mercoledì 14 giugno 2023

Morto Cormac McCarthy / La frontiera della letteratura

 

Cormac McCarthy

Morto Cormac McCarthy: la frontiera della letteratura

Scomparso a 89 anni l’autore di «La strada» e «Non è un paese per vecchi». Ha raccolto l’eredità di Faulkner, ha vissuto recluso, è riapparso con «The Passenger


di Marco Missiroli
14 giugno 2023 (modifica il 14 giugno 2023 | 12:20)

Cowboy. Addio, Cormac McCarthy. È morto il 13 giugno lo scrittore che cosparse di luce la letteratura contemporanea, raccogliendo l’eredità di Faulkner e raccontando le leggi crudeli di questa terra. La tenebra del creato, la supremazia della natura, un Dio parsimonioso nella misericordia.

È stato la scrittura, Cormac McCarthy. Per la sua lingua materica, come se ogni parola fosse impastata dalla vita, e per il mistero che lo avvolse da quando esordì a trentadue anni con Il guardiano del frutteto. È il 1965, McCarthy getta al mondo questo romanzo che restituisce un seme biblico mal digerito dalla critica: sembra un passo indietro verso la fame di modernità con cui i nuovi Philip Roth e Thomas Pynchon stanno svezzando il dopoguerra. Ma McCarthy viene da più lontano, lande desolate e anime imprigionate nei corpi, pistole puntate in segno di preghiera. L’assoluto distacco con il tempo presente a favore del tempo eterno.

Cormac McCarthy è figlio di un avvocato e di una fervente cattolica che gli diedero cinque fratelli. Si trasferirono dal Rhode Island al Tennessee quando non aveva ancora quattro anni. Deserti, ranch, polvere da sparo e cavalli dalle criniere argentee. Donne e uomini che razzolano, oscillando tra l’amore e la prevaricazione. Sono esseri viventi il cui silenzio è la stessa sostanza miliare di questo scrittore così parsimonioso nella produzione e così repellente al circo mediatico. Si tenne sempre alla larga da tutto, McCarthy, arrivando a sparare colpi in aria come monito a chi si avvicinava per strappargli un’intervista.

E si innamorò sempre: si sposò la prima volta nel 1961 per poi diventare padre di Cullen. Sono gli anni del ritorno universitario dopo essersi arruolato nell’Air Force e dopo aver reciso con la famiglia di origine, sfidando la miseria. Dormire nei fienili dismessi, racimolare il vitto prestandosi a lavori di manodopera pesante, finché con la moglie non si trasferisce a Chicago grazie ai dollari di un premio vinto per due racconti. Il trasloco dura poco, perché Cormac è inghiottito dalla città e ne esce con le ossa rotte. Vuole tornare in Tennessee ma la sua sposa rifiuta e lo lascia: è il momento in cui comincia il peregrinaggio giovanile. Vive solo, agguantando borse di studio che gli permettono di sbarcare il lunario e di viaggiare.

Quattro anni più tardi è in Irlanda, un ritorno agli antenati, dove perde la testa per Anne, cantante che sposa in Inghilterra. Andranno a Ibiza per permettergli di scrivere Il buio fuori, sua seconda opera che dipana nella totalità il codice mccarthyano: è l’inno alla Natura e ai legami che gli si oppongono. Una donna, un figlio generato dal peccato. Può mai un figlio essere generato dal peccato? Questo dubbio è la potenza di McCarthy e si rivolge alle colpe degli uomini e alla loro assoluzione, animali devoti al solo comandamento degli istinti. E se i suoi personaggi intaccano la materia biblica, come in Flannery O’Connor e Faulkner, è la lingua sputata dalle viscere a infrangere la mistica.

Leggere a voce alta Il buio fuori e un qualsiasi romanzo di McCarthy è un fatto alchemico, quasi si materializzasse l’energia che il suono evoca, quasi si compisse un processo chimico millenario. Lui lo disse: «Un paragrafo e arrivo a scorticarmi». Questa lacerazione confluisce nella densità di racconto che Harold Bloom definì prossima alla Divina Commedia. Ma c’è altro, ovviamente, e gira intorno alla parola «figlio». Figlio come venire al mondo. Figlio come essere sottoposti al tormento del mondo. Figlio come salvezza nel mondo. Nelle tre declinazioni c’è il conflitto su cui si battono gli antieroi di McCarthy, eredi della solitudine.

Non è un caso che sia il terzo romanzo dello scrittore di Providence, Figlio di Dio, a raccontare la coscienza dolente di McCarthy. Pubblicato nel 1973 esplora il cuore di un assassino e il cuore di sua madre, nel Sud degli Stati Uniti d’America. Quando esce in libreria, Cormac McCarthy e la moglie irlandese non hanno il becco di un quattrino e per vivere rimettono a posto un vecchio granaio, lavandosi nel lago poco distante. McCarthy ha trentasette anni e spera sia questo il luogo che lo accoglierà. Non sarà così: «Ovunque ero in trappola, ovunque ero stranamente felice», dirà riguardo a quell’inquietudine.

Il matrimonio con Anne va a picco, lui si trasferisce a El Paso, Texas. Qui scrive un romanzo di matrice autobiografica, Suttree, lavorato per vent’anni e uscito nel 1979, di nuovo in sordina. Comincia l’epoca in cui McCarthy rinforza il suo monachesimo, riluttante a qualsiasi invito o amicizia editoriale, scorbutico tranne che con gli animali, in attesa dell’audacia per una storia che accarezza da anni. Come protagonista dovrebbe avere un ragazzino chiamato «the kid». Che altro? Non sa nient’altro.

È l’albore del suo capolavoro, Meridiano di sangue, venuto sei anni più tardi e scritto grazie a una borsa di studio a cui ha accesso anche grazie a Saul Bellow. Meridiano è un western, dice qualcuno. L’avventura, dicono tutti. Cercano riferimenti con archetipi e generi, intuendo che McCarthy li rivoluziona attraverso la brutalità della giovinezza: leggendolo si sente il sibilo di una frusta, l’esplosione di un proiettile, il sonaglio di un serpente che sta per mordere. Non è una storia di formazione, semmai di deformazione al cospetto del male. L’inferno della Divina Commedia ritorna nel West americano.

