servivano per esprimerlo. Pensava che la novella, cui aveva deciso di dare il titolo di Scaduto, non sarebbe andata oltre le sessantamila parole – un’inezia per un creatore vigoroso come lui. Quel primo giorno affrontò l’opera con la gioiosa fiducia dell’artefice che ha la padronanza assoluta dei propri strumenti. Non lo frenava più la preoccupazione che le affilatissime lame di quegli utensili, sfuggendogli di mano, gli rovinassero il lavoro. I lunghi e intensi mesi di studio e applicazione davano i loro frutti. Ora poteva dedicarsi con mano sicura alle ampie volute della figura che aveva delineato e con il passare delle ore sentiva vibrare in sé, come mai prima di allora, l’afflato cosmico che intuiva nella vita e in tutte le sue manifestazioni. Scaduto avrebbe raccontato una storia vera nei personaggi e nelle vicende narrative; ma avrebbe anche rivelato, ne era convinto, straordinarie verità, valide in tutti i tempi, in tutti i mari, in tutta l’esistenza – e tutto ciò grazie a Spencer, rifletté alzando un istante la testa dal tavolo. Sì, grazie a Herbert Spencer e alla chiave della vita, l’evoluzione, che gli aveva messo fra le mani.
Era conscio che stava scrivendo cose grandi. «Sfonderò! Sfonderò!», era il ritornello che gli risuonava in continuazione nel cervello. Avrebbe certamente sfondato. Finalmente stava producendo qualcosa che sarebbe stato conteso dalle riviste. Tutta la storia gli si dispiegò davanti in una serie di folgoranti visioni. Si interruppe per il tempo necessario ad annotare una frase sul taccuino. Sarebbe stata l’ultima del racconto, che aveva ormai così lucidamente impresso nella mente da riuscire a formulare, molto tempo prima di arrivare alla fine, le parole con cui si sarebbe concluso. Confrontò l’opera ancora non scritta con altre novelle di argomento marino, e sentì che era immensamente superiore ad esse. «C’è solo uno scrittore in grado di affrontare questo tema», mormorò fra sé, «ed è Conrad. Sarà qualcosa che indurrà persino lui a cercarmi e a stringermi la mano dicendomi “Ben fatto, Martin, ragazzo mio”».
Lavorò come un mulo tutto il giorno, ricordandosi solo all’ultimo momento che era invitato a cena dai Morse. Grazie a Brissenden aveva potuto riscattare l’abito scuro ed era di nuovo in grado di accettare gli inviti a pranzo. Nel centro della città si fermò un momento per cercare in biblioteca i libri di Saleeby. Prese The Cycle of Life e sul tram l’aprì al saggio su Spencer citato da Norton. Fu preso, leggendo, da una crescente irritazione che gli fece avvampare la faccia, gli fece stringere le mascelle e lo portò a serrare e a riaprire ripetutamente il pugno come se stesse stritolando a più riprese un essere odioso al quale voleva togliere la vita. Sceso dal tram, si avviò a grandi passi lungo il marciapiede come preso da una grande rabbia e suonò il campanello dei Morse con una tale decisione che rientrando in sé si accorse della condizione in cui si trovava e si controllò, riuscendo persino a sorridere divertito di se stesso. Tuttavia, non appena ebbe oltrepassato l’uscio, fu preso da una tremenda depressione. Precipitando dalle altezze alle quali era rimasto tutto il giorno sotto la spinta dell’ispirazione, riudiva nella mente le parole usate da Brissenden – «borghese», «la tana di quel mercante». E con ciò? si chiese infuriato. Sposava Ruth, non la sua famiglia.
Gli sembrava di non aver mai visto Ruth così bella, spirituale ed eterea, e contemporaneamente così sana e florida. Aveva le guance colorite, e più volte fu attratto dagli occhi di lei – quegli occhi in cui per la prima volta aveva conosciuto l’immortalità. Ultimamente, assorbito dalle sue letture scientifiche, aveva dimenticato quella visione, che ora, nello sguardo dell’amata, riappariva come una sublime intuizione al di sopra di ogni argomentazione logica. In quegli occhi aveva scorto l’amore davanti a cui tutto spariva. L’amore era anche nel proprio sguardo, e non consentiva risposta. Era questa la sua suprema dottrina.
La mezz’ora che trascorse con lei prima che la cena fosse servita lo rese straordinariamente felice e contento della vita. Ciò nonostante, a tavola, l’inevitabile reazione e la spossatezza dovute alla fatica della giornata si impadronirono di lui. Si accorse di avere gli occhi stanchi e di essere irritabile. Si ricordò che proprio a quella tavola, che adesso disprezzava e alla quale spesso si annoiava, aveva mangiato per la prima volta in compagnia di persone civili in un’atmosfera che allora immaginava satura di grande cultura e raffinatezza. Rivide quella sua patetica figura di non molto tempo prima, un selvaggio imbarazzato che emanava sudore da ogni poro in preda a una terribile paura, paralizzato dai dubbi sugli usi delle posate e delle stoviglie, torturato dalla tremenda impassibilità del domestico e risoluto, infine, ad essere solo se stesso, senza fingere un’istruzione e un’educazione che non aveva.
Alzò gli occhi su Ruth alla ricerca di qualcosa che lo rassicurasse, proprio come un passeggero, colto da un’improvviso panico al pensiero di un possibile naufragio, gira lo sguardo per individuare dove si trovino i salvagente. Sì, solo quello gli restava – l’amore e Ruth. Di tutto il resto, nulla era rimasto in piedi davanti ai valori che aveva scoperto nei libri. Ruth e l’amore, sì: per loro aveva persino trovato una sanzione biologica. L’amore era l’espressione più elevata della vita. La Natura aveva creato lui, Martin, come tutti gli uomini normali, solo per quello scopo. Ad esso aveva dedicato diecimila secoli, centomila secoli, un milione di secoli, ed egli era il miglior esemplare destinato a quel fine. Aveva fatto della capacità di amare la qualità migliore che si trovava in lui, l’aveva amplificata all’infinito donandogli la fantasia e l’aveva gettato fra le effimere a palpitare, a intenerirsi e ad accoppiarsi. Sotto la tavola cercò con la mano quella di Ruth, che strinse con calore venendone ricambiato. Lei lo guardò per un attimo con occhi raggianti e dolci. Anche i suoi lo erano nel fremito che lo pervase, e non capì quanto l’espressione soave e commossa di lei fosse stata suscitata da ciò che aveva scorto in lui.
Dall’altra parte della tavola, in diagonale rispetto a lui e alla destra del signor Morse, era seduto il giudice Blount, un alto magistrato del tribunale locale. Martin lo aveva incontrato diverse volte, e non gli era mai piaciuto. Discuteva con il padre di Ruth della politica dei sindacati, della situazione cittadina e del socialismo, e su quest’ultimo argomento il signor Morse cercava di provocare Martin. Infine il giudice lanciò dall’altra parte della tavola uno sguardo benigno e paterno. Martin sorrise fra sé.
«Le passerà, giovanotto», disse bonariamente. «Il tempo è la medicina migliore per queste malattie giovanili». Si volse verso il signor Morse. «Non credo che le discussioni servano a qualcosa in questi casi. Rendono solo più testardo il paziente».
«È vero», assentì l’altro in tono grave. «Ma è bene, di tanto in tanto, avvertirlo della sua condizione».
Martin reagì con un sorriso, che però gli costò un certo sforzo. Aveva avuto una giornata lunghissima durante la quale aveva profuso molte energie, e ora ne provava le conseguenze.
«Senza dubbio siete entrambi ottimi medici», disse, «ma se avete un briciolo di considerazione per l’opinione del paziente consentitegli di dirvi che non siete bravi nella diagnosi. In realtà soffrite tutti e due della malattia che pensate di trovare in me. Anzi, io ne sono vaccinato. La filosofia socialista che occultamente vi brucia nel corpo mi ha appena sfiorato».
