giovedì 14 marzo 2019

Gean Antonio Stella / Le omelie anti Hitler e il silenzio di Pio XII




di
Papa Pio XII (Ansa)Papa Pio XII (Ansa)
shado6

Le omelie anti Hitler 
e il silenzio di Pio XII

L’attacco frontale più forte contro il nazismo fu sferrato dal vescovo di Berlino, molto amato dal popolo, tanto che il regime non osò toccarlo. È ancora irrisolto il dubbio su perché invece il Papa non parlò

GEAN ANTONIO STELLA
5 marzo 2019 (modifica il 5 marzo 2019 | 20:45)


«Le tre prediche del vescovo von Galen procurano anche a noi, sulla via del dolore che percorriamo insieme con i cattolici tedeschi, un conforto e una soddisfazione, che da molto tempo non provavamo. Il vescovo ha scelto bene il momento per farsi avanti con tanto coraggio». Così scriveva Pio XII il 30 settembre 1941 al vescovo di Berlino, Konrad von Preysing, per lodare le furenti omelie del presule di Münster contro la decimazione nazista dei disabili che passerà alla storia come l’«Aktion T4». La decisione di Papa Francesco di aprire agli storici gli archivi segreti di Eugenio Pacelli riuscirà a fare luce sulle scelte controverse di quel pontefice che, prima di essere eletto al Soglio di San Pietro era stato Nunzio apostolico in Germania e come Segretario di Stato aveva poi firmato il Reichskonkordat con il regime di Adolf Hitler nel ’33? Vedremo. Almeno la lettera a von Preysing, comunque, è nota da anni. Ed è stata ripresa integralmente, ad esempio, nel libro «Un vescovo contro Hitler», dalla vaticanista e scrittrice Stefania Falasca, amica di Papa Francesco, il quale deve aver apprezzato in modo particolare, lui che batte e ribatte contro la «cultura dello scarto», certi passaggi della predica più dura e sferzante di quello che passerà alla storia come «Il Leone di Münster».
«Hai tu, ho io il diritto alla vita soltanto finché noi siamo produttivi, finché siamo ritenuti produttivi da altri?», tuonò allora il grande Clemens von Galen, che dopo esser stato obbligato dal Concordato a giurare fedeltà al regime aveva cominciato a remare contro un poco su tutto, «Se si ammette il principio ora applicato, che l’uomo “improduttivo” possa essere ucciso, allora guai a tutti noi, quando saremo vecchi e decrepiti! Se si possono uccidere esseri improduttivi, allora guai agli invalidi, i quali nel processo produttivo hanno impegnato le loro forze, le loro ossa sane, le hanno sacrificate e perdute!». Fu una bomba, quella predica, tra i cattolici tedeschi. Al punto di costringere Hitler a fermare (formalmente) le decimazioni dell’Aktion T4. «È stato l’attacco frontale più forte sferrato contro il nazismo», sibilò Martin Bormann chiedendo furente l’impiccagione del vescovo ribelle. Ma era troppo amato, von Galen. Troppo popolare. Nessuno osò toccarlo. Tanti anni dopo c’è chi si chiede ancora, angosciato: perché non parlò, il Papa?

CORRIERE DELLA SERA




mercoledì 13 marzo 2019

I luoghi in miniatura di Saba Masoumian


Saba Masoumian, Uccelli 1a serie, #1 di 4 (2017), Collezione privata

I luoghi in miniatura di Saba Masoumian

Per voce creativa

GIOVANNA LACEDRA
13 MARZO 2019 

Per voce creativa è un ciclo di interviste riservate alle donne del panorama artistico italiano contemporaneo. Per questa occasione Giovanna Lacedra incontra Saba Masoumian (Teheran, 1982).
La memoria registra sempre, sulla sua pelle, lesioni, crepe, fenditure. Ma sono aperture che accolgono luce. Ferite che aiutano a scorgere meglio la preziosità di tutto ciò che resta, tra la polvere del silenzio, quando si torna in quei luoghi che ormai non appartengono a nessun altro se non al tuo ricordo.
Ogni abbandono implica una distanza. Ogni abbandono è una stanza in cui si sono dimenticati i gesti, le azioni, le voci. Li abbiamo lasciati lì, come vestiti. Ma ciò che si è toccato, vissuto, amato, consumato resta ancora, nell’immobilità della sua storia. Per ricordarci cosa siamo stati e dove abbiamo lasciato le orme del nostro passato.

Saba Masoumian, Scatola 5a serie, #2 di 4, particolare (2016), Collezione privata

La memoria non è mai una stanza ordinata. È piuttosto scomposta. È fatta di fondi di caffè, piatti da lavare, scarpe dimenticate sul pavimento, rubinetti che gocciolano. E poi ruggine, ruggine, ruggine. Il cavo del phon attorcigliato, la vestaglia sul pavimento. La vita che stava accedendo, ma poi, in qualche modo si è interrotta nel suo stesso svolgersi.
E proprio la sospensione delle cose quotidiane, questa interruzione dello svolgimento, questo cristallizzarsi di una quotidianità remota, appartiene alle scatole della memoria modellate, scolpite e dipinte con una cura lenticolare e fiamminga, da parte di Saba Masoumian.
Le sue installazioni sono archivi di ricordi, luoghi in miniatura. Si assiepano dettagli di un realismo spiazzante. L’assenza di chi ha lasciato tutto quel disordine è così fortemente percepibile da farci sentire dei voyeurs. Come se stessimo spiando in casa d’altri. Come se i luoghi che queste scatole ci aprono fossero stati abbandonati per errore. Una finestra aperta o una porta socchiusa ci parlano di un passato, ma ci ricordano anche che qualcuno potrebbe ancora tornare. A chiudere quel rubinetto, a sollevare la caffettiera dai fornelli o a raccogliere le sigarette spente nel posacenere.