Da questo momento, Cormac McCarthy diventa Cormac McCarthy. A lui non cambia niente, alla critica e all’universo letterario cambia tutto: gli avi letterari americani sono approdati alla modernità, è il nuovo Faulkner!, è il nuovo Melville!, si strilla con risvegliata compiacenza. Ed Herman Melville racchiude davvero lo stato nascente delle sue storie. Melville lo accoglie, El Paso lo accoglie, può iniziare lo spicchio di esistenza in cui McCarthy ha pace. L’alfabeto dei cowboy lo libera. Destrieri, lucertole, un maschilismo che consuma sé stesso, la violenza sfogata al galoppo. Umani che cacciano umani. È il sentimento che finisce in Cavalli selvaggi, il romanzo pubblicato nel 1992 che gli vale il National Book Award. Si racconta che furono in due a comunicargli di persona la notizia del premio e che solo uno dei due ebbe il coraggio di avvicinarsi all’abitazione di McCarthy. Suonò, aspettò invano, ritornò, aspettò di nuovo. Poi il Nostro aprì la porta e ascoltò la notizia con assoluta indifferenza.

Cavalli selvaggi è il primo tempo della Trilogia della frontiera che proseguirà nel 1994 con Oltre il confine e si concluderà con Città della pianura nel 1998. Nel frattempo McCarthy si innamora di Jennifer con cui si sposa e ha un figlio, John. La seconda paternità gli muta il corredo narrativo, ma è un mutare lento e irreversibile che non intacca il desiderio di solitudine. Lo scrittore rimane isolato con la famiglia, vive in New Mexico, maturando un’apertura verso l’universo scientifico, anche grazie all’amicizia con il fisico Murray Gell-Mann, fondatore del Santa Fe Institute. Comincia a frequentare l’istituto, terminando il romanzo Non è un paese per vecchi che i fratelli Cohen porteranno sul grande schermo.

Il cinema è un linguaggio che gli interessa, soprattutto per la verbalizzazione della scrittura: il dialogo è la sua ossessione che sfocia in Sunset Limited, un testo pensato per il teatro, sul confronto tra il bene e il male. Conversazioni, scienza, paternità: sono gli anni felici («Di quiete senza attesa») che portano McCarthy a una folgorazione. È una notte del 2003, si trova con il figlio John in un motel a El Paso. Prima di dormire John fa delle domande al padre che lasciano un segno. Durante la stessa notte McCarthy butta giù due pagine di una nuova idea: un padre e un figlio in cammino per la sopravvivenza, in un mondo futuro e raso al suolo. La scriverà in Irlanda, consegnando alle stampe nel 2006: La strada.

È un successo senza precedenti che gli fa vincere il Pulitzer e vendere più di un milione di copie, convincendolo alla sua prima intervista televisiva. Davanti alle telecamere McCarthy guarda a terra, infossato in una poltrona della libreria del Santa Fe Institute dove avviene la conversazione con Oprah Winfrey. Cruciale il momento in cui la giornalista gli chiede per quale motivo non si fosse mai concesso alla televisione. Risposta: «Beh, non penso che sia una cosa buona per la propria testa. Voglio dire, se si passa molto tempo a pensare come scrivere un libro, probabilmente non si dovrebbe parlarne. Bisogna limitarsi a scriverlo». Si dice che McCarthy non firmò la copia alla giornalista, come non firmò nessun altro esemplare tranne i duecento lasciati al figlio e sigillati in soffitta.

È l’addio definitivo alle scene mediatiche, ma non a quelle editoriali. McCarthy si rifugia al Santa Fe Institute, nessuno ha più notizie di lui. Tranne in un’occasione: la leggenda vuole che una mattina abbia incontrato uno studente universitario in una caffetteria di Tesuque. Lo studente lo avvicina, sa che McCarthy non è un tipo affabile ed è intimidito, vuole solo stringerli la mano. Si ritrovano a conversare, poi McCarthy lo invita a pranzo. Rimarranno insieme per due ore e mezza e di quel dialogo è trapelata solo una battuta dell’autore di Meridiano di sangue, a proposito di cosa si sarebbe inventato se non ce l’avesse fatta con la scrittura. «Il cowboy».

Ricomincia così la quiete di questo autore che ha inciso il suo lascito in una frase di Cavalli selvaggi: «Vedete solo quello che volete vedere», quasi mettesse in bocca al Signore l’ammonimento agli uomini refrattari all’occhio della letteratura. Perché esiste un creatore sommo per McCarthy, oltre al dio furioso di Faulkner e al dio terrificante di Melville: è lo spirito dell’imperfezione umana. Mostrando la nostra natura zoppa, si svela la misericordia di cui siamo capaci. È faticosa, certo. Passa dalla vendetta. Ma ha sempre nei figli l’atto salvifico.

Dopo il 2006, McCarthy divorziò per la terza volta e mise basi ancora più solide tra gli scienziati del Sante Fe Institute. Partecipò a convegni, si prodigò per raccolte fondi. A un certo punto scrisse un manuale che aiutasse a redigere testi scientifici in modo semplice. Uno dei consigli a cui teneva di più è Non usare punti esclamativi. Anche se il più importante è il primo e ha come titolo Essenzialità per ottenere chiarezza, che è anche il suggerimento dato a sé stesso ogni volta che si metteva alla scrivania e cominciava a battere a macchina.

Leggere Cormac McCarthy è un movimento di polmoni: se in Italia non avesse avuto traduttori della forza di Raul Montanari, Martina Testa, Maurizia Balmelli (e di Silvia Pareschi e Riccardo Duranti) sarebbe stato disperso il nitore muscolare di questo autore sconfinato. Ora basterà leggerlo e rileggerlo, e tutto sarà compiuto, partendo da The Passengerl’ultimo suo romanzo appena pubblicato, che assieme a Stella Maris (in uscita a settembre in Italia) chiude il testamento mccarthyano.

Sono i due libri che ha lasciato più a lungo nel cassetto, ribadendo il proprio vangelo del silenzio: anche questa lucidità è il patrimonio di Cormac McCarthy, oltre a una confessione che confidò qualche anno fa, ripensando al proprio destino: «Non c’è essere umano dai tempi di Adamo più fortunato di me. Non mi è successo niente che non fosse giusto. E non lo dico per fare lo spiritoso. Non c’è mai stato un momento in cui non avessi quel tanto di soldi e fossi infelice, un momento in cui qualcosa non capitasse. E questo sempre, sempre, sempre. Ce n’è abbastanza di che renderti superstizioso».


