venerdì 25 ottobre 2019

Un altro classico / "L'educazione sentimentale" di Flaubert



Un altro classico
Gustave Flaubert
"L'educazione sentimentale"

Giuseppe Barreca
sabato 6 agosto 2011



Ci vogliono 250 pagine prima che la signora Arnoux si rechi a casa di Frédéric Moreau; ma non lo fa per amore, perché non sappiamo ancora se lei lo ama mentre, sin dalle primissime pagine, l’autore ci ha rivelato la passione intensa di Frédéric per lei. Flaubert ci dice, infatti, che, quando Frédéric la vede la prima volta, la signora Arnoux per lui è come un’apparizione.

La signora Arnoux dunque è a casa di Frédéric. Ma deve solo chiedergli aiuto: il marito, amico del “ragazzo”, ha avuto sfortuna con gli affari e Frédéric ha disponibilità economiche… inutile aggiungere che il protagonista andrà in soccorso della famiglia Arnoux. Tuttavia la signora in questione non si mostrerà particolarmente riconoscente. Così Frédéric masticherà amaro. La signora Arnoux per il momento rimane irraggiungibile per Frédéric, benché egli la desideri oltre ogni cosa. Quando va via da casa sua, egli si mette a baciare tutte le cose che lei ha sfiorato o toccato.

Il “rivale” di Frédéric, il marito di lei, ossia Jacques Arnoux, è proprio il contrario del Nostro. Quanto Frédéric cerca di apparire sensibile, delicato, misurato, tanto l’altro è grezzo, bonaccione, edonista. Jacques Arnoux tradisce la moglie con una “mantenuta”, Rosanette, ma siamo nell’Ottocento borghese e dunque nessuno dice niente, anzi. L’uomo ha il diritto di tradire; la donna, se lo fa, è una puttana o, per essere più eleganti, una mantenuta.




