sabato 13 febbraio 2016

L'Arte femminile in Fiera / La 40esima edizione di Arte Fiera Bologna 2016

Jenny Boot, Little Joker
The Public House of Art, Amsterdam, Arte Fiera 2016

L'Arte femminile in Fiera

La 40esima edizione di Arte Fiera Bologna 2016

GIOVANNA LACEDRA
13 FEBBRAIO 2016



La 40esima edizione di Arte Fiera Bologna ha chiuso quest’anno con ben 58.000 visitatori. Le gallerie in mostra sono state 190, di cui il 16% straniere. Molto successo ha avuto la sezione Nuove Proposte. Per chi fa, cura, ama o colleziona arte, l’ultimo week end di gennaio è ogni anno dedicato al capoluogo emiliano. E anch’io, come di consueto, mi sono fiondata a Bologna per visitare sia la Fiera d’Arte per eccellenza che l’altra, quella alternativa, quella giovane, frizzante e “donna”: SetUp Art Fair. Una creatura generata dall’entusiasmo e dalla pertinacia di due effervescenti curatrici: Simona Gavioli (presidente) e Alice Zannoni (direttore). Per non smentirmi, la passeggiata tra i padiglioni e gli spazi dell’autostazione è stata finalizzata alla “cattura” di opere realizzate da donne. Ne consegue il taglio di questo articolo, squisitamente e orgogliosamente femminile.

Ines Fontenla, Derive e approdi
Installazione, Nuova Galleria Morone, Milano, Arte Fiera 2016

Tra le prime donne che ho scovato ad Arte Fiera, l’inconfondibile Carla Bedini, anche quest’anno presentata dalla galleria milanese Ca’ di Fra. La sua inquietante e tenera creatura dagli occhi immensi era dipinta su garze di grandi dimensioni. La Galleria Maurizio Corraini di Mantova, invece, proponeva il lavoro grafico di Sissi, artista maggiormente nota per le sue performance. Titolato Lezioni di Anatomia, questo nuovo progetto constava di una serie di stampe fotografiche ritraenti parti anatomiche umane e animali, arricchite da interventi a china. La composizione era inoltre corredata da un catalogo illustrato e sfogliabile.
Prometeo Gallery, nota galleria d’arte milanese che da sempre segue e presenta il lavoro di artiste affermate, esponeva nel suo stand alcune grandi foto della performer guatemalteca Regina Josè Galindo, tra cui una tratta dalla performance Hilo de Tiempo, realizzata in Messico nel 2012 e l’altra ricavata da Tierra, azione del 2013 durante la quale l’artista si era posta immobile e nuda in mezzo alla natura, lasciando che una ruspa le scavasse il vuoto intorno. Sempre da Prometeo ho apprezzato le carte di Sandra Vàsquez De La Horra, artista cilena nata nel 1967. Realizzate a grafite ed esposte nude, queste carte presentavano soggetti onirici mescolati a costumi o elementi rituali appartenenti alla cultura latino-americana, e si distinguevano per la grande carica erotica. La curiosità tecnica stava, invece, nel fatto che questi lavori, in fase finale, sono stati immersi in una cera che ha funto da fissativo per la grafite. Gabriella Ciancimino è invece una giovane artista palermitana che realizza opere dalle cornici sagomate e irregolari in cui una trama a più livelli rivela geografie intagliate con un cutter. I lavori presenti in fiera erano mappe in cui pareva avvenire un augurabile superamento dei confini imposti. Il senso di tutto il suo lavoro sta nell’indagine stessa del concetto di emigrazione. Ancora, da Prometeo Gallery, ho apprezzato le fotografie estremamente contrastate di Maria José Arjona, artista bogotava che lavora sulla figura del volatile.

