DONNE
sabato 9 novembre 2019
venerdì 8 novembre 2019
Antonia Pozzi / Sfiducia
Antonia Pozzi
Tristezza di queste mie mani
troppo pesanti
per non aprire piaghe,
troppo leggere
per lasciare un'impronta -
tristezza di questa mia bocca
che dice le stesse
parole tue
- altre cose intendendo -
e questo è il modo
della più disperata
lontananza.
16 ottobre 1933
Diario di poesia
Mondadori, Milano, 1943
Antonia Pozzi / Novembre
Antonia Pozzi
NOVEMBRE
E poi -se accadrà ch'io me ne vada-
resterá qualche cosa
di me
nel mio mondo-
resterà un'estile scìa di silenzio
in mezzo alle voci-
un tenue fiato di bianco
in cuore all'azzurro-
Ed una sera di novembre
una bambina gracile
all'angolo d'una strada
venderà tanti crisantemi
e ci saranno le stelle
gelide verdi remote-
Qualcuno piangerà
chissà dove -chissà dove-
Qualcuno cercherà i crisantemi
per me
nel mondo
quando accadrà che senza ritorno
io me ne debba andare.
1930
giovedì 7 novembre 2019
mercoledì 6 novembre 2019
Shirin Neshat / Donne
domenica 3 novembre 2019
Attrazione fatale a teatro (e l’amante non muore più)

Attrazione fatale a teatro (e l’amante non muore più)
Glenn Close proprio non voleva morire. E pianse perfino, quando le dissero che alla fine della storia lei sarebbe stata spazzata via con un colpo di pistola proprio dalla mogliettina tradita. Ricordate Attrazione fatale di Adrian Lyne? Fu il film choc degli anni Ottanta. La torrida avventura di una notte di un uomo sposato (Michael Douglas) si trasforma in incubo per lui e la sua famiglia, di fronte al rifiuto dell’amante occasionale (la Close, appunto) di uscir di scena e alla sua progressiva trasformazione in una mostruosa arpia, che verrà uccisa nel finale drammatico e mozzafiato.Dall’immagine di single in carriera, disperata, vendicativa e sfasciafamiglie, Glenn Close non si sarebbe liberata per anni. E il film di Lyne, che alcuni videro come una parabola sull’Aids, altri come una critica alla società permissiva, venne denunciato dai liberal americani come un attacco al femminismo e alle donne che puntavano al successo professionale. Ma l’idea originale dello sceneggiatore James Dearden era molto diversa. Come lui stesso ha rivelato al Guardian, Alex Forrest (l’amante impazzita magistralmente interpretata da Close) doveva essere in realtà una figura tragica, sola e perfino simpatica.
Certamente non era previsto che morisse. Ma quando la versione finale dello screenplay venne presentata ai produttori, questi storsero il naso. Dan Gallagher, il personaggio di Douglas, ne usciva male, aveva tradito la moglie, non era abbastanza eroico, come si conveniva alla narrativa preferita di Hollywood. Occorreva cambiare, dissero, indirizzando a poco a poco tutta la colpa verso Alex. Ma decisivi per il finale di sangue furono i focus group, un concetto nuovo per l’epoca, che non gradirono la prima versione e dissero chiaramente che avrebbero voluto vedere la donna del peccato punita dalla moglie. «Così accettai di scrivere un nuovo finale, quello dove Alex viene uccisa con un colpo di pistola nel bagno di casa», ammette Dearden, che dovette sobbarcarsi pure lo sgradito compito di dare la notizia a Glenn Close.
Quando nell’ufficio della produzione, lo sceneggiatore le spiegò le modifiche, l’attrice si lasciò sfuggire una lacrima e rispose sdegnata: «Mettetemi una camicia di forza, ma non riuscirete a costringermi a farlo». Fu il suo agente a farla venire a più miti consigli, anche ricordandole cosa le sarebbe costato abbandonare il progetto. Sul piano commerciale, avevano ragione i tycoon di Hollywood: nominato per sei Oscar, Attrazione fatale fece un botto mondiale e incassò 300 milioni di dollari, una cifra enorme per quei tempi.