Anche Frédéric ama la vita godereccia e ogni tanto si getta in essa: partecipa a balli, a pranzi, alle occasioni mondane. D’altra parte è benestante, ha del denaro, degli amici più o meno scapestrati, tutti persi a inseguire sogni artistici, politici o letterari; lui no. O meglio, ogni tanto si cimenta in qualche impresa intellettuale, ma è un inconcludente nato. Ha passioni politiche confuse. La sola certezza è che ama la signora Arnoux, anche se intreccia un’intesa relazione con l’ex amante di Jacques Arnoux, Rosanette, con la quale ha anche un figlio che morirà ancora bebè.
Flaubert tratteggia in modo magistrale il parallelo tra le due donne amate da Frédéric. Rosanette è passionale, campagnola, cinica ma anche tenera, tremendamente sola e spesso povera in canna; la signora Arnoux è il suo opposto: capelli corvini, bellezza pura, portamento nobile che ispira rispetto, è fedele al marito e alla famiglia nonostante i tradimenti subìti. Frédéric le amerà entrambe, ma in modo diverso: Rosanette è amata per la carne, la signora Arnoux per l’anima. E Flaubert ci fa capire che l’unico autentico amore di Frédéric è quest’ultimo, perché non morirà mai, durerà fino a quando la signora Arnoux avrà i capelli bianchi. Eppure i due non avranno mai contatti intimi, solo alcuni baci.
Finalmente, la signora Arnoux un giorno confesserà di amare Frédéric. Prima a se stesso e poi al ragazzo. E siamo già ben oltre la metà del romanzo: i due si conoscono ormai da otto anni. Nel descrivere la nascita di questa passione Flaubert è cauto: egli sembra condividere la “sacralità” del sentimento d’amore, quello provato da Frédéric verso la signora Arnoux. La delicatezza di questa passione, tanto duratura perché unisce corpo e anima, traspare per tutto il romanzo; l’opera diventa allora il racconto di un’educazione sentimentale di un giovane uomo che scopre l’amore giovanissimo e che non abbandona mai un’idea romantica dell’amore.
Il personaggio di Frédéric, a tratti, ci appare forse un po’ demodé: attorno a lui, al contrario, la borghesia parigina si dà alle migliori (o peggiori) gozzoviglie, sia in campo sessuale sia culinario, senza curarsi di nulla se non di salvare le apparenze. In fondo solo quello conta. Frédéric invece è diverso, è un’anima di altri tempi: egli cede soltanto per inerzia al girotondo dei balli, dei pranzi luculliani, dello sfarzo, degli abboccamenti da boudoir. Oltre a Rosanette, egli avrà anche un’altra amante, la signora Dambreuse, moglie e poi vedova di un ricchissimo uomo d’affari; ma l’abbandonerà, sulla soglia di un matrimonio assai vantaggioso, allorché la nobildonna offenderà la signora Arnoux, ormai caduta in disgrazia a causa dell’ennesimo fallimento finanziario del marito.
Lo sfondo della storia di Frédéric e della signora Arnoux è la Francia del decennio 1840-1852: un periodo storico travagliato, dove la rivolta contro l’ultimo retaggio del regime monarchico-reazionario, istituito nel 1830, sfocia in un 1848 che dà speranze di democrazia, ma che terminerà, mestamente, nel 1852, con l’ascesa al potere del regime plebiscitario di Luigi Napoleone III, prima Presidente della Repubblica e poi imperatore.
Ma i due protagonisti e gli altri personaggi del romanzo di Flaubert sono solo sfiorati da queste vicende; Frédéric antepone l’amore a tutto. Ha delle passioni politiche fugaci, a differenza di alcuni suoi amici che s’impegnano in politica senza successo. Flaubert tratteggia una società politica di voltagabbana, di approfittatori, di trasformisti e una società borghese dove la ricerca del denaro tende a offuscare qualsiasi valore umano. I fallimenti finanziari di Jacques Arnoux testimoniano la fragilità di un sistema economico e sociale spietato.
Per fortuna Frédéric e la signora Arnoux sono diversi: hanno degli ideali, dei valori, delle passioni; e benché le loro nobili aspirazioni non avranno quasi mai sfogo, essi rimarranno due figure fulgide, brillanti, in mezzo a una Babele di mestieranti, attoruncoli, aristocratici languidi e donne mantenute. È vero che le loro vite porteranno a ben poco: la rovina e la miseria per la famiglia Arnoux, l’assenza dell’amore vero nell’esistenza di Frédéric. Insomma, sono tutti degli inconcludenti, sembra affermare l’autore: Frédéric, le sue amanti, il signor Arnoux.
Tuttavia Frédéric è un uomo inconcludente perché troppo ricco interiormente, perché ha mille possibilità e non è in grado di sceglierne nessuna. Gli altri, come Jacques Arnoux, sono inconcludenti per propri limiti, per meschinità, piccineria. La signora Arnoux, invece, non è inconcludente, ma si staglia come una stella sull’universo oscuro che vegeta sotto di lei. Il bacio che ella darà a Frédéric, l’unico vero atto d’amore fisico tra di loro, eleverà Frédéric, togliendolo dal fango di una Parigi perduta.
La vita impedirà ai due di amarsi per davvero. Il destino, la miseria, li allontaneranno: appena saputo della loro rovina, Frédéric correrà dagli Arnoux, ma non troverà nessuno a casa loro. La signora è in casa, ma si nasconde dietro una porta.
Infine, passeranno quindici anni. È il 1867: Frédéric ha vissuto intensamente, ora ha 45 anni. Una sera si presenta a casa sua un’anziana signora, la signora Arnoux, ultracinquantenne. E l’amore dei due si ridesta. Lei ha i capelli bianchi ma Frédéric sembra superare il trauma di vederla invecchiata. Per pochi attimi, mentre essi rievocano i tempi del loro amore che ci fu e non ci fu, ogni cosa torna a essere presente e viva nella loro mente. Si amano ancora, nonostante tutto. E Frédéric le fa finalmente una dichiarazione d’amore come si deve, dopo quasi trent’anni da loro primo incontro, anche se è una dichiarazione d’amore per la donna che la signora Arnoux non è più:
“La vostra persona, i vostri minimi gesti, mi pareva che avessero una importanza più che umana. Il mio cuore si sollevava dietro i vostri passi come la polvere. Voi mi facevate l’effetto di una notte di luna in estate, quando tutto è profumo, ombre dolci, luce bianca, spazio infinito; e le delizie dei sensi e dello spirito erano racchiuse per me nel vostro nome, che io ripetevo, cercando di baciarlo sulle mie labbra. Non immaginavo nulla al di là di questo. Era la signora Arnoux quale voi eravate, con i suoi due bambini, tenera, seria, bella da incantare, e così buona! Quell’immagine faceva sparire tutte le altre. Come se avessi potuto anche soltanto pensarci, alle altre, mentre avevo sempre nel più profondo di me la musica della vostra voce e lo splendore dei vostri occhi”.
Il romanzo di Flaubert è costituito da un succedersi di grandi quadri, rappresentazioni della vita dell’alta borghesia francese della metà dell’800; ma l’autore ristora il lettore, che rischia di sentirsi girare la testa a causa di tanto sfarzo, con episodi di una tenerezza e di una dolcezza struggenti; oppure, Flaubert costruisce piccoli episodi ironici o amari, che arricchiscono la struttura di questo grande romanzo, a metà strada tra romanticismo e realismo.
Penso che molti lettori uomini, a un certo momento, si siano immedesimati in Frédéric. Infatti, al di là delle diverse epoche, è difficile non parteggiare per lui; e chissà se c’è per tutti, per tanti, da qualche parte, una signora Arnoux, un’immagine di purezza, di tenerezza, a metà strada tra la madre e l’amante.