CORRIERE DELLA SERA


martedì 13 giugno 2023

Roland Barthes e l’amore ai tempi del Simposio

 

Roland Barthes


Roland Barthes e l’amore ai tempi del Simposio

di Alissa Piconcelli
Maggio 18, 2020

   Roland Barthes è uno scrittore, critico letterario e saggista francese (1915-1980). Tra le opere più importanti ricordiamo Il grado zero della scrittura (1953), Miti d’oggi (1957) e La camera chiusa (1980). Frammenti di un discorso amoroso fu pubblicato nel 1977 con l’intento di rappresentare un manuale per gli innamorati.  Al suo interno si trovano molti riferimenti ad altri libri di altri autori, come I dolori del giovane Werther di Goethe, il Simposio di Platone, riferimenti a Nietzsche e Freud. Barthes sostiene che l’amore si manifesti attraverso il linguaggio e di conseguenza la caratteristica principale dell’innamorato è quella di parlare di continuo del sentimento che prova ma il linguaggio non può afferrare un sentimento del genere e ciò fa risultare il modo di esprimersi insufficiente.

   Barthes prende in esame delle parole che fanno riferimento alla sfera amorosa e le commenta, aggiungendo riferimenti agli altri autori. Uno spazio particolarmente notevole è dedicato –  dato che si parla di amore era inevitabile –  al Simposio di Platone.

  Questo brano parla del vestiario del soggetto e del modo in cui si prepara per vedere il suo amato:

   “Socrate: <<mi sono fatto bello, per andare bello da un bello.>> Io devo rassomigliare a chi amo. Io postulo (ed è questo ciò che mi delizia) una conformità di essenza fra l’altro e me. Immagine, imitazione: faccio il miglior numero possibile di cose come l’altro. Io voglio essere l’altro, voglio che lui sia me, come se noi fossimo uniti, rinchiusi nel medesimo sacco di pelle, giacché il vestito non è altro che il liscio involucro di quella materia coalescente di cui il mio Immaginario amoroso è fatto”. La parola di questo capitolo è abito, che ha il compito di suscitare un ricordo o un’emozione tramite la ricordanza del vestito indossato dal soggetto in occasione dell’incontro amoroso per sedurre l’amato. Socrate si era preparato per andare a cena a casa di Agatone, invitato a celebrare una vittoria. A chi non è mai capitato di vestirsi bene per un’occasione importante, come un appuntamento con la persona che ci piace? L’atto di curare la propria immagine è istintiva poiché si tende ad “entrare nell’occhio” di colui che ci piace e se si riesce nell’impresa, il fatto di vestirsi bene diverrà un’azione automatica.

  Il brano seguente invece parla dell’importanza del capire ed essere capiti:

“Repressione; voglio analizzare, sapere, enunciare, in un linguaggio diverso dal mio; voglio raffigurare a me stesso il mio delirio, voglio “guardare in faccia” ciò che mi divide, mi taglia. Capite la vostra follia: tale era l’ordine di Zeus allorché comandò ad Apollo di torcere il viso degli Androgini divisi in due (come un uovo, una sorba) dalla parte del taglio (il ventre), affinché la vista del loro sezionamento li rendesse meno arroganti. Capire, non è forse scindere l’immagine, disfare l’io, organo supremo della disconoscenza?”. La parola del capitolo è capire e viene intesa come un momento di confusione senza trovare un modo per uscirne dove il soggetto pretende di voler capire che cosa gli sta succedendo. Ogni soggetto che ama ha sempre la paura di non riuscire a capire l’amato oppure ha paura di non sentirsi capito non solo da lui ma anche da se stesso. In un momento di attesa e confusione è normale non essere compresi e questo sentimento può portare all’allontanamento del soggetto da coloro che lo circondano.

   “Un uomo che ama, se fosse scoperto a commettere qualche bassezza o a subirla da un altro, sottomettendosi per viltà, non soffrirebbe così acerbamente se fosse visto dal padre o dagli amici o da chiunque altro, quanto se lo fosse da colui ch’egli ama.” Le parole sopra citate sono pronunciate da Fedro, anch’egli invitato a cena da Agatone. La parola chiave è colpe, dove il soggetto prova colpevolezza nei confronti dell’amato. Fedro vuole indicare che è peggio essere visti dall’amato, mentre si commette qualcosa di cui vergognarsi, rispetto che da un genitore. Quante volte può capitato al soggetto di colpevolizzarsi per qualcosa che potrebbe anche non aver fatto? Eppure viene d’istinto di auto colpevolizzarsi per qualcosa, come per esempio non aver ascoltato l’amato o non averlo considerato come esso magari si aspettava e non solo magari l’amato potrebbe aver subito qualcosa da qualche altra persona e il soggetto potrebbe pensare che sia colpa sua nonostante non abbia fatto niente.

   “Dunque, io soffrirò con l’altro, ma senza pesare, senza dannarmi. A questo comportamento, insieme molto affettivo e molto controllato, molto appassionato e molto civile, possiamo dare un nome: è la delicatezza: essa è in pratica la forma <<sana>> della compassione. (Ate è la dea del turbamento della mente, ma Platone parla della delicatezza di Ate: il suo piede è alato, esso tocca con leggerezza)”. Ate fa parte della mitologia greca e fu una dea cacciata dall’Olimpo (per colpa di Era che si era ingelosita della relazione tra Zeus e una donna mortale) poiché offuscò la mente di Zeus sulla decisione del comando su Argo, spettante al primo nascituro. La parola qui è compassione, ovvero ciò che il soggetto prova nei confronti dell’amato nel vederlo infelice. È un sentimento che rende umani, come l’empatia. (Umana cosa è aver compassione degli afflitti- Boccaccio). Spesso al soggetto non piace vedere l’amato in una situazione di tristezza e tenta per l’appunto di aiutarlo, al contrario al soggetto non piace essere compianto poiché, secondo la mia opinione, il soggetto è colui che deve essere forte e sentirsi forte sia per se stesso che per l’amato, perciò non gli piace essere compatito. 