«Bravo, bravo», mormorò il magistrato. «È una tattica eccellente, quella di rovesciare le posizioni».
«Da che pulpito…», stava cominciando a dire Martin con gli occhi sfavillanti, riuscendo però a controllarsi. «Vede, giudice, ho sentito i suoi discorsi politici. Per qualche processo enidico – enidico, tra parentesi, è un termine che mi piace usare ma che nessuno capisce – per qualche processo enidico, lei riesce a convincere se stesso di essere un fautore del sistema basato sulla concorrenza e sulla sopravvivenza dei più forti, ma contemporaneamente sostiene con ogni energia proprio le misure idonee a fiaccare la loro vitalità».
«Mio giovane amico…».
«Tenga presente che ho sentito i suoi discorsi politici», l’ammonì Martin. «Sono di pubblico dominio le sue posizioni sulla disciplina del commercio interstatale, sul controllo dei trust ferroviari e della Standard Oil, sulla conservazione delle foreste e sulle mille e più misure restrittive che altro non sono se non provvedimenti di carattere socialista».
«Intende dirmi che secondo lei non è opportuno controllare queste forme di strapotere?».
«Il punto non è questo. Voglio solo dimostrarle che in fatto di diagnosi lei è un pessimo medico e che io non sono stato contagiato dal bacillo socialista. È invece lei che sta subendo i deleteri effetti di questo germe. Quanto a me, sono un irriducibile oppositore del socialismo come della vostra bastarda democrazia, la quale non è altro che uno pseudosocialismo nascosto da un manto di parole dietro cui c’è il nulla.
«Sono un reazionario – lo sono in misura tale che la mia posizione è incomprensibile a lei che vive avvolto nelle menzogne dell’organizzazione sociale e la cui vista non è acuta abbastanza per vedere al di là di questo velo. Lei induce gli altri a pensare di avere a che fare con un fautore della sopravvivenza e del governo dei forti. Invece sono io che ci credo. È questo ciò che ci separa. Quando ero un po’ più giovane, qualche mese fa, avevo le sue stesse idee. Vede, ne ero rimasto impressionato. Tuttavia i mercanti e i bottegai sono, nel migliore dei casi, dirigenti timorosi; per tutta la vita grufolano e mangiucchiano nel truogolo del denaro, e così, se non le dispiace, io sono tornato all’aristocrazia. Io sono l’unico individualista di questa sala. Non ho alcuna stima dello stato. Vagheggio l’uomo forte, l’uomo del destino, che lo salvi dalla sua marcia inutilità.
«Aveva ragione Nietzsche. Non sprecherò tempo a dirvi chi era, ma aveva ragione. Il mondo è dei forti – dei forti che sono anche nobili e che non sguazzano nel porcile del commercio e della borsa valori. Il mondo appartiene ai veri aristocratici, alle grandi belve bionde, a coloro che non accettano i compromessi, a quelli che vanno all’attacco. E vi divoreranno, voi socialisti che avete paura del socialismo e vi credete individualisti. Non vi salverà la vostra moralità servile da deboli e umili. Oh, so che non ci capite nulla e non vi disturberò più. Ma ricordate una cosa. A Oakland non ci sono più di cinque o sei individualisti, ma uno di loro è Martin Eden».
Fece capire che considerava chiusa la discussione e si volse a Ruth.
«Oggi sono esausto», disse sottovoce. «Voglio solo amare, non parlare».
Ignorò il signor Morse, che disse:
«Non mi convince. Tutti i socialisti sono gesuiti. È così che si riconoscono».
«Riusciremo a fare di lei un buon repubblicano», disse il giudice Blount.
«Prima di allora sarà arrivato l’uomo del destino», ribatté Martin di buon’umore e si volse verso Ruth.
Ma il signor Morse non era soddisfatto. Poiché non gli piacevano la pigrizia e l’avversione per un lavoro tranquillo e onesto del futuro genero, di cui non rispettava le idee e non comprendeva il carattere, spostò il discorso su Herbert Spencer. Il giudice Blount lo assecondò abilmente e Martin, cui si erano drizzate le orecchie sentendo pronunciare il nome del filosofo, ascoltò il magistrato lanciare un massiccio attacco contro di lui. Di tanto in tanto il signor Morse osservava Martin come per dirgli, «Eccoti servito, ragazzo mio».
«Cornacchie parlanti», borbottò fra sé Martin, e continuò a conversare con Ruth e Arthur.
Ma la lunga giornata e l’esperienza con la «vera feccia» della notte precedente cominciavano a farsi sentire; inoltre gli bruciava ancora il ricordo di quella lettura fatta durante il tragitto in tram, che lo aveva mandato su tutte le furie.
«Che cosa c’è?», chiese Ruth improvvisamente, allarmata dallo sforzo che Martin stava facendo per controllarsi.
«Non c’è altro Dio al di fuori dell’Inconoscibile e Herbert Spencer è il suo profeta», stava dicendo in quel momento il giudice Blount.
Martin si girò verso di lui.
«È un giudizio da quattro soldi», osservò calmo. «L’ho udito per la prima volta nel City Hall Park sulle labbra di un lavoratore che avrebbe fatto meglio a starsene zitto. Da allora l’ho risentito spesso e ogni volta mi dà il voltastomaco. Dovrebbe vergognarsi. Sentire sulla sua bocca il nome di quell’uomo grande e nobile è come trovare una rosa in uno scarico di fogna. Lei mi disgusta».
Fu come un fulmine a ciel sereno. Il magistrato lo squadrò con occhi di fuoco e il viso scarlatto, mentre intorno tutti avevano smesso di parlare. Il signor Morse era segretamente compiaciuto perché vedeva che sua figlia ne era rimasta sconvolta. Era proprio l’obiettivo che si era proposto – far emergere la mascalzonaggine innata di quell’uomo che non gli piaceva.
La mano di Ruth cercò supplichevole quella di Martin sotto la tavola, ma il sangue gli era ormai andato alla testa. Era indignato dalla presunzione e dalla vuotezza intellettuale di coloro che occupavano cariche elevate. Un alto magistrato del tribunale! E pensare che non molti anni prima aveva contemplato dal fango queste perfette nullità credendo che fossero esseri divini.
Il giudice Blount si riprese e cercò di continuare, rivolgendosi a Martin con una forma cortese che quest’ultimo capì essere stata adottata solo per la presenza delle signore. Ciò aumentò la sua rabbia. Perché non c’era onestà in questo mondo?
«Lei non è in grado di discutere di Spencer con me», esclamò. «Di lui non sa più dei suoi stessi compatrioti. Ammetto che lei non ne ha alcuna colpa: è solo un segno della deplorevole ignoranza dei nostri tempi. Ne ho avuto un esempio venendo qui questa sera dalla lettura di un saggio di Saleeby su Spencer. Dovrebbe leggerlo anche lei, visto che è facilmente accessibile. Può comprarlo in libreria o prenderlo a prestito dalla biblioteca pubblica. Si vergognerebbe nel constatare la pochezza dei suoi insulti e la sua ignoranza di quel nobile uomo di fronte a quello che Saleeby ha messo assieme su questo argomento. È un ammasso di infamie capace di far impallidire le sue.
«”Il filosofo dei semi-analfabeti”, è stato chiamato da un professore di filosofia indegno di inquinare l’aria che respirava. Io non credo che lei abbia letto dieci pagine di Herbert Spencer, ma ci sono stati alcuni critici, presumibilmente più intelligenti di lei, che pur non sapendone molto più di lei hanno pubblicamente sfidato i seguaci di questo grande pensatore a indicare una sola idea ricavabile dai suoi scritti… dagli scritti di Herbert Spencer! Cioè di colui che ha impresso il marchio del suo genio sull’intero campo della ricerca scientifica e del pensiero moderni; il padre della psicologia; l’uomo che ha rivoluzionato la pedagogia al punto che oggi al figlio del contadino francese si impartisce un insegnamento elementare secondo i principi da lui formulati. E tuttavia ecco questi esseri insignificanti pronti a macchiare la sua memoria pur guadagnandosi da vivere proprio grazie all’applicazione delle sue idee. Quel poco di buono che hanno nel cervello è per lo più dovuto a lui. È certo che se egli non fosse vissuto mancherebbe alla loro cultura pappagallesca gran parte di ciò che è valido.