David Levine / Flaubert





David Levine
FLAUBERT



Flabert e Sartre



giovedì 24 ottobre 2019

Il libro del mese / Lolita di Nabokov


Il libro del mese: Lolita di Nabokov

Giuseppe Berraca
Sabatto 27 dicembre 2008

"Lolita, luce della mia vita, fuoco dei miei lombi. Mio peccato, anima mia. Lo-li-ta: la punta della lingua compie un percorso di tre passi sul palato per battere, al terzo, contro i denti. Lo. Li. Ta. Era Lo, semplicemente Lo la mattina, ritta nel suo metro e quarantasette con un calzino solo. Era Lola in pantaloni. Era Dolly a scuola. Era Dolores sulla linea tratteggiata dei documenti. Ma tra le mie braccia era sempre Lolita".


Recentemente ho letto "Lolita" di Vladimir Nabokov.

Nabokov è geniale nella rappresentazione di Humbert Humbert, il protagonista negativo del libro, colui che concupisce Lolita: non ci troviamo infatti di fronte al classico maniaco sessuale, per di più pedofilo, bensì a un intellettuale, a un'anima sensibile e tormentata. Ad uno che scrive, che legge. E che adora le ragazzine tra gli 11 e i 13; mentre è incapace di amare una donna.

Il quadro clinico è facilmente determinabile. Ma quello che in realtà sconvolge nella storia è la banalità dell'orrore che accade. Rappresentare il male, infatti, è difficile, perché ogni retorica è dietro l'angolo. Ma quando il male è invece ben rappresentato? Quando appare banale, ossia quotidiano, "normale", come qualcosa che si mimetizza bene nella società. Nabokov tratteggia la perversione di H. H. come una specie di malattia asintomatica. E come qualcosa che gli dà comunque la felicità.

