giovedì 16 settembre 2021

Cristina Battocletti / Vita di quarantena in città

 


Cristina Battocletti

Vita di quarantena in città

04 aprile 2020

Dall’alto del quinto piano per la prima volta vedo la vita dei vicini, come sono le loro finestre, le piante sui balconi, le piastrelle sui terrazzini, l’invecchiamento delle imposte. Mentre la palla nella sua parabola inciampa sul filo dei panni e mia figlia corre a recuperarla, capisco con un’occhiata dove dormono i ragazzi degli altri: sui vetri delle finestre hanno appeso dall’interno sempre qualcosa di colorato che appare sfumato alla vista, ma dà calore. La quarantena mi ha fatto scoprire il terrazzo condominiale, dove un secolo fa stendevano i panni e oggi ci sono i segni colorati dei gessetti che le bimbe dei vicini tracciano a terra quando salgono, come noi, a prendere aria.

 

Noi giochiamo a palla asino, ogni volta che uno sbaglia prende una lettera, A, S, I, N, O; chi realizza la parola completa ha perso. Prendiamo il gioco seriamente e io cerco di renderlo più difficile gettando la palla obliquamente per far fare uno scatto imprevisto al corpo, perché mia figlia faccia un po’ di moto. I suoi undici anni sono come intorpiditi da questo mese e mezzo di reclusione forzata. Lei, che è una piletta di energia e anche in casa deve fare il parcours domestico, che consiste nell’arrampicarsi sulla schiena del divano e poi saltare in quello che gli sta di fronte, sembra fiaccata. Si rianima se faccio un tiro basso e vigliacco, le scappa una risata che muore quasi subito, quando esplode a sorpresa l’urlo delle ambulanze, che si mangiano il silenzio irreale, gareggiando con il rumore degli elicotteri che non vediamo. Questo ci fa sentire cieche e vulnerabili. 


C’è una calma assurda a Milano in questi quaranta giorni, che all’inizio c’è parsa bellissima. Solo i tram e la città ferma.

 

Non ho dovuto spiegare niente a mia figlia piccola, sa già tutto, perché la scuola acutamente ha approfittato subito della situazione per spiegare in scienze il virus. Della parte brutta la mia figlia piccola vede solo il contingente, le proibizioni e i veti. Mia figlia grande ha invece l’apprensione delle conseguenze tragiche, ha paura per chi le sta vicino, più di sempre ha bisogno di affondare la testa nella pancia, come se fosse un giocatore di rugby gentile, un cucciolo che si rifugia nel ventre della mamma. 


Sono bravissime le ragazze. Da subito ho imposto loro rigore: quando ci si sveglia via il pigiama, ci si lava e ci si veste, si studia, si fa ginnastica, si legge, si cucina, si dipinge. Quella meno brava sono io.


Ho sempre giocato poco con le mie figlie, ho insegnato loro ad andare in bicicletta, a sciare e nuotare. Per questo sono la peggiore delle tre. Sono nata in mezzo ai campi e alle montagne. Con le amiche il sabato, anche di sera a volte, finivamo sul greto del fiume con qualsiasi temperatura. Quando attraversavamo il campo di stoppie e qualcuna si lamentava di essersi graffiata ridevamo. Non ci mettevamo mai a studiare tornate da scuola, dovevamo prendere aria altrimenti ci sembrava di impazzire, non importava che piovesse. 

 

Mi sono portata dietro da quegli anni un paio di braccia che quando ho partorito il dottore insisteva che barrassi sul questionario informativo della puerpera la casella operatrice agricola alla voce lavoro. 


Mi sono portata dentro un senso di ribellione pura alla prigionia del cemento quando esce un raggio di sole. In quelle infinite settimane di pioggia friulane, quando arrivava la luce scattava un impulso primordiale a prenderlo in faccia. Da quando sono arrivata a Milano, la più cementificata delle città in cui ho vissuto, ho sempre trovato delle scorciatoie per fingere di ritrovarmi in quella culla, un parco in cui mangiare il panino, le colline dell’Oltrepò pavese, le cime vicine di Como, i Corni di Canzo. Ci correvo in cima finché non ero sfinita, poi, domata, tornavo a Milano. 


Questo impulso le mie figlie non ce l’hanno. Hanno corpi con la memoria di un’atleticità antica, ma non sentono la prigionia della casa. 


Per questo soffoco più di loro nel bivaccare tra le mura amatissime al piano terra, in cui le stanze vanno divise per ore della giornata: solo la parte destra gode di luce e cerchiamo di ficcarci in quel lato come tre lucertole di giorno. Di notte stiamo nella parte sinistra.