Saba Masoumian, Scatola 5a serie, #2 di 4, particolare (2016), Collezione privata

Il virtuosismo con cui Saba ricostruisce questi luoghi della sua infanzia è davvero stupefacente. Sono scatole emozionali, che ricreano una fatiscenza intatta. Scatole mnemoniche fatte di argilla, polistirolo espanso, legno, resina e colore. E in queste scatole tutto è piccolissimo e lirico. E puoi quasi sentirlo il rubinetto che gocciola, puoi quasi annusarla quella tazzina sporca di caffè. Tutto è così credibile da poterci finire dentro. Perché la memoria resti un luogo dove poter tornare.
Saba Masoumian è un’artista iraniana. Dopo aver trascorso alcuni anni a Bologna, oggi vive e lavora a Genova. E questa è la sua Voce Creativa per voi.

Saba Masoumian, Valutazione (2017)

Chi sei?
Una persona che ama la luce e cerca di vederla anche nel buio.
Qual è il punto più lontano verso cui volgi il tuo sguardo quando nessuno ti vede?
Nessun punto in particolare, ma ovunque immagino di poter volare via.
La tua forza?
La determinazione che metto nel fare le cose a cui tengo di più: per quanto a volte possano sembrare assurde agli altri, non riesco a fermarmi prima di portarle a termine.
La tua fragilità?
La delicatezza della felicità, il bisogno di serenità: stati d’animo che cerco di accarezzare e proteggere ma che, purtroppo, come tutte le cose belle di questo mondo, sono destinate a non durare nel tempo.
La fiaba nella quale credevi di più da bambina?
La Sirenetta di Hans Christian Andersen, perché come lei, che rinunciò alla voce e accettò il dolore per amore di un essere umano, anche io volevo liberarmi dai limiti fisici per andare verso ciò che desideravo. Ero molto affascinata da questa vecchia edizione che le mie sorelle si erano passate tra loro prima di me, tradotta e illustrata da Farah Diba, moglie dell’ultimo Scià dell’Iran.
Che cos’è la solitudine?
Per me è l’unica condizione in cui, isolata dal mondo esterno, posso riuscire a sentire la mia essenza interiore: per me è come trovarmi in una stanza vuota in cui posso toccare e plasmare le mie sofferenze e ottenere quel sollievo che non mi fa più sentire sola. A volte mi ci abbandono per capire dove voglio dirigermi, e comunque, sempre durante il lavoro per far emergere dall’inconscio le visioni che rappresento.
Cosa ti manca di Teheran?
La piccola luce che sprigiona la mia famiglia in mezzo a quello sconfinato grigio: la libertà che c’era un tempo a Teheran io purtroppo l’ho potuta vedere solamente nelle vecchie fotografie…
Perché l’Italia?
Anni fa avevo illustrato due libri per bambini per la casa editrice Shabaviz di Teheran e venni portata due volte alla Fiera del Libro per Ragazzi di Bologna. Appena arrivata mi sentii invasa dalla vivacità dei colori di quella città e così, qualche anno dopo, presi la decisione di andare a vivere proprio lì. In generale, sono sempre stata attratta dallo scoprire luoghi diversi, e vorrei sempre respirare dove sento la vita vibrare.
Se non fossi un’artista, chi saresti?
Nelle mie fantasie avrei voluto dirigere film, e forse sarei diventata un’autrice di animazioni come in parte sono ora, ma più probabilmente avrei cercato di diventare una musicista, perché ero portata: se non mi fossi orientata alla pittura credo proprio che avrei studiato musica.
Perché invece fai l’artista?
Perché è un modo di vedere le cose in maniera più sensata e intelligente, sia col cuore che con la ragione. Il tempo che dedico al lavoro mi fa respirare e sentire libera, e il benessere che ne ricavo si diffonde anche all’esterno, togliendo ragioni di conflitto nelle mie relazioni: per me è come una purificazione dalle influenze negative esterne.
Quali luoghi ricostruisci meticolosamente nelle tue opere?
Soprattutto le stanze delle case abbandonate, che richiamo dalla memoria della mia infanzia: luoghi umidi, fatiscenti, nascosti, dentro i quali sono rimasti solo vecchi arredi da buttare e oggetti dimenticati che non servono più a nessuno, ma che ancora continuano a raccontare la vita delle persone che abitavano quegli stessi ambienti, prima di andarsene via.
Da dove nasce la tua ricerca?
Da piccola avevo il desiderio di creare degli oggetti che mi occupassero durante le ore di solitudine. Guardavo con invidia questo personaggio di un cartone animato giapponese che trovava rifugio dal mondo esterno, scolpendo tutto quello che immaginava in piccole statue di legno, sempre più belle. Anche io ho dovuto fare molti tentativi prima di trovare la tecnica più adatta a quello che andavo cercando, fino a quando mi sono resa conto che quel semplice gioco stava diventando qualcosa di più serio: stavo penetrando la rappresentazione.
Quale credi sia il compito di una donna-artista, oggi?
Lo stesso di una qualsiasi donna, fare ciò che si sente giusto fare con coraggio e intelligenza. Ma vale lo stesso per tutti, credo.
È vero che la scaturigine di un’opera è sempre autobiografica?
Per quanto riguarda me lo è di certo: così come i pensieri e le esperienze di notte si tramutano in sogni, altrettanto le opere risentono di quello che siamo, dell’ambiente che ci circonda e dei ricordi che ci portiamo dietro. Essendo poi la vita umana composta di archetipi, opere come le mie possono trovare una risonanza in chi vi si trova davanti, scatenando malinconia, gioia o fastidio, a seconda dei ricordi che la raffigurazione richiama dal profondo della sua memoria.
Saba Masoumian, Uccelli 2a serie, #1 di 8 (2017), Collezione privata