Il successo valse però a James Dearden l’odio incondizionato delle femministe: più volte Shere Hite, al tempo la più celebre portavoce della causa, lo coprì di contumelie. Trent’anni dopo, deciso a liberarsi da un’etichetta in cui non si è mai riconosciuto, l’autore e regista torna sui suoi passi ma senza delitto. E mette in scena al Royal Haymarket di Londra una versione teatrale di Attrazione fatale, dove ripropone l’impostazione originale e la povera Alex è molto meno demoniaca di quella resa celebre dal film. Soprattutto, non muore. Non ci sono però Glenn Close né Michael Douglas, per sempre impigliati nella memoria della donna vampiro e del maschio redento.
Dal Corriere della Sera del 13 marzo 2014
Guarda qui il trailer originale di Attrazione fataleGuarda qui una sequenza del film di Adrian Lyne
Guarda qui il trailer de L’amore infedele di Adrian Lyne con Richard Gere, Diane Lane
Guarda qui il trailer di Proposta indecente di Adrian Lyne con Demi Moore e Robert Redford
Guarda qui il trailer di Nove settimane e mezzo di Adrian Lyne con Kim Basinger e Mickey Rourke
Guarda qui il trailer de L’amore infedele di Adrian Lyne con Richard Gere, Diane Lane
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Guarda qui il trailer di Nove settimane e mezzo di Adrian Lyne con Kim Basinger e Mickey Rourke
sabato 2 novembre 2019
Andersen / L'Acciaro Magico

L’acciarino Magico, testo completo e riassunto della favola di Andersen
L’Acciarino Magico
Un soldato marciava allegramente verso il suo villaggio: uno, due! Uno, due! Con lo zaino in spalla e la sciabola al fianco, ritornava dalla guerra. Improvvisamente incontrò una strega molto vecchia e brutta.
– Buongiorno, soldato, – gli disse, – hai una bella sciabola, ma il tuo zaino sembra vuoto. Ti piacerebbe possedere molti soldi?
– Si, certo, rispose il soldato.
– Bene, allora scendi nel tronco cavo di questo albero. Prima ti attaccherò una corda intorno alla vita, per farti poi risalire quando me lo domanderai – continuò la strega.
– Che cosa troverò in questo grosso albero? – domandò il giovane soldato.
– Denaro, soldato, tanto quanto ne vorrai. Quando sarai arrivato sul fondo, vedrai una galleria illuminata da un centinaio di lampade. Sulla sinistra troverai tre porte: ciascuna di esse apre una stanza. Nella prima camera vedrai un cofano sul quale è seduto un cane con due occhi grandi e piatti. Non averne paura, stendi per terra il mio grembiule blu a quadri, afferra poi il cane e mettilo su di esso: come per incanto, resterà immobile. Apri pure il cofano e prendi tutti i soldi di rame che desideri.
Se preferisci invece le monete d’argento, entra nella seconda stanza. Anche qui c’è un cofano difeso da un cane con due occhi grandi come le macine di un mulino. Agisci come la prima volta e prendi tutti i soldi d’argento che desideri.
Ma se vuoi l’oro, entra nella terza stanza. Anche là troverai un cane con due occhi grandi come la torre rotonda di Copenaghen. Fai come prima e prendi tutte le monete d’oro che desideri.
– Certo che mi conviene molto – mormorò il soldato.
– E voi cosa desiderate in cambio di queste ricchezze?
– Riportami solamente l’acciarino che mia madre ha dimenticato l’ultima volta che è scesa nell’albero.
– D’accordo. Dammi il tuo grembiule a quadri blu, attacca la corda intorno alla mia vita, poi scenderò subito in fondo all’albero – disse il giovanotto, risoluto.