 

Opera di Rala Choi.


Le ragazze si sono abituate meglio di me a vivere una vita senza impegni all’esterno. Sandro Veronesi ha scritto l’altro giorno sulla “Lettura” una riflessione corretta: i bambini si sono adattati perché finora abbiamo fatto vivere loro una vita tossica. È vero. Godono di quello stato di dispersione, di noia che piombava addosso a noi da piccoli di domenica, il giorno più brutto della settimana, quando dopo il pranzo non c’era nulla da fare, se non sperare che alle quattro arrivassero i cartoni. Non era uso andare a giocare a casa di altri, si disturbava. Se si era fortunati si scorgeva qualche bambino tirare calci in piazza a un pallone e lo si raggiungeva in fretta e furia, prima che fosse richiamato dentro. I ragazzi di oggi sono infarciti fin da piccoli di stimoli, il corso di coro, l’inglese cucinando, il francese cantando, il pattinaggio su ghiaccio e poi uno sfrenato impegno mondano di “dormite” a casa di amici, che sgrava a turno i genitori. 

 

Mia figlia grande si è adattata subito, ha confessato di stare meglio senza la nevrosi della vita normale, segue le lezioni online tutte le mattine, sforna torte per distrarsi, fa ginnastica, vede serie in inglese, ha ripreso a suonare il piano. Le mancano gli amici ma è più abituata di noi a comunicare virtualmente. La piccola studia, suona la chitarra, ci ha messo di più a ingranare con la scuola, le piattaforme sono oberate, anche i professori incerti su cosa fare in quell’età, le medie, in cui non sono bambini, né ragazzi. 


Io dormo poco, ogni giorno passo almeno un’ora sulla lavagna elettronica per capire quali compiti deve fare la mia figlia piccola, con le indicazioni disseminate come un sudoku in posti diversi. Do di matto a ricondurli a uno schema accettabile che lei possa seguire. Aspetta con pazienza che arrivi il momento in cui urlo che “non ne posso più”. Succede una volta alla settimana, ma succede regolarmente. E io regolarmente mi sento un’assassina. 


Mi fa impazzire la prigionia, la mattina mi alzo e faccio le faccende di casa. Pensavo nel tempo libero dal telelavoro di leggere la Divina Commedia, di sentire Mozart e dipingere la Primavera di Botticelli e invece infilo le faccende di casa con una frustrazione che sale alle stelle. Mentre faccio il bucato, divento ossessiva con la polvere, pensando che questo è tempo sprecato, che avrei potuto leggere un libro. Mi sale una rabbia frontale del tempo buttato e anche qui, almeno una volta alla settimana la riverso sulle ragazze. E di nuovo mi sento un’assassina. 

 

Un’altra cosa che mi ferisce è l’impossibilità di concentrarmi per più di un quarto d’ora di seguito. C’è sempre una domanda cui rispondere, una rassicurazione da dare, un buffetto da fare. E anche quando nessuno viene a bussare alla mia porta mi autocondanno a qualche attività: cosa preparo per pranzo? Vado a fare il letto, devo fare il bucato, devo lavare il bagno. E fingo di farli diventare dei piccoli diversivi alla mia attività di studio e di lavoro. Ma non è vero. Sono delle schiavitù utili che fanno aumentare la pressione a mille. Mentre metto a bagno un maglione, mi accorgo che devo lavare i vetri, mentre guardo le finestre penso che devo chiamare il falegname che la maniglia è allentata. E così, a ruota.

 

Cerco di non uscire più nemmeno per la spesa: ho paura dell’aggressività della gente che si prende a cazzotti al banco dei salumi perché è nervosa, che ti guarda come se tu fossi l’untore e non si sa bene perché devi esser tu l’untore e non lui. Faccio dei calcoli sociologici per fare la spesa nel momento migliore: subito scarto il sabato e la domenica, in cui le file iniziano già alle 8 in punto. Hanno ossessione di non riuscire a fare approvvigionamenti. Ho imparato che il supermercato più caro è frequentato da gente più tranquilla: si trova più o meno di tutto, meno la crema per le mani. Quello più a buon mercato è affollato da gente logorata, che sente odore di povertà imminente: lì frutta, verdura e uova sono regolarmente finiti, però lo scomparto della cioccolata è sempre fornito. 

 

Ho smesso subito di uscire per prendere aria anche quando era consentito: cercare di raggiungere il parco senza recinzioni in bicicletta è stata una stretta al cuore. Milano sembrava Guatemala City, grigia, subdola.