Mona Artoum, Canepeneri Gallery, Milano-Genova, Arte Fiera 2016

C+N Canepeneri Gallery (Milano-Genova) ha presentato, alle soglie del suo stand, un’affascinante installazione di Mona Artoum, datata 2004. Un numero imprecisato di bottiglie verdi rotte e tese in differenti inclinazioni, sbucava dal pavimento. La Galleria Colossi di Brescia, invece, ha optato per qualcosa di più acceso e illusionistico: Red Straws di Franscesca Pasquali era infatti un’interessante installazione optical costituita unicamente da cannucce dalle calde cromie, poste a diverse altezze, che ricordano il dinamismo ottico di Riley o Vasarely. Un altro stand che ha presentato diversi nomi femminili di livello, è stato quello della Nuova Galleria Morone, di Milano. Tra questi è spiccato quello di Mariella Bettineschi, nelle cui fotografie alcune delle protagoniste femminili di grandi opere della storia dell’arte italiana – la Fornarina di Raffaello o la Giuditta di Caravaggio – si mostravano sdoppiate sul plexiglass. Derive e approdi era invece un’istallazione composta di valige e parole, firmata Ines Fontenla, artista argentina che vive e lavora tra Roma e Buenos Aires.
La galleria romana z2o SaraZanin ha esposto un lavoro dal nostalgico e delicato lirismo. Si tratta dell’installazione Le Materie Plastiche di Ekaterina Panikanova: incollati su di un grande pannello ligneo, una serie di vecchi libri ingialliti restano aperti su pagine dipinte. L’immagine totale, dipinta a frammenti sui vari testi, è quella di una nonna che si china verso il suo nipotino. E anche l’immagine dipinta aveva il sapore di una foto in bianco e nero anni Cinquanta. Il colpo di fulmine mi ha sorpresa invece nell’area Nuove Proposte, dove mi sono imbattuta in una giovanissima galleria di Amsterdam, The Public House of Art, che esponeva lo straordinario e spiazzante lavoro fotografico di Jenny Boot, fotografa olandese la cui ricerca è un viaggio attraverso percorsi accidentati. In opere dalle buie cornici barocche, come The little Joker o The Betrayal, inquietanti figure si stagliano su un fondo nero, in una rivisitazione noir e beffarda della storia di Batman.
Sandra Vàsquez De La Horra, Prometeo Gallery, Milano, Arte Fiera 2016

Anche l’altra fiera, SetUp, quella tutta dedicata agli artisti emergenti, ha avuto anche quest’anno un grande successo. Il tema era l’Orientamento, inteso non soltanto da un punto di vista geografico e territoriale, quanto anche intimo e identitario. Orientarsi nella vita e dentro se stessi, cercare una bussola che guidi nei maremoti interiori, nel tumulto di desideri inaccolti, sulla mappa di un volto che fatichiamo a decriptare. In primissima linea tra le artiste che già amavo, ma che in questa occasione mi ha decisamente sedotta, la performer Tiziana Cerca Rosco che all’interno del progetto di Vita Privata Home Gallery ha realizzato una magnifica e disarmante installazione sul Labirinto, ricostruendo una sorta di “stanza del Minotauro”. La voce dell’artista, nel delicato loop di una narrazione registrata in cui viene letto il racconto di Borges La casa di Asterione, accompagna il fruitore in un percorso ristretto e cingente, tra calchi in gesso feriti e strepitosi autoscatti eseguiti in sette secondi. Il corpo di Tiziana – l’essenza di Tiziana – diventa non solo quello del Minotauro, bensì di tutti i personaggi del mito. In questa stanza lo sforzo di orientarsi tra la terra del legame e quella della solitudine, crea senz’altro impeti e vertigini.
BI-Box Art Space, giovane e frizzante galleria di Biella fondata e diretta da Irene Finiguerra, ha presentato due interessanti artiste: Alessandra Maio e Micaela Lattanzio. La Maio svolge da sempre una ricerca molto intima mediante l’uso della scrittura, precisamente attraverso l’estetica della grafia e la ripetizione compulsiva di una sola frase. Come un mantra, il concetto ripetuto crea immagini e produce una catarsi. Il titolo dell’opera presentata a SetUp era semplicemente Nuvola. L’essenzialità sognante sempre presente, a mio avviso, nel lavoro della Maio, ha qui lo stesso peso di una parola inconfessata, mai detta, ma pronunciata milioni di volte dall’inchiostro del silenzio. Nuvola è una stampa fotografica, un frammento di cielo catturato dall’artista dopo essere stato lungamente osservato in un momento di forte disorientamento. Perché quando il miracolo sopraggiunge non sai mai dove ti trovi, dentro di te. La nuvola è passeggera. Passeggera come un pensiero negativo che prima o poi andrà in un’altra direzione. Sulla nuvola, con la consueta elegante grafia, Alessandra ha scritto e riscritto questa frase: “non devo pensarci più”. L’altro suo lavoro esposto si intitolava Prove di colore. Sulla carta, prove ad acquerello, alla ricerca dell’esatto celeste del cielo, erano interrotte da una prova di grafia, in cui la frase ribadita era: “non riesco ad essere come vorrei”.

