giovedì 15 luglio 2021

Cannes 2016 / La rivelazione Virginie Efira

 


Virginie Efira, belga 39 anni: a Canes 2016 ha due film, "Victroia" ed "Elle"

VIRGINIE EFIRA, BELGA, 39 ANNI: A CANNES 2016 HA DUE FILM, “VICTORIA” ED “ELLE”

Cannes 2016: la rivelazione Virginie Efira

Due film al festival, è la nuova regina del cinema francese


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Imparate subito questo nome: Virginie Efira. In Elle di Paul Verhoeven appare accanto all’immensa Isabelle HuppertLa Semaine de la critique, sezione indipendente di Cannes 2016ha aperto con lei e il suo Victoria di Justine Triet, di cui è  protagonista assoluta.

La Francia ha imparato ad amare la belga Virginie Efira, 39 anni e un volto bellissimo che sorride da molte cover di magazine,  durante il Festival di Cannes 2016. Non solo: Virginie Efira è nei cinema è accanto a Jean Dujardin, in Un homme à la hauteur. Oggi che è una diva, ci racconta che non è stato facile: “Ho fatto televisione per tanto tempo, per cui ho dovuto combattere un pregiudizio nei miei confronti: quella che veniva dal piccolo schermo…”.

Com’è andata sul set accanto a un mostro sacro come Isabelle Huppert?
In Elle penso sia straordinaria. E devo dire che ero pronta a fare qualunque cosa mi avesse chiesto. Nel film sono la sua vicina di casa, Rebecca, un personaggio che è stato ampliato rispetto al romanzo: è una donna molto religiosa, cosa che rispetto. Ma diciamo che la Victoria di Justine Triet mi somiglia di più.



Il cast di "Elle" sul red carper del film a Cannes 2016: Virginie Efira è la prima a sinistra, in verde Isabelle Huppert e alla sua sinistra il regista Paul Verhoeven

IL CAST DI “ELLE” SUL RED CARPER DEL FILM A CANNES 2016: VIRGINIE EFIRA È LA PRIMA A SINISTRA, IN VERDE ISABELLE HUPPERT E ALLA SUA SINISTRA IL REGISTA PAUL VERHOEVEN

Victoria è una donna forte, che nel lavoro e nella vita cade e si rialza…
Lei non vorrebbe cadere, ma ovviamente tutti abbiamo momenti di debolezza. La follia è volere essere sempre per forza solide, anche davanti alla violenza esterna, quella degli uomini, e voler tenere tutto sotto controllo per forza. Allora quando cadi, lo fai in modo clamoroso e doloroso. Victoria è una donna vera, molto complessa, non è sottomessa, ma non è nemmeno Wonder Woman, è una persona molto reale.

In entrambi i film di Cannes 2016, ha a che fare con uomini che le complicano la vita…
Diciamo che non la rendono più facile… Ma nelle relazioni non c’è mai uno che è vittima e l’altro. Non penso che Victoria per esempio sia solo una vittima di uomini sbagliati. La verità è che bisognerebbe superare il passato, ma non sempre ci si riesce. Forse le farebbe bene un po’ di astinenza, in tutti i sensi, sessuale e sentimentale. Come diceva qualcuno, l’amore mi sembra un sentimento sopravvalutato.

 

 

In una scena di "Victoria", il film che ha aperto la sezione Semaine de la Critique al Festival di cannes 2016

IN UNA SCENA DI “VICTORIA”, IL FILM CHE HA APERTO LA SEZIONE SEMAINE DE LA CRITIQUE AL FESTIVAL DI CANNES 2016

 

 

Questo 69esimo Festival di Cannes ha presentato tanti film con donne protagoniste. Una novità secondo lei?
Ci sono sempre stati cineasti che riflettono sulla condizione della donna, penso ad Agnès Varda, ma oggi forse c’è una rappresentazione più complessa, della donna… Charlotte Rampling 15 anni fa diceva che per una donna, a 40 anni nel cinema le cose si fanno difficili. Oggi in Francia c’è la possibilità di fare cinema in molti modi, le regole sono messe in discussione, le donne sullo schermo sono diverse. Le storie rappresentano donne con una sessualità più aggressiva, un arco di età più ampio. E ci sono più registe, quindi non c’è più lo sguardo patriarcale che racconta solo le ragazze. Mi piacciono i film sulle adolescenti, però ci sono tante storie di donne e le donne non sono più relegate in un angolo.