Un lavoro tuo che ti sta maggiormente a cuore e perché?
Nessuno in particolare… Che un mio lavoro possa risultare più o meno riuscito non mi fa nessuna differenza, lo sento ugualmente vicino, del tutto mio: non sarebbe esistito se gli oggetti con cui l’ho assemblato non avessero fatto e facessero ancora vibrare, dentro di me, qualcosa di forte e unico.
Che ruolo ha la memoria nel tuo lavoro?
La memoria per me è fondamentale, è l’ambiente scenografico in cui inserisco le esperienze più recenti e tutto quello che attraversa la mia vita nei giorni in cui creo. È l’atmosfera del passato che continua a pervadere il mio presente, che ancora sento nell’aria come se fosse un odore o un profumo.
A ispirarti, influenzarti, illuminarti ci sono letture particolari?
La ricchezza che si trova nelle scarne composizioni degli haiku giapponesi: è difficile poter mentire con così poche parole…
Scegli tre delle tue opere per raccontarmi il tuo lavoro.
Partendo dai lavori più recenti direi Uccelli (turca) del 2017, che privo dei muri, come tutta la serie, apre gli ambienti chiusi delle opere precedenti portando in contatto una figura femminile menomata e priva di identità con una natura che arriva da fuori, nasce da dentro e si mescola ai corpi. Le altre due opere che scelgo sono Scatola (lavandino) del 2016, che aggiunge alle tematiche di base descritte prima le tracce di un’infanzia perduta nel tempo, e Scatola (bagno) del 2015, in cui, insieme a tutto il resto, si sono fossilizzati nel tempo anche semplici gesti comuni.
L’opera d’arte che ti fa dire: “questa avrei davvero voluto realizzarla io!”?
Tra le tante direi il Giardino delle delizie di Hieronymus Bosch.
Saba Masoumian, Tavolo lavoro (2016)

Uno o una artista che avresti voluto esser tu.
Mi piacciono molti artisti, soprattutto Vincent van Gogh, ma sinceramente non mi andrebbe di essere qualcun’altro.
Un critico d’arte o curatore con il quale avresti voluto o vorresti collaborare?
Ho sempre rispettato le competenze che ci sono nel mondo dell’arte, quindi in queste cose preferisco affidarmi alla sensibilità dei galleristi.
Tre aggettivi per definire il sistema dell’arte in Italia.
Per mia natura presto attenzione solamente al mio lavoro, quindi posso solo dire che, per quanto mi riguarda, l’ho trovato sensibile e attento.
In quale altro ambito sfoderi la tua creatività?
Di solito, nel poco tempo libero che ho a disposizione creo dei piccoli monili di argilla da indossare, soprattutto orecchini, o altri oggetti d’uso comune, come portacenere o reggi-incenso.
Saba Masoumian
Ritratto (2016)
Foto di Matilde Piazzi

Work in progress e progetti per il futuro?
Vorrei tanto tornare a lavorare a un’animazione passo-uno come Mare asciutto, sempre ambientata dentro le mie scatole, ma al momento questo progetto è bloccato dalle mostre che ho in programma quest’anno, tra le quali vorrei citare le mie seconde personali alla Galleria San Fedele di Milano e Villa Contemporanea di Monza, a cui forse si andrà ad aggiungere anche la seconda personale alla XVA Gallery di Dubai.
Il tuo motto in una citazione che ti sta a cuore.
In un suo brano Leonard Cohen recita: “C’è una crepa in ogni cosa: è così che entra la luce”.

WSI


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Roberto Massari / Guevara e Marx / Scena terza

Flashback. Scena terza

Guevara e Marx, remake critico di un vecchio film


Roberto Massari / Guevara et Marx / Scène 3 (RIMBAUD)
Roberto Massari / Guevara y Marx / Escena tercera (DE OTROS MUNDOS)


ROBERTO MASSARI
19 NOVEMBRE 2018
Scena 3 [Lima, 1952]

Per rispondere occorre fare un salto indietro nel tempo, al primo incontro con il marxismo che il giovane Ernesto aveva vissuto personalmente a Lima, in Perù, in un periodo della sua vita in cui aveva già deciso di impegnarsi nella ricerca di una propria strada al di fuori dell’Argentina. Al di fuori cioè di un grande Paese in cui, nei primi anni ‘50, l’alternativa ideologica per un giovane radicale intenzionato a lottare per ideali di emancipazione sociale rischiava di rimanere schiacciata fra due poli principali: il peronismo anticomunista o l’antiperonismo stalinista.