Quando muore la mamma di Lolita, cioè la donna che H.H. ha sposato solo per stare vicino alla ninfetta, il destino si mostra benevolo con il protagonista. Egli sogna da tempo di poter occuparsi di Lolita e l'idea di uccidere la madre di lei più volte lo ha attraversato. Ma come molti maniaci sessuali egli è un impotente: se non nel fisico, nella psiche. E non ucciderà la donna. Ma un incidente casuale in cui la donna perirà, darà a H.H. la possibilità di prendersi cura di Lolita, portandola in giro per l'America spacciandosi per suo padre.
Il destino è proprio benevolo con H.H. Perché, in un certo modo, è Lolita che lo bacia la prima volta che fanno l'amore in albergo. E H.H. comincia a capire che la "ninfetta" non è più tale, perché ha imparato proprio quell'estate, in campeggio, a fare certe cose.
L'odissea continua e Nabokov aggiunge alla storia della perversione sessuale una specie di spy story: c'è un uomo, un artista, Quilty, che segue la coppia per l'America. Alla fine sarà lui a portare via Lolita a H.H., ma poi la ragazza sposerà un ragazzo normale. Però H.H. ucciderà Quilty. H. H. scoprirà la propria impotenza, scoprirà che la ninfetta è stata in grado di gabbarlo, sotto ai suoi occhi. Infine, morirà in carcere: e tale epilogo appare inevitabile ai lettori, come fosse un segno di giustizia divina. Invece non è così. In fondo H.H. è in carcere per l'omicidio di Quilty...
Il romanzo di Nabokov, dunque, è un capolavoro per tante ragioni: perché mette alla berlina il moralismo e la sessuofobia dell'America del dopoguerra; perché racconta la pulsione che ribolle nel sottosuolo di tanti uomini, benché inespressa; perché mette a nudo la facilità con cui il male si insinua quando non ci sono i giusti anticorpi; perché, infine, ci presenta la storia di un malvagio che, oltre che fare il male, lo subisce. E che forse ama davvero Lolita. Egli è un uomo in preda ad una mostruosa pulsione pedofila e incestuosa. Ma muore senza rendersi conto forse della sua abiezione, al cospetto di una società silente e inerte. Infatti, chi è che gli porta via Lolita? Non certo la polizia, o l'assistenza sociale: ma un artista dedito all'alcol, alle orge, anch'egli amante delle ninfette.
Lolita alla fine ne esce bene perché vittima per antonomasia. Ma la sua "provocante" condotta dovette sembrare scandalosa ai benpensanti americani dell'epoca, alle loro figlie in apparenza tutte boccoli, trecce e caramelle. Oggi Lolita sarebbe ugualmente scandalosa? Non so, forse no, forse apparirebbe troppo timida.

POESIA E SCRITTURA



mercoledì 23 ottobre 2019

Harold Bloom / Un dandy al contrario, colto e stravagante, grande dilettante e profondo erudito

Harold Bloom


Bloom, un dandy al contrario, colto e stravagante, grande dilettante e profondo erudito

Il ritratto Il mondo invecchia, diceva, e disperava del presente, ma amava in modo appassionato la vita, e in essa la letteratura, perché la letteratura è vita



È morto ieri, all'età di 89 anni, il più grande critico americano del secolo, il più venerato e il più controverso: Harold Bloom. Anche se provato nel corpo, era rimasto giovane nello spirito agonistico, sempre pronto allo scontro - come negli anni '30 del Novecento, quando, da bambinetto ebreo, nelle strade pericolose dell'East Bronx imparò a difendersi dalle bande antisemite americano-irlandesi.

Aveva sempre amato posare da 'vecchio', sin dalla metà degli anni '60, dopo quella che definiva la sua midlife crisis, quando nel bel mezzo del cammino sembrò aver perso la direzione della vita. Raccontava che a salvarlo fu Emerson, l'apostolo del sublime, che contese la sua anima all'altro angelo, o demonio, il pessimista e ironico Sigmund Freud. Dalla crisi nacque il suo libro forse più famoso, L'angoscia dell'influenza

Era un dandy all'incontrario, Bloom - colto e stravagante, grande dilettante e profondo erudito, umanissimo e sprezzante, gentile nei modi, cortese fino al manierismo con le donne, prepotente, narcisista, feroce nel pregiudizio quanto sprezzante nel giudizio. Ma infinitamente seduttivo con gli studenti, un maestro indimenticabile; un interlocutore più simile alla figura del sileno Socrate che all'accademico tronfio e pedante.