«E tuttavia un uomo come il rettore Fairbanks di Oxford, che occupa una carica anche più alta della sua, giudice Blount, ha detto che Spencer sarà liquidato dai posteri come un poeta e un sognatore e non sarà considerato come filosofo. Branco di ciarlatani e parolai! «I Primi principi non sono del tutto privi di un certo spessore letterario», ha detto uno di loro. E altri hanno sostenuto che era più un diligente erudito che un pensatore originale. Ciarlatani e parolai! Ciarlatani e parolai!».
Martin tacque improvvisamente in un gelido silenzio. Tutti i familiari di Ruth consideravano il giudice Blount un uomo potente e autorevole ed erano sbigottiti da quell’esplosione di Martin. Il resto del pranzo proseguì come un funerale, con il giudice e il signor Morse impegnati a parlare fra loro e una conversazione generale punteggiata da lunghe pause. Più tardi, rimasti soli, Ruth e Martin litigarono.
«Sei insopportabile», disse lei piangendo.
Ma la rabbia di lui era ancora viva ed egli continuava a mormorare, «Animali! Animali!».
Quando lei gli rinfacciò di avere offeso il giudice egli ribatté:
«Dicendogli la verità su se stesso?».
«Non m’importa se fosse la verità o meno», insistette lei. «Ci sono certi limiti di educazione, e tu non avevi il diritto di insultare nessuno».
«E il giudice Blount dove ha ottenuto la licenza che gli permette di usare violenza alla verità?», chiese Martin. «Un reato di questo genere è senza dubbio più grave che non quello di ingiurie nei confronti di una persona insignificante come quel giudice. Anzi, ha fatto qualcosa di più grave. Ha lordato il nome di un uomo grande e nobile che è morto. Oh, animali! Animali!».
Alimentata da tante cause diverse l’ira di lui divampava di nuovo, e Ruth ne ebbe paura. Non lo aveva mai visto così infuriato, e tutto per motivi tanto oscuri e irragionevoli. E tuttavia, pur terrorizzata, avvertiva ancora quel fascino che l’aveva attirata e ancora l’attirava verso quell’uomo – che l’aveva costretta ad appoggiarsi a lui e, in quel supremo momento di follia, a posargli le mani sul collo. Era ferita e oltraggiata da ciò che era avvenuto, ma gli si strinse fra le braccia fremente mentre lui continuava a mormorare, «Animali! Animali!». E non si mosse quando lui le disse: «Non turberò più la tua tavola, tesoro. Non piaccio, e sbaglierei a continuare a imporre loro la mia indesiderabile presenza. Si aggiunga che loro a me riescono altrettanto indesiderabili. Puah! Sono disgustosi. E pensare che nella mia ingenuità credevo che coloro che occupano posti importanti, che vivono nelle belle case, che hanno ricevuto un’istruzione e hanno il conto in banca fossero persone degne di essere conosciute!».
XXXVIII
«Forza, andiamo alla sezione del partito».
Brissenden parlava debolmente dopo l’emorragia che lo aveva colpito mezz’ora prima – la seconda in tre giorni. Ingollò con le dita tremanti l’immancabile bicchiere di whiskey che teneva in mano.
«Che c’entro io con il socialismo?», chiese Martin.
«I non iscritti possono fare interventi di cinque minuti», insistette il malato. «Tira fuori quello che hai sullo stomaco. Dì loro che non vuoi il socialismo. Sputa fuori quello che pensi di loro e della loro etica da sottosviluppati. Sbattigli addosso Nietzsche e preparati alla loro reazione. Fa nascere un casino. Gli farà bene. Hanno bisogno di discutere, e anche tu. Vorrei vederti diventare socialista prima di andarmene. Darà uno scopo alla tua esistenza. È la sola cosa che ti può salvare dalle delusioni che stanno per arrivare».
«Non riesco a capacitarmi come proprio tu sia socialista», osservò Martin. «Tu disprezzi la massa e non vedo come la plebaglia possa avere una qualche attrattiva per il tuo raffinato estetismo». E alzando il dito accusatore verso il bicchiere di wiskey che l’altro stava riempiendo aggiunse: «Non mi pare che il socialismo sia per te un’ancora di salvezza».
«Io sono molto malato, ma per te è diverso», rispose l’altro. «Tu sei sano, e avendo molti anni di vita davanti a te è bene che abbia qualcosa che ad essa ti leghi. Ti sarai chiesto perché io sia socialista. Lo sono perché credo che il socialismo sia inevitabile di fronte alla decadenza e all’irrazionalità dell’attuale sistema. Né la soluzione può venire dall’uomo del destino, come tu pensi, perché gli schiavi non lo permetteranno. Sono troppi e chi aspira ad ergersi a duce salvatore è destinato a una brutta fine. Non ce la puoi fare contro le masse e dovrai abituarti ad accettare la loro moralità da servi. È un amaro calice, lo ammetto, ma la bevanda che vi si trova sta fermentando da tempo, e dovrai mandarla giù. Comunque tu sei antidiluviano con le tue idee nietzschiane. Il passato è passato e chi dice che la storia si ripete afferma il falso. Naturalmente la plebe non piace neppure a me, ma che cosa posso farci, ahimè? Escluso l’arrivo dell’uomo del destino, tutto è preferibile alle bestie tremebonde che adesso ci governano. Vieni dunque. Ora sono già pieno come una spugna e se rimango qui ancora un po’ finisco per ubriacarmi. Sai che il dottore ha detto… accidenti a lui! Resterà con un palmo di naso».
Essendo una domenica sera trovarono la piccola sala affollata di socialisti di Oakland, per lo più operai. L’oratore, un ebreo intelligente, suscitò allo stesso tempo l’ammirazione e l’irritazione di Martin. Le sue spalle curve e strette e il torace angusto rivelavano che si trattava di un vero figlio del popoloso ghetto, richiamando alla mente di Martin la millenaria lotta dei deboli e miserabili schiavi contro quel pugno di uomini superiori che li avevano dominati e che avrebbero continuato a farlo sino alla fine dei tempi. Per Martin quella creatura senza forza e bellezza era un simbolo – il rappresentante della miserabile massa di esseri inferiori e incapaci che secondo le leggi biologiche erano destinati a perire ai margini della vita. Nonostante la loro scaltra filosofia e la predisposizione a una cooperazione da formiche, loro erano non «adatti». La Natura li rifiutava per l’uomo eccezionale. Fra le infinite forme di vita che uscivano dalle sue prolifiche mani sceglieva solo le migliori. Con gli stessi metodi, scimmiottandola, gli uomini allevavano cavalli di razza e coltivavano cetrioli. Indubbiamente un dio-creatore avrebbe potuto inventare un metodo migliore, ma le creature che abitavano in questo universo dovevano accontentarsi di quello disponibile. Era però comprensibile che gemessero e si contorcessero nel momento di venire sopraffatti, come i socialisti e come l’oratore che parlava dalla pedana e come quella folla sudata, tutti tremebondi persino adesso, impegnati com’erano ad escogitare qualche nuovo espediente grazie al quale ridurre i pericoli del vivere e sfuggire alle leggi del cosmo.