Che Guevara
Non mancavano certo alternative di terzo o quarto tipo, «migliori» ma minori, giacché la patria di Domingo Faustino Sarmiento (1811-1888) e del movimento continentale della Reforma Universitaria («el Grito de Córdoba» del 1918) era stata il principale brodo di coltura per correnti eretiche o eterodosse più d’ogni altro paese latinoamericano, seconda forse solo al Messico. Ma per qualche tempo il giovane Ernesto non ne ebbe sentore o non ne avvertì la necessità. Di un qualche interesse per la storia della sua formazione teorica è il fatto che alla fine del liceo aveva cominciato a compilare un «Dizionario filosofico», di cui ci restano alcuni stralci e la descrizione fornita dall’amico d’infanzia ad Alta Gracia, José (Pepe) González Aguilar (n. 1928?).
I coniugi Guevara erano antiperonisti ma non erano marxisti, cattolici ma non praticanti. La madre (Celia de la Serna y Llosa [1906-1965]) fu una donna molto indipendente, radicale e dotata di notevoli interessi intellettuali, anticonformistici per l’epoca e l’ambiente in cui visse: la sua influenza fu determinante sulla formazione di Ernesto e ciò è riconosciuto da molti, a cominciare dal secondo dei fratelli (Roberto Guevara [n. 1932]) che con grande enfasi me ne parlò una prima volta a novembre 1992.
Il gruppo degli amici apparteneva per lo più a famiglie antifasciste e antifranchiste, ma non comuniste. Faceva eccezione l’amica di università, Tita Infante (m. 1976) con la quale Ernesto mantenne un lungo e intenso scambio epistolare a partire dal 1947, da lei corrisposto con sentimenti che andavano oltre la semplice amicizia. Tita era iscritta alla Gioventù comunista della facoltà di Medicina di Buenos Aires e a lei Ernesto comunicava a volte i progressi compiuti nella lettura dei primi testi marxisti. Secondo la testimonianza di Celia Guevara de la Serna (sorella del Che, n. 1929) - riportata da Adys Cupull (n. 1937) e Froilán González (n. 1943) (in Cálida presencia, p. 12) - fu lei a introdurlo alle lettura di Aníbal Ponce (1898-1938), il grande psicologo argentino morto in Messico della cui estesa opera i due lessero in particolare le opere più propriamente marxiste: Educación y lucha de clases, El viento en el mundo e soprattutto (fondamentale per la futura elaborazione di un’etica marxista da parte del Che) Humanismo burgués y humanismo proletario.
Nel giro delle amicizie, faceva eccezione anche il «Petiso», il compagno del celebre viaggio in motocicletta - Alberto Granado Jiménez (1922-2011) - il biochimico che fin dagli anni universitari si era legato al Partito comunista argentino già allora diretto da un famigerato esponente dello stalinismo, l’italiano Victorio Codovilla (1894-1970).
E fu proprio durante il viaggio con Granado che il giovane Ernesto ebbe occasione di frequentare il dottor Hugo Pesce (1900-1969), leprologo di formazione medica italiana e di fama internazionale, specialista in fisiologia, appassionato di filosofia e intellettuale dotato di «una cultura marxista formidabile» - per come lo descrisse Ernesto in una lettera a suo padre (don Ernesto Guevara Lynch [1900-1987]). Pesce era membro del Partito comunista peruviano e nel 1929, alla Conferenza comunista di Buenos Aires, era stato uno dei due delegati mariateguiani, cioè seguaci di José Carlos Mariátegui (1894-1930), il principale marxista latinoamericano il cui pensiero cominciò da quel momento ad avere una notevole influenza sulla formazione del giovane Ernesto, soprattutto nello stimolare una sua precoce «scoperta» della questione sociale indigena, andina in modo particolare.
Non è escluso, infatti, che l’interesse teorico di Ernesto per gli indios (nato inizialmente dalla passione per l’archeologia precolombiana e solo in seguito trasformatosi in tema di lotta antimperialistica) e per l’opera di Mariátegui sia cominciata proprio in casa di Hugo Pesce. Questi fece alloggiare i due giovani amici in un ospedale, ma li ebbe spesso ospiti all’ora dei pasti. Dai loro diari sappiamo quanta influenza positiva ebbero su Ernesto le conversazioni con quell’allievo diretto di Mariátegui, a sua volta uomo di scienza e di dialettica marxista. Se veramente il marxismo di Guevara prese le mosse di lì - come sono propensi a pensare i principali biografi - occorre dire che non avrebbe potuto avere inizio migliore, in senso politico e filosofico.
«Coming at the right moment in his own quest for a guiding social philosophy, Pesce’s beliefs and personal example offered a potential structure to emulate. From then on, the idea that he should find something similar for himself began forming in Ernesto’s mind. As for Marxism-Leninism, he was interested, but he still had to acquire more knowledge before committing himself to a particular ideology» (Anderson, pp. 85-6).
«Giungendo al momento giusto della sua ricerca di una filosofia sociale che lo guidasse, le idee di Pesce e il suo esempio personale fornivano una struttura potenziale da emulare. Di lì in poi l’idea che dovesse trovare qualcosa simile per se stesso cominciò a formarsi nella mente di Ernesto. Riguardo al marxismo-leninismo egli era interessato, ma doveva ancora acquisire maggiori conoscenze prima di votarsi a un’ideologia in particolare».
La stima che Guevara manterrà sino alla fine per questa complessa e affascinante figura di medico/militante/marxista (un riflesso evidente di ciò che lo stesso Ernesto aspirava a diventare, cogliendo in Pesce una sorta di «alter-super-ego»), è confermata dalle parole che gli scrisse nel 1962 come dedica al libro Guerra de guerrillas: «Al Doctor Hugo Pesce que provocara, sin saberlo quizás, un gran cambio en mi actitud frente a la vida y la sociedad, con el entusiasmo aventurero de siempre, pero encaminado a fines más armónicos con las necesidades de América. Fraternalmente Che Guevara». Al Dottor Hugo Pesce che produsse, forse senza saperlo, un gran cambio nel mio atteggiamento di fronte alla vita e alla società, con l’entusiasmo avventuriero di sempre, ma incamminato verso fini più armonici rispetto alle necessità dell’America [del Continente americano (n.d.a.)]. Fraternamente Che Guevara».