Adorava presentarsi come una creatura umana stanca, triste, un Pierrot lunare che trasudava un'accattivante, esuberante melanconia. Il mondo invecchia, diceva, e disperava del presente, ma amava in modo appassionato la vita, e in essa la letteratura, perché la letteratura è vita - affermava. La grande poesia, predicava, altro non è se non la scena in cui si mostra la mente umana in lotta per conquistare la propria originalità. Che l'uomo sia degno di esistere niente lo dimostra meglio del teatro di Shakespeare, della poesia di Blake, di Dante, insisteva.

Del resto, lui nato nel 1930 a New York da poverissimi ebrei in fuga dagli shtlet dell'Europa orientale, era rinato leggendo BlakeCrane. Aveva imparato così l' americano, che parlava con un accento tutto suo, cresciuto com'era nella lingua yiddish. Crane, Blake furono gli agenti della sua 'conversione'. Se con tanto entusiasmo ancora ieri insegnava poesia, era perché la poesia aveva rappresentato l'inizio del suo risveglio, e sperava che il miracolo potesse ripetersi per ogni giovane uomo o giovane donna che lo seguiva.

Ricordo le sue lezioni; entrava sempre in anticipo, si sedeva tra i primi banchi, cominciava a sfogliare il libro di cui avrebbe parlato, ma non leggeva. D'un tratto prendeva a recitare by heart: col cuore, a memoria. Sapeva di poter contare su una memoria formidabile. Ma più che di un talento acquisito grazie all'esercizio, si trattava del suo modo di corrispondere alla poesia, anticipando l'inevitabilità della parola attesa alla fine del verso. Perché come pochi altri Bloom sapeva che la poesia è 'inevitabile'.

Il suo amore per la letteratura era contagioso; era la sua religione, scherzava, e Shakespeare Dio. Il suo disprezzo del fasullo, altrettanto definitivo. La grande letteratura non ha niente a che fare con l'agenda politica o sociale; ha a che fare con il sublime spirituale, con l'intensità e la profondità della bellezza. Chi confonde Donna Tartt con Dickens, chi prende sul serio Salman Rushdie, chi dà il premio Nobel a Modiano diseduca dalla bellezza, si lamentava.

Per anni Bloom s'era disperato del fatto che l'accademia fosse invasa da un branco di 'operatori culturali', critici marxisti o neo-storicisti, gay o lesbian, tutti decostruzionisti, che invece di Shakespeare, Dante, Omero, Platone, facevano leggere ai loro studenti Derridà, Greenblatt, Foucault. Come può esserci critica, senza amore della lettura? inorridiva. Simile a Falstaff, nell'infinita bonomia che lo predisponeva all'ascolto dei propri e altrui vizi segreti, c'erano però vizi che non perdonava. Enorme era in lui l'insofferenza verso l'abito mediocre dell'universitario in carriera, impegnato nella self-promotion e nell'esibizione della propria tecnica, che chiama teoria.

"Io sono arcaico" ripeteva, ma era una provocazione. Era in realtà un lottatore 'visionario', mai stanco di difendere non la propria teoria, ma la propria visione, maturata nello studio dei grandi poeti romantici inglesi, a cui aveva dedicato i suoi primi, bellissimi libri; e nella profonda adesione all'eresia gnostica, a cui dedicherà saggi molto contestati. Decisivo, in tal senso, l'incontro con Corbin e il suo 'mondo angelico', e con l'"angelo necessario" di stevensiana memoria, anch'esso tramite di accesso a regni che trascendono l'esperienza ordinaria, ma aprono in essa finestre su mondi altri. La Poesia è questo azzardo, o non è: decreterà Bloom nel suo stile lapidario, a bella posta esagerato.

