mercoledì 5 febbraio 2014

50 anni di jazz / Nel cosmo immenso delle musiche possibili


50 anni di jazz

Nel cosmo immenso delle musiche possibili

5 FEBBRAIO 2014, 

1964, un anno, che assieme a tutto il decennio, fu fondamentale nella storia degli Stati Uniti, con riverberi che illuminarono anche la vecchia Europa.
Nel 1964 vennero approvati il Civil Rights Act e il Voting Rights Act, frutto di una profonda ondata di movimenti politici e di manifestazioni di piazza che avevano alle spalle la presa di coscienza della contestazione studentesca, della protesta nera e della rivoluzione femminile e femminista. Se a questi sconvolgimenti sociali sommiamo il trauma degli assassinii di Kennedy, di Malcom X e di Martin Luther King, si può immaginare quale miscela esplosiva avesse investito la società in quegli anni. Inevitabile, quindi, che anche il mondo della cultura e dell’arte ne fosse influenzato e, in particolare il jazz, che da sempre è stato l’espressione dei fermenti sotterranei, delle pulsioni sociali e individuali di una società in trasformazione.


Scorrere e analizzare la lista degli LP usciti in questo fatidico 1964 risulta una vera, emozionante scoperta della ricchezza di una musica che stava toccando la sua fase più creativa e che più di ogni altra forma d’arte esprimeva quello che stava succedendo intorno. Se nei movimenti sociali c’era una componente “moderata” e una “rivoluzionaria”, la stessa cosa la possiamo notare nei musicisti e nei complessi jazzistici. Ad esempio, la gloriosa casa discografica Blue Note raccoglieva una ricca e qualificata schiera di “riformisti”, che sapevano coniugare il “bop” degli anni cinquanta, con le innovazioni del nascente “free”: basti citare quel magnifico pianista, dall’inconfondibile stile poliritmico che fu Andrew Hill (fra l’altro uno dei pochi ad essere capace di rinnovarsi creativamente anche oltre il 2000), che sfornò tre bellissimi album: Andrew!!!Judgement e Point of Departure. Più tradizionale, ma sempre sanguigno e trascinante un altro pianista col suo classico quintetto, Horace Silver, di cui uscì Song for my father e poi tutta la schiera dei comprimari di Miles Davis, da Herbie Hancock con Empyrean Isles, a Wayne Shorter con JujuNight Dreamer e Speak No Evil, a Tony Williams con Life time.


E a proposito del “divino” Miles, bisogna sottolineare che in quell’anno uscirono ben tre LP, che indicavano il travaglio del trombettista, che, sistemata la raffinatissima sezione ritmica con Hancock al piano, Ron Carter al basso e Tony Williams alla batteria, doveva ancora scegliere il proprio partner al sax tenore. In Four and more troviamo Georg Coleman, troppo tradizionalista (era stato prima partner di un fine trombettista “cool” come Chet Baker), in Miles in Tokyo c’è Sam Rivers, troppo audace e che diventerà una colonna del “free”, infine, in Miles in Berlin ecco il musicista ideale, Wayne Shorter, sassofonista, compositore, arrangiatore, che per cinque anni sarà punta insostituibile del più intelligente e calibrato quintetto di jazz moderno.


In quel prolifico anno la discografia più radicale, che potremmo apparentare all’ideologia e alla prassi di Malcom X, fu rappresentata da un iconoclasta come Albert Ayler, che uscì con Spiritual Unity e Eric Dolphy con Out to lunch!. Quel Dolphy che negli anni precedenti era stato membro del combo di John Coltrane, che, a sua volta, nel '64, pubblicò per la Impulse il suo capolavoro, A Love Supreme (che merita un discorso a parte) e Crescent. Sempre nel '64, Coltrane, in un'intervista a Melody Maker, parlava del suo sempre più pressante interesse per la musica etnica mondiale e, infatti, la sua tavolozza espressiva diventava sempre più capace di coniugare oriente e occidente, la dodecafonia con la tradizione indiana e con i ritmi africani, perché per lui il desiderio principale di un musicista doveva essere quello di “dare un'immagine delle molte e meravigliose cose che sa e che percepisce dell'universo”. Una musica che si poteva accomunare, dunque, a una religiosità cosmica, in cui non dovevano esistere barriere storiche e geografiche, perché, per Coltrane, la musica era un modo per ringraziare il Dio. Così il cerchio si chiudeva e l'universalità del jazz coltraniano diventava l'espressione dell'universalità del senso del sacro che la musica doveva farci percepire. Dopo cinquant'anni cos'è rimasto di questo stupendo fiorire di personaggi, di complessi e di stili?