   “<<Questo mio discorso, o Fedro, sia la mia offerta al dio…>>. Non si può donare del linguaggio, ma lo si può dedicare – visto che l’altro è un piccolo dio.” La dedica è il tema del capitolo che vede un discorso accompagnato da un oggetto, spesso un regalo che il soggetto dedicherà all’amato. L’oggetto donato in questo caso viene paragonato al gesto solenne poetico della dedica. Il soggetto non possedendo qualcosa da donare, fa della dedica il dono stesso ovvero dedica le parole sopracitate all’amato.  Le dediche al giorno d’oggi si trovano sulle Stories dei vari Social come Instagram che consistono solo in foto che durano 24 ore accompagnate da musica e frasi. Le dediche di un tempo spaziavano tra un mazzo di fiori, un libro, una scatola di cioccolatini, una canzone o un semplice bigliettino con sopra una frase carina.

   “La meccanica del vassallaggio amoroso esige una futilità senza fondo. Questo perché, se si vuole che la dipendenza si manifesti nella sua purezza, bisogna che essa si renda palese nelle circostanze più irrilevanti e diventi quasi vergognosa a forza di pusillanimità…” La parola è dipendenza, ovvero il soggetto è asservito all’amato. Barthes vede la futilità come una forza e più una cosa è futile, più si impone come forza. La dipendenza è una cosa pericolosa che può sfociare in qualcosa di aggressivo a seconda della situazione. La dipendenza può portare per l’appunto all’aggressività, alla gelosia e alla possessione che portano al “soffocamento” dell’amato da parte del soggetto. Il soggetto diventando indipendente non può fare a meno dell’amato e ciò può portarne al suo allontanamento, rendendo il soggetto ancora più dipendente da lui.

   “Quando abbracciavo Agatone, l’anima mia saliva alle mie labbra, quasi che, poveretta, dovesse andarsene via.” La parola è languore che è uno stato di abbattimento fisico o psichico nei confronti di qualcuno o qualcosa, in questo caso nei confronti del desiderio amoroso. Nel languore amoroso qualcosa se ne va e lascia una ferita aperta nel soggetto, per esempio dopo una rottura, il soggetto è ancora unito all’amato e il suo allontanarsi gli ha lasciato un senso di vuoto che non si riempirà in fretta.

   “Nel Fedro di Platone, il discorso del sofista Lisia e il primo discorso di Socrate poggiano ambedue su questo principio: l’amante si rende odioso agli occhi dell’amato…”. Mostruoso è il tema del capitolo e si riferisce al momento in cui il soggetto si rende conto di “soffocare” l’amato e passa da essere una persona che prova compassione ad un essere mostruoso. Il soggetto diventa mostruoso per autodifesa, ha paura che l’amato lo abbandoni e per non provare dolore se ciò dovesse accadere, lo allontana da lui (un controsenso allontanare qualcuno e allo stesso tempo avere paura di essere abbandonati).

   “Sulla strada che porta a Falero, un uomo si sta annoiando; egli se ne accorge di un altro che cammina davanti a lui, lo raggiunge e gli domanda di raccontargli i discorsi scambiati al convivio dato da Agatone…”. La parola chiave è pettegolezzo che è la condizione di dolore provata dal soggetto quando si ritrova ad essere tema di un pettegolezzo dove l’amato ne parla come se per lui fosse una persona qualunque. Il Simposio è una conversazione perché si parla di qualcosa, ma al tempo stesso è un pettegolezzo perché si parla tra di noi e anche di noi. Quando i filosofi parlano di Amore “spettegolano” poiché raccontano di loro stessi e delle varie esperienze. Al giorno d’oggi il pettegolezzo è alla base dei discorsi, non solo amorosi, poiché secondo la mia opinione, alle persone serve qualcosa di cui parlare e cosa c’è di meglio di un pettegolezzo sulla vita di qualche altra persona o anche di un amico o una amica. Questo pettegolezzo può in qualche maniera ferire la persona di cui ne è argomento oppure quella persona può fare finta che l’argomento non sia lei stessa e trarne anche beneficio per esempio se una persona è invidiosa di una particolare caratteristica di un’altra, quell’altra persona ne trae beneficio facendone una sua forza.

   “Due miti ci hanno fatto credere che l’amore poteva, anzi doveva, sublimarsi in creazione artistica: il mito Socratico (amare serve a <<generare una moltitudine di belli e magnifici discorsi>>) e il mito romantico (io produrrò un’opera immortale scrivendo la mia passione).” Il tema è l’azione dello scrivere, dove il soggetto si cimenta per esprimere il sentimento amoroso che prova. Come introdotto all’inizio da Barthes, l’innamorato sente il bisogno di esprimere i sentimenti che prova e la scrittura è un ottimo metodo per farlo, esprimendosi scrivendo in un diario, un libro o semplicemente una lettera che può far recapitare all’amato.

   “Nel Simposio, Eurissimaco constata ironicamente di aver letto da qualche parte di un panegirico del sale, ma niente su Eros; ed è appunto perché Eros è censurato come argomento di conversazione che la piccola società del Simposio decide di parlarne nella sua tavola rotonda: si direbbe che siano degli intellettuali dei giorni nostri che accettano di discutere controcorrente dell’Amore e non di politica, del desiderio (amoroso) e non del bisogno (sociale)…”. “L’innamorato – dice Alcibiade – è come un uomo che è stato morso da una vipera: <<Dicono che chi l’ha subito non sia disposto a raccontare com’è stato se non ai compagni di sventura perché essi soli comprendono e possono scusare ciò che egli ha osato dire e fare sotto l’azione di quella sofferenza.>>”. La parola è solo che sta ad indicare non solo la condizione di solitudine dell’essere ma anche alla solitudine “filosofica” perché si pensa che non esista discorso superiore a quello dell’amore-passione. Essere soli è la condizione peggiore per chi ama perché non avendo nessuno con cui può parlare e sfogarsi diventa impossibile farlo. Durante l’epoca del Romanticismo la con di solitudine non migliore, anzi, peggiora poiché l’idea di base era quella del “si nasce soli e si muore soli.”

   “Fedro cerca l’immagine perfetta della coppia: Orfeo ed Euridice? Non c’è abbastanza differenza: Orfeo, infiacchito, non era nient’altro che una donna, e gli dèi lo fecero perire per mano di donne.” Il tema è l’unione che il soggetto sogna per se stesso e per l’amato. Sopra l’argomento della coppia, Aristofane ne racconta un mito: un tempo gli uomini erano esseri perfetti, non mancavano di nulla e non v’era la distinzione tra uomini e donne. Ma Zeus, invidioso di tale perfezione, li spaccò in due: da allora ognuno di noi è in perenne ricerca della propria metà.