martedì 12 marzo 2019

Roberto Massari / Guevara e Marx


Ultima foto del Che vivo

Guevara e Marx

Remake critico di un vecchio film


ROBERTO MASSARI
19 LUGLIO 2018
Questo è il testo che ho presentato al Convegno Internazionale Karl Marx: la vita, le idee, l'influenza. Un esame critico del bicentenario. La conferenza è stata organizzata dall'Asian Development Research Institute (ADRI) a Patna (Bihar, India) dal 16 al 20 giugno 2018. Il film è così composto:
Primo tempo: OUVERTURE: Scena 1 [La Paz, 1996], Scena 2 [Dar es Salaam, 1965]

FLASHBACK: Scena 3 [Lima, 1952]), Scena 4 [Roma, 1969]

Intervallo: Scena 5 [Sierra Maestra, 1956-58]

Secondo tempo: ORTHODOXY STORY: Scena 6 [dall’Avana a Mosca, 1959-63]

HERESY STORY: Scena 7 [da Mosca all’Avana, 1963-65]
MARXIST STORY: Scena 8 [Praga, 1966]
FADE-OUT: Scena 9 [Vallegrande, 9 ottobre 2017] - THE END (OPERE CITATE).

Primo tempo

OUVERTURE

Scena 1 [La Paz, 1996]

Alle 10.30 del mattino di martedì 1° ottobre 1996 cinque persone visibilmente emozionate scesero in ascensore i 30 metri che portavano nel sotterraneo del Banco Central de Bolivia. Erano tre giornalisti, un fotografo e uno studioso di Guevara ai quali il Governo boliviano aveva dato per la prima volta libero accesso alla cassetta di sicurezza «A-73» in cui era ed è contenuto l’originale del Diario di guerriglia del Che.