Questo era ciò che pensava Martin e questo disse all’assemblea dopo che Brissenden l’ebbe incitato a «sparare a zero». Accettò l’invito presentandosi alla pedana, come era la consuetudine, e rivolgendosi al moderatore. Cominciò a bassa voce, esitante, raccogliendo le idee che gli erano venute in mente durante l’intervento dell’ebreo. In questi consessi ogni oratore aveva a disposizione cinque minuti, ma quando questo periodo terminò Martin era in piena azione e aveva completato solo in parte l’offensiva contro le dottrine dei suoi ascoltatori. Ne aveva però suscitato l’interesse e la folla sollecitò a gran voce il moderatore affinché prolungasse il tempo concesso.
Lo ammiravano come un avversario degno della loro intelligenza e lo ascoltavano attenti, senza perdere neppure una parola. Martin parlò con passione e convinzione, senza ricorrere a perifrasi nel suo attacco che investiva gli schiavi, la loro moralità e la tattica che adottavano, e riferendosi esplicitamente ai presenti come ai destinatari di quelle critiche. Citò Spencer e Malthus ed enunciò la legge biologica che regola l’evoluzione.
«E quindi», concluse riassumendo brevemente le precedenti argomentazioni, «nessuno stato composto da schiavi può sopravvivere. La vecchia legge dell’evoluzione è ancora valida. Come ho dimostrato, nella lotta per l’esistenza i forti e la loro progenie tendono a sopravvivere, mentre i deboli sono sopraffatti e destinati a perire, come i loro discendenti. Il risultato è che i primi resistono, e fino a quando questa contesa proseguirà la forza dell’umanità aumenterà a ogni nuova generazione. È la legge dell’evoluzione. Ma voi schiavi – e devo ammettere che non è bello esserlo – ma voi schiavi sognate una società in cui essa sia cancellata e i deboli e gli inferiori non periscano, ma ogni incapace abbia da mangiare tutto ciò che vuole ogni volta che vuole, e dove tutti possano sposarsi e avere discendenti – i deboli come i forti. E quale ne sarà il risultato? La forza e la vitalità di ogni generazione non aumenteranno più. Anzi, diminuiranno. C’è una nemesi nella vostra filosofia di schiavi. Una società siffatta – di schiavi e per schiavi – finirà inevitabilmente per indebolirsi e morire, a mano a mano che si indebolirà e morirà la vita che la compone.
«Ricordatevi che sto enunciando un principio della biologia e non una regola ispirata al moralismo sentimentale. Nessuno stato di schiavi può resistere…».
«E gli Stati Uniti?», gridò un uomo dal fondo della sala.
«Già, gli Stati Uniti!», ribatté Martin. «Le tredici colonie cacciarono i loro governanti e costituirono la cosiddetta Repubblica. Gli schiavi diventarono padroni di se stessi. Non ci furono più i signori della spada. Tuttavia, non essendo possibile rimanere a lungo senza qualcuno che comandi, nacque una nuova genia di dominatori – non più costituita da uomini grandi, nobili e virili, ma da mercanti e strozzini scaltri e viscidi – che vi ridusse nuovamente in servitù – non esplicitamente come avrebbero fatto gli uomini veri e nobili in virtù della potenza del braccio, ma occultamente, con ignobili macchinazioni, con l’adulazione, con l’inganno, con la falsità. Hanno comprato giudici servili, hanno corrotto parlamenti indegni e hanno spinto in una condizione peggiore della schiavitù vera e propria i vostri figli e le vostre figlie. Due milioni di bambini si ammazzano oggi di fatica nelle fabbriche di questa oligarchia mercantile che regna sugli Stati Uniti. Dieci milioni di schiavi non hanno oggi né un’abitazione, né un’alimentazione adeguate.
«Ma torniamo a noi. Ho dimostrato che nessuna società di schiavi può durare perché, per la sua stessa natura, essa finisce per violare la legge dell’evoluzione e, non appena organizzata, comincia immediatamente a decadere. È facile parlare di abrogare questo principio, ma quale altro meccanismo vi consentirà di conservare la forza? Formulatelo. E se già lo avete, descrivetemelo».
Martin tornò al posto fra un clamore di voci. Una decina di uomini erano già in piedi per chiedere la parola, e a uno a uno, parlando con calore ed entusiasmo e gesticolando per l’eccitazione, replicarono, in mezzo ad applausi fragorosi, all’attacco che era stato loro sferrato. Fu una serata movimentata ma intellettualmente stimolante, agitata da uno scontro di idee. Alcuni si allontanarono dal tema discusso, ma la maggior parte diede una risposta diretta alle tesi di Martin, investendolo con argomentazioni per lui nuove che gli fecero scoprire, se non nuove leggi biologiche, nuove interpretazioni di queste stesse leggi. Sentivano troppo quel tema per riuscire sempre ad essere cortesi, e più di una volta il moderatore intervenne con decisione battendo i pugni sul tavolo per ripristinare l’ordine.
Per caso fra il pubblico si trovava un giornalista praticante, scaraventato lì da una giornata povera di notizie e dal pressante bisogno di scrivere cronache sensazionali. Non era un elemento di grande intelligenza. Era un giovane superficiale e facilone, troppo ottuso per quella discussione. Ciò nonostante aveva la presunzione di essere superiore a quei verbosi fanatici del ceto operaio, ed aveva inoltre un grande rispetto per i detentori di cariche importanti che guidavano la politica delle nazioni e le opinioni dei giornali. Aveva infine un ideale del suo lavoro secondo il quale il perfetto cronista è colui che riesce a ricavare qualcosa, o magari molto, dal nulla.
Non sapeva su che cosa vertesse il dibattito, ma non gli fu necessario perché termini come rivoluzione dicevano tutto. Come un paleontologo riesce a ricostruire un intero scheletro da un solo fossile, egli fu in grado di ricostruire un intero discorso da quella parola. Quella notte stessa scrisse la cronaca della riunione così bene che fece di Martin, autore dell’intervento più controverso, il più radicale degli anarchici e trasformò il suo individualismo reazionario in un socialismo estremistico. La fantasia dell’articolista si scatenò anche in una pittoresca esibizione di colore locale: uomini forsennati con lunghi capelli, individui nevrastenici e degenerati, voci rotte dalla passione, pugni chiusi levati verso l’alto – il tutto proiettato su uno sfondo di imprecazioni, urla e rauche esplosioni di rabbia.
XXXIX
La mattina seguente Martin lesse il giornale nella sua stanzetta, bevendo il caffè. Fu un’esperienza nuova vedere il suo nome in un titolo e per giunta in prima pagina, e fu sorpreso nell’apprendere che era il più famigerato esponente dei socialisti di Oakland. Diede una scorsa al violento discorso che il cronista gli aveva messo in bocca e, nonostante una prima reazione rabbiosa di fronte a quelle menzogne, finì per gettare il giornale da parte con una risata.
«Doveva essere ubriaco o in malafede», disse quel pomeriggio accovacciandosi sul letto dopo che Brissenden, arrivando, si fu seduto stancamente sulla sedia.
«Che t’importa?», gli chiese l’amico. «Hai paura di perdere la stima dei luridi borghesi che leggono i giornali?».
«No», rispose Martin dopo qualche attimo di riflessione. «Della loro approvazione non m’interessa un fico secco. Ma è molto probabile che questo mi crei difficoltà nei rapporti con la famiglia di Ruth. Il padre ha sempre sostenuto che sono socialista, e questa porcheria lo rafforzerà nella sua convinzione. Non che mi curi di quello che pensa… Chissà che cosa ne verrà fuori. Ma voglio leggerti quello che ho fatto oggi. Naturalmente si tratta di Scaduto, che ormai ho completato per metà».
Stava leggendo ad alta voce quando Maria spalancò l’uscio per introdurre un giovanotto azzimato che si guardò attorno con grande attenzione, soffermando gli occhi sulla cucina dell’angolo prima di rivolgerli verso Martin.
«Si sieda», disse Brissenden.
Martin gli fece posto sul letto e rimase in attesa che lo sconosciuto gli esponesse il motivo della visita.