E poi c’è l’umore della gente. In una giornata di sole prepotente siamo andate a fare un giro in bicicletta, ci sembrava l’unica cosa che potevamo fare senza essere contagiate o eventualmente evitare di contagiare se fossimo state inconsciamente positive. Un tassista e un autista di camion si sono fermati per insultarci. Se la prendevano con noi che stavamo ben distanziate, lontane da tutti nel deserto delle strade e non con quelli che stavano a grappolo nel parco a far sfogare i cani. Siamo tornate a casa, la città senza nessuno, con le serrande abbassate era un preludio sinistro. 

 

Non vedo i telegiornali da tempo, non ne posso più di numeri e di analisi, ci penserò dopo. Devo difendere me e le ragazze, si è più forti fisicamente quando non si è depressi. Solo a metà giornata apro i siti, lontano dai pasti, perché perdo l’appetito, lontano dalla notte, che ultimamente è insonne. 


Anche i flashmob dai balconi, che molto mi rincuoravano all’inizio, si sono pian piano silenziati. E io con loro. Mi sento ogni giorno con la famiglia, con gli amici veri, tutte cose di cui avevo perso quotidianità in questa vita frenetica. Sono contatti via chat per lo più, che non si sa perché non ci si chiama, si ha paura di rompere il letargo altrui. Questo mi fa stare bene, mi fa capire che dentro ciascuno di noi c’è un lumino di verità sull’amore. 

 

Anche la mia impazienza motoria si è piano piano calmata. Ho un deleterio effetto di “assuefazione da tana” psicologico e fisico che porta a mansuetudine e a una certa docilità intellettuale. Mi chiedo, se oggi arrivasse un golpe saprei reagire, scendere in piazza?


L’altro giorno ho visto per la prima volta i marziani che ci fanno vedere al telegiornale. Hanno la tuta e la mascherina bianca, ficcati in furgoncino bianco che urla. In quella strada, io in bicicletta mi sentivo vinta: “Ecco” mi sono detta, “adesso mangiano l’asfalto, me e i poveracci che stanno attorno alla mensa di San Francesco”. Perché per i clochard il coronavirus è iniziato tanti anni addietro, da sempre tutti li evitano, temendo siano veicoli di contagio di povertà e disperazione. Loro se ne fregano delle distanze di sicurezza: alla coda per il pranzo devono scegliere se morire di fame o di coronavirus. Tanto, anche se lo prendono, non cambia molto. 

 

Ho vissuto in quel momento la sensazione di quando sono arrivata da Cividale ventitré anni fa in stazione a Milano: mi sembrava che la spianata di via Vittor Pisani mi desse un pugno allo stomaco. Poi pian piano ho imparato ad amare anche quella parte di Milano e la città stessa, la sua capacità di darmi un lavoro che mi piaceva, la possibilità di incontrare teste che pensavano, dove ciò che non amavo – i rumori, la troppa gente, lo smog – diventavano le pezze di un abito interessante.


Milano non mi ha assestato un colpo al ventre. E così anche i marziani se ne sono andati, hanno lasciato incolumi me e i frequentatori della mensa di San Francesco. Ho dato una sgambata forte, come quando ero al liceo, e la bici è ripartita veloce.


I marziani mi hanno fatto pensare a tutto quello che ho. Stiamo (per ora) tutti bene, facciamo lavori che ci proteggono dal contatto con il virus, abbiamo case in cui si possono ritagliare momenti di solitudine. Penso ai medici, agli infermieri, ai senza tetto, a chi non può accompagnare gli ultimi momenti di una persona cara perché non ci può essere contatto. Penso a chi va via da solo e mi auguro che lo faccia in uno stato di dolce stordimento. 

 

Lavoro, scrivo, guardo film vecchi, mi occupo delle ragazze. Sono insonne, spesso isterica, va bene, mi perdono. La maggior parte del tempo sono improduttiva, secondo gli schemi di una vita frenetica e va bene anche questo. Ma organizzo il mio lavoro con una disciplina formidabile e ho in testa pensieri più lucidi, sono in grado di fare collegamenti che prima solo in vacanza riuscivano così chiari. 


Quando non ce la faccio più sogno di mettere i piedi sulla sabbia di Grado, in quelle giornate fuori stagione, in cui il cielo è grigio e blu, carico di nuvole e mi sembra di essere sotto l’impero asburgico, in un tempo che non ho vissuto. Sogno di passeggiare da sola, come mi è capitato molte volte. E di fermarmi a dipingere. 


So che niente tornerà come prima. Avremo tutti più paura. Siamo fragili, nudi e forti. Forti del nostro essere uomini e non più Dei come ci siamo sentiti fino a un mese e mezzo fa. 