Le cose andarono come aveva detto la strega. Il soldato trovò uno dopo l’altro i tre cani spaventosi con i loro occhi grandi. Si riempì le tasche di monete di rame, ma le svuotò subito dopo per prendere quelle d’argento ed infine per le monete d’oro di cui si riempì anche gli stivali e lo zaino. Ora era cosi ricco che avrebbe potuto comperare la città di Copenaghen!
– Buongiorno, soldato, – gli disse, – hai una bella sciabola, ma il tuo zaino sembra vuoto. Ti piacerebbe possedere molti soldi?
– Si, certo, rispose il soldato.
– Bene, allora scendi nel tronco cavo di questo albero. Prima ti attaccherò una corda intorno alla vita, per farti poi risalire quando me lo domanderai – continuò la strega.
– Che cosa troverò in questo grosso albero? – domandò il giovane soldato.
– Denaro, soldato, tanto quanto ne vorrai. Quando sarai arrivato sul fondo, vedrai una galleria illuminata da un centinaio di lampade. Sulla sinistra troverai tre porte: ciascuna di esse apre una stanza. Nella prima camera vedrai un cofano sul quale è seduto un cane con due occhi grandi e piatti. Non averne paura, stendi per terra il mio grembiule blu a quadri, afferra poi il cane e mettilo su di esso: come per incanto, resterà immobile. Apri pure il cofano e prendi tutti i soldi di rame che desideri.
Se preferisci invece le monete d’argento, entra nella seconda stanza. Anche qui c’è un cofano difeso da un cane con due occhi grandi come le macine di un mulino. Agisci come la prima volta e prendi tutti i soldi d’argento che desideri.
Ma se vuoi l’oro, entra nella terza stanza. Anche là troverai un cane con due occhi grandi come la torre rotonda di Copenaghen. Fai come prima e prendi tutte le monete d’oro che desideri.
– Certo che mi conviene molto – mormorò il soldato.
– E voi cosa desiderate in cambio di queste ricchezze?
– Riportami solamente l’acciarino che mia madre ha dimenticato l’ultima volta che è scesa nell’albero.
– D’accordo. Dammi il tuo grembiule a quadri blu, attacca la corda intorno alla mia vita, poi scenderò subito in fondo all’albero – disse il giovanotto, risoluto.
Le cose andarono come aveva detto la strega. Il soldato trovò uno dopo l’altro i tre cani spaventosi con i loro occhi grandi. Si riempì le tasche di monete di rame, ma le svuotò subito dopo per prendere quelle d’argento ed infine per le monete d’oro di cui si riempì anche gli stivali e lo zaino. Ora era cosi ricco che avrebbe potuto comperare la città di Copenaghen!
Trovò l’acciarino, lo prese e chiamò la strega. Che cosa vuoi fare di questo acciarino? – le domandò il giovanotto quando fu nuovamente fuori sulla strada.
– Sei troppo curioso, soldato! Accontentati dell’oro che hai!
– Voglio anche l’acciarino! Ridammelo o ti ammazzerò!
La strega si rifiutò con fermezza; il soldato allora l’ammazzò e con passo pesante, perché era molto carico, si diresse verso la città vicina dove alloggiò nel miglior albergo.
Là condusse una bella vita, circondato da cortigiani che lo adulavano.
Un giorno sentì parlare dei pregi e della bellezza della principessa, figlia del re di Danimarca.
– Mi piacerebbe molto conoscerla – sospirò il soldato.
– È impossibile – gli fu risposto.
– La principessa vive rinchiusa in un castello, circondato da alte mura. Nessuno può avvicinarsi. Il re la sorveglia gelosamente perché un mago gli ha predetto che sposerà un semplice soldato.
Per dimenticare questa delusione il giovane uscì con i suoi amici e sperperò molti soldi; tanto che, un giorno, non gliene rimase nemmeno uno.
Lasciò l’albergo per andare a vivere in una povera mansarda. I suoi amici gli voltarono le spalle.