     Fin dalle prima pagine di questo libro si capisce che non si tratta di una lettura semplice. Specialmente per un lettore non esperto, può rivelarsi necessario leggere alcuni passi più e più volte, perché le molte frasi subordinate rischiano di far dimenticare a metà discorso quale sia il soggetto o il tema. Nonostante ciò è un libro molto interessante e i “consigli” che fornisce Barthes sono utili per coloro che si immedesimano nel soggetto, ovvero l’innamorato. Una cosa anche interessante che si nota è che Barthes non specifica mai il sesso “dell’oggetto amato” e spiega in un’intervista che per lui il sentimento d’amore è unisex come i jeans o i capelli, perché l’amore è sempre amore, indipendentemente che lo si provi per una persona dello stesso o dell’altro sesso.

LEVIAGRAVIA



domenica 11 giugno 2023

Nuccio Ordine / Citazioni

 

Nuccio Ordine

Nuccio Ordine
CITAZIONI


In queste splendide pagine, Bruno esprime una visione della religione diametralmente opposta a quella sostenuta dalla teologia protestante. Per Lutero e Calvino il rapporto tra uomo e Dio si materializza in un legame individuale fondato solo ed esclusivamente sulla fede. E finanche le Leggi, che nella visione veterotestamentaria sanzionavano il contratto tra humanitas e divinitas, non garantiscono più la salvezza. Tutto ciò che riguarda l'orizzonte mondano viene escluso, espunto, neuralizzato. […] Bruno capisce con chiarezza le conseguenza funeste che la dottrina della sola fide può avere sulla società: svalorizzare le opere e l'etica, ma anche la ragione e le scienze speculative, non incoraggia certamente gli uomini ad intraprendere la durissima strada del riscatto dalla feritas.“



Fa male vedere uomini e donne impegnati in una folle corsa verso la terra promessa del guadagno, dove tutto ciò che li circonda – la natura, gli oggetti, gli altri esseri umani – non suscita alcun interesse.


È nelle pieghe di quelle attività considerate superflue, infatti, che possiamo percepire lo stimolo a pensare un mondo migliore, a coltivare l’utopia di poter attenuare, se non cancellare, le diffuse ingiustizie e le penose disuguaglianze che pesano (o dovrebbero pesare) come un macigno sulle nostre coscienze.



sabato 10 giugno 2023

E se l’inutile fosse più utile dell’utile?

 


Immagine da Wikimedia Commons. Dominio Pubblico

E se l’inutile fosse più utile dell’utile?

Come spezzare, in maniera un po’ generica, una lancia a favore dell’inutile

di Nello Benassi
Gennaio 20, 2020

La nostra è una società in cui l’utile ha la meglio sull’inutile. Questo è il problema che Nuccio Ordine, professore ordinario di letteratura italiana presso l’Università della Calabria e famoso studioso di Giordano Bruno e del Rinascimento, mette in luce fin dall’inizio del testo. L’autore, attraverso questo manifesto, sente l’esigenza di far emergere nel lettore la consapevolezza su una verità che sta scomparendo: a cosa serve l’inutile? Un inutile che va interpretato come tutte quelle attività che non possono recarci un profitto immediato quali la filosofia, la letteratura e in generale la cultura fine a se stessa, il semplice desiderio di sapere. Il testo si apre con una lunga introduzione con cui Ordine, partendo da un excursus sulla crisi economica del 2007, cerca di identificare le cause e gli esempi più lampanti dell’impronta sempre più utilitaristica che domina il XXI secolo.

La colpa di questo “impoverimento culturale”, secondo l’autore, va ricercata nella logica del profitto nata con le rivoluzioni industriali che hanno segnato la nostra storia e che hanno portato a un lento declino della scuola e di tutti gli altri centri culturali, dove le persone vengono viste come “clienti”. Il manifesto di Nuccio ordine si sviluppa a partire da una serie di citazioni che l’autore recupera minuziosamente da filosofi, poeti, scrittori, economisti. Tutti gli aforismi riportati nel libro hanno come tema centrale quello che già il titolo del manifesto ci preannuncia: l’utilità dell’inutile. Ordine cerca, attraverso ragionamenti molto articolati, di spiegare le varie frasi. Tuttavia i collegamenti fatti dal saggista risultano a volte molto spigolosi e ripetitivi; si ribadisce costantemente il tema centrale dell’importanza della cultura che ad un certo punto diventa stucchevole e addirittura indigesto.

Quando, invece, Nuccio Ordine cerca di variare dal tema centrale e sposta l’attenzione su argomenti diversi si crea una disarmonia tale nel senso generale del discorso da farlo risultare poco chiaro anche a un lettore attento. Queste discrepanze logiche emergono fin dal prologo. Durante l’analisi della grande recessione europea del 2007, Ordine si sofferma sulla disastrosa situazione economica della Grecia piena di debiti e sull’orlo della bancarotta. Secondo il saggista l’enorme debito culturale che gli altri stati dell’UE hanno nei confronti della penisola greca basterebbe a sancire quello economico. Questo ragionamento appare del tutto insensato, l’Europa si è formata grazie all’apporto di moltissimo civiltà, prima tra tutte quella romana. Secondo questa logica anche il debito italiano potrebbe essere considerato nullo.

Procedendo nella lettura del saggio si trovano elementi poco chiari anche nella spiegazione degli aforismi. Durante l’illustrazione dell’idea di “bello” di Kant, Nuccio Ordine fa una digressione sul capitalismo e sul comunismo che, sovrapponendosi all’idea di fondo dell’utilità dell’inutile, creano un contesto confusionario e un’esposizione inefficace. La scelta formale che più di tutta crea difficoltà al lettore, e soprattutto ai giovani a cui il testo si rivolge, è l’utilizzo che Nuccio Ordine fa di parti di testi secondari di altri saggisti per spiegare l’aforisma di partenza; il testo così risulta poco scorrevole e disorganico. La cifra distintiva di questo libro è la ripetitività dei concetti che lo rendono una lettura monotona e a tratti addirittura noiosa.