DOPPIOZERO 





mercoledì 15 settembre 2021

Mario Dondero / La vita dell'artista

 

Mario Dondero


LA VITA DELL'ARTISTA

Biografia

Mario Dondero è nato a Milano nel 1928, di origini genovesi, è stato da sempre legato a Genova, città paterna e sempre a Genova ha trascorso lunghi periodi dell’infanzia e dell’adolescenza. Mario era però un cittadino del mondo.

È una delle più originali figure del fotogiornalismo contemporaneo, è stato uno dei protagonisti di quell’età dell’oro del fotogiornalismo italiano in cui una generazione di giovani usciti dalla guerra scopriva la fotografia come straordinario “bagno di realtà” e strumento di democrazia dopo la retorica e la propaganda del fascismo.

Giovanissimo partigiano nella Val d'Ossola, si è accostato molto presto al giornalismo, prima scritto poi fotografico, iniziando a collaborare nei primi anni Cinquanta a "L'Avanti", "l'Unità", "Milano Sera", "Le Ore".

Legato al cosiddetto gruppo dei "Giamaicani", i frequentatori del Bar Jamaica a Milano, nel 1955 si sposta a Parigi dove collabora con "L'Espresso", "L'Illustrazione Italiana", "Le Monde", "Le Nouvel Observateur", "Daily Herald".

Frequenta e ritrae scrittori e intellettuali francesi (Roland Topor, Claude Mauriac, Daniel Pennac, Yashar Kemal). Tra le sue foto più celebri, quella del gruppo degli scrittori del Nouveau roman, scattata a Parigi nell'ottobre del 1959 davanti alla sede delle Éditions de Minuit (Nathalie Sarraute, Samuel Beckett, Alain Robbe-Grillet, Claude Mauriac, Claude Simon, Jérôme Lindon, Robert Pinget, Claude Ollier).
Il suo interesse per l'Africa si è manifestato attraverso la collaborazione alle riviste Jeune Afrique, Afrique-Asie, Demain l'Afrique. In Francia, a metà degli anni Cinquanta, ha collaborato a Regards (la leggendaria rivista comunista che pubblicò fra le prime le fotografie di Robert Capa e Gerda Taro sulla guerra di Spagna). Ha poi lavorato da Parigi per Il Giorno nel periodo della Guerra d'Algeria. In Italia ha collaborato a lungo con Vie nuove, Tempo illustrato, L'Europeo, L'Espresso, Epoca sia all'epoca in cui la rivista era diretta da Enzo Biagi sia in quello più recente in cui fu diretta da Carlo Rognoni. Dalla loro nascita ha iniziato a pubblicare sul quotidiano “Il Manifesto” e sul settimanale “Diario” di Enrico Deaglio.

Negli anni Sessanta ha realizzato alcune "fotostorie" per la TV dei ragazzi e alcuni corti per l'Antenna cinematografica del PCI Unitelefilm. Appassionato di radiofonia ha collaborato con la sezione italiana della Bbc e recentemente ha condotto con Emanuele Giordana alcune trasmissioni di per Radio3 (Rai) dedicate alla storia del fotogiornalismo (2012-2013).

Ha esposto le sue fotografie in moltissime occasioni e in tantissime città italiane e straniere. Noto per il suo impegno civile e sociale, ha documentato in Afghanistan il lavoro delle équipe mediche di Emergency, di cui è un attivo sostenitore. Ha realizzato un inserto fotografico sul disastro della motonave Elisabetta Montanari per il libro Il costo della vita. Storia di una tragedia operaia di Angelo Ferracuti, pubblicato da Einaudi nel 2013.

Il 2015 vede l'uscita del documentario 'Calma e gesso - in viaggio con Mario Dondero' del regista e antropologo Marco Cruciani che, viaggiando per cinque anni spesso al fianco del fotografo, tenta di ricostruirne la storia avventurosa e leggendaria passando fra le principali vicende sociali, politiche, culturali e artistiche del secondo '900.

Era Camallo Onorario della Compagnia unica dei portuali genovesi e Socio Onorario dell'Accademia di Brera. Negli ultimi anni di vita ha vissuto a Fermo, dove si spegne nel dicembre del 2015.


GALLERIA CERIBELLI

martedì 14 settembre 2021

Sally Rooney non voleva il successo e con un nuovo romanzo in arrivo non ha paura di confessarlo


pasadena, california   january 17 sally rooney speaks onstage during the hulu panel at winter tca 2020 at the langham huntington, pasadena on january 17, 2020 in pasadena, california photo by erik voakegetty images for hulu
ERIK VOAKEGETTY IMAGES

Sally Rooney non voleva il successo e con un nuovo romanzo in arrivo non ha paura di confessarlo

In un'approfondita intervista per il Guardian l'autrice di Normal People si è lasciata andare a qualche anticipazione e a confessioni di una sincerità spiazzante sul suo rapporto con la fama.