«L’ho sentita parlare ieri sera, signor Eden, e sono venuto a intervistarla», cominciò.
Brissenden scoppiò in una grande risata.
«Un compagno socialista?», chiese il giornalista accennando a Brissenden, di cui notò subito il viso pallido e l’aspetto cadaverico.
«Ecco chi ha scritto l’articolo», disse calmo Martin. «Ma è un ragazzino!».
«Perché non lo prendi a sberle?», gli chiese Brissenden. «Darei mille dollari per poter riavere per cinque minuti i polmoni sani».
Il giovane cronista era leggermente perplesso sentendo quella conversazione che lo riguardava, dopo tutte le lodi che aveva ricevuto per la brillante descrizione dell’assemblea socialista e l’ulteriore incarico di ottenere un’intervista personale con Martin Eden, capo di quell’organizzazione che costituiva una minaccia per la società.
«Non le dispiace se le scattiamo una fotografia, vero signor Eden?», continuò l’altro. «Fuori c’è un fotografo del giornale, il quale ha detto che è meglio farla adesso, prima che vada giù il sole. Possiamo fare l’intervista dopo».
«Un fotografo», disse Brissenden con tono meditativo. «Due sberle, Martin! Due sberle!».
«Forse divento vecchio», rispose lui. «Capisco che dovrei farlo, ma non me la sento. Proprio non me ne importa».
«Fallo per la sua mamma», insistette Brissenden.
«È una proposta sensata», rispose Martin, «ma non mi sembra che valga la pena di chiamare a raccolta l’energia necessaria. E ce ne vuole parecchia per prendere a sberle qualcuno. E poi, a che serve?».
«Giustissimo, è così che bisogna ragionare», esclamò con tono allegro il ragazzo, pur cominciando a lanciare occhiate allarmate verso la porta.
«In quello che ha scritto non c’era un briciolo di verità», proseguì Martin rivolto a Brissenden.
«Ma era una descrizione generica», si arrischiò a dire il giovanotto. «E per lei è una buona pubblicità. Questo è ciò che conta. Le ho fatto un favore».
«È una buona pubblicità, Martin, vecchio mio», ripeté Brissenden con solennità.
«E pensa che mi ha fatto un favore!», aggiunse Martin.
«Vediamo un po’… dove è nato, signor Eden?», chiese il ragazzo accingendosi ad ascoltare con grande attenzione.
«Non prende appunti», osservò Brissenden. «Ricorda tutto».
«Non ne ho bisogno», disse il giovane cercando di non apparire preoccupato. «Nessun vero cronista prende appunti».
«Non ne ha avuto bisogno neanche ieri sera».
A questo punto Brissenden, non potendone più, cambiò improvvisamente atteggiamento.
«Martin, se non gliele dai tu ci penso io, dovessi cadere a terra morto subito dopo».
«Ti potrebbe bastare una sculacciata?», domandò Martin.
Dopo avere riflettuto un attimo con aria assorta, Brissenden assentì con un cenno del capo.
In un attimo il ragazzo si ritrovò con la testa stretta fra le ginocchia di Martin, che rimanendo sul letto aveva appoggiato i piedi a terra.
«Sta’ fermo», l’ammonì Martin, «se no te le do in faccia. E sarebbe un peccato, con un visino così bello».
La mano si alzava e si abbassava, colpendo con un ritmo regolare. Il ragazzo si contorceva, imprecava e si divincolava, ma per il resto non tentò di reagire. Brissenden rimase ad osservare con aria grave. Una sola volta ebbe un sussulto di entusiasmo, e brandendo una bottiglia di whiskey esclamò: «Su, lasciamelo sculacciare almeno una volta».
«Scusa se la mia mano ha picchiato troppo», disse Martin quando infine desistette. «Non la sento più».
Raddrizzò il giovanotto, mettendolo a sedere ritto sul letto.
«Vi farò arrestare per questo», ringhiò il cronista mentre lacrime di infantile indignazione gli scorrevano per le guance arrossate. «Ve la farò pagare. Vedrete».
«Carino lui!», osservò Martin. «Non sa di avere imboccato una china pericolosa. Non capisce ancora che raccontare frottole sul prossimo non è azione da uomo degno, onesto e sincero».
«È dovuto venire sin qui per sentirselo dire da noi», intervenne Brissenden approfittando di una pausa dell’amico.
«Sì, da me, che ha diffamato e offeso. Ora il droghiere non mi farà più credito. Il guaio è che il povero fanciullo continuerà così non sarà peggiorato al punto da essere pronto a diventare un grande giornalista e un grande manigoldo».
«Ma c’è ancora tempo», commentò Brissenden. «Chissà che non sia stato proprio tu l’umile strumento della sua salvezza? Ma perché non me lo hai fatto sculacciare almeno una volta? Vorrei dare anch’io un contributo».
«Vi farò arrestare tutti e due. Siete villani e maneschi», singhiozzò la pecorella smarrita.
«No, è un’anima sensibile ma debole», concluse Martin scuotendo il capo tristemente. «Temo che la mia mano abbia lavorato inutilmente. Il ragazzo non vuole emendarsi. Diventerà un giornalista grande e famoso. Non ha coscienza. È qui la sua grandezza».
Dopo di ciò il giovanotto uscì, trepidando fino all’ultimo per paura che Brissenden lo colpisse sul deretano con la bottiglia che continuava a tenere stretta fra le dita.
Sul giornale del giorno seguente Martin apprese nuovi particolari su se stesso. «Siamo i nemici giurati della società», scoprì di aver detto nel corso dell’intervista. «Non siamo anarchici, ma socialisti». Quando il cronista gli fece notare che secondo lui c’era poca differenza fra gli uni e gli altri, Martin si limitò ad una stretta di spalle, come a dire che era proprio così. L’articolo proseguiva con una descrizione delle forti irregolarità del viso e di altri segni della fisionomia che indicavano degenerazione, soffermandosi in particolare sulle mani mostruose e sui bagliori sinistri degli occhi iniettati di sangue.
Venne anche a sapere di essere uno degli anarchici ed agitatori che la sera tenevano discorsi ai lavoratori nel City Hall Park infiammandone le menti – l’oratore che attirava più folla e faceva i discorsi più rivoluzionari. Il giornalista aveva anche dato un quadro pittoresco della povera e angusta stanzetta con la sua stufa a petrolio e la sua unica sedia, e dello spettrale vagabondo che gli teneva bordone, un tenebroso figuro che all’aspetto sembrava essere appena uscito da una ventennale segregazione nel carcere di qualche fortezza.
Il giovanotto si era dato da fare. Curiosando qua e là era riuscito a ficcare il naso nelle vicende familiari di Martin e a procurarsi persino una fotografia di Higginbotham in piedi davanti all’emporio. Questi era presentato nell’articolo come un intelligente e rispettabile uomo d’affari pieno d’indignazione sia per le idee socialiste che per il comportamento del cognato, da lui definito un fannullone capace solo di rifiutare i posti di lavoro che gli venivano offerti e destinato, prima o poi, a finire nelle patrie galere. Era stato intervistato anche Hermann von Schmidt, il marito di Marian, che aveva rinnegato Martin chiamandolo la pecora nera della famiglia. «Ho visto subito che è uno scroccone, ma con me non ha attaccato», aveva detto von Schmidt al cronista. «Adesso ha capito che non deve ronzarmi intorno. Uno che non ha voglia di lavorare è un poco di buono, glielo dico io!».
