mercoledì 22 novembre 2017

Emma Bovary compie 160 anni

Emma Bovary, collage di Chiara Corio



Emma Bovary compie 160 anni

Come le donne di oggi s’incontrano o scontrano con questa figura femminile

20 NOVEMBRE 2017, 


“Signori … nessuna donna neanche in altri paesi sussurra a Dio le frasette adultere che riserva all’amante. Voi signori giudicherete questo linguaggio e sono sicuro che non troverete giustificazione a queste parole pronunciate da un’adultera, volutamente introdotte nel santuario della divinità! … l’offesa alla morale pubblica è nelle scene di lascivia ... l’offesa alla religione nelle immagini voluttuose mescolate alle cose sacre ...”, così il pubblico ministero Ernest Pinard, nella requisitoria contro Madame Bovary e che nello stesso anno 1857 pronunciò un’analoga reprimenda contro Le fleurs du mal.
Emma, donna scandalosa, donna perduta, paragonata, per restare nella letteratura italiana, alla dantesca Francesca o alla manzoniana Gertrude, fino ad arrivare al filosofo paroliere Manlio Sgalambro e alla sua Emma Bovary/ Baby blu, poi cantata da Patty Pravo e Francesco Battiato: “Aspetto ancora il mio momento/che presto verrà/Un luogo nel mondo/giusto per ingannare/la freccia che mi ucciderà/… l’ardore dei miei sensi/eternamente ritorna/con severo disordine/la febbre per le membra/la voluttà finale della verità/ o di un colpo di pistola ...”.
A 160 anni di distanza, come vivono e s’incontrano o scontrano le donne di oggi con questa figura femminile che rivela, nella sua sofferenza, tanta parte del nostro disagio esistenziale e la “banalità del male”? “Bovary c’est moi”? Ecco come Emma è riscritta e risognata da donne dei nostri tempi.

Ambizioni e miserie di una donna d'altri tempi

L'aragosta Augusta
Un’aragosta

che si chiamava Augusta

ma tutti la chiamavano Agostina, detta Tina,
e di cognome faceva Bovarì,
si svegliò una mattina
e disse: “Sono stufa di star qui
di camminare sempre sopra il fondo.
Ormai conosco tutto quanto intorno
e non c’è mai niente di nuovo
sia quando dormo
sia quando mi muovo.
Per questo me ne voglio andare
uscir fuori dal mare.
È presto fatto posso
scalare quello scoglio
che sbuca fuor dall’onda
e sale verso il ciel dall’acqua fonda.”
“Non farlo, Agostina” le disse un calamaro
che da tempo l’amava e sperava
di portarla un dì all’altare.
“Non farlo, non ti devi fidare: il mondo è bello ma può essere cattivo,
non sai mai cosa può capitare.
Resta con me, mettiamo su famiglia
avrò cura di te come una figlia”.
“Come una figlia, vogliamo scherzare?
Io un grande amore voglio trovare
una passione sfrenata e ardente
che mi faccia delirare
per niente di meno mi voglio impegnare
per questo me ne vado via dal mare”.
Offeso il calamaro
per ripiego si fidanzò a una triglia.

Mentre Agostina si arrampicava

e in cima allo scoglio piano saliva

la vide un giovane che pescava
e la mise in un paniere.
Si agitava la povera Tina
inutilmente con tutte le zampe
ma di scappare non c’era modo.

Appena a casa fu messa sul fuoco

che si levava con grandi vampe

dentro una pentola d’acqua bollente.
Che orribile morte povera Tina
che aveva tanto sognato l’amore
non le bastava un affetto sincero
questa volta era cotta davvero
una passione davvero ardente
tragica sorte fu quel che trovò.
(Donatella Bisutti, poetessa)

Dopo un secolo e mezzo, si continua a cadere in Madame Bovary senza più uscirne. Flaubert l’ha costruita con disprezzo, precipitando in un abisso di pochezza la sua bella provinciale stordita di cattive letture, moglie rovinosa, madre pessima, amante insoddisfatta, prigioniera delle proprie menzogne. Eppure si finisce per stare dalla sua parte. È una irriducibile, dice qualcuno, un simbolo di libertà, suggeriscono altri svincolandola dalla ragnatela del bovarismo. Il suo creatore non la condanna sul piano morale, e infatti per questo fu condannato, ma per i sogni di cattivo gusto, le fantasie volgari. Madame Bovary, oggi più che mai, siamo tutti noi? “Non bisogna toccare gli idoli”, scrive Flaubert, “la doratura resta sulle mani”.