Lei si è mai sentita in un angolo?
Come le dicevo, non è che esiste un “club” del cinema che ti dice “ok, adesso siediti con noi, prenditi un drink, questa è la tua tessera”. C’è voluto un po’ di tempo per farmi accettare da quel mondo che non mi perdonava la tv di successo del mio passato. Ho capito un po’ in ritardo che sentirsi legittimati è un fatto tutto tuo, personale. Se sei la prima a vergognarti del tuo passato, di quello che hai fatto, sarai sempre svantaggiata. Quando ho smesso di giudicarmi, sono anche riuscita a sentirmi in armonia con un progetto o con un regista. Sono riuscita a passare dalla commedia di Justine Triet al dramma di Paul Verhoeven. C’è voluto tempo, ma devi far pace con te stessa, è tutto lì.

AMICA



martedì 13 luglio 2021

The Rolling Stones / Galleria


THE ROLLING STONES

Charlie Watts
Keith Richards
Mick Jagger
Ron Wood
GALLERIA


Charlie Watts, Richard Keiths, Mick Jagger y Ron Wood
























Charlie Watts, Keith Richards, Mick Jagger y Ron Wood



venerdì 2 luglio 2021

Sibyl / Laberinti di una donna

 





- LABIRINTI DI UNA DONNA

regia Justine Triet
con
 Sandra Hüller,
Virginie Efira,
Adèle Exarchopoulos


(Francia - 100 minuti )



Sibyl ha abbandonato la scrittura per diventare psicologa, ma con il tempo la voglia di scrivere è tornata: dunque la donna chiude le terapie in corso e comincia a immaginare la trama del suo nuovo romanzo. Ma a sorpresa una giovane attrice, Margot, le telefona con voce disperata: è incinta del coprotagonista del film che sta girando, e la compagna ufficiale dell’attore è proprio la regista. Per motivi che nemmeno lei sa spiegarsi, Sibyl la prende in cura e diventa per lei un punto di riferimento imprescindibile. Anche per Sibyl, Margot diventa a poco a poco necessaria, con una sorta di transfert alla rovescia. Inizia così un gioco di specchi che coinvolgerà non solo Sibyl e Margot ma tutti intorno a loro: l’attore fedifrago, la regista tradita, la sorella di Sibyl, il suo compagno e sua figlia Selma. Una galleria di personaggi che confluirà nel romanzo che l’autrice sta scrivendo.



TRIESTECINEMA



domenica 27 giugno 2021

A cosa serve un festival al tempo del virus? / Riflessioni ad alta voce sul Festival del Cinema dei Diritti Umani di Napoli

Napoli


A cosa serve un festival al tempo del virus?

Riflessioni ad alta voce sul Festival del Cinema dei Diritti Umani di Napoli

17 NOVEMBRE 2020, 


Una domanda retorica ma non troppo. Alcuni anni fa aprimmo il nostro Festival del Cinema dei Diritti Umani di Napoli con la citazione di un padre nobile del Novecento, lo storico britannico Eric Hobsbawm, autore di un breve saggio sui Festival culturali con cui tentava di rispondere alla domanda retorica sul valore dell’esistenza di simili eventi, considerato il crescente proliferare di questo genere di manifestazioni in tutta l’Europa. Hobsbawm concludeva, dopo alcune critiche e osservazioni, invitando tutti, comunque, a godersi l’imminente Festival musicale di Salisburgo del 2006, quasi a farsi perdonare l’apparente acredine della sua domanda che, pure, aveva lasciato il segno.

Oggi, se Hobsbawm fosse ancora tra noi, il suo quesito sarebbe da riproporre con il titolo di questo articolo. Ci sarebbe da chiedersi se, dopo tanta amarezza, dolore, sorpresa dovuta alla pandemia che ha ferito il nostro mondo nell’anno 2020, c’è ancora spazio per tanti Festival culturali, artistici, sociali, politici che ripropongono, spesso, il paradigma del pensiero dominante e del mercato o non sarebbe meglio tacere e lasciar riflettere tutti, ognuno per sé, sul destino dei singoli e dell’Umanità, rendendo “definitivo” il distanziamento sociale che il virus ci ha imposto. È quello che ci chiediamo oggi, a pochi giorni dall’esordio della XII edizione del Festival del Cinema dei Diritti Umani di Napoli.

Anche noi, come Hobsbawm, siamo propensi a credere che i Festival possano essere testimoni di una ricerca del nuovo e non debbano essere spenti, a patto che (e il punto è proprio questo) svolgano effettivamente un ruolo maieutico, critico e creativo, altrimenti rischiano di consolidare i principi e le finalità del pensiero dominante che ci ha condotti fin qui. E su questo dilemma, proviamo a interrogare noi stessi, per capire quanto il nostro Festival possa essere utile in tempo di Coronavirus.