Se lo chiedono molti critici e studiosi di jazz: per Marcello Piras, storico e ricercatore: “La fase creativa del jazz, quella che guardava al futuro, si è fermata al 1979. L'ultima generazione di creativi è quella nata negli anni '50 … in Italia il linguaggio non si è evoluto e si assiste troppo frequentemente a modelli scolastici. E questo riguarda anche le superstar”. Filippo Bianchi, per anni direttore della decana della riviste italiane dedicate alla musica afroamericana, Musica Jazz, denuncia che il proliferare di “neo” o “post” stili jazzistici sembra indicare una musica sosia del suo passato: “La coazione a ripetere, alla lunga, diventa una patologia. La riluttanza ad assumere nuovi modelli estetici, alla lunga, esaurisce le fonti del racconto”.
Certo, come abbiamo visto, ogni arte, e così la musica, è anche la traccia estetica ed emotiva di quello che bolle nella società e il jazz, di quei mitici anni sessanta aveva colto tutte le speranze, le insoddisfazioni, le pulsioni di un mondo in vertiginoso cambiamento. E quello che stiamo vivendo che tempo è? “Parrebbe un tempo – riflette ancora Bianchi – in cui i progetti collettivi si dissolvono, svaniscono, il patrimonio diventa più ingombrante. E a esso ci si rivolge, più che a disegnare un domani dai contorni incerti”.


Allora, solo il genio può essere capace di “uccidere” il padre pericolosamente rassicurante della tradizione, perché sa che potrà rappresentare un mondo nuovo, dove rischiare, senza temere di lasciarsi trascinare da tutto quello che c'è intorno, senza punti fermi, senza salvagente. E questo è stato Miles Davis, l'“uomo nero”: “Il jazz lo uccise proprio lui, sciogliendone i contenuti nel cosmo immenso delle musiche possibili, delle musiche del futuro, dove vivranno di nuovo in altre forme, in una musica che combina e sintetizza tanti elementi diversi, come quella che Davis ha suonato e sognato per tutta la vita, come il jazz, appunto.”
Bibliografia:

Filippo Bianchi, Il secolo del jazz, Imola, Bacchilega, 2008

Richard Cook, Blue Note Records, Roma, Minimum fax, 2011
Chris DeVito, Coltrane secondo Coltrane, EDT/Siena Jazz, Siena, 2010


Giovanni Zaccherini
Laureato in Lettere Moderne all'Università degli Studi di Milano, ha insegnato materie letterarie, storia, filosofia e storia dell’arte negli istituti superiori. Ha collaborato e collabora con il Comune e il Circolo Filologico milanesi alla selezione e divulgazione di autori e testi inediti e all'organizzazione di eventi culturali.
Giornalista pubblicista, “Premio Guidarello per il giornalismo d'autore” 2010 per la sezione cultura, ha pubblicato e pubblica sulle terze pagine dei quotidiani “Avvenire”, “il Corriere di Romagna”, “il Resto del Carlino”, “La Voce di Romagna”, “Prealpina”, “Varese News” e sui periodici “la Ludla”, “la Piê”, “Libro Aperto”, “Stanza Letteraria” con rubriche di critica d'arte, musica, storia e letteratura. Ha compilato le voci “Dialetto”, “Folclore” e “Proverbi” per l'enciclopedia “Sguardi sulla Romagna” e ha collaborato all’ “Antologia della letteratura romagnola” di prossima uscita.
Ma, al di là di questi sintetici dati, nella mia vita e nella mia professione c’è soprattutto il desiderio di vivere con gli altri quella cultura che ci rende più “umani” e vicini in una comune condivisione. Ricordo le mie prime esperienze, come animatore del Comune di Milano, quando mi aggiravo nelle nebbie delle periferie per ricercare, raccogliere e insegnare a leggere e scrivere agli ultimi analfabeti che venivano dal sud. Poi, gli anni di insegnamento nei licei della Milano “bene”, anzi della Milano “da bere” … situazioni ed ambienti diversissimi, che mi hanno messo in grado di saper apprezzare e godere di culture e persone tanto lontane.
Per questo, anche nella mia attività giornalistica ho sempre rifuggito dallo specialismo e mi è piaciuto scrivere, mettendomi in sintonia con generi e periodi diversi: dall’ultima edizione di “Kind of blue” di Miles Davis, ai concerti grossi di Corelli, ai cori delle mondine. Oppure, cambiando campo, dalle eroine di Crepax, ai tesori della grafica rinascimentale, all’architettura liberty. Ecco, lo scrivere è come un dono, il dono di un piacere condivisibile e condiviso, un essere per sé e per gli altri.