Nella cassetta però vi erano altri materiali molto importanti, come scoprì con emozione Carlos Soria Galvarro Terán (n. 1944), mio grande amico, compagno di ricerche e principale studioso del Che in Bolivia (all’epoca lo era insieme a Humberto Vázquez Viaña [1937-2013]). Nella cassetta infatti trovarono a) l’originale in spagnolo del Diario di Pombo, che si credeva scomparso dopo la sua traduzione in inglese, b) le schede di valutazione dei membri della guerriglia, c) il quaderno rosso ad anelli con le pagine di diario dal 7 novembre al 31 dicembre 1966 (oltre a note e bozze di comunicati), d) l’agenda tedesca in similpelle con le pagine di diario dall’1 gennaio al 7 ottobre 1967.
Ma è proprio in fondo a questa agenda, nelle cinque pagine finali della rubrica, che Carlos compì la scoperta più sconvolgente per noi studiosi del Che e da cui prende le mosse questa mia riflessione sul rapporto di Guevara con Marx: erano infatti cinque pagine contenenti un elenco di 109 titoli di libri (15 dei quali contrassegnati da una crocetta in rosso), suddivisi per mesi (a calare in quantità) da novembre 1966 a settembre 1967. Era una documentazione del tutto inedita che dimostrava l’interessamento profondo che il Che aveva continuato a nutrire per lo studio e l’elaborazione teorica fino alle ultime ore della sua vita, pur trovandosi in circostanze disperate e pur sapendo di essere ormai destinato alla sconfitta (militare).
Carlos mi fece avere le foto dell’elenco e io lo pubblicai a colori (per evidenziare le crocette in rosso) nel numero 2 di Che Guevara. Quaderni della Fondazione/Cuadernos de la Fundación [CGQF], 1999, pp. 261-3. I titoli citati abbracciavano un ampio arco di temi e non sembravano riconducibili a un particolare progetto bibliografico. A noi studiosi parve che si potessero suddividere grosso modo in sei categorie: 1) filosofia e scienza, 2) dottrina politica e militare, 3) storia e società latinoamericana, 4) storia, società e antropologia boliviana, 5) romanzi e narrativa mondiale, 6) strumenti di lavoro come dizionari, repertori statistici, questioni di medicina.
Il primo gruppo è quello che interessa in questa sede e in esso si potevano includere - oltre a N. Machiavelli (Il Principe e altri scritti politici), G.W.F. Hegel (Fenomenologia dello spirito) e L. Morgan (La società primitiva) - opere sul marxismo oppure di ispirazione marxista (vedi note [1]).
L’ultimo nome della lista - unico per il mese di settembre 1967 - fu identificato in un primo momento come un approssimativo «F.O. Nitzsche», facendo brillare gli occhi a chi già sperava di poter scrivere un saggio su un eventuale «superomismo» del Che. Ma in seguito Carlos Soria decifrò meglio il nome e stabilì che si trattava del grande esperto militare Ferdinand Otto Miksche (1904-1992) e del suo lavoro Forze segrete [cfr. CGQF. n. 8/2010, p. 273].
Per molto tempo non sapemmo che interpretazione dare di quella lista di libri, così ampia ma anche così apparentemente disordinata, tanto da far sospettare che invece un proprio ordine dovesse averlo, anche se molto nascosto. Altrimenti come spiegare che essa fosse stata tracciata su un agenda facente funzioni di diario militare e in una situazione certamente non favorevole allo studio? Del resto, il quantitativo di oltre un centinaio di libri (alcuni in grossi volumi) sarebbe stato veramente eccessivo per pensare che il Che lo avesse potuto portare con sé durante gli spostamenti della guerriglia. E se quei libri li avesse lasciati nei nascondigli da lui fatti costruire negli accampamenti preparati nei primi mesi - e quindi di lì confiscati dall’esercito dopo il loro ritrovamento - sarebbero sicuramente riemersi nel mercato «clandestino» degli oggetti guevariani gestito per anni da alcuni degli ufficiali che avevano partecipato alle operazioni di controguerriglia: i militari, infatti, vendettero privatamente tutto ciò che era appartenuto al Che, e una sua eventuale «biblioteca ambulante» avrebbe avuto certamente una base d’«asta» molto elevata.
Non restava che pensare a una lista dei desideri formulata da uno studioso marxista come Guevara, dotato di un vasto campo d’interessi e già dimostratosi grande divoratore di libri in tutta la sua vita. Oppure pensare, in alternativa, che si trattasse di un preciso piano di letture, nel quale il settore «marxologico» rivestiva un’importanza particolare.
Questa seconda ipotesi si dimostrò esatta, ma la potemmo convalidare solo qualche tempo dopo, quando emerse un nuovo documento, rimasto inedito a lungo nonostante l’importanza che avrebbe avuto «a caldo» per una definizione accurata della più autentica dimensione teorica guevariana. La marea di sciocchezze che dopo la sua morte furono scritte in libri e articoli sul «marxismo-lenismo» del Che e sulla sua presunta ortodossia, si sarebbe potuta evitare anche grazie alla lettera che sto per esaminare e che fornisce la chiave esplicativa del progetto «boliviano» di letture qui menzionato.
Scena 2 [Dar es Salaam, 1965]

Chiuso nell’abitazione dell’ambasciatore cubano in Tanzania (Pablo Rivalta, 1925-2005), reduce dalla sconfitta della spedizione militare in Congo («la historia de un fracaso», la definì lo stesso Guevara) e prima di trasferirsi a Praga, il Che scrisse il 4 dicembre 1965 un’importante lettera ad Armando Hart Dávalos (1930-2017). Questi era un dirigente storico del Movimento 26 di Luglio [M26-7], marito della fondatrice di Casa de la Américas (Haydée Santamaría Cuadrado [1920-1980]) e padre della «trotskoguevarista» Celia Hart Santamaría (1963-2008), che così si autodefiniva negli ultimi anni, prima di morire in un incidente d’auto. Armando Hart era stato il primo ministro dell’Educazione nel governo cubano, dal 1959 al 1965. Sarà poi ministro della Cultura dal 1976 al 1997 e lascerà una serie di opere teoriche tra le quali vale la pena di citare in questa sede il saggio su Marx, Engels e la condizione umana (2005). Vedremo perché.