(Laura Bosio, scrittrice)


Una passione di provincia



Da adolescente, m'innamorai follemente di un rampollo dell’alta società. Sembrava condividere con me "le cose più belle della vita". Seppi dopo diverso tempo che fui abbandonata perché i genitori gli proibirono di frequentare una ragazza, sì certo per bene, ma con una famiglia priva di solidità economiche certe e non alla loro altezza. Conobbi la disperazione, l'abbandono di questo ragazzo mi risultò insopportabile. L'elaborazione del lutto durò per troppo tempo. Ecco cosa non perdono a Madame Bovary e a me: lo spreco di intelligenza, di creatività, di rispetto di sé e il tempo buttato all'inseguimento di figure maschili tremendamente meschine. Questo è l'aspetto di Emma più radicato nella mia persona e che ancora resiste e persiste. Gli aspetti del bovarismo, invece, quelli che riguardano scalate sociali e desiderio e volontà di frequentare le corti di famiglie ricche e di chiara fama, da molto tempo non mi appartengono più. Curo con vera passione relazioni che comprendono e indagano i luoghi delle affinità elettive. E qui abbandono Gustave Flaubert per indagare le ragioni che mi conducono a Johann Wolfgang von Goethe. Ed è tutta un'altra storia?

(Mariella Busi De Logu, artista)

Madame Emma si era stufata delle cozze alla Tolstoj e non aveva minimamente voglia di prendere la carrozza per raggiungere Rouen dove Monsieur Gustave attendeva per intervistarla. E soprattutto... cosa voleva sapere da lei? Cosa mai voleva raccontare in un libro che nessuno avrebbe letto? Ecco la parola clou, pensò scostando il piatto davanti a sé, le avrebbe chiesto delle sue appetitose avventure sessuali. Rise fra sé per il gioco di parole, per come la tavola la riconducesse al letto e il letto la riconciliasse col cibo. Un connubio un po’ facile ma talmente universale! Libertina di pensiero, ma tutte quelle voci, i pettegolezzi giù in paese su di lei e i suoi mille amanti, erano solo i suoi desideri, o degli esercizi di stile, come avrebbe asserito più tardi Monsieur Queneau. Emma, invidiava la sua musa ispiratrice d’oltremanica, Elizabeth duchessa di Kingston che invece se l’era spassata alla grande. E poi quel suo cognome che sfiorava il maremmano avrebbe mai assunto i toni sensuali di Lady Kingston-upon-Hull? Pigramente indossò cuffia e mantella per andare all’appuntamento. Nessuno, nemmeno Monsieur Flaubert, osò mai rivelarle che non possedeva alcuna carrozza.

(Chiara Corio, giornalista, artista)

Ho conosciuto Emma/Flaubert a venti anni, ho condiviso la sua anima assetata di sogno e anche lei mi ha aiutata a comprendere il nostro innato bisogno di storie e la possibilità della narrazione di riequilibrare le nostre difficoltà funzionali ed esistenziali. Ho approfondito la conoscenza di Emma attraverso gli studi di Speziale Bagliacca che la osserva incontrare i suoi uomini sul terreno del rapporto sadomasochistico: il marito che nella sua imbecillità non la vede compromettersi e distruggersi, gli amanti che approfittano del suo vuoto interiore che la induce nella confusione tra realtà e fantasia. Ho incontrato Emma in Valeria, donna di trenta anni che cercava disperatamente in un uomo un padre che non l’aveva mai vista e amata, consumandosi e sottomettendosi in una relazione segnata da agiti d’ingravescente masochismo pur di non perdere l’amato. Lo spunto di Flaubert per il romanzo fu un fatto di cronaca. Oggi potrebbero esserlo le cronache delle vittime di femminicidio, dalle quali Flaubert saprebbe narrarci e mostrarci come ogni sofferenza o dramma siano sempre iscritti nell’intreccio dei rapporti umani.

(Luisa Crevenna, psicoterapeuta)


Emma Bovary e i suoi amori



Non è facile scrivere di questa figura ormai diventata iconica, credo che forse la cosa più sincera, per me, sia ricordare l'impressione fortissima che provai quando, adolescente, lessi per la prima volta il romanzo. Emma mi parve un'eroina tragica in un mondo meschino e castrante, una donna che rivendica il diritto alla libertà e all' emancipazione. Ancora non sapevo cosa avrei fatto "da grande" ma sentivo che avrei coltivato le mie passioni e non mi sarei arresa alla mediocrità che mi sembrava di avere intorno. Negli anni ho riletto almeno un paio di volte Madame Bovary e il mio sguardo si è fatto più critico nei confronti di Emma. Ho riconosciuto in lei il velleitarismo di chi è sospeso tra un'ambizione smisurata e un destino mediocre senza la capacità di adattarsi alla vita. Certo è però che la sua inquietudine esistenziale, il suo senso di insoddisfazione, il suo "mal de vivre" sono forse responsabili, almeno in parte, del mio essere diventata attrice. Sulla scena i miei sogni avrebbero potuto continuare ad esistere!