giovedì 9 gennaio 2014

Lady Optical / Bridget Louise Riley





La danza sottile dell'acqua
La danza sottile dell'acqua

Lady Optical: Bridget Louise Riley

La danza sottile dell'acqua


9 GEN 2014 
di 
E’ il 1886 quando Georges Seurat, con un monumentale dipinto ad olio su tela intitolato Una domenica pomeriggio all'isola della Grande-Jatte, mette a punto una tecnica pittorica d’alta precisione basata sulle leggi che regolano la percezione visiva. Minimissimi tocchi di colore – puntini, per esser chiari – isolati l’uno dall’altro, vengono distribuiti con estremo ordine sulla tela. La loro fusione, evitata su tavolozza, si compie invece sulla retina dell’osservatore, nell’attimo stesso della fruizione. Si tratta, in sostanza, di una operazione di scomposizione matematica del colore-luce, con conseguente ricomposizione ottica.


Bridget Louise Riley


Colore provato, studiato e analizzato. Colore separato e poi accostato attraverso una tecnica che suggella il periodo Impressionista ponendosi come evoluzione scientifica di questo, e che viene riconosciuta col nome di Divisionismo. In realtà il sapiente Seurat l’aveva battezzata con un sostantivo decisamente più analitico: Cromo-Luminarismo. Non trascorre un secolo che, nell’Inghilterra dei primi anni ‘60, una giovane donna formatasi al Royal Collage of Art di Londra, ne viene sedotta. E prende a studiarla scrupolosamente. Si tratta della geniale e fascinosa Bridget Louise Riley. Occhi immensi e labbra carnose, sempre serrate in una smorfia di sensuale concentrazione. Una donna forte, ma che presto viene provata dalla depressione. E a questa reagisce lavorando intensamente, prima come insegnante d’arte e poi come grafica illustratrice. Ma ciò che le interessa maggiormente è comprendere i meccanismi sottesi alla nostra visione, per poter creare immagini illusoriamente cinetiche. Le leggi dell’ottica sono dunque alla base della sua ricerca. Bridget vorrebbe ricreare, sulla superficie della tela, la danza sottile e perpetua dell’acqua mossa dal vento, o il vorticare di un gorgo.

domenica 5 gennaio 2014

Angela Schiavina e Graziano Pozzetto / Splendori e miserie della cucina romagnola



Splendori e miserie della cucina romagnola

Una conversazione con Angela Schiavina e Graziano Pozzetto



di 

5 GEN 2014 
L'Italia è un paese composito, dove geografia, storia, culture diverse s'incontrano o si scontrano; anche nell'ambito della gastronomia, il panorama è estremamente variegato, si va dai piatti di sapore mediterraneo come la pasta con sarde e pinoli, a quelli di ascendenza nordica come la “cassoeula” milanese o i canederli trentini.


Una regione che sembra contemperare ambienti e tradizioni diverse è la Romagna, che per la sua morfologia che la colloca tra Appennini, pianure e mare, offre una straordinaria e celebrata ricchezza di piatti di cereali, carne e pesce. Due tra i più riconosciuti gastronomi romagnoli, Angela Schiavina e Graziano Pozzetto, ci accompagnano nella scoperta delle vere eccellenze di questa rinomata tradizione culinaria, dandoci qualche indicazione per i menu delle feste e ci mettono in guardia dagli stereotipi più comuni, o “patacche” come si dice nel dialetto locale.



Angela Schiavina, la “sacerdotessa del buon gusto”, ha apparecchiato per principi e sovrani ed è stata capace di trasferire, a livello di banqueting e catering, i sapori e le fragranze delle ricette casalinghe, a volte anche reinterpretate con un tocco personale. Oggi, lasciati i più gravosi impegni organizzativi, si dedica prevalentemente ai corsi e alle lezioni di cucina, portando in giro per il mondo il verbo del buon gusto a tavola. La sua “didattica” parte da considerazioni antropologiche e di genere, come la differenza tra una cucina al maschile e una al femminile, quella di oggi è soprattutto al maschile, costituita da piatti preconfezionati, di utilizzo immediato, con largo uso di surgelati, oppure spadellati e cucinati velocemente. 