Una sera, volendo accendere la sua candela, batté l’acciarino della strega. Nell’attimo stesso che s’accese la scintilla, apparve uno dei tre cani con gli occhi grandi.
– Ordina, padrone! Io ti servirò – gli disse – e i miei compagni sono anch’essi pronti ad ubbidirti.
Il soldato capì che l’acciarino era magico e chiese alcune monete d’oro. In questo modo ridiventò presto ricco e adulato.
Tuttavia era triste, perché era innamorato segretamente della principessa.
Una notte, ormai disperato, incaricò uno dei cani di portargli la principessa. Era così bella, profondamente addormentata sul dorso dell’animale, che il soldato le diede un bacio. Il cane la riportò poi al castello.
Il giorno dopo la principessa raccontò ai genitori sovrani ciò che credeva fosse stato un sogno. Diffidente, il re la fece seguire dalle sue ancelle per vedere dove andasse di notte. Il cane, però, riuscì a far perdere le tracce.
Allora la regina fece cucire nei vestiti di sua figlia un taschino pieno d’orzo, forato all’estremità. Così, quando il cane, la notte seguente, portò via la principessa, i semi d’orzo caddero per terra indicando la strada che portava alla casa del soldato.
Il giovanotto fu immediatamente gettato in prigione e condannato all’impiccagione. Il giorno dell’esecuzione, moltissima gente si era riunita nella piazza. I sovrani e i giudici troneggiavano dall’alto di un palco.
Due guardie portarono il condannato che, prima di morire, espresse l’ultimo desiderio: quello di fumare un’ultima volta la pipa; ciò gli fu concesso. Prese dalla tasca l’acciarino magico e lo batté tre volte: i tre cani comparvero, feroci con i loro grandi occhi. Balzarono sui sovrani e li fecero precipitare dall’alto del palco sulla piazza ove si sfracellarono.
– Viva il piccolo soldato! – urlò la folla che detestava i sovrani tiranni – viva il nostro re!
Il soldato, divenuto re, sposò la principessa e furono felici per moltissimi anni, ben protetti dai tre cani dai grandi occhi.
– Sei troppo curioso, soldato! Accontentati dell’oro che hai!
– Voglio anche l’acciarino! Ridammelo o ti ammazzerò!
La strega si rifiutò con fermezza; il soldato allora l’ammazzò e con passo pesante, perché era molto carico, si diresse verso la città vicina dove alloggiò nel miglior albergo.
Là condusse una bella vita, circondato da cortigiani che lo adulavano.
Un giorno sentì parlare dei pregi e della bellezza della principessa, figlia del re di Danimarca.
– Mi piacerebbe molto conoscerla – sospirò il soldato.
– È impossibile – gli fu risposto.
– La principessa vive rinchiusa in un castello, circondato da alte mura. Nessuno può avvicinarsi. Il re la sorveglia gelosamente perché un mago gli ha predetto che sposerà un semplice soldato.
Per dimenticare questa delusione il giovane uscì con i suoi amici e sperperò molti soldi; tanto che, un giorno, non gliene rimase nemmeno uno.
Lasciò l’albergo per andare a vivere in una povera mansarda. I suoi amici gli voltarono le spalle.
Una sera, volendo accendere la sua candela, batté l’acciarino della strega. Nell’attimo stesso che s’accese la scintilla, apparve uno dei tre cani con gli occhi grandi.
– Ordina, padrone! Io ti servirò – gli disse – e i miei compagni sono anch’essi pronti ad ubbidirti.
Il soldato capì che l’acciarino era magico e chiese alcune monete d’oro. In questo modo ridiventò presto ricco e adulato.
Tuttavia era triste, perché era innamorato segretamente della principessa.
Una notte, ormai disperato, incaricò uno dei cani di portargli la principessa. Era così bella, profondamente addormentata sul dorso dell’animale, che il soldato le diede un bacio. Il cane la riportò poi al castello.