Quando Persone normali (2018) è stato pubblicato per la prima volta, nel 2018, Sally Rooney aveva 27 anni e alle spalle un solo romanzo di discreto successo, Parlarne tra amici (2017). Identificata fin da subito come la scrittrice emblema della generazione millenial ha raggiunto la fama (e milioni di copie vendute) in brevissimo tempo, soprattutto quando nel 2020 il suo secondo libro è stato trasformato in una serie tv di successo con Daisy Edgar-Jones e Paul Mescal.

In una recente intervista per il Guardian, la scrittrice irlandese ha dichiarato che per lei il successo è stato più che altro uno shock, qualcosa “che succede senza che ci sia un consenso significativo – la persone famosa non voleva diventare famosa in realtà”. Così nel suo nuovo romanzo Beautiful World, Where Are You, una delle due protagoniste, Alice, una scrittrice quasi trentenne di successo che ha raggiunto la fama con i primi due libri (difficile non vedervi qualcosa di Rooney), lascia tutto per ritirarsi nella campagna irlandese e cercare di scrivere il suo terzo successo.

Per Rooney l’unico modo per fuggire a questa fama così scomoda è infatti quello “di smettere di fare quello che si è bravi a fare, così da potersi ritirare a vita privata”, ma aggiunge: “Mi sembrerebbe tuttavia un enorme sacrificio da parte di queste persone e un esercizio di autodistruzione culturale per il resto di noi, forzare uomini e donne di talento a scegliere tra il vivere in questo infermo o tenersi il loro talento tutto per loro”.

Così Rooney continua a scrivere, per il resto però cerca di farsi vedere il meno possibile: si è cancellata da Twitter e non legge recensioni che contengano il suo nome. “Ho praticamente messo in muto il mio nome sui social media per evitare di incapparvi anche accidentalmente […] eppure il mondo ha un modo per infilarsi anche non volendo. La copertura mediatica della serie tv ispirata a Normal People è stata incredibilmente onnipresente, non ho potuto evitare di incapparvici. Ovviamente ci sono persone che mi fermano per strada ogni tanto e quasi sempre si avvicinano in maniera amichevole e piacevole. E ricevo email, lettere e via dicendo”. Eppure c'è qualcosa che proprio non le va giù.

Come ha spiegato nell’intervista se la scrittrice è infatti disposta a sopportare quello che ha definito “l’inferno” della fama, non riesce proprio a perdonare il fatto che anche le persone che la circondano debbano essere sottoposte allo sguardo mediatico: “C’è una parte di me che crede che alcune cose relative alla mia vita familiare non siano fatti di nessuno. I miei genitori probabilmente non hanno impostato e condotto le proprie vite aspettandosi che un giorno i loro lavori o i loro redditi fossero sottoposti allo scrutinio di sconosciuti su Internet”.

Tutte queste frustrazioni Rooney le racconta e le fa vivere sulla carta nel personaggio di Alice, protagonista del nuovo romanzo insieme alla migliore amica Eileen e ai rispettivi partner (o possibili partner). Tutti alla vigilia dei trent’anni sono in qualche modo persi: c’è chi è troppo famoso, chi non lo è abbastanza, chi si porta dietro ferite d’infanzia insanabili, chi non riesce più a riconoscersi. Un romanzo di donne, di giovani, di paura, ansia, di incertezza: gli ingredienti, secondo i fan di Rooney, per un ennesimo successo.

BAZAAR


giovedì 9 settembre 2021

Morto Belmondo, naso schiacciato e labbra volitive, fu l’eroe «sbruffone» del cinema francese

 

Jean-Paul Belmondo


Morto Belmondo, naso schiacciato e labbra volitive, fu l’eroe «sbruffone» del cinema francese


di Maurizio Porro6 settembre 2021 (modifica il 8 settembre 2021 | 10:28)
In oltre 70 film ha interpretato tutta una serie di personaggi «anti», diventando icona del cinema popolare. Ma non disegnando anche incursioni nella produzione autoriale

E’ morto un pezzo vitale, avventuroso, popolare del cinema francese. Dopo un infarto che lo colpì l’8 agosto del 2001 in scena, alla maniera di Moliére, Jean Paul Belmondo è scomparso dai nostri sogni di celluloide a 88 anni, essendo nato con ascendenze italiane il 9 aprile 1933 da Paul, scultore di origine siculo-algerina. Ma, per volontà del cinema, grinta somatica, bollente personalità, tipologia di personaggio e hobby aggiunti come la boxe e il calcio, Bebel, come lo chiamavano non solo gli amici giocando con il soprannome di Gabin, è a tutti gli effetti immortale, pur con due mogli e quattro figli.