Due risposte per un Festival poco normale

La prima risposta che viene in mente è che la missione che ci siamo dati, 15 anni fa, non è propriamente quella di un Festival cinematografico tradizionale. Non abbiamo mai celebrato la cinematografia italiana e neppure mondiale, non abbiamo applaudito le grandi produzioni e gli attori famosi con il loro paniere di novità, non abbiamo neppure atteso il pubblico in sala, ma abbiamo cercato nuovi spazi (anche fisici) per il cinema in crisi, andando incontro a storie contemporanee, non solo italiane, incontrando le persone laddove vivono e misurano quotidianamente il valore concreto dei Diritti Umani. Talvolta abbiamo recuperato luoghi abbandonati contribuendo a riscoprire angoli dimenticati della Città.

Nei primi anni di attività, abbiamo persino tentato di offrire spazi internazionali alle opere documentarie prodotte da giovani autori italiani che si muovevano nel solco della grande tradizione socio-antropologica del dopoguerra, approfittando del nostro legame storico con l’Argentina e della sensibilità dell’Istituto di Cultura Italiana all’estero, ma dopo un po’ il Ministero ci ha tagliato i fondi, forse ritenendo che il cinema italiano non aveva nulla da apprendere dal resto del mondo, e ha preferito assegnare quelle scarne risorse a Festival e progetti che esportavano l’immagine ridente di una Italia vacanziera e spendacciona, un profilo risultato poi tragicamente falso. Allora andava di moda l’effimero e tutto si adeguava a quella tendenza. Oggi possiamo affermare che quel modo di gestire il cinema era penosamente obsoleto, presuntuoso e dannoso, ma ormai non si può tornare indietro, però serve riflettere sugli errori del passato.

A noi piace ricordare che, un tempo, il Festival di Venezia veniva “sequestrato”, per la breve durata della manifestazione, da intellettuali, attori e registi che occupavano il Lido e lanciavano segnali al mondo intero per dire che il Cinema (e l’Italia, e l’Europa) non era solo il regno dell’effimero, della bellezza e dell’evasione, ma la fucina della nuova politica, della solidarietà internazionale e della coscienza critica del mondo intero, insomma un balsamo per chi soffriva il tallone d’acciaio del capitalismo. Il Vietnam, l’America Latina e l’Africa erano considerati elementi essenziali per costruire una visione globale dell’arte e della democrazia che metteva all’ordine del giorno la condizione umana durante la guerra fredda, quando tutto il mondo era diviso tra blocchi politici granitici che sembravano inamovibili. Quei giorni di dibattito, quelle “occupazioni” corsare in cui Pasolini, Volonté, Zavattini e altri parlavano per ore ad alta voce delle utopie rivoluzionarie, erano la finestra aperta verso un mondo nuovo che oggi, lasciata senza orizzonte, sbatte al vento in una stanza vuota.

Forti di quei ricordi, abbiamo deciso di continuare a guardare fuori dell’uscio di casa, facendoci portavoce delle istanze di libertà e di lotta del cinema politico prodotto da popoli e Paesi che soffrivano la guerra o la mancanza di democrazia, anche nel cuore della grande Europa o persino nella lontana Australia. Siamo diventati cercatori di storie e di documentari che raccontavano le odierne forme di resistenza e di lotta contro il potere dei pochi che governano il mondo e questo ci ha trasmesso l’energia sufficiente a resistere fino ad oggi.

La seconda risposta che viene alla mente è il valore che queste storie possono avere per sviluppare consapevolezza di ciò di cui abbiamo bisogno per essere migliori, per vivere pienamente la nostra vita. Il nostro sogno ricorrente è quello di mantenere viva una coscienza critica che ha attraversato il cinema italiano negli anni ‘60 e ‘70 e che è poi sparita troppo presto dalla scena culturale del nostro Paese. In altre parole, vorremmo tenere accesa la flebile luce che faceva del Cinema Italiano un punto di riferimento dei popoli in cerca di libertà. Ci piacerebbe infatti, e non ne facciamo mistero, che da Napoli partisse un progetto di solidarietà, attraverso il Cinema e l’arte, che potesse stabilmente raccogliere, nella nostra Città, le istanze di tutti coloro che sognano la libertà di espressione e una maggiore giustizia sociale, dando attuazione al nostro storico slogan: Napoli, Capitale dei Diritti Umani. È troppo?