Micaela Lattanzio, Costellazioni, Bi-Box Art Space, SetUp Art Fair 2016

Sempre da BI-Box, l’altra faccia della frammentazione dell’io è esistita nei minuziosi mosaici fotografici di Micaela Lattanzio, artista romana specializzata in decorazione musiva ma che nel suo percorso ha tradotto il virtuosismo della poetica del frammento in una indagine di scomposizione e ricomposizione del ritratto fotografico. Il trittico Costellazioni presentato a SetUp, ha visto la ricomposizione in chiave neodivisionista di tre ritratti femminili, racchiusi in essenziali e sofisticate cornici esagonali. L’artista ha stampato il ritratto e poi lo ha ridotto in piccolissimi tasselli. Ciascun frammento è stato poi fissato alla superficie con uno spillo, mantenendo alcuni millimetri di distanza dal piano, di modo da creare, nella riorganizzazione dell’immagine, un effetto di lievità e rarefazione. La Galleria VV8 di Reggio Emilia, ha esposto, invece, il lavoro fotografico di Oriella Montin in due progetti datati 2005 e mai portati fuori dal suo studio prima d’ora. Il primo,Paradise Hard, constava di scatti rubati a frame di film erotici della prima metà del Novecento su cui l’artista è intervenuta con pennellate di colore acrilico dalle tonalità calde, per isolare ed evidenziare un erotismo muto e a tratti autistico. La seconda serie era invece titolata Marlene Dietrich e anche in questo caso si è trattato di scatti colti da frame, che ritraggono la celebre attrice nel film Blond Venus.
Infine, una nuova realtà espositiva che mi ha particolarmente colpita è stata il MMAC – Marta Massaioli Arte Contemporanea, di Fabriano (AN) che a SetUp ha presentato l’installazione di una giovanissima artista romana: Sveva Angeletti. A casa ovunque era una composizione di foto, autoscatti, oggetti e frammenti testuali, interamente disposta e fruibile sul pavimento. Gli elementi, di piccolo formato, posizionati casualmente, non erano altro che un momento del viaggio, in noi stessi e nel mondo. E tutti insieme andavano a costruire un invisibile bagaglio, quello della memoria, col quale ciascuno di noi si muove e orienta nell’esistenza.

WSI


Lady Optical / Bridget Louise Riley
Ketty La Rocca / Il mio corpo dall'Io al Tu
Shamsia Hassani / Street Art in burqa a Kabul
Eleanor Antin / Tra autobiografismo e alterazioni estetiche
Rosalba Carriera / Fino all'ultimo sguardo
Yoko Ono / La bambina dell’oceano diventa una performer
Berthe Morisot / La donna dell'Impressionismo
Suzanne Valadon e la Belle Époque / Dai ritratti all’indagine della nudità
Valie Export / Quando l'arte è autodeterminazione
Francesca Woodman / Alcune disordinate geometrie interiori
Shirin Neshat / Silenzi scritti sul corpo
Jana Sterbak / Sotto la carne
Ana Mendieta / Con il sangue e con il corpo
Hannah Wilke / Il corpo in dialogo
Orlan / La mia opera d’arte sono Io
Pippa Bacca / Quando la performance diventa missione
Regina José Galindo / La poetica della violenza