La cucina femminile, invece, è quella tradizionale, lenta, con ricette che richiedevano una preparazione elaborata e dove le donne potevano e dovevano stare ai fornelli per ore e ore. Stare in cucina era anche un momento d'incontro e convivialità, le “arzdore” - così si chiamano le donne di casa romagnole - potevano farsi confidenze, raccontarsi storie, lamentarsi degli uomini … Il fuoco era sempre acceso e le donne vivevano in cucina e quindi c'era il tempo per condividere esperienze ed emozioni. E uno dei momenti in cui la cuoca romagnola esprimeva la sua particolarità era il periodo delle feste di fine anno, quando ogni famiglia, anche la più umile, metteva in tavola il suo ceto, o la sua voglia di esorcizzare i fantasmi della povertà: ecco il menu classico di una famiglia benestante: passatelli in brodo di cappone, timballo di cappelletti o tagliatelle in crosta dolce, faraona al forno con crostini di fegatini, torta al cioccolato o amaretti, ricotta di mandorle.



Ma il cibo - sottolinea la gastronoma ravennate - non è solo nutrimento, perché è come un mediatore che mette in comunicazione la parte interna con l'esterno e contiene una grande valenza affettiva. In questo terreno “scivoloso”, in cui il mangiare può essere usato come sostituto degli affetti, può rientrare anche il problema dei disturbi alimentari e Angela conferma: “Anoressia e bulimia imperversano, ma non possono essere curate solo con la dieta, è indispensabile l'attività fisica e, soprattutto, una terapia psicologica d'appoggio. Il piacere del cibo è fondamentale perché arricchisce anche la mente, tutto sta nel saperlo padroneggiare e non farne una patologica ragione di vita". D'altronde, la tavola ha anche a che fare con l'eros, il famoso detto “prendere per la gola” è una delle armi vincenti nel campo della seduzione: in una cena ci si predispone all'incontro, il cibo può diventare un messaggio affettivo, viene spontaneo prepararlo quando si aspetta una persona a cui si tiene, è un atto d'amore coinvolgere un altro nella propria intimità, farsi conoscere in una delle dimensioni più personali.



Altro personaggio “incontenibile”, dell' enogastronomia romagnola è Graziano Pozzetto, il suo aspetto monumentale di frate gaudente non tradisca, perché accanto alla quasi sacrale dedizione ai piaceri del palato, c'è una calvinistica lotta a tutte le eresie e le falsificazioni che riducono una cucina così rinomata a puro fenomeno da supermercato. Dall'alto delle sue decine di pubblicazioni, Graziano ci tiene innanzi tutto a precisare che non esiste una sola cucina romagnola fatta della solita piadina e dei soliti cappelletti: “Prima di parlare di varianti geografiche, è indispensabile ricordare che fino a qualche decennio fa esisteva una cucina di “classe”. I mangiari dei contadini braccianti, dei pescatori, dei vallaroli differivano profondamente, non solo, ovviamente, dalla cucina aristocratica, ma anche da quella borghese che comincia ad affermarsi nell' '800. 




Da un punto di vista ambientale, c'era e in parte c'è ancora, una cucina “di valle”, fatta di cacciagione limicola, di pesci di palude, di rane e di vino di bosco; una cucina di “marineria” fatta di pesce povero, quello azzurro, che veniva grigliato in spiedini verticali che col loro grasso colante lo insaporivano e di brodetto, cucinato pure con pesce spinoso e, quindi, di poco valore. Più apparentemente ricca la cucina “della pineta”: fino a qualche tempo fa, qui i nullatenenti raccoglievano pinoli, radici, erbe aromatiche e frutti del sottobosco, poi, col diffondersi della consuetudine borghese della caccia, chi poteva permetterselo, disponeva dei cosiddetti capanni , dove si cucinavano anatre, fagiani, lepri con grande raffinatezza. La gastronomia della pianura si basava, invece, sulla cucina contadina: animali da cortile, uova e maiale, quindi mangiari grassi e sostanziosi, adatti alle fatiche contadine e innaffiati con vini poveri come trebbiano e “uva dora”. Infine la collina, con la sua più varia e preziosa cucina, ricca di carni rosse, funghi e vini pregiati: sangiovese e albana. Quindi, peccato mortale sarebbe ridurre, come si sta facendo nella maggior parte della ristorazione - ma anche nella cucina casalinga - questo multiforme patrimonio gastronomico e culturale a poche, abusate, ricette: i soliti cappelletti al sugo (mentre dovrebbero essere in brodo, come i passatelli), la solita piadina industriale, la solita grigliata di carni difficilmente compatibili.”



Per le festività, Graziano consiglia di rivisitare i menu poveri tradizionali, celebrando la bontà e la generosità del maiale, ad esempio, niente di più economico che recuperare le ossa del suino, per un “pranzo con ossa bollite dello schienale e degli zampetti, da assaporare quando la carne si stacca, con sale grosso a pioggia e accompagnamento di radicchio di campo, pane insipido e vino rosso nuovo, oppure salame fresco sforacchiato, avvolto in carta gialla grossa, messo sotto cenere con braci a sudare, sgrassarsi, cuocere lentamente, da godere caldo appena aperto e spellato, una “gastrolibidine” che un tempo veniva accompagnata con patate avvolte in stagnola, cotte sotto la stessa cenere e buon vino rosso, in onore del porco, animale pulito, generoso, migliore di tanti uomini... ”.