Questa volta Martin si arrabbiò sul serio. Nonostante i tentativi di consolarlo fatti da Brissenden, che aveva preso la cosa sul ridere, sapeva che non sarebbe stato facile spiegare a Ruth che cosa fosse avvenuto. Capiva inoltre che il padre di lei doveva aver gioito di quell’episodio, e avrebbe cercato di sfruttarlo per convincerla a rompere il fidanzamento. Molto presto ne ebbe la prova, perché il pomeriggio stesso gli pervenne una lettera della ragazza. Martin l’aprì con il presentimento di un’imminente catastrofe e la lesse in piedi davanti alla porta, rimasta aperta dopo l’arrivo del postino. Leggendo si portò automaticamente la mano alla tasca in cui un tempo teneva il tabacco e le cartine. Non si rendeva conto che la tasca era vuota né che stava cercando l’occorrente per farsi una sigaretta.
Non c’era passione né rabbia in quella lettera. Ma dalla prima all’ultima parola era pervasa da una nota di risentimento e di delusione. Lei aveva nutrito tante speranze in lui. Pensava che sarebbe riuscito a superare la sua scapestratezza giovanile e che l’amore di lei sarebbe stato così forte da indurlo a vivere in modo serio e decoroso. Ma ora il padre e la madre avevano assunto un atteggiamento risoluto e le avevano imposto di rompere il fidanzamento. E lei doveva ammettere che avevano ragione. La loro relazione non avrebbe mai potuto essere felice. Era nata sotto una cattiva stella. Un solo rimprovero, da cui Martin fu molto rattristato, veniva espresso nella lettera. «Avrei tanto voluto che tu ti sistemassi con un lavoro fisso», scriveva. «Ma non è stato possibile. La tua vita passata è stata troppo disordinata e irregolare. Capisco che tu non ne hai alcuna responsabilità e agisci solo seguendo i suggerimenti della tua natura e delle tue esperienze giovanili. Quindi non te ne faccio una colpa, Martin, ricordalo. Ma abbiamo commesso un errore. Come giustamente mi hanno fatto notare i miei genitori, non siamo fatti l’uno per l’altra, ed è stata una fortuna che ce ne siamo accorti in tempo»… «È inutile che tu cerchi di vedermi», scriveva verso la fine. «Sarebbe motivo di infelicità per entrambi, oltre che per mia madre. Credo di averle causato, in questo modo, grandi dolori e preoccupazioni, e ho il dovere di fare tutto ciò che posso per ricompensarla di queste sofferenze».
La rilesse dal principio alla fine con grande attenzione prima di sedersi al tavolo a scriverle immediatamente una lettera di risposta in cui riportava ciò che aveva detto all’assemblea socialista, facendo notare come fosse l’esatto contrario di quello che gli avevano messo in bocca i giornali. Verso la fine tornò ad essere il folle amante divino che implorava l’amore. «Scrivimi, ti prego», le diceva, «rispondi solo a questa domanda. Mi ami? Solo questo desidero sapere».
Ma il giorno dopo non portò nessuna risposta, e neppure il successivo. Scaduto rimase incompiuto sul tavolo e ogni giorno il mucchio dei manoscritti restituiti saliva. Per la prima volta il sano sonno di Martin fu turbato da un’insonnia che rese le sue notti lunghe e irrequiete. Per tre volte si presentò a casa dei Morse e per tre volte fu respinto dal domestico che era andato ad aprire la porta. Brissenden, costretto in albergo dalla malattia, era troppo debole per uscire e, pur restando molto tempo con lui, Martin non osava affliggerlo con le proprie disgrazie.
Per lui pioveva sul bagnato: le conseguenze della vendetta del giovane cronista furono infatti più gravi di quanto egli avesse temuto. Il droghiere portoghese non gli fece più credito e il fruttivendolo, un orgoglioso yankee, lo chiamò traditore del suo paese e non volle più avere alcun contatto con lui, spingendo il suo patriottismo al punto da cancellare il debito e rifiutare ogni tentativo di Martin di saldarglielo. Gli stessi sentimenti animavano i pettegolezzi nel rione, nel quale serpeggiava una forte indignazione contro Martin. Nessuno voleva avere rapporti con quel traditore socialista. La povera Maria, sebbene incerta e spaventata, gli rimase leale. I bambini del quartiere dimenticarono l’impressione ricevuta dalla lussuosa carrozza che una volta era venuta per Martin e, mantenendosi a una prudente distanza, gli urlavano dietro «barbone» e «vagabondo». I ragazzi Silva, invece, lo sostennero a spada tratta, venendo più volte alle mani con gli altri in difesa del suo onore e aumentando le perplessità e i timori della madre con i nasi sanguinanti e gli occhi pesti che erano ormai diventati la realtà quotidiana.
Una volta, nel centro di Oakland, Martin incontrò in strada Gertrude, da cui seppe ciò che avrebbe potuto intuire egli stesso: Bernard Higginbotham era furioso con lui per aver trascinato nel fango la famiglia, e lo aveva bandito dalla sua casa.
«Perché non te ne vai da qui, Martin?», gli chiese la sorella, supplichevole. «Trovati un lavoro da qualche altra parte e metti la testa a posto. Potrai tornare fra un po’, quando sarà passata tutta questa buriana».
Martin si limitò a scuotere la testa senza rispondere. Che cosa avrebbe potuto dire? Era atterrito dall’enorme divario intellettuale che si era aperto fra lui e la sua gente – un baratro che egli non era in grado di superare per far loro capire quale fosse la sua posizione nietzschiana e quanto fosse diversa dal socialismo. Non c’erano parole nella lingua che conoscevano, o in qualunque altro idioma, capaci di far comprendere loro a che cosa si ispirassero il suo atteggiamento e la sua condotta. Trovarsi un lavoro sarebbe dovuta essere, per lui, la suprema aspirazione. Non sapevano dire altro né pensare ad altro. Trovati un’occupazione! Va’ a lavorare! Poveri, stupidi schiavi, pensava, ascoltando le parole della sorella. Non era sorprendente che il mondo fosse dei forti, considerando quanto gli oppressi amassero le catene che li tenevano in servitù. Il posto di lavoro era un aureo feticcio davanti al quale si prosternavano in adorazione.
Scosse il capo anche quando Gertrude gli offrì un po’ di denaro, pur sapendo che prima della fine della giornata sarebbe dovuto andare per l’ennesima volta al banco dei pegni.
«Non farti vedere da Bernard ora», lo avvertì lei. «Fra qualche mese, quando si sarà calmato, potrai avere il posto di conducente del carro, se lo vorrai. Tutte le volte che hai bisogno di me, fammelo sapere e io verrò subito, non dimenticartelo».
Gli volse le spalle e se ne andò singhiozzando, e Martin sentì una stretta al cuore nel vedere quella figura appesantita allontanarsi con la sua goffa andatura. E mentre la guardava, la grande costruzione nietzschiana sembrò oscillare e tremare. Sì, in astratto l’idea che la massa fosse composta di schiavi era giusta, ma non lo soddisfaceva il pensiero che potesse applicarsi ai membri della sua famiglia. E tuttavia se mai vi fu un essere ridotto in servaggio e conculcato dai forti, questo era Gertrude. Rise amaramente a quel paradosso: era proprio degno di un seguace di Nietzsche quel crollo del rigore intellettuale al primo moto dell’animo e alla minima emozione che aveva avvertito nel cuore. Ma c’era di più: quel pavido trasalimento non era che il prodotto di una mentalità servile, perché solo lì poteva nascere quello struggimento che provava per la sorella. Gli uomini veramente eletti erano al di sopra della pietà e della compassione, sentimenti generati nelle baracche e nelle catacombe degli schiavi, fra i tremiti e i sudori dei deboli e dei miserabili.
XL
Mentre Scaduto rimaneva dimenticato sul tavolo, tutti gli altri manoscritti erano ormai da tempo ammassati nel mucchio delle opere rifiutate, e solo Effimera, il poemetto di Brissenden, continuava l’andirivieni fra un editore e l’altro. Bicicletta e abito scuro erano di nuovo al banco dei pegni e quelli della macchina da scrivere avevano ripreso a tempestarlo di solleciti, ma queste piccolezze non lo turbavano più: stava cercando di dare un nuovo orientamento alla propria esistenza e fino a che non l’avesse trovato non avrebbe fatto più nulla.