La casistica dei suoi oltre 70 film, cui arrivò col diploma strappato all’Accademia d’arte drammatica di Parigi, l’ha visto rischiare ben altri pericoli: ha camminato sui baratri, ha sfidato gangster in borsalino, è morto per amore, ha fatto il banditello marsigliese che fa il verso cinefilo a Bogart e corre per le strade di Parigi, di spalle, colpito a morte, fino a stramazzare sulle strisce pedonali in “Fino all’ultimo respiro” di Godard, addì 1960, dichiarazione di nascita delle nouvelle vague. Inaugurò così, con spregiudicata naturalezza, la serie delle sequenze cult e la collaborazione col padre padrone della “nouvelle vague”, che continuerà poi con “La donna è donna” e col cerebrale e didascalico “Pierrot le fou”, gangster movie, ‘65, con esplosivo finale. Fu impermeabile alle mode, amante del teatro su cui si affacciò giovanissimo declamando i classici, consapevole dell’anomalo potere seduttivo del naso schiaccato e delle labbra volitive: era uno con cui non la si passava liscia, né uomini né donne avevano da perdere. Belmondo, prima seduttore (da giovane faceva parte, con Charrier e Terzieff dei “Peccatori in blue jeans” di Carnè), poi padre, infine nonno-patriarca con fans, è diventato nei ‘60, insieme a Delon - con cui fece coppia mitica nell’elegante “Borsalino” di Deray, 1969, e nel recente e patetico “Uno dei due” - il prototipo del divo tipo export, il nuovo Jean Gabin (con cui recitò nel malinconico “Quando torna l’inverno”), con l’eroismo e l’erotismo usa e getta da dare in pasto alla fantasia popolare, nè è da dimenticare il film girato con Sautet “Asfalto che scotta”.

Si è spesso tenuto, nella sua brillante carriera, sulla traccia del cinema d’azione e sbruffone, quasi il cartoon dell’eroe dalla faccia da schiaffi, tirando di cappa e spada come in “Cartouche” con la Cardinale, nel ‘62, e poi negli “Sposi dell’anno secondo” con la sua amata Laura Antonelli, nel 71, per cui aveva lasciato Ursula Andress; o affrontando situazioni degne di James Bond, ma con beneficio di grottesco, nella serie dell’“Uomo di Rio” e di Hong Kong, grandi successi personali e muscolari anche come stunt-man, fino al “Cervello” di Oury. Una infinita serie di canaglie e poliziotti, di sparvieri, scomunicati, eredi, incorreggibili, assi degli assi, scorrendo i titoli. Ma la natura di attore bifronte, estroverso ed introverso, gli ha permesso una doppia contabilità espressiva: da un lato il cinema della domenica, virile ed ironico, anche se via via sempre più ripetitivo e consunto, di De Broca, Verneuil, Oury; dall’altro il cinema innovativo, oggettivo, critico di Chabrol (“A doppia mandata” e “Trappola per un lupo”, 72), quello noir ambiguo di Melville (“Leon Morin prete”, “Lo spione”), Godard, che lo rese intellettuale suo malgrado, creandone il mito; di Resnais (“Stavisky” del ‘74, non casuale rievocazione d’un celebre scandalo finanziario), Luis Malle (“Il ladro di Parigi” ‘66), dove Jean Paul diventa silhouette elegante, talvolta perfino una parodia dell’altro Belmondo, quello atletico e nazional popolare amato dalle folle per il suo incredibile eroismo, che sul set non voleva controfigure: raccontò tutto in un’autobiografia prematura, nel ‘63 che non prevedeva il Leone d’oro alla carriera che avrebbe ritirato nel 2016, quando la salute era malferma e poteva confessare che la rivalità con Delon era solo una questione di marketing.

Negli anni 70 si specializza nel poliziesco, con sprezzo del pericolo e rifiutando le controfigure nelle storie di Lautner, Labro e del più sensibile Jacques Deray, mentre negli anni 80 diventa sullo schermo crepuscolare, ma ancora ottiene il premio Cèsar nell’89 per “Una vita non basta” di Claude Lelouch, con cui girerà poi una versione attualizzata dei “Miserabili” nel 95. Fu tra i pochi a non accettare mai le proposte hollywoodiane, era un italo-francese, così sensibile al nostro cinema che quando vi tornò, dopo la malattia, girò un remake di “Umberto D” e nel 2011 viene insignito della Palma d’oro alla carriera a Cannes. E fu anche, se necessario, un bravo romantico con le sue pene d’amor perdute: dall’algido e silenzioso “Moderato cantabile”, 60, di Brook, scritto dalla Duras, con Jeanne Moreau, fino al film più passionale capolavoro di Truffaut, “La mia droga si chiama Julie” (Catherine Deneuve, mai più nessuno al mondo t’amerà così), e a “Un Tipo che mi piace” di Lelouch, sempre nel ‘69, in cui è un compositore che fa scoprire ad Annie Girardot più le delusioni che le illusioni d’amore.