Pozzetto, con il suo temperamento vulcanico, si accalora nel caldeggiare piatti colpevolmente dimenticati e dietro questa “memoria” c'è, come ha riportato anche nella sua ultima fatica libraria, Le cucine di Romagna, tutta una filosofia gastronomica basata sul ricordo, perché nell'intimo della predilezione per un piatto o un gusto particolari c'è spesso un'esperienza emotiva particolare che viene da lontano. Come ha scritto Tonino Guerra, noi continuiamo a “mangiare l'infanzia”; il ricordo di certi profumi, sapori e colori, con la complicità dell'amorevole inganno della memoria che ne esalta gli aspetti più piacevoli, è stato anche per Pozzetto uno degli stimoli più forti, consci o inconsci, per portare avanti il suo lavoro di ricerca e conservazione della tradizione enogastronomica e per farcene condividere sofferenze e piaceri.



Giovanni Zaccherini
Laureato in Lettere Moderne all'Università degli Studi di Milano, ha insegnato materie letterarie, storia, filosofia e storia dell’arte negli istituti superiori. Ha collaborato e collabora con il Comune e il Circolo Filologico milanesi alla selezione e divulgazione di autori e testi inediti e all'organizzazione di eventi culturali.
Giornalista pubblicista, “Premio Guidarello per il giornalismo d'autore” 2010 per la sezione cultura, ha pubblicato e pubblica sulle terze pagine dei quotidiani “Avvenire”, “il Corriere di Romagna”, “il Resto del Carlino”, “La Voce di Romagna”, “Prealpina”, “Varese News” e sui periodici “la Ludla”, “la Piê”, “Libro Aperto”, “Stanza Letteraria” con rubriche di critica d'arte, musica, storia e letteratura. Ha compilato le voci “Dialetto”, “Folclore” e “Proverbi” per l'enciclopedia “Sguardi sulla Romagna” e ha collaborato all’ “Antologia della letteratura romagnola” di prossima uscita.
Ma, al di là di questi sintetici dati, nella mia vita e nella mia professione c’è soprattutto il desiderio di vivere con gli altri quella cultura che ci rende più “umani” e vicini in una comune condivisione. Ricordo le mie prime esperienze, come animatore del Comune di Milano, quando mi aggiravo nelle nebbie delle periferie per ricercare, raccogliere e insegnare a leggere e scrivere agli ultimi analfabeti che venivano dal sud. Poi, gli anni di insegnamento nei licei della Milano “bene”, anzi della Milano “da bere” … situazioni ed ambienti diversissimi, che mi hanno messo in grado di saper apprezzare e godere di culture e persone tanto lontane.
Per questo, anche nella mia attività giornalistica ho sempre rifuggito dallo specialismo e mi è piaciuto scrivere, mettendomi in sintonia con generi e periodi diversi: dall’ultima edizione di “Kind of blue” di Miles Davis, ai concerti grossi di Corelli, ai cori delle mondine. Oppure, cambiando campo, dalle eroine di Crepax, ai tesori della grafica rinascimentale, all’architettura liberty. Ecco, lo scrivere è come un dono, il dono di un piacere condivisibile e condiviso, un essere per sé e per gli altri.





giovedì 12 dicembre 2013

In Herbis Salus / Tra ambiente, natura e scienza

Farmacopea



In Herbis Salus

Tra ambiente, natura e scienza

12 DICEMBRE 2013, 

“Farmaci insigni possedea salubri e mortali,
ricavati dai succhi delle piante
che produceva la feconda terra dell'Egitto”
(Omero, Iliade)
Fin dai primordi, l'uomo ha guardato alle erbe con interesse, come guidato da un sapere implicito che ne intuiva il potere e il loro influsso sulla vita umana. Ha imparato, con l'esperienza e osservando come si curavano gli animali, a conoscerle, a fidarsene o diffidarsene, riconoscendo il loro il influsso benefico o malefico. La pratica curativa ha sempre fatto ricorso a questo bene della natura e il pensiero primitivo gli ha addirittura attribuito poteri magici, tanto che l'utilizzo di piante o erbe per la preparazione di filtri ed incantesimi si riscontra spesso nelle fiabe, che rappresentano il pensiero mitico dell'uomo.