(Patrizia Milani, attrice)

Immagino di incontrare Emma Bovary a un tavolino di una caffetteria dallo stile raffinato ed elegante. Un abito di seta azzurra a balze avvolge un fisico asciutto, il corpetto con inserti di pizzi mette in risalto una carnagione chiara ed esalta due grandi occhi neri. Mi guardo: sono vestita in modo ben diverso, classico ma appropriato alla mia era. Due donne, due epoche diverse. Eppure abbiamo avuto in comune l’aspettativa e l’illusione di trovare nell’incontro amoroso la vera realizzazione di noi stesse, scoprire con le lenti dell’innamoramento le bellezze della vita, sentirsi vitali e forti rispecchiandosi nello sguardo interessato di un uomo. Poi provare il baratro dell’abbandono che ti annienta, azzera l’immagine di te stessa. Nonostante l’emancipazione femminile, quante donne ancora oggi cadono in questa trappola, ritenendosi vive e capaci solo perché si sentono al centro dei pensieri di un uomo! L’amore è da sempre il miglior antidepressivo, questo sì! Ma le risorse che l’innamoramento fa emergere sono solo nostre, sono fiori perenni che aspettavano solo di sbocciare!

(Maria Teresa Rizzato, psicoterapeuta)

Ho letto Madame Bovary per l’esame di letteratura francese all’Università e ne sono rimasta sdegnata perché in tutto il libro questa donna si dimostra di una vuotezza impressionante. Certo avevo letto i vari saggi di critica che ragionavano sul fatto che lei fosse un soggetto desiderante e moderno, ma per me rimaneva una donna che negava la realtà perché altrimenti avrebbe dovuto fare i conti con il proprio buco nero interiore che cercava di riempire inventandosi amori da fiaba adolescenziale. Soprattutto trovavo, e trovo, tremendo che Emma demandi la realizzazione della propria felicità al marito. Madame Bovary non ha un progetto esistenziale e incamera continuamente oggetti e vestiti per non incontrare il nulla di se stessa. Ho pensato che grazie al cielo io e Madame Bovary eravamo agli antipodi.

(Marina Spada, regista)




Giovanni Zaccherini
Laureato in Lettere Moderne all'Università degli Studi di Milano, ha insegnato materie letterarie, storia, filosofia e storia dell’arte negli istituti superiori. Ha collaborato e collabora con il Comune e il Circolo Filologico milanesi alla selezione e divulgazione di autori e testi inediti e all'organizzazione di eventi culturali.
Giornalista pubblicista, “Premio Guidarello per il giornalismo d'autore” 2010 per la sezione cultura, ha pubblicato e pubblica sulle terze pagine dei quotidiani “Avvenire”, “il Corriere di Romagna”, “il Resto del Carlino”, “La Voce di Romagna”, “Prealpina”, “Varese News” e sui periodici “la Ludla”, “la Piê”, “Libro Aperto”, “Stanza Letteraria” con rubriche di critica d'arte, musica, storia e letteratura. Ha compilato le voci “Dialetto”, “Folclore” e “Proverbi” per l'enciclopedia “Sguardi sulla Romagna” e ha collaborato all’ “Antologia della letteratura romagnola” di prossima uscita.
Ma, al di là di questi sintetici dati, nella mia vita e nella mia professione c’è soprattutto il desiderio di vivere con gli altri quella cultura che ci rende più “umani” e vicini in una comune condivisione. Ricordo le mie prime esperienze, come animatore del Comune di Milano, quando mi aggiravo nelle nebbie delle periferie per ricercare, raccogliere e insegnare a leggere e scrivere agli ultimi analfabeti che venivano dal sud. Poi, gli anni di insegnamento nei licei della Milano “bene”, anzi della Milano “da bere” … situazioni ed ambienti diversissimi, che mi hanno messo in grado di saper apprezzare e godere di culture e persone tanto lontane.
Per questo, anche nella mia attività giornalistica ho sempre rifuggito dallo specialismo e mi è piaciuto scrivere, mettendomi in sintonia con generi e periodi diversi: dall’ultima edizione di “Kind of blue” di Miles Davis, ai concerti grossi di Corelli, ai cori delle mondine. Oppure, cambiando campo, dalle eroine di Crepax, ai tesori della grafica rinascimentale, all’architettura liberty. Ecco, lo scrivere è come un dono, il dono di un piacere condivisibile e condiviso, un essere per sé e per gli altri.



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