Notevoli le sue incursioni nel cinema italiano, all’epoca, i primi Sessanta, delle grandi coproduzioni con la Francia: dall’occhialuto libraio antifascista della “Ciociara” di De Sica agli amori torbidi altoborghesi veneti di “Lettere di una novizia” di Lattuada, dal “Mare matto” di Castellani, marinaio livornese abbracciato alla Lollo, al bellissimo “La viaccia” di Bolognini, in cui riuscì un intenso, credibile, giovane contadino toscano di fine secolo, vestito dal genio di Piero Tosi e innamorato della prostituta Cardinale fino alla morte. Non è da sottovalutare la sua attività teatrale, cui sarebbe tornato con passione regolare affrontando soprattutto eroi di tradizione a tutto tondo: in Italia lo si ammirò come Cyrano de Bergerac, personaggio che riprese in molte età, cui ancora una volta regalò la sua natura psicosomatica di spavaldo e infelice, un disperato ribelle forse senza causa ma con facoltà di autoparodia, ideale passaggio dall’era Gabin a quella Depardieu. 

CORRIERE DELLA SERA





domenica 5 settembre 2021

Roger Corona / Pattern Geometrico 7 Le mostre di New York e Piacenza




Roger Corona. Pattern Geometrico

Le mostre di New York e Piacenza

24 LUGLIO 2017, 
MARIATERESA CERRETELLI

La bellezza rigorosa e raffinata è la sua ossessione e l’obiettivo della sua arte fotografica. È così da tanti anni, esattamente da quando ha iniziato a capire che la Fiat dove lavorava come dirigente non era più nelle sue corde e invece la fotografia si prospettava come una scelta di vita più naturale e più affine alla sua personalità. E poi Roger Corona, si può dire che possieda nel suo DNA uno spiccato senso del bello e non potrebbe essere altrimenti per uno come lui che, marsigliese di nascita, si è trasferito da piccolo a vivere a Firenze e lì è rimasto per molti anni respirando la magnificenza dell’arte rinascimentale. Poi, approdato a Milano, ha iniziato ad approfondire la perfezione ideale della forma, e anche ora non smette di farlo, plasmandola di volta in volta per la sua ricerca o per i lavori commissionati dall’editoria e dalla pubblicità, dalla moda allo still life, dal ritratto al nudo erotico con quel tocco espressivo che lo distingue.

Dettagli, datato 1996, è la sua prima monografia, a cura della giornalista e critica Giuliana Scimé che descrive con sapienza le sue immagini: “Il corpo umano è la summa della forma, cioè ogni e qualsiasi forma riconducibile a un pattern geometrico è racchiusa nel corpo”. E Pattern Geometrico è il titolo del volume uscito quest’anno in occasione di MIA Photo Fair, edizione 2017, dove Giovanni Gastel scrive di lui “Che meravigliosa sensazione poter seguire il tragitto di un uomo vero e di un artista vero! Le linee dei suoi corpi sono in realtà le linee del suo pensiero di uomo e gentiluomo. Contengono sensualità e, al tempo stesso, rispetto per l’essere umano e la sua altalenante corsa tra parte angelica e parte demoniaca. Osservate queste immagini come leggeste la biografia interiore di questo autore, ma cercate anche di “ricreare con lui (e grazie a lui) il tragitto delle vostre memorie interiori. Che cosa sono in fondo le grandi fotografie se non macchine per capire e capirsi”.
Roger Corona con le sue fotografie è stato tra i protagonisti della mostra Unespected worlds nello spazio Onishi Project di New York fino alla fine di giugno e, dal 16 settembre al 15 ottobre sarà presente con Pattern Geometrico alla Galleria Biffi Arte di Piacenza.