Rimedi erboristici

La misteriosità della natura ha affascinato l'essere umano che, soprattutto alle origini, ne era in stretto contatto e se ne sentiva parte integrante, quindi, da un uso empirico delle erbe, si è passati ad un approccio scientifico che le classificasse e ne fissasse le proprietà. In questo passaggio da natura a cultura, s'inserisce, nel I secolo d.C., la figura di Dioscoride Pedanio, originario della Cilicia, con il suo De Materia Medica.
L'etimologia del nome Dioscoride ci rimanda ai Dioscuri, figli della libidine di Giove per la bella Leda e il nostro medico farmacologo pare proprio un semidio nel dono che ha fatto all'umanità della conoscenza delle proprietà salutari delle erbe. Una figura la cui storia potrebbe essere romanzata, perché, probabilmente arruolato o costretto ad arruolarsi nell'esercito romano come medico militare, in seguito, per le sue conoscenze e abilità terapeutiche, fu personaggio riconosciuto e apprezzato negli ambienti della Roma bene. E, fortunatamente, di lui non ci è nota solo la fama, ma anche una serie di trascrizioni e semplificazioni di quel De Materia Medica, che già nella Roma imperiale sostituì l'eclettica arte sanitaria del tempo, basata su una spuria sintesi di elementi di origine egizia, etiope, greca, gallica ed è rimasto fino al Settecento il testo fondativo di ogni ricerca e d'uso erboristici.

Antica bottega farmaceutica

L’opera ha una “cornice” cosmogonica che la porta a raggruppare le sostanze mediche secondo una successione storica e gerarchica: i profumi, legati agli dei, vengono per primi, mentre i minerali, legati all’età del ferro, si trovano in chiusura. Ma, oltre a questa visione legata alla cultura del tempo, il testo si connota, al di là della pura descrizione erudita, come una sorta di prontuario utile alle esigenze di medici e farmacisti. La modernità del De materia medica è d'altra parte confermata dalla costatazione che ne deriva buona parte della nomenclatura farmacologica attuale. È significativo inoltre notare che molte delle erbe medicinali studiate nell’opera, come l’achillea, l’aloe, la belladonna, la camomilla, lo zafferano, la malva, la menta, lo zenzero, ecc., sono contenute nell’elenco delle sostanze essenziali dell’Organizzazione Mondiale della Sanità.

L'arte medica nell'Antica Grecia

Un esempio dell’utilità e della modernità delle sue proposte terapeutiche si ha nell’uso della radice della mandragora, di cui si consiglia l'impiego per “coloro che devono subire un taglio o una cauterizzazione in modo che non sentano dolore, sopraffatti da profondo sonno”, che è una sorta di precorrimento dell’anestesia chirurgica. Questa erba, sempre secondo il medico cilicio, ha anche spiccate qualità afrodisiache (e ce lo ricorda l'omonima commedia di Machiavelli), assieme alla cantaridina (e qui il riferimento letterario d'obbligo è al marchese De Sade), alla menta e al bulbo di orchidea. Al contrario, come antidoto ai bollenti spiriti erotici, Dioscoride consiglia il salice bianco, la cui essenza, l'acido salicilico, secondo lui, può essere anche utilizzata da antipiretico, come avviene ancora oggi con l'Aspirina.
Coloranti naturali

La fortuna e la fama dell'opera, che influenzò la cultura medica, sia cristiana che araba, la fece oggetto di copie, rifacimenti e riduzioni diventando nel Cinquecento e Seicento un vero “best seller”. La novità di questo testo, che seppe mettere in secondo piano gli elementi magico-superstiziosi, per approcciare uno studio scientifico e una sistematizzazione ancor oggi di grande validità, ha fatto sì che si sentisse la necessità di una sua riproposizione e divulgazione. E' nato così il “Progetto Dioscoride” partito dall' Università di Napoli, che custodisce il Codex Neapolitanus del VI secolo, una trascrizione e semplificazione dell'originale che ha lasciato integra la parte erboristica. Il progetto, che ha alle spalle una ricerca ventennale, ha coinvolto, oltre all'ateneo partenopeo, l'Orto Botanico di Napoli, lo Smithsonian Institute, l'Orto Botanico di Berlino, Aboca Museum di Sansepolcro, la Biblioteca Nazionale di Napoli Vittorio Emanuele II, avvalendosi di studiosi di botanica, farmacologia, medicina. Questa preziosa mole di lavoro e di studio ha poi trovato una realizzazione nell’edizione in facsimile del Codex Neapolitanus della Bibliotheca Antiqua di Aboca.
Malva