Il giorno dopo la principessa raccontò ai genitori sovrani ciò che credeva fosse stato un sogno. Diffidente, il re la fece seguire dalle sue ancelle per vedere dove andasse di notte. Il cane, però, riuscì a far perdere le tracce.
Allora la regina fece cucire nei vestiti di sua figlia un taschino pieno d’orzo, forato all’estremità. Così, quando il cane, la notte seguente, portò via la principessa, i semi d’orzo caddero per terra indicando la strada che portava alla casa del soldato.
Il giovanotto fu immediatamente gettato in prigione e condannato all’impiccagione. Il giorno dell’esecuzione, moltissima gente si era riunita nella piazza. I sovrani e i giudici troneggiavano dall’alto di un palco.
Due guardie portarono il condannato che, prima di morire, espresse l’ultimo desiderio: quello di fumare un’ultima volta la pipa; ciò gli fu concesso. Prese dalla tasca l’acciarino magico e lo batté tre volte: i tre cani comparvero, feroci con i loro grandi occhi. Balzarono sui sovrani e li fecero precipitare dall’alto del palco sulla piazza ove si sfracellarono.
– Viva il piccolo soldato! – urlò la folla che detestava i sovrani tiranni – viva il nostro re!
Il soldato, divenuto re, sposò la principessa e furono felici per moltissimi anni, ben protetti dai tre cani dai grandi occhi.
Done / Kimbra Audrey I
Tracce Maturità 2018, Alda Merini l’amore e la solitudine della poetessa
Tracce Maturità 2018, Alda Merini l’amore e la solitudine della poetessa
Un articolo ritratto uscito su «Sette»: « Soprattutto, di notte, i suoi dubbi più belli e più umani, le sue fragilità e i suoi versi che battevano e sbattevano come farfalle notturne contro i battiti nascosti dalla tua gabbia, e rendevano più caldo, più vero, il tuo sentire»
20 giugno 2018 (modifica il 20 giugno 2018 | 12:25)
Ecco il testo dell’articolo uscito su «Sette», supplemento del Corriere della Sera, a firma dello scrittore e poeta Andrea Salvatici nel 2014. Un ritratto di Alda Merini
Alda Merini nacque il primo giorno di primavera e fino alla fine, con i suoi battiti, con le sue labbra sempre innamorate, con la sua voglia di essere una donna libera e diversa, cercò di cogliere la forza e il limite della parola nel silenzio di un’immagine. I suoi versi, come polline a primavera, entravano nel corpo della gente comune. Il rosso che affiorava dalle sue labbra, dalle sue unghie, dalla pareti della sua camera, era un petalo di anemone sempre in balia dei suoi respiri, dei suoi versi, delle sue lacrime. Una donna che amava collane, orecchini, anelli giganteschi: un’alchimia personale, originale fino alla provocazione. Alda Merini era capace di usare il rossetto come cosmetico o matita dalla punta grossa e morbida per scrivere un numero di telefono importante vicino al letto. La parete era la sua rubrica personale. Si sollevava leggermente dal materasso, voltava lo sguardo, prendeva la cornetta, che spesso sembrava un impiccato abbandonato dal boia, e faceva il numero. Quella matematica rossa diventò un elemento necessario per la sua vita.
Telefonava a qualsiasi ora del giorno, ma prediligeva la notte, sua compagna muta ma vicina. Sapeva che avrebbe strappato una persona al sonno, ma voleva stare con lui o con lei a tutti i costi. «Com’è questa cosa? Sarà così?» iniziava sempre con una domanda. Non si presentava quasi mai, ma la vittima felice delle sue chiamate riconosceva subito la sua voce e la sua tosse. Perenne, goffa principiante della vita, sentiva la necessità di condividere sentimenti, dubbi, paure. E pause, e lì capivi che stava decapitando la sua quarantesima sigaretta, che quella testolina gialla sarebbe caduta per terra insieme ad altre dozzine. Un piccolo cimitero fatto di cenere e di anelli bruciacchiati, che preoccupava parenti e amici soprattutto quando era sola e i mozziconi si trasformavano in buchi neri nelle lenzuola. Il pavimento della sua camera richiamava, o forse rivelava, un furto e assumeva ogni giorno tratti e forme diverse.