Allo zio - che aveva un negozio di dolci a Brooklyn e un certo giorno, visto che il nipotino stava sempre con un libro in mano, preoccupato gli chiese: ma che intendi fare da grande? candidamente il bimbo rispose: voglio leggere poesia. Al che lo zio gli spiegò che c'erano professori di poesia a Harvard e a Yale. Il piccolo Bloom - età cinque, sei anni- piacevolmente sorpreso ribattè: allora, farò il professore di poesia.

È quello che genialmente è stato: Sterling Professor of the Humanities and English a Yale Berg Professor of English alla New York University.

Con indosso il maglione blu da marinaio, una mano sul petto all'altezza del cuore, gli occhi lucidi per l'emozione, lo rivedo che cerca un altro accesso ancora al testo che legge, come se ne andasse della sua vita. E s'illumina quando sente che il testo cede il suo segreto, come uno scassinatore quando la cassaforte si apre. Non c'è metodo che tenga, insegnava. C'è soltanto l'allenamento dell'orecchio che si affina, della mente che si intona fino a cogliere nella lettera lo spirito.

Se il sapere universitario è nella sostanza un bluff, è perché pretende di astrarre dell'immagine un contenuto. Mentre chi legge deve abbandonarsi al potere dell'immagine, farsi immagine...

Questa è stata la sua battaglia. Ha perso? Forse, ma l'onore delle armi sia comunque reso allo sconfitto.

LA REPUBBLICA



Morto Harold Bloom inventore del "Canone occidentale"

Harold Bloom

Morto Harold Bloom inventore del "Canone occidentale"

Aveva 89 anni, è stato il più grande critico americano, il più discusso, il più citato. Il più erudito. “L’ultimo barricato sul fronte del Sublime”, come diceva di sè

15 ottobre 2019




Aveva 89 anni ed è stato il più grande critico americano, il più discusso, il più citato. Il più erudito. “L’ultimo barricato sul fronte del Sublime”, come diceva di se’. Perché Harold Bloom, morto in un ospedale di New Haven nel Connecticut, ha scritto e codificato “Il Canone occidentale”, che contiene la lista analitica e ambiziosa dei grandi scrittori su cui è stata costruita la letteratura occidentale. Shakespeare per lui era “dio” e “l’inventore dell’umano”; il suo “Canone” comprende 26 autori, tra cui Dante e Cervantes, Molière e Tolstoj, Montaigne e Borges, Proust, Kafka e Virginia Woolf. 


Nato a New York l'11 luglio 1930 e cresciuto in una famiglia ebraica, i suoi saggi - ne ha scritti più di 40 - sono studiati in tutto il mondo. Dal 1951 ha insegnato a Yale, la sua università, non l’unica. Grazie anche alla forza provocatoria del Canone, uscito nel 1994 (e pubblicato in Italia da Rizzoli), che stabilisce l’eredità dei classici per codificare il patrimonio letterario di una civiltà. Proprio per queste sue tesi “indiscutibili” e per molti giudizi letterari (la stroncatura di Toni Morrison, “deplorevole” o quella di David Foster Wallace, “paragonarlo a Joyce è ridicolo”), Bloom è stato molto discusso.

Celebre avversario del politicamente corretto applicato all’arte, rispondeva fieramente: “Ho sostenuto come scrittori i cosiddetti ‘maschi europei bianchi defunti’. Beccandomi l’accusa di razzismo, elitismo e sessismo. Ma la grande letteratura non ci rende più altruisti”. Definì i suoi avversari “la scuola del risentimento”, perché  “cercano di allargare il canone per alimentare il sentimento della propria identità attraverso il risentimento”. Per questo criticava i dipartimenti che nei loro corsi tenevano insieme “Batman, i parchi tematici dei mormoni, i televisori e Milton”.