Appena ti sei avvicinato alla tua prima macchina fotografica, hai pensato che il tuo tempo sarebbe stato dedicato a tradurre con l’obiettivo il tuo concetto di bellezza?
Come dico spesso e come ho detto di recente a Giovanni Gastel, se le mie foto di nudo sono belle molto è dovuto alla mia provenienza da Firenze dove giocavo in Piazza della Signoria e avevo di fronte a me Michelangelo ogni giorno. Con Giotto, Cimabue, Michelangelo e Leonardo Da Vinci, ho assimilato talmente tanta bellezza che credo di essere riuscito a ricrearne di nuova in fotografia.
Quando hai deciso di diventare fotografo?
Tardissimo. A 33 anni,perché lavoravo in Fiat e dopo 11 anni ho lasciato e mi sono trasferito a Milano. Ho avuto fortuna e la mia vita è costellata di tante piccole e grandi fortune. Mia sorella aveva conosciuto Flavio Lucchini, editore all’epoca di Donna e di Mondo Uomo e anche Fabrizio Ferri. E con l’appoggio e l’amicizia di Giovanni Gastel ho cominciato a studiare e ad approfondire la mia ricerca.


Ricerca, studi, sperimentazione, nudo, ritratti. Quali tra questi temi ti ha più affascinato?
Lo stile è unico. I temi sono diversi anche se tutti di grande fascino. Ma il lavoro sulle Femmes Extrêmes, i nudi erotici delle Pornodive, commissionato da Hachette, Parigi, nel 92-93, è stata un’esperienza molto speciale: “Durante le seance ho cercato di inquadrare l’ambiente alla ricerca dell’impianto grafico, della forma, dimenticando a volte persino il soggetto. Le donne che ho ripreso sono pornodive, ma si è verificato uno spostamento di concetto, difficile da far capire. Non recitavano la loro parte, anzi tutte hanno compreso che si trattava di posare davanti all’obiettivo con intenti completamente diversi”. È stato veramente bello e umano.
Come hai trasferito nel tuo nudo fotografico, la luce e la sensualità della scultura in marmo?
Certo, nelle foto si riscontra la morbidezza e la lucentezza del marmo di Carrara, ma tutto è naturale e tutto viene da sé in modo fluido nella mia fotografia. Anche Pattern Geometrico, una ricerca sul corpo che dura da trent’anni ha dato modo di provare e trovare forme e visioni diverse. Ogni lavoro anche se commissionato ha generato nuovi spunti e ispirazioni personali. E la maggior parte dei lavori che mi hanno richiesto per gli accessori moda verte sui dettagli e sul corpo e mi piace precisare che tutto quello che ho ideato, anche dal punto di vista grafico e proposto alle aziende è sempre stato accettato con convinzione dai clienti.



martedì 10 agosto 2021

Le prime foto dal set di The Crown 5 mostrano Elizabeth Debicki nei panni di Lady Diana

 


Elizabeth Debiki


Le prime foto dal set di The Crown 5 mostrano Elizabeth Debicki nei panni di Lady Diana

L'attrice australiana è stata immortalata in un look molto caro alla principessa reale.



Un metro e novanta, nata a Parigi da genitori polacchi, la vita trascorsa poi a Melbourne, Australia. Elizabeth Debicki oggi è una delle attrici più richieste nel panorama cinematografico hollywoodiano: il suo curriculum annovera, tra i tanti, l'ultimo capolavoro di Christopher Nolan, TenetIl Grande Gatsby di Baz Luhrmann, Tre Uomini e una Pecora di . Ma il vero ruolo del 2021 è arrivato con The Crown, la serie tv Netflix in uscita l'anno prossimo con la quinta stagione, nella quale Debicki vestirà i panni di Lady Diana.

Attesissima dai fan in tutto il mondo, la quinta stagione di The Crown è forse una delle stagioni più significative, in quanto tratterà i tumultuosi anni Novanta della royal family britannica, dei quali Lady Diana è stata assoluta protagonista. Tra le scene più attese c'è infatti la famosissima intervista che Lady Diana rilasciò alla BBC, durante la quale espose pubblicamente i suoi dissapori con Carlo e rese pubblico il fallimento del loro matrimonio a causa della relazione extraconiugale che il principe ereditario aveva con Camilla Parker Bowles.

Nonostante la serie tv sarà trasmessa solo nel 2022, la caccia alle foto esclusive dei set è ufficialmente partita, e qualche giorno fa è stata immortalata proprio Elizabeth Debicki nei panni di Lady Diana.

BAZAAR


venerdì 6 agosto 2021

Ahn Jun e il suo progetto fotografico “Self Portrait”


Ahn Jun e il suo progetto fotografico “Self Portrait”

Ahn Jun
SEOUL E NEW YORK

Il fotografo ed artista Ahn Jun realizza dei sorprendenti scatti volti a far risaltare l’invadente ambiente urbano di Seoul e New York.

29 Gennaio 2015


MARCO CRUPI