Tavolozza di pittore, caos moderno, si modificava secondo i suoi stati d’animo: era territorio lunare di mozziconi, di lattine e barattoli, geometria di piatti abbandonati da giorni con affreschi secchi disegnati da una forchetta svogliata e distratta. Amava il suo corpo, amava sentirlo e mostrarlo attraverso una smagliatura delle calze, uno strappo della camicetta. Spesso una vestaglia, magari macchiata ma indossata con leggerezza, come una crisalide rotta esaltava la sua spregiudicatezza, la sua voglia di comodità assoluta. A volte, ridendo, diceva di assumere sul materasso la stessa posizione del bruco di Alice sul fungo. Era fatta così.
Era bella e unica perché non rassicurava nessuno. Non stava da nessuna parte, e non difendeva verità assolute. Le interessava viversi così, lontana da qualsiasi convenzione o regola sociale. Viveva l’amore con la stessa semplicità di un segno di matita nera: libero di essere tratto che incornicia uno sguardo, o potente acquerello sfumato sulle tracce ancora calde e sudate della passione. Sapeva custodire e proteggere il senso della vita, non solo la sua, dentro un rammendo rabberciato e quasi inutile. Alda Merini viveva da sola nel suo bilocale perché sentiva di essere libera. Non era una penitenza del cuore, non era una rinuncia, era il suo spazio vitale, la sua struttura ossea. Quelle pareti sapevano accogliere barboni, mendicanti, uomini semplici che non avevano bisogno di un titolo di studio o di un ruolo sociale: privi di bigliettini da visita si presentavano con i loro sguardi, le loro carezze, i loro sorrisi, sapevano comunicare e vivere la vita, la loro. Per lei dare era ricevere: un anello, una collana, un vaso di ceramica, un manifesto gigantesco di Papa Wojtyla, incorniciato, da non sapere come salire in metropolitana, un mazzo di fiori, un vassoio di pasticcini, una sciarpa di lana dura fatta a mano lunga tre metri.
Ma soprattutto, di notte, i suoi dubbi più belli e più umani, le sue fragilità e i suoi versi che battevano e sbattevano come farfalle notturne contro i battiti nascosti dalla tua gabbia, e rendevano più caldo, più vero, il tuo sentire. Era impossibile riattaccare anche dopo tre ore. Traboccava di vita e trasformava qualsiasi argine in un castello di sabbia e ti invitava a giocare, a raccontare, per annodare o sciogliere nuove storie. Usava i versi per strappare e rammendare il suo amore per la vita, spesso invisibile, la sua, agli occhi degli intellettuali che l’accolsero giovanissima e la dimenticarono troppo presto negli anni dolorosi del manicomio. Ricoveri, offese, dolori non hanno mai inquinato la sua linfa vitale, la sua sensibilità, la sua febbre. Quando ti regalava una poesia rompeva un caleidoscopio di vissuti: pezzettini colorati che assumevano forme nuove che scoprivi cosa volessero dirti magari dopo giorni o dopo un anno. Nei pori della sua pelle, aveva una pelle bellissima, c’era la farina, c’era il dolore, la stanchezza, la solitudine, la gioia analfabeta di un sguardo dopo l’amore, la povertà, l’amore verso le figlie, gli abbandoni, c’era la passione, c’era la preghiera. Nel buio di un reparto, Alda Merini riuscì a trovare un cielo stellato dentro una lampadina, e i suoi amori, i suoi desideri, i suoi fallimenti, i suoi versi, i suoi aforismi, come farfalle notturne testarde, continueranno a bruciare di vita contro quel cielo stellato che ha solo bisogno per sopravvivere di un semplice filo di rame.
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