Enciclopedico, amante delle liste dei libri da leggere, la cultura sterminata e una prosa perfetta e ironica l’hanno reso il Maestro con cui confrontarsi. Tra i suoi testi anche “L’angoscia dell’influenza” pubblicato in Italia da Feltrinelli. Tra le sue frasi sprezzanti sulla letteratura di oggi: «C’è poco tempo: perché sprecarlo con questa spazzatura invece di rileggere la Divina Commedia? Il mio compito è insegnare e scrivere i miei libri, non leggere questa spazzatura per comunicare al pubblico che è spazzatura”. Ma, nonostante tutto, salvò, sempre, Roth e DeLillo.

LA REPUBBLICA




lunedì 21 ottobre 2019

Carlo Emilio Gadda / L’aver nelle vene diciannove anni è un male senza speranza




Carlo Emilio Gadda

L’aver nelle vene diciannove anni è un male senza speranza


       Gigi, solo in casa, attendeva, in gloria de’ suoi diciannove anni l’avvento dell’«Educazione razionale della gioventù secondo i concetti etici moderni», che lo zio gli aveva fatto promettere per le due: e che d’ogni male, quella, lo avrebbe guarito. Perché allora sarebbe subito volato a cercar Paolo e insieme sarebbero volati a San Siro: l’Ambrosiana, stavolta, era in forma.
       Intanto custodiva l’austerità comitale della casa, ma sentiva, per quegli anditi e vicino a quella macchina da cucire, che l’aver nelle vene diciannove anni è un male senza speranza.
       La primavera profondeva margherite e narcisi là dove i poeti sogliono così opportunamente metterli a dimora; e scagliava marito e moglie le rondini dalle vecchie torri nelle fluenti gimcane dell’azzurro, ma gli aveva lasciato sul tavolino il libro del Carcano: nel mentre Momo, il gatto metafisico che la Luigia si era dimenticata di far castrare, era scappato dal balcone lungo il cornicione, acrobata della buona ventura, a lenire nell’ambiguità del probabile il suo male pieno di speranza. 



Carlo Emilio Gadda 

"Manichini ossibuchivori"


CARLO EMILIO GADDA (1893 – 1973), San Giorgio in casa Brocchi (in «Solaria», Edizioni di Solaria, Firenze, Anno VI, N. 6, giugno 1931, pp. 1-49), in ID., Accoppiamenti giudiziosi. 1924-1958, presentazione di Gianfranco Contini, nota di Raffaella Rodondi, Garzanti - gli elefanti, Milano 2001 (terza edizione, prima edizione 1990), p. 99.












Divagazioni letterarie / Carlo Emilio Gadda contro Ugo Foscolo

Carlo Emilio Gadda


DIVAGAZIONI LETTERARIE.

CARLO EMILIO GADDA CONTRO UGO FOSCOLO

Giuseppe Barreca
Lunedì 5 aprile 2010



Carlo Emilio Gadda di certo non amava Foscolo. Ne rispettava “il dolore e l’opera, nelle parti in cui merita d’essere rispettata”. Tuttavia lo definiva “uomo furbo e scaltro e innegabilmente commediante”, giudicandolo “uno dei personaggi meno accattivanti della letteratura italiana”. Arbasino ci dice che Gadda chiama Foscolo il “Basetta”, bollandolo come roditore, scimpanzé, scoiattolo e… piteco. Niente di meno!

Sembra che l’antipatia verso il Foscolo sia artistica, poetica ma anche, potremmo dire, semplicemente umana. Leggiamo: “Nella cosiddetta ‘poesia del Foscolo’ tutto si riduce a ricerca onomastica ellenizzante o comunque classica, a un macchinoso e inutile vocabolario, a una sequenza di immagini ritenute greche e marmorine, a un vagheggiamento di donne di marmo in camicia, o preferibilmente senza, da lui dette ‘vergini’. Mi sa che gli piacessero di quattordici anni, anche se in pratica, a scanso di grane, le sue amanti ultraconiugate ne ebbero un po’ di più…”.