Dopo una premessa in cui Guevara informava Armando Hart della propria ripresa d’interesse per gli studi di filosofia, la lettera sviluppava due temi fondamentali: 1) la constatazione desolata dello stato in cui versavano gli studi sul marxismo a Cuba per mancanza di materiali che non fossero quelli prodotti dal mondo sovietico; 2) un piano di studi ben strutturato da far approvare e realizzare concretamente il prima possibile. È da notare che nella premessa vi era l’ammissione da parte del Che di aver tentato in due «riprese» §[rounds]§ di approfondire la filosofia del «maestro Hegel», finendo sempre al tappeto, ma avendone ricavato la convinzione di dover ricominciare gli studi filosofici dagli inizi (vedi il punto 2).
Riguardo al primo punto Guevara affermava che a Cuba non esistevano materiali seri di marxismo, se si escludevano «los ladrillos soviéticos que tienen el inconveniente de no dejarte pensar, ya que el partido lo hizo per ti y tú debes digerir» §«i mattoni sovietici che hanno l’inconveniente di non lasciarti pensare, giacché il partito lo ha fatto per te e tu devi digerire»§. Un metodo che il Che definiva «antimarxista» e che si fondava sulla cattiva qualità dei libri disponibili (per lo più di matrice sovietica). Libri che si pubblicavano sia per comodità editoriale (visto che l’Urss contribuiva finanziariamente, aggiungo io) sia per «seguidismo ideológico» §«codismo ideologico»§ nei confronti degli «autori sovietici e francesi». Con i secondi Guevara intendeva riferirsi ai marxisti ufficiali del Pcf - che in quel periodo andavano per la maggiore non solo in Francia, ma anche in vari altri partiti comunisti - raccolti sotto la supervisione di Roger Garaudy (1913-2012) all’epoca ancora stalinista, prima di intraprendere le molte svolte che lo porteranno a convertirsi all’islamismo nel 1982.
Riguardo al secondo punto, non si fatica a riconoscere una griglia interpretativa applicabile a una parte importante del piano di letture che il Che redigerà in Bolivia circa un anno dopo e di cui si è parlato. Questo precedente progetto di studio (che era personale, ma che il Ministero avrebbe dovuto organizzare anche per il popolo cubano) appariva diviso in otto sezioni. E per ogni sezione venivano indicati alcuni autori da pubblicare o da approfondire:

1. La storia della filosofia da inquadrare nell’opera di uno studioso possibilmente marxista (si citava Michail Aleksandrovič Dinnik [1896-1971] autore di una storia della filosofia in 5 voll.), senza ovviamente trascurare Hegel.

2. I grandi dialettici e materialisti. Per cominciare, Guevara citava Democrito, Eraclito e Leucippo, ma gli appunti boliviani ci fanno capire che stava pensando anche all’opera di Rodolfo Mondolfo (1877-1976), noto marxista italiano emigrato in Argentina nel 1939 per sfuggire in quanto ebreo alle leggi razziali adottate dal fascismo. Una sua storia de El pensamiento antiguo era stata tradotta in spagnolo e pubblicata in varie edizioni, a partire dal 1942.

3. Filosofi moderni. Non venivano fatti nomi in particolare, ma il Che non escludeva la pubblicazione di «autori idealisti», purché li si accompagnasse a un apparato critico.

4. Classici dell’economia e precursori. Adam Smith, i Fisiocratici...
5. Marx e il pensiero marxista. Guevara lamentava l’inesistenza a Cuba di alcuni testi marxiani fondamentali e proponeva la pubblicazione di opere di Marx-Engels, Kautsky, Hilferding, Luxemburg, Lenin, Stalin «y muchos marxistas contemporáneos no totalmente escolásticos» §«e molti marxisti contemporanei non totalmente scolastici»§. Questo ultimo avviso si ricollegava al punto 7.
6. Costruzione del socialismo. Con particolare attenzione a governanti del passato e agli apporti di filosofi, economisti e studiosi di statistica.
7. Eterodossi e capitalisti (purtroppo raccolti sotto la stessa sezione [n.d.a.]). Oltre al revisionismo sovietico (per il quale Guevara non poteva non citare il Chruščëv dell’epoca sua), tra gli eterodossi veniva nominato Trotsky, accompagnandolo con una frase sibillina, quasi a dire che era arrivato il momento di prendere atto che anche lui era esistito e che «aveva scritto» delle cose. Mentre fra i teorici del capitalismo si citavano come esempi Marshall, Keynes e Schumpeter da «analizzare a fondo».
8. Polemiche. Con l’avvertenza che proprio grazie alle polemiche era avanzato il pensiero marxista, Guevara affermava che non si poteva continuare a conoscere la Filosofia della miseria di Proudhon solo attraverso la Miseria della filosofia di Marx. Occorreva andare alle fonti. Rodbertus, Dühring, il revisionismo (qui s’intendeva quello della socialdemocrazia tedesca), le controversie degli anni ‘20 nell’Urss. Questa sezione veniva indicata dal Che come la più importante ed era evidente l’intento di una polemica diretta contro il conformismo dilagante nel partito cubano e nell’insieme del mondo prosovietico. E non a caso il tema del «seguidismo» §«codismo»§ ricompariva nella conclusione della lettera, con un accenno di velata complicità rivolto fraternamente ad Armando Hart contro «los actuales responsables de la orientación ideológica»§«i responsabili attuali dell’orientamento ideologico»§ ai quali, secondo il Che, non sarebbe stato «prudente» inoltrare quel tipo di progetto di studi.