Ecco, sono queste le nostre ragioni e le risposte alla domanda retorica di Hobsbawm che non smetteremo mai di porre a noi stessi.

Napoli, le migrazioni e il 2020

E poi, perché Napoli? Perché qui, più che in ogni altro luogo, siamo nello snodo che separa il mondo antico da quello moderno, a due passi dall’Africa che rappresenta il futuro del Pianeta, dentro l’Europa che è l’antica espressione dello Stato ormai in crisi. È qui che si avvertono i sussulti delle migrazioni che il Mediterraneo non può più attutire e gli effetti della deriva dei continenti, della crisi climatica e delle contraddizioni del neo colonialismo finanziario, prossimo all’implosione. È qui che possiamo misurare la temperatura del pianeta surriscaldato dall’effetto serra e da decine di guerre e dittature che ne mettono a dura prova l’esistenza. Qui si fanno i conti con la storia e lo sviluppo, prima che altrove.

Ecco, il nostro sogno del Cinema dei Diritti Umani di oggi è questo: diventare il catalizzatore di una coscienza collettiva che, scegliendo il Cinema e il suo linguaggio come alfabeto del cambiamento, provi a sollecitare le sensibilità di tutti coloro che vivono nella rete e credono nella solidarietà come motore di cambiamento, per offrire informazione, occasioni di incontro, di riflessione e azione, per dare finalmente vita a progetti e strategie di sopravvivenza dedicati a chi non accetta gli orizzonti del neocapitalismo e dello sfruttamento senza regole delle risorse naturali, del suolo, delle foreste e delle persone. Il Cinema dei Diritti Umani come antidoto all’indifferenza, al disastro ambientale, alla fine della politica, per dirla con Hobsbawm.

La drammatica vicenda del Coronavirus non fa che incoraggiare queste scelte di resistenza. La pandemia, infatti, ha dilatato le distanze tra i poveri e i ricchi, ha acuito le contraddizioni del nostro folle modo di vivere a discapito dell’ambiente, riducendo la speranza in un futuro sostenibile a cui avremmo voluto che il mondo intero si convertisse dopo gli appelli di Greta Thunberg e degli scienziati. Avevamo scommesso l’edizione del 2019 del nostro Festival su questo obiettivo, ma la pandemia ci ha riportato indietro, pur con una coscienza nuova.

Qualcuno ha scelto, visti i risultati deludenti, di isolarsi del tutto e rinunciare alle idee e attendere il ritorno della “normalità”. A noi, invece, piace pensare che più le persone sono sole e più c’è motivo di proporre momenti di dialogo per capire come poter resistere, senza cedere al pensiero unico che ci vuole soli e lontani. Ed è questo lo spirito con cui, in pieno lockdown (27 marzo – 4 maggio 2020), abbiamo lanciato uno slogan e una rassegna di pensieri: Virus e diritti. Non spegniamo il cervello che ha avuto un buon successo e a cui oggi si ispira il nostro XII Festival intitolato Diritti in ginocchio. Pandemia, sovranismi e nuove discriminazioni.

Non resta che adattare le nostre strategie comunicative agli strumenti tecnologici disponibili e riprendere la strada del racconto, della ricerca di verità e della lotta. Non abbiamo mai venduto biglietti e abbiamo scelto la strada della sobrietà, del volontariato, abolendo tappeti rossi e gettoni per gli ospiti, per essere coerenti con la nostra missione di raccontare i Diritti Umani; questo ci ha reso più adatti a sopportare la mancanza di risorse, di pubblico, stando fuori dal cosiddetto “mercato”.

In fondo, la crisi del Cinema e della cultura ai tempi del Coronavirus, fa il paio con la crisi del lavoro che, da molti anni, non ha più la fabbrica, il luogo dove migliaia di persone si incontravano quotidianamente dividendo il pane e i pensieri, ma non per questo ha ceduto i suoi diritti. Il Cinema non ha più le sue sale di proiezione, ma resta uno degli strumenti più efficaci per descrivere i cambiamenti del nostro tempo. Cambia il lavoro e cambia pure il modo di fruire della cultura. Ci adatteremo, ma difendendo i nostri valori.

E allora lasciateci dire che c’è ancora bisogno di Festival, eccome, ma di Festival diversi, capaci di raccontare e promuovere nuove resistenze, più adatti alla tensione dei nostri giorni. E, almeno in questo, il nostro Festival è già nel futuro.

WSI