L’unica parte del manifesto che merita di essere letta è il saggio finale “L’utilità del sapere inutile” di Abraham Flexner. In questo testo l’educatore statunitense spiega i rischi di scambiare la curiosità con il pragmatismo. Partendo dalla storia della scoperta dell’elettricità, della dinamite e della batteriologia, Flexner ci mette in guardia dall’errore di attribuire ad una sola persona il merito esclusivo di una scoperta scientifica. Eccone un esempio: Marconi è l’inventore della telegrafia senza fili attraverso onde radio, ma senza Maxwell (magnetismo ed elettricità) ed Hertz (onde elettromagnetiche) non avrebbe potuto realizzare le sue trasmissioni. Né Maxwell, né Hertz si erano minimamente preoccupati dell’utilità del loro lavoro, mai avevano pensato ad un riscontro pratico. Sono stati guidati da una curiosità disinteressata come lo sono stati scienziati quali Galileo o Newton. Quindi non solo la poesia deve essere e rimanere libera e disinteressata ma anche la ricerca scientifica.

LEVIAGRAVIA





venerdì 9 giugno 2023

Marco Aurelio / Oltre ogni insulto o danno, essere fedeli a se stessi

 




Oltre ogni insulto o danno, essere fedeli a se stessi


di Lucrezia Pierucci
Giuno 9, 2023

Marco Aurelio Antonino Augusto, meglio conosciuto semplicemente come Marco Aurelio, è stato un imperatore romano e un filosofo stoico. Fu rispettoso delle istituzioni repubblicane e affidò ai senatori incarichi e funzioni giudiziarie escludendo persone equivoche, favorendo invece anche i poco abbienti purché meritevoli.

Lo stoicismo è una corrente filosofica e spirituale, di impronta razionale, fondata intorno al 300 a.C. ad Atene da Zenone di Cizio. Insieme all’epicureismo e allo scetticismo, lo stoicismo rappresentò una delle maggiori scuole filosofiche dell’età ellenistica. Tale filosofia prende il suo nome dalla Stoà Pecìle di Atene o «portico dipinto» dove Zenone impartiva le sue lezioni.

Gli stoici sostenevano le virtù dell’autocontrollo e del distacco dalle cose terrene, portate all’estremo nell’ideale dell’atarassia (stato di perfetta tranquillità e serenità d’animo, raggiunto dal saggio una volta libero dalle passioni), come mezzi per raggiungere l’integrità morale e intellettuale. Nell’ideale stoico è il dominio sulle passioni o apatia che permette allo spirito il raggiungimento della saggezza. Riuscire è un compito individuale e scaturisce dalla capacità del saggio di disfarsi delle idee e dei condizionamenti che la società in cui vive gli ha impresso. Lo stoico tuttavia non disprezza la compagnia degli altri uomini e l’aiuto ai più bisognosi è una pratica raccomandata. Per la loro concezione fatalistica dell’universo, che prevedeva la realizzazione di un piano universale razionale perfetto, insito nell’ordine della natura.

I “Ricordi”, detti anche “colloqui con se stesso”, vennero scritti da Marco Aurelio nel 180 d.C. e raccolgono 12 libri nei quali si parla di meditazione sotto forma di aforisma. L’autore produsse l’opera durante le campagne militari contro i barbari. La natura di “schegge” di cui sono composti i brani, trasforma il libro in una sorta di breviario spirituale che parla a ciascuno in ogni tempo. La cosa che mi ha particolarmente colpito del testo è che nel primo libro l’autore cita persone a lui vicine fisicamente, ma anche spiritualmente (dei) e afferma ciò che ha appreso da queste figure e ciò di cui è grato; in questo modo, Marco Aurelio fa capire al lettore quanto ha appreso dalla vicinanza di detti soggetti e quanto questi l’abbiamo formato ed influenzato la sua persona, come ad esempio nel passaggio in cui, riferendosi al padre, scrive: “… ho imparato da lui a non essere incerto né imprudente, ma a perdurare nei medesimi luoghi e nelle medesime azioni; e riprendere subito riposato è valido le occupazioni solite dopo le violentissime emicranie…”.

Proseguendo nella lettura si capisce come la vicinanza delle persone, anche quelle che posseggono difetti, “i quali sono originati in loro dall’ignoranza del bene e del male”, arricchisce il prossimo in quanto tutti i soggetti sono legati da una parentela non di sangue, ma perché tutti partecipano all’intelligenza ed ad una porzione divina. Un altro tema fondamentale che l’autore afferma e che non si può scappare dal destino è che ogni cosa quando accade è necessaria ed utile per il tutto a cui ogni individuo appartiene. Vale a dire che tutto accade per una precisa ragione (Principio di ragione sufficiente). In particolare riguardo questo tema mi ha complito molto la seguente frase “Le opere degli dei sono piene di provvidenza, ed anche quelle della fortuna non sono senza una coordinazione e un intreccio con quelle disposte dalla provvidenza. Tutto di lì deriva. Inoltre, quanto accade è necessario ed utile al Tutto, cui tu appartieni”.

Un altro tema importante del libro è quello del “Carpe Diem”, perché la vita è breve e bisogna utilizzare il proprio tempo per raggiungere la serenità dello spirito, senza rinviare e procrastinare: “…t’è prestabilito un tempo determinato e che, se non lo usi per conquistare la serenità dello spirito esso dileguerà e tu pure dileguerai, e non ti sarà possibile un’altra volta”.

Marco Aurelio pone a fondamento della vita la filosofia come possiamo capire nella seguente frase “Cosa resta dunque che ci possa scortare? Unica e sola la filosofia e questa consiste nel conservare incontaminato il tuo genio interiore da ogni insulto e danno, superiore al dolore e al piacere; nel non agire mai da sconsiderato o falso o da ipocrita…”

Marco Aurelio insegna anche a coltivare il sentimento, prima di tutto nei confronti di se stessi; a non rinnegare la propria natura; ad affrontare con coraggio la vita e il mondo, restando fedeli sempre a se stessi. A non curarsi dei fatti degli altri, ad eccezione della cosa pubblica, così che qualora venisse chiesto il proprio pensiero, ciascuno potesse rispondere con sincerità, senza vergognarsi. Viene quindi espressamente consigliato di ambire al meglio, scegliendo con semplicità.