Nella ricerca di una medicina alternativa, ci affidiamo sempre più spesso all'"eden" delle terapie naturali, con fiduciose incursioni nell'erboristeria. Il patrimonio che ci ha trasmesso Dioscoride e che oggi, grazie a questi studi e a questa pubblicazione possiamo riscoprire, può diventare una volta di più uno strumento che viene proprio incontro all’esigenza, sempre più sentita, di affidarsi a una medicina e a una farmacologia che riscoprano la stretta connessione tra uomo e il suo ambiente originario, per una cura del corpo che integri ambiente, natura e scienza.







giovedì 5 dicembre 2013

Un "Angelo" tra Verdi e Wagner / La passione aldilà della rivalità

Richard Wagner


Un "Angelo" tra Verdi e Wagner

La passione aldilà della rivalità



5 DIC 2013
di
GIOVANNI ZACCHERINI


Anche se l'opera lirica non riscontra più la popolarità di un tempo, è ancora capace di offrire spunti polemici che, a volte, vanno al di là dell'aspetto puramente musicale.
E' stato il caso, in occasione dell'apertura dell'ultima stagione scaligera, della scelta del Lohengrin come prima opera in cartellone, che ha suscitato le risentite proteste dei verdiani. A poco è valsa la risposta del sovrintendente Lissner secondo cui l'omaggio per la ricorrenza della comune nascita dei due grandi musicisti nel 1813 era stato equamente distribuito, basandosi più sulla qualità che sulla quantità, e che, comunque, il compositore emiliano era stato “onorato” con un nutrito numero di rappresentazioni: per i contestatori, i dirigenti del teatro milanese si erano comunque resi responsabili del delitto di leso italico orgoglio musicale…
Ma c'è un personaggio che già due secoli fa aveva incarnato questa rivalità e che la sofferse sulla sua pelle: si tratta del ravennate Angelo Mariani, il primo direttore moderno in Italia. Le orchestre italiane, infatti, compresa quella della celebre Scala, fino alla metà dell'Ottocento erano di livello men che mediocre, colpa dell'infatuazione per il “bel canto” e per la “bella melodia” che avevano fatto trascurare una seria ricerca sulla concertazione e sulle tecniche esecutive. Con Mariani, per la prima volta il direttore-concertatore prendeva in mano la situazione e si curava di ogni orchestrale e di ogni gruppo strumentale, impartendo lezioni di tecnica e di interpretazione con la finalità di creare un amalgama perfetto in cui le voci soliste potessero integrarsi.
Intuibile, quindi, che il compositore emergente in quegli stessi anni, Giuseppe Verdi, vedesse nel ravennate il direttore ideale per la sua musica. Si creò così un'intesa reciproca, anzi, un rapporto padre (Verdi) e figlio (Mariani), che durò fin quando “Anzulet” - così amichevolmente chiamato - fu abbagliato da una donna, la cantante Teresa Stolz, e da un uomo, Richard Wagner. Certo la Stolz, per le sue doti canore e per quelle fisiche “alta, col seno glorioso ed una treccia bionda che le scendeva sulle spalle forti ...” non poteva passare inosservata nemmeno all'autore della Traviata, che la fece immediatamente interprete della sua Aida, ma non solo, a poco a poco Verdi si sostituì negli affetti e nella stima della donna al buon Mariani.
Così il “padre” castigava il “figlio”: perché? Era forse al corrente che Angelo si stava interessando sempre più al suo grande rivale tedesco, a quel Wagner che l'avrebbe ridimensionato aprendo nuovi, rivoluzionari orizzonti alla musica? Il risultato fu un atteggiamento di crescente critica e disprezzo da parte dell'autore dell'Aida verso quel Mariani che in passato aveva giudicato un genio della direzione orchestrale, che però si riscattò con la “prima” italiana del Lohengrin, tenuta a Bologna nel 1871. Nonostante qualche clamore dal loggione di verdiani irriducibili, la rappresentazione fu un trionfo e lo stesso Wagner recapitò un suo ritratto coll'autografo: “Evviva, evviva Mariani!!!”, mentre Verdi, presente ad una replica, si espresse così: “Esecuzione mediocre: molta verve senza poesia e finezza. Nei punti difficili cattiva sempre”.
La rivalità Verdi-Wagner non è stata comunque solo un fatto personale o la contrapposizione di tifoserie locali, ma presenta ancora oggi una stimolante occasione per approfondire anche la differenza tra pubblico wagneriano e verdiano; l'indubbia rivoluzione musicale operata dall'autore del Lohengrin era comprensibile soprattutto a coloro che di musica s'intendevano e che avevano alle spalle una preparazione culturale di una certa raffinatezza, come erano i cultori wagneriani, mentre il grosso della platea verdiana era più popolare e più attratto dalla bella melodia e dall'intreccio drammatico o sentimentale.
Lo stesso Carducci, wagneriano convinto, ma che pure avrebbe voluto con i suoi versi storici e politici infiammare gli italiani, invidiava a Verdi il vasto consenso popolare. D'altronde, mentre in Germania, oltre all'opera lirica si era mantenuta viva la tradizione strumentale in tutto l'800 con compositori del calibro di Mendelssohn, Schumann e Brahms, in Italia, finita la fervida stagione del '700, il pubblico e il gusto musicale si erano ristretti quasi esclusivamente al melodramma. In definitiva, con Verdi si chiudeva il ciclo dell’opera lirica ottocentesca, con Wagner si apriva quella strada, che, tramite Mahler, avrebbe poi portato alla rivoluzione dodecafonica.
Giovanni Zaccherini
Laureato in Lettere Moderne all'Università degli Studi di Milano, ha insegnato materie letterarie, storia, filosofia e storia dell’arte negli istituti superiori. Ha collaborato e collabora con il Comune e il Circolo Filologico milanesi alla selezione e divulgazione di autori e testi inediti e all'organizzazione di eventi culturali.
Giornalista pubblicista, “Premio Guidarello per il giornalismo d'autore” 2010 per la sezione cultura, ha pubblicato e pubblica sulle terze pagine dei quotidiani “Avvenire”, “il Corriere di Romagna”, “il Resto del Carlino”, “La Voce di Romagna”, “Prealpina”, “Varese News” e sui periodici “la Ludla”, “la Piê”, “Libro Aperto”, “Stanza Letteraria” con rubriche di critica d'arte, musica, storia e letteratura. Ha compilato le voci “Dialetto”, “Folclore” e “Proverbi” per l'enciclopedia “Sguardi sulla Romagna” e ha collaborato all’ “Antologia della letteratura romagnola” di prossima uscita.
Ma, al di là di questi sintetici dati, nella mia vita e nella mia professione c’è soprattutto il desiderio di vivere con gli altri quella cultura che ci rende più “umani” e vicini in una comune condivisione. Ricordo le mie prime esperienze, come animatore del Comune di Milano, quando mi aggiravo nelle nebbie delle periferie per ricercare, raccogliere e insegnare a leggere e scrivere agli ultimi analfabeti che venivano dal sud. Poi, gli anni di insegnamento nei licei della Milano “bene”, anzi della Milano “da bere” … situazioni ed ambienti diversissimi, che mi hanno messo in grado di saper apprezzare e godere di culture e persone tanto lontane.
Per questo, anche nella mia attività giornalistica ho sempre rifuggito dallo specialismo e mi è piaciuto scrivere, mettendomi in sintonia con generi e periodi diversi: dall’ultima edizione di “Kind of blue” di Miles Davis, ai concerti grossi di Corelli, ai cori delle mondine. Oppure, cambiando campo, dalle eroine di Crepax, ai tesori della grafica rinascimentale, all’architettura liberty. Ecco, lo scrivere è come un dono, il dono di un piacere condivisibile e condiviso, un essere per sé e per gli altri.