E poi: “In Ugo Foscolo io non odio il poeta: se mai odio l’istrione, il basettone. Non odio l’innamorato. Odio, caso mai, quello che si finge tale per tirare il colpo alla figlia diciottenne dell’ospite babbeo: il quale ospite, facitore di versi, ha una opinione iperbolica del creduto Poeta Iperbolico… Vantarsi del pelo! È un’opinione da parrucchiere!... Una volta nudo, era sicuro di riuscire irresistibile. Avanti, signore e signori! Una lira, una misera liruccia! Per vedere il petto a Ugo Foscolo…”.
Quando Arbasino domanda perché Gadda odia a tal punto il Foscolo, la riposta è questa: “Questo risentimento ha origini in me bassamente moralistiche… In questo senso: non mi sento di moralizzare nessuno, ma sospetto in Foscolo in qualche modo una teatralità sprezzante cattivona che non gli competeva. Ha cercato di imporsi nelle lettere e con le donne a base di basette, col pelo, con questo ‘largo petto’, ‘nudo petto’, ‘irsuto petto’: come se fosse merito suo quello d’avere un irsuto petto! E come se fosse vero che molto pelo vuol dire molta musica! È un narcisismo da torero! Senza contare che il narcisismo dell’irsuto petto è sbagliato anche come narcisismo, perché il Narciso classico è appetibile a se stesso perché è glabro…
Inoltre, l’abuso che fa di alcuni vocaboli rivela in lui una fissazione probabilmente edipica per la femminilità della madre. Fra questi vocaboli, ‘sacerdotessa” ricorre in misura crescente in tutte le testimonianze del suo Gradus ad Parnassum: Caduta da cavallo, Amica risanata, Sepolcri, Grazie, sempre come aumento di frequenza. Sempre la donna promossa a sacerdotessa!
Poi, l’abuso della parola ‘vergine’, e anche della parola ‘diva’… L’abuso di virtù sempre riferita alla donna senza camicia (o che sta per togliersela) pone il poeta talora moralista in contraddizione con se stesso. Non rimprovero che gli piacessero le donne: ma in quanto la vergine in camicia è destinata a diminuire nella società umana il pourcentage di vergini che sembrano inebriare lo spirito del poeta. Rapito da un vaporare di fantasie femminili in camicia, scopre delle ‘vergini’ persino sull’aereo poggio di Bellosguardo! Tutte vergini per lui! Ci sono più vergini nei millenovecento versi del Foscolo che in tutta la storia di Roma antica. Nelle Grazie, poi, sono vergini anche i quadrupedi. Vergini gli uomini, vergini le donne, vergini che si salvano a nuoto, vergini i cavalli, vergini le cavalle, vergine la cerva di Diana. E Diana stessa. E le Muse. E Minerva. Nessuno si salva dalla verginità. Però il Foscolo non par mai voler incontrare il martirio (coltellata del rivale) per la vergine. Ha sempre tentato di adire donne maritate, e soprattutto malmaritate, di condizione agiata, per conquidere il cuore delle quali non occorreva pagare scotto né di buona entrata né d buona uscita”.
Vi è Gadda altresì una critica dell’atteggiamento ambiguo che il Foscolo avrebbe tenuto verso l’esercito francese e il suo condottiero, Napoleone. Ma vi è anche una critica potremmo ‘testuale’ alla poetica foscoliana, che non va taciuta. Dice Gadda che Foscolo ha impiegato delle espressioni poetiche che risultano “ridicole” per mancanza di controllo: “L’inizio delle Grazie è una sciarada… ‘Entra ed adora’… Ma che verso è? Chi entra ed adora si troverà col naso all’altezza dei tre cocò...”. Oppure: “Il Foscolo è capace di scrivere in una lettera ‘Ho passato un’intera notte a piangere’. È fisiologicamente impossibile!”. E ancora: “ ‘Vorrei coprire di rose la tua tomba e sedermi sopra in perpetuo pianto’. In questo caso, la prima cosa che gli sarebbe capitata sarebbe stata di pungersi…”. La conclusione è icastica: “il Foscolo, col Carducci, è il più grande strafalcionista del lirismo italiano ottocentesco”.


POESIA E SCRITTURA