Dopo diverse settimane si verificò ciò che aveva tanto atteso. Incontrò Ruth per la strada. Era proprio lei, in compagnia di uno dei fratelli: dopo che entrambi ebbero invano cercato di ignorarlo, Norman tentò di allontanarlo con un gesto della mano.
«Se continui a infastidire mia sorella chiamo una guardia», lo minacciò. «Non vuole parlare con te e la tua insistenza è una mancanza di rispetto».
«Se non ti togli di mezzo avrai bisogno davvero di qualche agente perché ti dia una mano, e finirai pure sui giornali», gli rispose torvamente Martin. «Sparisci! Va’ pure dalla polizia, se vuoi. Io parlerò con Ruth».
«Devi essere tu a dirmelo», continuò rivolto verso di lei.
Pur pallida e tremante Ruth resse lo sguardo di lui, fissandolo con aria interrogativa.
«Quello che ti ho chiesto nella lettera», suggerì lui.
Norman ebbe un moto di impazienza ma si fermò fulminato da un’occhiata di Martin.
Lei scosse la testa.
«Hai deciso liberamente?», l’incalzò Martin.
«Sì». Parlava con voce bassa, ma ferma e chiara. «Ho deciso liberamente. Hai gettato tanto fango su di me che provo vergogna nel vedere la gente. Parlano tutti di me, lo so. Solo questo posso dirti. Mi hai reso molto infelice e non desidero rivederti mai più».
«La gente! I pettegolezzi! Le bugie dei giornali! Ma tutto ciò non può essere più forte dell’amore! La verità è che tu non mi hai mai amato».
Una vampata di rossore le colorò il viso.
«Dopo quello che c’è stato?», chiese debolmente. «Martin, tu non sai quello che dici. Io non sono come le altre».
«Vedi che non vuole aver niente a che fare con te?», sbottò Norman riprendendo con la sorella il cammino interrotto.
Martin si mise da parte per lasciarli passare, frugando inconsciamente nella tasca della giacca alla vana ricerca di tabacco e cartine.
C’era molta strada da fare per arrivare fino a North Oakland, ma solo dopo aver superato la piccola scala esterna ed essere entrato in camera sua si accorse di aver camminato così a lungo. Si ritrovò seduto sul bordo del letto a guardarsi intorno con occhio fisso, come un sonnambulo che si è appena risvegliato. Notò Scaduto sul tavolo e avvicinando la sedia allungò la mano per prendere la penna. Gli ripugnava lasciare le cose a metà. Davanti a lui c’era un lavoro interrotto, rimasto in sospeso perché aveva dovuto occuparsi di un’altra faccenda, e ora che questa si era conclusa si sarebbe applicato ad esso fino alla fine. Non sapeva che cosa avrebbe fatto dopo: era solo consapevole di essere giunto a un punto critico della propria esistenza. Avrebbe portato a termine l’ultimo compito di quel periodo della sua vita con grande rigore professionale. Per il futuro non nutriva alcuna curiosità. Avrebbe scoperto presto che cosa aveva in serbo per lui, ma qualunque cosa fosse non aveva alcuna importanza. Nulla aveva più importanza.
Per cinque giorni lavorò intensamente a Scaduto: non uscì, non vide nessuno e mangiò pochissimo. La mattina del sesto il postino gli portò una breve lettera del direttore del «Parthenon». Una rapida scorsa gli fece capire che Effimera era stato accettato. «Abbiamo sottoposto il poemetto al signor Cartwright Bruce», proseguiva lo scrivente, «il cui giudizio è stato così favorevole che vogliamo assicurarcelo. A conferma del nostro interesse nella pubblicazione dell’opera abbiamo il piacere di comunicarle che lo abbiamo destinato al fascicolo di agosto perché non vi era più spazio nel numero di luglio. La preghiamo di estendere gentilmente al signor Brissenden la nostra soddisfazione e gratitudine. Desidereremmo anche ricevere, a giro di posta, una fotografia e una breve nota biografica dell’autore. Se il compenso previsto è insufficiente vogliate telegrafarci immediatamente precisando la cifra richiesta».
Dal momento che il compenso offerto era di trecentocinquanta dollari, Martin pensò che non fosse il caso di telegrafare. Piuttosto, doveva preoccuparsi di ottenere il consenso dell’autore. Aveva avuto ragione. C’era almeno un direttore editoriale che sapeva riconoscere la vera poesia. E il compenso era principesco, anche considerando che si trattava del poema del secolo. Quanto a Cartwright Bruce, Martin sapeva che era l’unico critico di cui Brissenden rispettasse le opinioni.
Mentre dal finestrino del tram diretto verso il centro osservava con indifferenza le case e gli incroci che gli passavano davanti agli occhi, Martin sentì il rammarico di non provare una soddisfazione maggiore per il successo dell’amico e per la propria intuizione. L’unico critico valido degli Stati Uniti aveva dato un giudizio favorevole del poemetto, e la propria tesi, secondo la quale le opere di prim’ordine potevano trovare spazio nelle riviste, si era dimostrata corretta. Eppure non avvertiva in sé alcun entusiasmo, e si accorse di essere più ansioso di vedere Brissenden che di comunicargli la buona notizia. L’accettazione da parte del «Parthenon» gli aveva fatto venire in mente che durante quei cinque giorni di completa dedizione a Scaduto non aveva avuto notizie dell’amico e non aveva neppure pensato a lui. Per la prima volta Martin si rese conto dell’oblio in cui era caduto e si vergognò di aver dimenticato Brissenden. E tuttavia neppure ciò lo turbava. Era indifferente a qualunque emozione che non fosse legata alle preoccupazioni artistiche relative alla stesura di Scaduto. Per ogni altra cosa era vissuto come in catalessi. E lo era ancora. Tutto il turbinio della vita attraverso il quale il tram stava sferragliando gli pareva remoto e irreale; non si sarebbe scosso da quel grande torpore neppure se il grande campanile di pietra della chiesa davanti a cui stava passando gli fosse crollato all’improvviso sulla testa.
Giunto all’albergo salì di corsa le scale fino alla camera di Brissenden, per scenderne subito dopo. La stanza era vuota e ogni bagaglio sparito.
«Il signor Brissenden non ha lasciato un recapito?», chiese all’impiegato, che lo guardò con aria perplessa.
«Non ha letto?», gli chiese.
Martin scosse il capo.
«Era su tutti i giornali. È stato trovato morto a letto. Suicidio. Si è sparato un colpo alla testa».
«È già stato seppellito?». Nel pronunciare queste parole Martin non riconobbe la propria voce: gli sembrava quella di un altro, proveniente da una grande distanza.
«No. Dopo l’inchiesta il corpo è stato spedito sulla costa orientale. Hanno provveduto i legali nominati della famiglia».
«Devo dire che sono stati sveltissimi», commentò Martin.
«Non saprei dire. Il fatto è avvenuto cinque giorni fa».
«Cinque giorni fa?».
«Sì, cinque giorni fa».
«Oh», disse Martin voltandosi per uscire.
All’angolo entrò in un ufficio della Western Union per spedire al «Parthenon» un telegramma in cui li autorizzava alla pubblicazione del poema. Inviò il messaggio a carico del destinatario perché in tasca aveva solo cinque centesimi, appena sufficienti per il biglietto del tram che lo avrebbe riportato a casa.