martedì 20 novembre 2012

Trieste, trovata poesia inedita di Saba


Umberto Saba


Trieste, trovata poesia inedita di Saba

I versi, senza data, negli archivi Pittoni

20 novembre 2012

A 55 anni dalla sua morte, sono stati scoperti nuovi versi di Umberto Saba.


Le prime righe di una poesia inedita, trovata fra le carte degli archivi di Anita Pittoni, nel fondo che doveva costituire il nucleo portante del Centro di Studi Triestini, recitano: «Del tanto che l'anno passato / soffrimmo, del freddo, del vento, / i brividi a volte risento / qui, ne la mia pace, se fuori / odo con gli interminabili / fili garrire la bora, / Giorgio, quel freddo di allora / certo tu l'hai obliato».

LA RACCOLTA DI ANITA PITTONI. Il Centro fu ideato dalla Pittoni nel 1966 con lo scopo di raccogliere il meglio della produzione manoscritta degli scrittori triestini, da Giotti a Saba a Svevo.

La Pittoni non trovò però il sostegno per il suo progetto ma, ciononostante, continuò a raccogliere materiali, documenti, manoscritti da tutti gli artisti e gli scrittori che frequentava.

ESPOSTA IN UNA MOSTRA.Un fondo, insomma, in parte di proprietà del Comune e in parte dell'editore Simone Volpato.

La poesia inedita, senza data, è stata trovata nella parte di proprietà di Volpato, che ha deciso di esporla nella mostra alla biblioteca statale 'Stelio Crise' intitolata «Anita Pittoni: carte private».