Viaceslav Korolenkov / Donne


Viaceslav Korolenkov
DONNE






mercoledì 10 febbraio 2016

La colpa del Bene / Prima delle leggi sociali

Raffaele Borella, Le madri, 1918
Raffaele Borella, Le madri, 1918

La colpa del Bene

Prima delle leggi sociali

9 FEB 2016
di
GIULIANA BÈRENGAN

La tracotanza, quella che i Greci chiamavano hybris, è una parola che racchiude in sé presunzione, violenza, arroganza; la perdita dell’armonia con se stessi e con l’Universo, la rottura dell’equilibrio assicurato dal rispetto della giustizia e delle norme etiche prima ancora che delle leggi sociali.
È una parola pesante, gonfia di superbia, davvero troppo, e sempre più, sottovalutata nelle sue drammatiche e rovinose conseguenze. È l’illimitata sicurezza del proprio ”diritto” ad esigere, a pretendere, a far valere le proprie ragioni, ad esercitare il proprio potere senza deroghe, senza alcun cedimento; è il possesso della verità, che sempre giustifica se stesso, che non ammette dubbi e si nutre delle proprie certezze come di un impercettibile veleno che, “mitridaticamente”, diviene abitudine alla sopraffazione, al linguaggio dominatore che impone il silenzio a chi viene considerato più debole, che si erge con protervia a sfidare ogni limite, a prendersi ogni presunta libertà, straripante di orgoglio e di insipiente spavalderia.
La conseguenza del peccato di tracotanza, perché tale lo consideravano gli antichi, era l’accecamento, quello fisico di Edipo, ma anche la follia accecante che, facendo perdere di vista la misura, apre la via ad ogni eccesso, alle deliranti illusioni di onnipotenza.
Ed è questa follia che oggi ricompare e si ripropone come tracotanza “di genere”, protervia scellerata, o forse sventurata, di un “maschile” che esige di farla brutalmente da padrone su un “femminile” di nuovo punito per il solo fatto di esistere, quasi rispondendo ad una ancestrale memoria di colpa che vuole vendetta e giustifica il castigo.
Eppure oggi siamo venuti a conoscenza di altre verità e sappiamo che la perdita della paradisiaca bellezza del giardino dell’Eden è in realtà la rappresentazione storica del catastrofico cambiamento che, come ha ampiamente dimostrato l’insigne archeologa Marija Gimbutas, vide prevalere i bellicosi pastori delle steppe sulle popolazioni che praticavano pacificamente l’agricoltura e veneravano nelle Grandi Madri il principio femminile che rimanda al ciclo eterno di nascita, morte e rigenerazione. Imponendo i loro Dei guerrieri, eroici e virili, sempre rappresentati in armi, riducendo le Dee e le donne al ruolo di consorti o concubine, dando sempre maggior valore al potere che toglie la vita anziché a quello che la dà, finirono per far passare una visione del mondo bellicosa e violenta che privilegiava la dominazione e il conflitto.
Il seme della sopraffazione ha dunque radici lontane, alligna in un terreno atavico, ma la lunga esperienza e la conoscenza millenaria appoggiate come amuleti sui nostri corpi di donne antiche come la Terra sanno essere antidoto al dolore e farmaco sapienziale.
Riusciamo così a ricordare che la più forte e irresistibile risposta alla cieca violenza, alla follia distruttiva è il ritorno al sapere del cuore che conosce la via della verità, dell’amore, della giustizia, che coltiva la fiducia e la custodisce abbandonandosi alla voce antenata che da sempre dimora dentro di noi.
Abbiamo un filo che ci tiene legate alla Madre originaria, un filo robusto che inanella le preziose perle dell’appartenenza al grande cerchio della condivisione per donare ad ogni donna il magico gioiello della sorellanza.
In questo filo che unisce le nostre esistenze sta la nostra forza, qui sappiamo ritrovare e far crescere la potenza che è in ognuna di noi: è una scintilla che sta dentro al nostro spirito indomito e tiene costantemente acceso il fuoco che alimenta le nostre emozioni, i nostri sentimenti, i nostri sogni, le nostre speranze. È un calore forte e delicato che accarezza con dolcezza le nostre fragilità, che asciuga le nostre lacrime ma ci fa anche piangere di gioia.
È la memoria delle donne di lontani deserti in cammino verso il pozzo profondo dove l’acqua è il bene più prezioso. È il sentire che condivide la fatica e la forza dei loro gesti immutati dai primordi del mondo con una commozione che non ha tempo, non ha spazio, ma è soltanto la percezione della grande Anima Femminile.
È la danza di ringraziamento per il raccolto abbondante, è il canto per invocare la pioggia, sono le mani che schiacciano i semi nel mortaio di pietra e si muovono al suono delle voci intonate da secoli con la medesima cadenza, è l’impasto della farina a formare l’alchimia del pane in cui acqua, fuoco, terra e aria si mescolano come per magia.
È la gioia dell’incontro con altre donne provenienti da mille luoghi, che parlano mille lingue, che cantano e ballano con mille ritmi ma con lo stesso desiderio di armonia, che si abbracciano con lo stesso amore, che si confidano desideri e attese, che si rivolgono con fiducia alla stessa Madre che parla e comprende ogni lingua, che si rallegra e gioisce di ogni gesto che le rende onore.
È la conoscenza dei percorsi che discendono dalle stelle, è il ritrovarsi nell’intuire l’arrivo del vento, il sussurro delle onde, il profumo delle stagioni nell’eterno divenire delle esistenze, è la familiarità con il silenzio; è il sapere trasmesso di madre in figlia durante l’equinozio di primavera, è il legame profondo con la Natura e le Forze primordiali alle quali le donne possono ancora attingere per salvare la qualità della vita.
È la dolorosa empatia che condivide le infinite sofferenze e umiliazioni alle quali le donne sono condannate da una visione del mondo che ancora uccide la differenza e discrimina la diversità, che impone la legge della forza sulla norma della saggezza impressa nella coscienza originaria: il corpo che grida sotto i colpi della violenza è lo stesso corpo che dà nutrimento e vita ad ogni essere, quella che urla è la stessa bocca attraverso la quale passano il respiro che dà voce a tutto ciò che vive e la parola che è alimento dello spirito.
È la tenerezza che senti verso ogni creatura, che sia animale, pianta, uomo, che, come te, vede il Cielo, tocca la Terra con le sue mani o con le sue zampe o con il suo corpo strisciante, che, come te, respira attraverso l’Aria o nelle profondità del Mare, che si scalda ai raggi del Sole o si muove silenziosa e attenta nel buio inondato dalla Luna, che, come te, conosce e ascolta i segni della paura ma sa gioire della libertà e dello scampato pericolo.
È il valore dell’ospitalità, dell’accudire e del nutrire l’ospite, dell’offrirgli l’acqua per lavarsi e dissetarsi con i gesti ancora capaci di esprimere la pietas, il desiderio di incontrarsi nel grande abbraccio della compassione.
È la preghiera che protegge e accompagna il nostro cammino attraverso la foresta che porta alla Caverna dalla quale ogni vita ha inizio e alla quale ogni vita ritorna per intraprendere un nuovo viaggio.
È un fuoco mite che scalda le nostre ossa quando cominciano a ricordarci che stiamo per incontrare la vecchiaia e che dobbiamo imparare a conoscerla, a non averne paura, a considerarla un’amica che sapevamo esistere ma che non avevamo mai conosciuto, un altro “femminile” per il quale nutrire indulgenza e comprensione, un altro legame che ci aiuterà a conoscere il rispetto per chi è più debole, per chi ha più bisogno di ascolto, di bene, di tenerezza.
È la capacità di provare stupore, di guardare le cose con occhi di bambina, è la generosità che si sofferma ad ascoltare, che sa giocare e ridere ma anche condividere i pensieri malinconici e donare un gesto di amorevole cura.
È incanto, innocenza, meraviglia!
Questo “femminile” è divino e violarlo è una colpa, un sacrilegio.