In diverse parti del libro Marco Aurelio parla a se stesso, rimproverandosi la sua pigrizia ed esortandosi ad essere disciplinato. Ad esempio, a un certo punto parla di cosa fare se non ci si vuole alzare dal letto la mattina. Il suo adulto interiore sta castigando l’altra parte di sé che vuole solo dormire. Si può quasi sentire il giudizio nella sua voce. E poi questa voce continua spiegando che ogni creatura vivente ha uno scopo per cui è nata. Allo stesso modo, un essere umano non è nato per stare a letto, ma per alzarsi ed essere utile agli altri esseri umani.

I principi sanciti in questo splendido libro sono il modello di pensiero di uno spessore unico che va oltre al tempo in cui il testo è stato scritto ed al contesto storico dell’epoca. Il grande filosofo ci dà un insegnamento assoluto: la più grande vittoria che si può avere nella vita è quella di essere se stessi nonché di rimanere se stessi davanti alle avversità e alle tragedie. Rimanere fedeli a se stessi, nonostante le prove avverse che la vita ci propina e continuare ad essere tali.

Marco Aurelio, I ricordi, Torino, 2015 (prima ed. 1943), Einaudi editore

LEVIAGRAVIA


venerdì 2 giugno 2023

Tina Turner, l’ultima intervista al Corriere / «Le donne possono dire no alle molestie. Come ho fatto io»

 

Tina Turner, l’ultima intervista al Corriere: «Le donne possono dire no alle molestie. Come ho fatto io»

Tina Turner, l’ultima intervista al Corriere: «Le donne possono dire no alle molestie. Come ho fatto io»

di Matteo Cruccu25 maggio 2023 (modifica il 28 maggio 2023 | 16:12)
Così diceva a fine 2017 dal suo ritiro in Svizzera: era appena esploso il caso Weinstein

L’ultima intervista a Tina Turner, scomparsa mercoledì, al Corriere risale a fine 2017, è il ritratto di una donna tranquilla che ha trovato la pace in Svizzera, dopo tanti tumulti. Eccola, mentre stasera andra in onda su La7, alle 22.30, la biopic su di lei, «Tina - What’s Love Got to Do with it »

Di donne così energiche, nel libro della storia del pop, ne abbiamo conosciute davvero poche. Forse nessuna come Tina Turner, instancabile performer, capace di sgambettare da una parte all’altra del palco come una ragazzina quando era già sulla settantina. Forse, però, si farebbe fatica a riconoscerla oggi: Anna Mae Bullock, come si chiama all’anagrafe, ad anni 78 conduce tutt’altro tipo di esistenza. Ritirata, si potrebbe dire, nella sua villa sul lago di Zurigo, quieta Svizzera profonda, il Paese del suo ultimo marito, Erwin Bach, il produttore ben più giovane di lei (sedici anni di meno).

Il Paese di cui si è innamorata a tal punto, lei figlia del Sud nero e soul degli Stati Uniti, da avervi preso l’esclusiva nazionalità. «Nulla di strano, la Svizzera è un luogo spirituale: c’è qualcosa qui che mi aiuta a essere connessa con quel che veramente sono» dice la cantante, dalla sua tranquilla magione. Dove, in questa direzione paciosa, ha appena prodotto insieme ad altre cinque artiste di tutto il mondo, dalla nepalese Ani Choying all’israeliana Mor Karbasi, «Awakening Beyond», sorta di preghiera collettiva, con canzoni, nenie e litanie di varia ispirazione religiosa. «È stato un improvviso risveglio di coscienza, vogliamo andare oltre divisioni e barriere», spiega Tina, con ardore mistico. Già, Tina sa che la quiete di oggi arriva dopo una vita che tempestosa è dire poco, come vedemmo nel bel film Tina e come vedremo in un musical che esordirà in primavera. Lei che ebbe la forza di fuggire da un matrimonio sbagliato, con quell’Ike Turner, genio sul palco e tiranno in casa. Dopo l’ennesimo pestaggio, un giorno di metà anni 70, lo lasciò, si ritrovò in tasca solo 36 cent, ma riuscì a reinventarsi di fatto un’altra carriera, diventando la popstar globale del decennio successivo, quella di «Simply the Best» e «Private Dancer», canzoni che hanno accompagnato più di una generazione. «Ho imparato molto dalla mia esperienza, ne sono uscita più amorevole e forte».

Eppure al tempo di Weinstein, della molestia istituzionalizzata, non sembra così facile cavarsela per una donna dello spettacolo: «Non sono del tutto d’accordo. Le donne con cui ho lavorato a questo nuovo progetto dimostrano il contrario: Ani Choying, l’artista buddista dell’album, ha pubblicato un libro, Cantando per la libertà, davvero toccante. Lei, come le altre, per provare che le donne, insomma, possono dire no. Come detto, ho avuto anch’io i miei brutti momenti, ma ne sono uscita, oggi è un momento felice della mia vita e, col mio esempio, voglio che possano venirne fuori anche le altre». Donna, Tina. E nera, quando non era facile per una afroamericana affermarsi nello show business: figlia di lavoratori nei campi di cotone nel Tennessee, nel 2008 si emozionò per l’elezione di Obama. Su Trump è lapidaria: «Non voglio commentare». Altrettanto su un suo eventuale ritorno sulle scene, visto che non la vediamo su un palco praticamente da otto anni, salvo qualche sporadica incursione qui e là: «Sul rock e sulle danze ho già dato. Oggi sto bene così, godendomi il mio privato». Definitivamente tranquilla, sì, la Tina Turner dell’anno 2017.


