Addio a David Hockney, il pittore che ha fermato l'acqua
La sua celebre serie dedicata alle piscine ha segnato l'arte contemporanea, ridefinendo il concetto di colore e di desiderio.
Uno spruzzo d’acqua si solleva da una piscina azzurra sotto il sole di Los Angeles. Un momento che non dura più di qualche secondo ma fermato per sempre da David Hockney. A Bigger Splash, 1967. Una tela in acrilico conservata al Tate Modern di Londra che raffigura una casa modernista di vetro e acciaio. Una sdraio gialla. Un trampolino. E quella fontana di acqua bianca, assurda e meravigliosa, che sfida la logica del tempo dipinto. Il nuotatore non c'è: è già sotto la superficie. O forse non è mai esistito. Ciò che resta è il gesto puro: l'impatto, la luce, il rumore che non si sente ma si immagina. Hockney ha capito prima di chiunque altro che la pittura poteva contenere il paradosso: raffigurare il movimento catturando l'istante successivo alla sua scomparsa.
È morto ieri, 11 giugno 2026, nella sua casa di Londra. Aveva 88 anni, un mese esatto prima del suo ottantanovesimo compleanno. Lo ha annunciato la sua agente Erica Bolton, definendolo "una delle figure più importanti dell'arte contemporanea nel XX e XXI secolo". Una valutazione che, per una volta, non suona come formula retorica da necrologio.
I colori della California e le sue caratteristiche piscine
David Hockney arrivò a Los Angeles nel 1964 a ventisei anni con una borsa di studio e una curiosità che non lo avrebbe mai abbandonato. Veniva da Bradford, nello Yorkshire, un paesaggio caratterizzato da cielo grigio, mattoni scuri e inverni lunghi. La California fu un colpo di fulmine visivo. Dei colori accesi che sarebbero diventati la firma dei suoi quadri.
Le piscine arrivarono quasi subito. Non erano solo un soggetto: erano una metafora. L'acqua clorata delle ville di Hollywood Hills e Bel Air incarnava qualcosa di tipicamente californiano. Hockney non mirava al realismo ma a studiare come l'occhio percepisce la luce rifratta, il colore che cambia in profondità, la superficie che riflette e distorce allo stesso tempo.
La serie delle piscine, realizzata tra il 1964 e il 1971, è forse uno dei contributi più originali alla pittura del Novecento. L'artista era stato in grado di rimescolare la tradizione figurativa europea con la cultura visiva americana: le riviste patinate, i colori saturi del cinema technicolor, la piattezza deliberata della grafica commerciale.
"L'acqua è la cosa più difficile da dipingere", disse Hockney in un'intervista degli anni Novanta. "Non ha una forma propria. Assume la forma di ciò che la contiene. E poi si muove, riflette, assorbe la luce in modi che cambiano di secondo in secondo". La sua soluzione fu rivoluzionaria nella sua semplicità: invece di cercare di imitare l'acqua, inventò un linguaggio per essa. Linee ondulate bianche su fondi blu-turchese, elaborate con l'acrilico in strati sovrapposti che costruivano una profondità ottica senza ricorrere alla prospettiva tradizionale. Il risultato è qualcosa che non assomiglia a una fotografia di una piscina, eppure è inequivocabilmente acquatico. Lo spettatore sente l'umidità, la frescura, il riverbero.
Portrait of an Artist (Pool with Two Figures) del 1972, che nel 2018 fu venduto da Christie's per 90,3 milioni di dollari, stabilendo il record assoluto per un artista vivente, porta questo linguaggio verso una tensione narrativa più esplicita. Due figure: un nuotatore sott'acqua, visto dall'alto attraverso la superficie che distorce; e un uomo in giacca rosa che lo osserva dall'orlo della piscina, in piedi su un prato verde. Non si guardano. Non comunicano. Eppure la composizione intera è una conversazione silenziosa sul desiderio, sulla distanza, sull'incomunicabilità tra corpi vicini.
Le piscine di Hockney non sono mai solo paesaggi. Sono sempre anche ritratti: di uno stile di vita, di una sessualità liberata (Hockney fu apertamente gay in anni in cui non era scontato esserlo), di un modo di abitare il proprio corpo sotto il sole. I quadri californiani coincidono con gli anni della sua relazione con Peter Schlesinger, studente d'arte conosciuto all'UCLA nel 1966, e quella luminosità eroticamente carica permea ogni cosa.
L'eredità di David Hockney
Gli ultimi anni lo avevano visto lavorare con l'iPad realizzando su uno schermo luminoso i paesaggi della Normandia che avevano la stessa intensità cromatica delle piscine di quarant'anni prima. Nuova tecnologia ma stessa visione. Mentre nel 2025, la Fondation Louis Vuitton a Parigi gli aveva dedicato la retrospettiva più grande della sua carriera, accolta da file di visitatori che si estendevano per isolati.
Ma l'opera di Hockney non si ferma in quello che ha realizzato ma continua in ciò che è riuscita a ispirare. La serie delle piscine è stata citata da Luca Guadagnino che ha chiamato proprio A Bigger Spalsh il suo film del 2015, indagando la tensione dell'assenza che viene magistralmente rappresentata nell'omonimo quadro. I fan della serie Netflix BoJack Horseman, invece, ricorderanno il quadro appeso nell'ufficio del protagonista: la versione "equina" di Portrait of an Artist. Non si tratta di un semplice easter egg per appassionati d'arte: gli autori della serie scelsero quel dipinto con precisione tematica. La distanza emotiva tra i due personaggi rappresentati rispecchiata nella distanza fisica tra il nuotatore sott'acqua e la figura immobile sul bordo è esattamente il tipo di solitudine e disconnessione che percorre ogni stagione di BoJack: il successo come schermo, Los Angeles come palcoscenico vuoto, l'incapacità di raggiungere davvero chi si ha vicino. Hockney aveva dipinto tutto questo nel 1972, forse senza saperlo, ma riuscendo a prevedere quanta solitudine si annidi, in realtà, in un mondo fittizio.




Nessun commento:
Posta un commento