martedì 9 febbraio 2016

Coetzee / Vergogna


Vergogna, di J.M. Coetzee
Davide Ferreri

Colui il quale si convince di comprendere, fin troppo a fondo, il mondo, improvvisamente o per gradi, si rende conto che l’acquisizione di tale coscienza è vana. Rincorrendo questa vanità si lasciano le terre conosciute e sicure. Incomincia così l’anti-epopea di David, il suo addentrarsi nelle terre selvagge. In questo altro mondo gli orpelli vanno persi, le gerarchie di ieri, i valori quantitativi e la fede in una formula narrativa diacronica si dissolvono. Sarcasmo, apparente senso di superiorità e falso cinismo precipitano in semplice disperazione. Ecco allora incombere sui piccoli l’ombra poderosa di Dio.

Qualcosa del genere è quanto ho tratto dalla lettura di Vergogna, il romanzo di J.M.Coetzee.
Forse Vergogna è un romanzo sulla presenza di Dio, presenza fatta di prepotente assenza. Può darsi sia un romanzo su un tale che invita il sommo fattore a venir fuori, a farsi avanti: convinto che il senso del tutto si possa dispiegare lungo la narrazione di ognuno di noi (come si stende un tappeto in un corridoio), scopre con amarezza che non è così, imparando, infine, che il suo rappresentarsi è invece più simile ad un’epifania, ad uno squarcio impietoso sulla realtà. Il senso profondo di Dio, scoprirà David, irrompe come uno scandalo, apre una breccia sulla trama che il protagonista ha costruito di sé.