Rientrato in camera sua riprese a scrivere. Rimase seduto al tavolo giorno dopo giorno e notte dopo notte. Non andava da nessuna parte tranne che al banco dei pegni, non faceva alcun moto e mangiava metodicamente quando aveva fame ed era riuscito a procurarsi qualcosa da cucinare, saltando il pasto altrettanto metodicamente quando in casa non aveva nulla. Dopo aver terminato il racconto come l’aveva programmato capitolo per capitolo, riscrisse, ampliandola, la parte iniziale per renderla più efficace, anche se questo intervento richiese un’aggiunta di ventimila parole. Non fu un impulso vitale a spingerlo, bensì il rispetto dei canoni artistici che si era prefisso. Lavorava in un’atmosfera irreale, stranamente distaccato dal mondo che lo circondava, con la sensazione di essere il fantasma di un trapassato tornato a visitare gli orpelli letterari della sua precedente esistenza. Ricordava di avere sentito dire da qualcuno che uno spettro era lo spirito di un uomo che era già morto ma ancora non lo aveva capito; e per un attimo si fermò a riflettere se non si trovasse egli stesso in quella situazione.
Venne infine il giorno in cui terminò Scaduto. Le fasi finali dell’operazione furono condotte in compagnia dell’impiegato del negozio venuto a ritirare la macchina per scrivere, che per tutto il tempo era rimasto accovacciato sul letto mentre Martin, seduto sull’unica sedia della stanza, finiva di battere le pagine conclusive dell’ultimo capitolo. In calce al foglio, in caratteri stampatello, scrisse «Fine», e per lui fu davvero la fine. Seguì con sollievo l’uomo che usciva dalla porta con la macchina. Quindi si sdraiò sul letto con la testa che gli girava per la fame. Non ingeriva cibo da trentasei ore, ma non se ne preoccupava. Rimase supino con gli occhi chiusi, senza pensare, sommerso lentamente da un’impressione di irrealtà in cui i suoi sensi naufragavano. In un semidelirio cominciò a recitare a voce alta i versi di una poesia anonima che Brissenden gli citava spesso, mentre Maria dall’altra parte dell’uscio tendeva l’orecchio ansiosamente, turbata da quel monotono borbottio. Le parole in sé non le dicevano nulla, ma era preoccupata da quel soliloquio. «È finita», era il motivo dominante della lirica.
È finita –
Depongo la cetra.
Canto e musica sono svaniti
Come ombre tenui che scorrono
Sulla porpora del trifoglio.
È finita –
Depongo la cetra.
Un tempo cantai come i tordi all’alba
Tra fronde imperlate di rugiada;
Ora sono senza voce.
Come uno stanco fanello
Ho smarrito la gioia del canto;
Passata è la breve stagione.
È finita.
Depongo la cetra.
A questo punto, spinta da un impulso irrefrenabile, Maria corse al fornello a riempire di minestra una ciotola, in cui cercò di mettere una buona quantità di carne e verdura raccogliendola accuratamente con il mestolo dal fondo della pentola. Martin si scosse dal torpore e si sedette sul letto a mangiare, rassicurando la donna, fra una cucchiaiata e l’altra, che non stava parlando nel sonno e non aveva la febbre.
Dopo che se ne fu andata, rimase seduto sul bordo del letto triste e silenzioso, con le spalle curve, volgendo intorno uno sguardo spento che non vedeva nulla, fino a quando la sua mente ottenebrata non si risvegliò alla vista dell’involucro lacerato di una rivista arrivata con la posta della mattinata e non ancora aperta. È «The Parthenon», pensò, è il numero di agosto e ci deve essere Effimera. Se Brissenden fosse qui!
Cominciò a sfogliare le pagine, ma improvvisamente si arrestò. Il poema era stato stampato con una ricca testata incorniciata da sontuose decorazioni alla maniera di Beardsley. A uno dei lati del titolo era la fotografia di Brissenden, all’altro quella dell’ambasciatore britannico, Sir John Value. All’affermazione di questi, riportata in una nota editoriale, secondo la quale l’America non aveva poeti, la rivista rispondeva con la pubblicazione di Effimera accompagnata dal commento: «Eccoti servito, Sir John Value!». Seguiva una citazione di Cartwright Bruce, definito il più grande critico americano, per il quale quel poemetto era la più bella opera di poesia che fosse mai stata scritta nel paese. La prefazione del direttore terminava con queste parole: «Non siamo ancora arrivati a una conclusione definitiva circa i meriti di Effimera; forse non ci arriveremo mai. Ma l’abbiamo letta più volte, ammirando la scelta delle parole e la loro disposizione, chiedendoci dove il signor Brissenden le abbia trovate e come sia riuscito a collegarle fra loro». Seguiva il testo del poema.
«Meno male che sei morto, Briss, vecchio mio», mormorò Martin lasciando che la rivista gli scivolasse dalle ginocchia e finisse sul pavimento. Era nauseato da quell’esibizione di volgarità e di grettezza, ma notò, apaticamente, di non provare un grande risentimento. Avrebbe voluto tanto arrabbiarsi, ma non aveva l’energia necessaria. Si sentiva inerte. Il sangue era come congelato, incapace di pulsare e ribollire alla fiamma dell’indignazione. Dopo tutto, a che serviva? Non era che uno degli aspetti che Brissenden condannava nella società borghese.
«Povero Briss», osservò Martin, «non me l’avrebbe mai perdonata».
Sollevandosi con grande sforzo, si impadronì di una scatola che una volta aveva contenuto carta da macchina e, frugando all’interno, ne estrasse undici poesie scritte dal suo amico. Strappati quei fogli prima per il lungo e poi per il largo ne gettò i pezzi nel cestino. Lo fece stancamente, e quando ebbe finito si risedette sul bordo del letto, gli occhi fissi davanti a sé.
Non seppe per quanto tempo rimase in questa posizione, ma a un certo punto, all’improvviso, quella vuota visione fu attraversata da una lunga linea bianca orizzontale. Ne fu sorpreso ma, osservando con maggiore attenzione, si accorse che si trattava della schiuma formata dai bianchi flutti del Pacifico che investivano una barriera corallina. Poi, sulla linea dei frangenti, scorse una minuscola imbarcazione, una canoa a bilanciere alla cui poppa era la figura di bronzo di un giovane dio con un perizoma scarlatto ai fianchi e una balenante pagaia fra le mani. Lo riconobbe: era Moti, il figlio più giovane del capo Tati, e quel luogo era Tahiti; e al di là di quella scogliera avvolta da una nuvola di spuma era la dolce terra di Papara, sulle cui rive, alla foce del fiume, si trovava la casa di zolle d’erba del capo. Moti stava rientrando dalla pesca alla fine della giornata e proprio in quel momento era in attesa dell’arrivo di una grossa onda sulla cui cresta avrebbe superato la barriera. Vide poi se stesso seduto sulla prua della barca come spesso in passato, con la pagaia in mano, pronto ad immergerla furiosamente nell’acqua al grido di Moti quando la parete turchina del frangente fosse stata dietro di loro. Adesso non era più un semplice spettatore: si trovava nella canoa nel momento in cui Moti urlò, ed entrambi mulinarono freneticamente le pale scivolando sulla ripida superficie di quella volante montagna azzurra. Sotto la chiglia, l’acqua fischiava come il getto di vapore di una caldaia, e attraverso l’aria piena di spruzzi schiumosi Martin sentì un rapido rombare che continuò ad echeggiare mentre la canoa riprendeva a galleggiare sulle placide acque della laguna. Moti rise scuotendo la testa per togliersi dagli occhi l’acqua salata, ed insieme remarono fino alla spiaggia di corallo, dove le pareti erbose della casa di Tati apparivano avvolte nella luce d’oro del sole al tramonto attraverso le palme di cocco.
L’immagine svanì e gli ricomparve davanti il disordine di quella squallida stanza. Invano tentò di evocare di nuovo Tahiti. Sapeva che fra gli alberi risuonavano i canti e che le fanciulle danzavano al chiaro di luna, ma non riuscì a vederle. Vide solo il tavolo ingombro di carte, lo spazio vuoto dove aveva tenuto la macchina per scrivere e il vetro sporco della finestra. Chiuse gli occhi con un gemito e si addormentò.






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