Un invito alla «prudenza» che Armando Hart prese un po’ troppo alla lettera, decidendo di tenere nascosto un testo così prezioso. Ma oltre alle preoccupazioni fondate del Che, egli aveva una ragione particolare tutta sua per non far circolare la lettera (e la figlia Celia mi disse [a ottobre 2006] di non averglielo potuto perdonare quando era venuta a saperlo): il ministro cubano dell’Educazione aveva avuto e forse ancora aveva delle simpatie particolari per Trotsky e le aveva mantenute gelosamente segrete visto che non erano mai affiorate in alcuno dei suoi libri. Ma Guevara - unico dirigente cubano che della questione Trotsky si era saltuariamente interessato - ne era venuto in qualche modo al corrente. Per questo quando nella lettera nominò il celebre «eretico», rivolgendosi ad Armando Hart lo definì «tu amigo Trotsky»§«il tuo amico Trotsky»§. Nella Cuba del 1965, a un mese dal Congresso della Tricontinentale (gennaio 1966), in cui il discorso conclusivo di Fidel Castro (1926-2016) avrebbe segnato anche in forma ufficiale e definitiva il passaggio di Cuba nel campo sovietico (già avvenuto da tempo nella sostanza), il sospetto di simpatie trotskiste sarebbe stato incompatibile con la carica governativa ricoperta. Per questo la lettera «scomparve» per oltre trent’anni.
Sarà pubblicata per la prima volta a settembre 1997 in Contracorriente (a. III, n. 9) e poi dallo stesso Hart nel 2005, nel libro su Marx ed Engels citato (pp. XLIII-XLVIII), con riproduzione fotostatica delle pagine originali. Fu così quindi, solo dopo aver preso visione di un testo così prezioso per stabilire il livello di riflessione sul marxismo raggiunto da Guevara, che per quelli di noi interessati a farlo divenne possibile fornire una spiegazione valida per il piano di letture abbozzato nell’agenda del diario di Bolivia. Nelle parole tratte da Otro mundo es posible, di Néstor Kohan (n. 1967), principale studioso del Che in Argentina: «Esta carta permite observar el grado de madurez alcanzado por el Che en cuanto a la necesidad de búsqueda de una alternativa filosófica e ideológica autónoma frente a la “ortodoxia” marxista, incluyendo dentro de ella, tanto a la cultura oficial de la Unión Soviética como a la oficialidad por entonces en China» (Otro mundo es posible, p. 155) §«Questa lettera permettere di cogliere il grado di maturità raggiunto dal Che riguardo alla necessità di ricercare un’alternativa filosofica e ideologica autonoma nei confronti dell’“ortodossia” marxista, includendovi sia la cultura ufficiale dell’Unione Sovietica, sia l’ufficialismo esistente all’epoca in Cina».§
Nel momento in cui scriveva una lettera così importante, Guevara stava vivendo un periodo di transizione tumultuosa, forse il più instabile della sua vita, certamente il più drammatico: andato via da Cuba e sconfitto nel gran debate económico; dimissionario dagli incarichi governativi e senza più alcuna cittadinanza; privato del sostegno del suo grande amico Ahmed Ben Bella (1916-2012) rovesciato a giugno 1965 dal colpo di stato di Houari Boumédiène (1932-1978) con cui era iniziato il declino della rivoluzione algerina; reduce dal disastro congolese; ostile alla politica di coesistenza pacifica dei sovietici; critico lucido e agguerrito del modello di costruzione del socialismo in Urss; consapevole dell’involuzione che stava vivendo la rivoluzione cubana; ansioso di tornare a ciò che egli considerava un’autentica prassi rivoluzionaria (la guerra di guerriglia); diffidente verso le certezze teoriche propagandate come «marxismo ortodosso» e «leninismo». Era evidente che la riflessione teorica che desiderava riprendere in forma sistematica e quasi «professionale» - e della quale aveva parlato per primo ad Armando Hart (forse perché anch’egli in vago odore di eresia...) - era a sua volta un prodotto delle delusioni politiche più recenti. Restava solo il dubbio su quanto antiche fossero in campo teorico le radici «genetiche» di quelle delusioni alle quali avrebbero dovuto porre riparo le nuove riflessioni.
[1] Note:

C.D.H. Cole, L’organizzazione politica;

B. Croce, La storia come pensiero e come azione [col titolo che si usa in spagnolo: La historia como hazaña de la libertad (simile all’inglese: The philosophy of history and the duty of freedom)];

M.A. Dinnik, Storia della filosofia I;

F. Engels, Ludwig Feuerbach e il punto d’approdo della filosofia classica tedesca, Dialettica della natura;
M. Gilas, La nuova classe;
Lenin, Lo sviluppo del capitalismo in Russia, Materialismo ed empiriocriticismo, Alcune particolarità dello sviluppo storico del marxismo, Quaderni filosofici;
Liu Shao-chi/Liu Shaoqi, Internazionalismo e nazionalismo;
G. Lukács, Il giovane Hegel e i problemi della società capitalistica;
Mao Tse-tung/Mao Zedong, Intorno alla pratica;
K. Marx, Per la critica della filosofia del diritto di Hegel;
R. Mondolfo, Il materialismo storico in F. Engels;
Trotsky, La rivoluzione permanente, Storia della rivoluzione russa I e II;
Stalin, Il marxismo e il problema nazionale e coloniale, La questione nazionale e il leninismo, Questioni del leninismo;
Ch. Wright Mills, I marxisti.

Tutte le immagini che corredano l'articolo sono tratte dal libro di David Kunzle, Chesucristo. The fusion in image and word of Che Guevara and Jesus Christ, De Gruyter, Berlin/Boston 2016, pubblicato in Italia da Massari editore, Bolsena 2015.