David gode di buona salute, la sua mente è lucida. Di professione è – o è stato – uno studioso, e l’erudizione, a tratti, lo avvince ancora. Vive nei limiti del suo reddito, nei limiti del suo carattere, nei limiti delle sue capacità sentimentali. È felice? Secondo i normali criteri di valutazione, sì, ne è convinto. Ma non ha dimenticato l’ultimo coro dell’Edipo: non dire di un uomo che è felice finché non è morto.” 

Il protagonista della storia non vuole più far parte di quel luogo rassicurante, rappresentato dalla sua classe di riferimento, la borghesia colta di un paese tuttavia votato alla frontiera. Avverte di aver perso l’originario senso di unicità e intraprende dunque un’azione di rottura. La risposta alla noia è la sfida.

[…] non c’è stata premeditazione. È cominciata come un’avventura, una di quelle piccole avventure insperate che capitano agli uomini di un certo tipo, che capitano anche a me e mi fanno sentire vivo. Mi scusi se ne parlo in questo modo, ma voglio essere franco.”  

E così la storia di Coetzee affonda nel dilemmatico rapporto che lega l’individuo alla massa. Il protagonista intuisce che qualcosa in lui va perdendosi, qualcosa a cui deve opporsi. L’intelligenza, la cultura, il riconoscimento sociale si rivelano come inutili orpelli nello scontro per l’emersione dall’indistinto. La massa (sia essa intesa come ceto, etnia o genere) è l’indistinto, ciò che agisce verso il singolo individuo, l’agente che pretende da lui la capacità di fondersi in soluzione. Il problema narrativo nasce quando si inceppa questa possibilità di soluzione, quando la labile alchimia si rompe. David allora compie un atto che tradisce il suo ruolo, ha una relazione con una sua studentessa. Così prende piede Vergogna.

Egli abbandona quindi il mondo civilizzato, dove la vera natura di un uomo può essere nascosta a lungo, anche la vigliaccheria e l’incapacità di ribellarsi fino in fondo.


David parla italiano, parla francese, ma né l’italiano, né il francese lo salveranno nel cuore dell’Africa nera. È inerme, una specie di personaggio da vignetta, un missionario in tonaca e casco coloniale che aspetta, mani giunte e occhi al cielo, mentre i selvaggi blaterano il loro idioma incomprensibile, preparandosi ad immergerlo nel calderone bollente. Il lavoro missionario: che cosa ha lasciato quell’immensa impresa di nobilitazione dell’uomo? Niente, si direbbe.” 

Mentre leggevo Vergogna, mi è più volte tornato in mente un discorso che una volta mi fece un terapeuta dei mali dello spirito, una metafora che chiamava in causa il mondo dei lupi. Esistono tre tipi di lupi, mi disse: il maschio alfa, il gregario e il lupo solitario. Il primo conquista la supremazia sugli altri usando qualunque mezzo, tuttavia è costretto a piegarsi alle regole che strutturano il branco, lo deve fare comunque. Per quanto grande possa essere il suo potere, non potrà in ogni caso risparmiargli l’istintiva certezza che, presto o tardi, giungerà un nuovo maschio alfa che lo vincerà. I gregari, intanto, lottano per occupare i gradini di un mondo gerarchico, ma evitano lo scontro con il maschio dominante, a meno che non avvertano i segni propizi all’usurpazione della sua posizione. Nel loro mondo inesatte valutazioni possono costare care. Infine viene il lupo che vaga da solo. Tenendo d’occhio il branco, si muove a distanza ravvicinata e attende il momento giusto per violare l’harem del maschio dominante: sperando in una sua distrazione, ingraviderà le femmine. L'intraprendenza del lupo solitario, quindi, salva il branco dai rischi del sangue stanco. Quale di queste categorie potrebbe riferirsi a David? 

E così è arrivato, il giorno della prova. Senza preavviso, senza fanfare, eccolo lì, e lui ci è dentro. Il cuore gli martella il petto con tale violenza che persino quell’organo ottuso deve aver capito. Riusciranno, cuore e proprietario, a superare la prova?

 Il trauma accade d’improvviso, senza che David lo possa prevedere. Due nativi adulti e un ragazzino irrompono nella casetta colonica della figlia Lucy: è violenza.

È sul pavimento del bagno, il bagno della casa di Lucy. Stordito riesce a mettersi in piedi. La porta è chiusa, la chiave sparita. Si siede sulla tazza e cerca di riprendersi. La casa è silenziosa; i cani abbaiano, ma più per dovere, si direbbe, che per la smania di mordere.