CORRIERE DELLA SERA



giovedì 9 marzo 2023

Emozionare con una foto / Intervista a Stefano Cocozza


Stefano Cocozza / The Godly Man

Emozionare con una foto

Intervista a Stefano Cocozza

9 MAR 2016
di GIUSEPPE DEL BUONO

Sono al pc in attesa del collegamento con Roma per intervistare un professionista della fotografia che si sta muovendo in campo internazionale e sta riscuotendo successo nella capitale italiana, rimanendo cosciente del fatto che la strada per il successo è comunque lunga. Ecco, finalmente sono collegato con Stefano Cocozza, riesco a sentire la sua voce in modo nitido e lui la mia, le immagini video sono un po’ troppo piccole per i miei gusti, ma va bene cosi… cominciamo con le nostre domande in uno stile radiofonico molto informale…
… Chi sei, da dove arrivi?
Mi chiamo Stefano Cocozza, classe '72, sono nato a Roma dove vivo con la mia splendida famiglia.
Bene Stefano, cosa hai fatto fino ad ora?
Il mio percorso fotografico parte da un ambito prettamente naturalistico. Grazie ai viaggi fotografici, a cui partecipo ogni anno, le mie foto naturalistiche si sono arricchite man mano di sentimenti, di popoli, di sguardi, di umori. Professionalmente ho fatto il docente, il relatore, il fotografo ufficiale per una nota agenzia che organizza eventi nel settore della moda e affini. Attualmente, dopo aver partecipato ad alcuni workshop fotografici di aggiornamento personale, faccio parte di DiaframmiAperti.it , gruppo nato per operare come fotografi nell’ambito delle cerimonie religiose, principalmente matrimoni e battesimi.
Come ti sei avvicinato all’arte, a cosa ti ispiri e cosa senti?
Vivendo in una città come Roma, sono circondato e sempre stimolato dall’arte. Fotograficamente parlando trovo ispirazione negli scatti di Steve McCurry. Artisticamente parlando sono sempre stato attratto dalla bellezza dei colori, delle forme, dai paesaggi e dai ritratti di Vincent Van Gogh. Ogni volta che impugno la reflex mi sento rilassato, la mente si svuota dai pensieri e problemi quotidiani, e ciò mi rende felice come solo la mia famiglia riesce a fare.
Ti definisci legato/a a qualche corrente artistica, a qualche stile contemporaneo, o ad altro?
No, seguo il mio istinto e miei sentimenti, cerco sempre di memorizzare nelle foto le emozioni mie e della gente.
… Una domanda difficile… Stefano, perché sei un’artista?
Forse perché riesco a emozionare le persone con le mie foto.
Quali preferisci tra le tue migliori opere?
Sono particolarmente legato a 3 scatti eseguiti in tre dei miei viaggi fotografici: The godly manHOPEThe Elusive Woman. La prima, The godly man, è stata realizzata in Nepal, per la precisione alla grande Stupa di Boudhanath, in Kathmandu, prima del tremendo terremoto della primavera del 2015. Ne sono molto legato per il ricordo che ho di quei meravigliosi luoghi e per le splendide persone che ho conosciuto in quel paese. Mi ha colpito particolarmente la forza spirituale, di questo uomo, la sua faticosa postura e il bastone che lo aiutava a camminare attorno alla Stupa.
HOPE invece è legata alla meravigliosa esperienza di viaggio trascorsa nella capitale Leh in Ladakh. L’incontro con la madre e questo stupendo frugoletto è stato come un fulmine a ciel sereno. Dal “mei tai” che lo sosteneva sulla schiena della mamma, spuntavano solo questi occhietti pieni di voglia di vivere, curiosità, gioia e appunto "Speranza". Ho chiesto immediatamente alla mamma il permesso di eseguire lo scatto, la donna gentilmente e con un bellissimo sorriso ha concesso che lo realizzassi. Al momento è la foto che ho scelto come home page del mio sito personale.
The Elusive Woman è legata al mio sogno di sempre di visitare il Giappone. Il mito delle donne più elusive al mondo, le gheishe. Donne con straordinarie attitudini artistiche tra cui il canto, la danza e la musica. È emozionante poter assistere alle loro peripezie e corse, tra i turisti nel quartiere di Gion a Kyoto, per non farsi fermare e immortalare.
La tecnica, i colori, le scelte dei soggetti?
Le tecniche per riprendere i soggetti sono tra le più comuni, regola dei terzi, rapporto aurea, mosso creativo. Mi piace molto arrivare in un luogo e osservare per qualche minuto la vita che gira intorno ai soggetti, cogliere le sensazioni, osservare la gente locale e cercare di capire se in quel particolare luogo ci siano delle emozioni particolari da poter cogliere e immortalare. Per i colori scelgo sempre di riprodurre quelli che, nel momento in cui ho eseguito gli scatti, erano quelli che si presentavano davanti ai miei occhi grazie alla luce di quegli attimi. La scelta dei soggetti, a parte il bambino che è stato un incontro causale per le strade di Leh, di solito è sempre accurata e pazientemente attesa nei luoghi dello scatto. Ad esempio l’uomo alla Stupa di Kathmandu l’ho atteso a lungo, in quel luogo alle ultime luci del tramonto, come all’alba, è pieno di fedeli di tutte le età e classi sociali. Mi piaceva il luogo, tutti i colori del buddismo (bianco, nero, blu, rosso, giallo e verde), la luce giusta nel posto giusto, mancava solo il soggetto che alla fine dopo tanta attesa è arrivato.
Dove vorresti arrivare, come vedi il tuo futuro?
Mi piacerebbe molto poter leggere su qualche libro o rivista importante del settore qualche mio racconto fotografico. Per il futuro mi piacerebbe aprire un mio personale studio fotografico e passare la mia passione per l’arte fotografica a mia figlia e a mio figlio.
Cosa ti piace di te, come artista?
Di me mi piace molto la pazienza e la cura che cerco sempre di mettere nella realizzazione dello scatto.
Cosa non ti piace di te, da artista?
Ci sono tante di cose che non mi piacciono, forse quello che non mi piace di più è che in alcuni istanti mi lascio prendere troppo dal momento che sto vivendo e perdo qualche foto interessante.
Quale è stato il riconoscimento più gratificante?
Ad oggi sono due i momenti più gratificanti per la mia professione di fotografo. Il primo è stata la pubblicazione su di una rivista on-line specializzata in alta moda dei miei scatti eseguiti durante una sfilata di moda a Roma. Il secondo è stata la gratitudine ricevuta dai clienti alla consegna del materiale del primo matrimonio eseguito come DiaframmiAperti.

Giuseppe Del Buono
Giuseppe vive tra Londra, Barcellona e Napoli, cura ed organizza eventi artistici e collettive per artisti emergenti, lavorando sempre molto e con passione e collaborando con altri professionisti curatori d'arte e collezionisti d'arte principalmente contemporanea. Le tre città in cui vive, anche se differenti per diversi e molteplici aspetti, hanno qualcosa che le accomuna profondamente, la frenesia creativa ed operativa che si vede cosi come nel centro della City, anche nelle Ramblas de Barcelona e sul golfo di Napoli.