Se nel mondo intellettuale, a cui David apparteneva, la posizione del lupo solitario poteva essere considerata come una scelta avventurosa, dignitosa, carica di possibilità, quando questo mondo viene abbandonato, l’uomo bianco di città è posto di fronte alle concrete conseguenze di tale scelta.


La giornata non si è ancora spenta, anzi è viva e vegeta. Guerra, atrocità: questa giornata inghiotte nella sua gola nera qualunque parola si usi per cercare di impacchettarla.

I fatti narrati da Coetzee mettono in crisi le vite in cui non si sono prese delle posizioni nette, coerenti con il contesto in cui si vive. In questa storia si smascherano tante forme di dissimulazione della debolezza, mettendo a nudo l’insufficiente potere barbarico del protagonista, la sua incapacità di affermarsi. Se nel mondo urbano e intellettuale, che ha abbandonato, le occasioni di confronto brutale potevano essere evitate, così non accade nella nuova realtà in cui giunge. La scelta di vita solitaria, a cui David approda, si potrebbe forse ricondurre all’insufficienza di forza brutale necessaria al rovesciamento del maschio alfa, è forse questa la ragione per la quale odia i gregari: loro rappresentano quella debolezza di cui non si riesce a liberare. Fatto sta che David, in qualunque condizione, è tagliato fuori dal branco.


In Vergogna il tempo è una variabile interessante; il protagonista infatti cerca le motivazioni utili all’azione riferendosi anche all’unità di tempo percepita. Ecco perché David guarda di continuo al mondo degli animali; non comprendendo appieno il mondo degli uomini, fantastica sulla condizione di questi esseri, in qualche modo anela alle loro risorse. Il cervello animale, a cui David si affida per la sopravvivenza, ragiona solo su coordinate del qui e ora. Quando si crea una necessità, un allarme, un’informazione ambientale quest’organo risponde subito e adeguatamente. Mette in moto succhi, umori e tensioni, preparando la macchina alla guerra. Ciò nonostante i guai nascono quando entrano in gioco i filtri delle emozioni umane, e David è suo malgrado un uomo; ecco allora il lungo rettile del tempo muovere le sue spire, e l’uomo sgomento, percepisce nel qui e adesso l’irruzione del passato. Questa lunga biscia atavica, cresciutaci dentro fin dal nostro concepimento, si muove stimolata da ciò che percepiamo, creando delle anse fra le sue spire, che, dalla percezione animale, sono falsate come appartenenti al qui e ora. Esse però non sono altro che echi del passato, appena percepibili eppure potenti. Il loro innesco è causato da un fenomeno di risonanza, (come risuonano fra loro le corde di una chitarra): l’emozione di un vissuto lontano irrompe in un’epifania sincronica. In un attimo David, cinquantaduenne, ritorna un bambino abbandonato, o forse un vecchio, debole e indifeso.


Il tremito e la debolezza non sono che i segni iniziali e più superficiali del trauma. Ha la sensazione che dentro di lui sia rimasto contuso e ferito un organo vitale, forse addirittura il cuore. Per la prima volta ha un assaggio della vecchiaia, quando diventerà un uomo spossato, senza speranze, senza desideri, indifferente al futuro. Abbandonandosi su una sedia di plastica in mezzo al puzzo di piume di pollo e mele marce, sente l’interesse per il mondo defluirgli dal corpo goccia a goccia. Forse ci vorranno settimane, anche mesi, prima di restare dissanguato, ma il fluido vitale sta fuggendo. E quando questo processo si sarà compiuto, di lui non resterà che l’involucro di una mosca in una ragnatela, fragile al tocco, più leggero della pula, pronto per essere trascinato per altri lidi.

Penso che Vergogna tracci il percorso di una peregrinazione di un uomo, che non trova la forza di affrontare la realtà relazionale, che non vince l’horror vacui e non si abbandona al tuffo dentro al magma del sé. Forse solo alla fine intuisce che il riscatto può avvenire nel riconoscimento dell’altro, ma questa possibilità gli sfugge ancora.

Ama sua figlia, ma ci sono momenti in cui vorrebbe che fosse una creatura più semplice: più semplice e più schietta. L’uomo che l’ha violentata, il capobanda, era così. Come una lama che taglia il vento.

Vergogna (Disgrace), di J. M. Coetzee, Einaudi (2000) (trad. di Gaspare Bona)


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