martedì 12 marzo 2019

Roberto Massari / Guevara e Marx


Ultima foto del Che vivo

Guevara e Marx

Remake critico di un vecchio film


ROBERTO MASSARI
19 LUGLIO 2018
Questo è il testo che ho presentato al Convegno Internazionale Karl Marx: la vita, le idee, l'influenza. Un esame critico del bicentenario. La conferenza è stata organizzata dall'Asian Development Research Institute (ADRI) a Patna (Bihar, India) dal 16 al 20 giugno 2018. Il film è così composto:
Primo tempo: OUVERTURE: Scena 1 [La Paz, 1996], Scena 2 [Dar es Salaam, 1965]

FLASHBACK: Scena 3 [Lima, 1952]), Scena 4 [Roma, 1969]

Intervallo: Scena 5 [Sierra Maestra, 1956-58]

Secondo tempo: ORTHODOXY STORY: Scena 6 [dall’Avana a Mosca, 1959-63]

HERESY STORY: Scena 7 [da Mosca all’Avana, 1963-65]
MARXIST STORY: Scena 8 [Praga, 1966]
FADE-OUT: Scena 9 [Vallegrande, 9 ottobre 2017] - THE END (OPERE CITATE).

Primo tempo

OUVERTURE

Scena 1 [La Paz, 1996]

Alle 10.30 del mattino di martedì 1° ottobre 1996 cinque persone visibilmente emozionate scesero in ascensore i 30 metri che portavano nel sotterraneo del Banco Central de Bolivia. Erano tre giornalisti, un fotografo e uno studioso di Guevara ai quali il Governo boliviano aveva dato per la prima volta libero accesso alla cassetta di sicurezza «A-73» in cui era ed è contenuto l’originale del Diario di guerriglia del Che.

Nella cassetta però vi erano altri materiali molto importanti, come scoprì con emozione Carlos Soria Galvarro Terán (n. 1944), mio grande amico, compagno di ricerche e principale studioso del Che in Bolivia (all’epoca lo era insieme a Humberto Vázquez Viaña [1937-2013]). Nella cassetta infatti trovarono a) l’originale in spagnolo del Diario di Pombo, che si credeva scomparso dopo la sua traduzione in inglese, b) le schede di valutazione dei membri della guerriglia, c) il quaderno rosso ad anelli con le pagine di diario dal 7 novembre al 31 dicembre 1966 (oltre a note e bozze di comunicati), d) l’agenda tedesca in similpelle con le pagine di diario dall’1 gennaio al 7 ottobre 1967.
Ma è proprio in fondo a questa agenda, nelle cinque pagine finali della rubrica, che Carlos compì la scoperta più sconvolgente per noi studiosi del Che e da cui prende le mosse questa mia riflessione sul rapporto di Guevara con Marx: erano infatti cinque pagine contenenti un elenco di 109 titoli di libri (15 dei quali contrassegnati da una crocetta in rosso), suddivisi per mesi (a calare in quantità) da novembre 1966 a settembre 1967. Era una documentazione del tutto inedita che dimostrava l’interessamento profondo che il Che aveva continuato a nutrire per lo studio e l’elaborazione teorica fino alle ultime ore della sua vita, pur trovandosi in circostanze disperate e pur sapendo di essere ormai destinato alla sconfitta (militare).
Carlos mi fece avere le foto dell’elenco e io lo pubblicai a colori (per evidenziare le crocette in rosso) nel numero 2 di Che Guevara. Quaderni della Fondazione/Cuadernos de la Fundación [CGQF], 1999, pp. 261-3. I titoli citati abbracciavano un ampio arco di temi e non sembravano riconducibili a un particolare progetto bibliografico. A noi studiosi parve che si potessero suddividere grosso modo in sei categorie: 1) filosofia e scienza, 2) dottrina politica e militare, 3) storia e società latinoamericana, 4) storia, società e antropologia boliviana, 5) romanzi e narrativa mondiale, 6) strumenti di lavoro come dizionari, repertori statistici, questioni di medicina.
Il primo gruppo è quello che interessa in questa sede e in esso si potevano includere - oltre a N. Machiavelli (Il Principe e altri scritti politici), G.W.F. Hegel (Fenomenologia dello spirito) e L. Morgan (La società primitiva) - opere sul marxismo oppure di ispirazione marxista (vedi note [1]).
L’ultimo nome della lista - unico per il mese di settembre 1967 - fu identificato in un primo momento come un approssimativo «F.O. Nitzsche», facendo brillare gli occhi a chi già sperava di poter scrivere un saggio su un eventuale «superomismo» del Che. Ma in seguito Carlos Soria decifrò meglio il nome e stabilì che si trattava del grande esperto militare Ferdinand Otto Miksche (1904-1992) e del suo lavoro Forze segrete [cfr. CGQF. n. 8/2010, p. 273].
Per molto tempo non sapemmo che interpretazione dare di quella lista di libri, così ampia ma anche così apparentemente disordinata, tanto da far sospettare che invece un proprio ordine dovesse averlo, anche se molto nascosto. Altrimenti come spiegare che essa fosse stata tracciata su un agenda facente funzioni di diario militare e in una situazione certamente non favorevole allo studio? Del resto, il quantitativo di oltre un centinaio di libri (alcuni in grossi volumi) sarebbe stato veramente eccessivo per pensare che il Che lo avesse potuto portare con sé durante gli spostamenti della guerriglia. E se quei libri li avesse lasciati nei nascondigli da lui fatti costruire negli accampamenti preparati nei primi mesi - e quindi di lì confiscati dall’esercito dopo il loro ritrovamento - sarebbero sicuramente riemersi nel mercato «clandestino» degli oggetti guevariani gestito per anni da alcuni degli ufficiali che avevano partecipato alle operazioni di controguerriglia: i militari, infatti, vendettero privatamente tutto ciò che era appartenuto al Che, e una sua eventuale «biblioteca ambulante» avrebbe avuto certamente una base d’«asta» molto elevata.
Non restava che pensare a una lista dei desideri formulata da uno studioso marxista come Guevara, dotato di un vasto campo d’interessi e già dimostratosi grande divoratore di libri in tutta la sua vita. Oppure pensare, in alternativa, che si trattasse di un preciso piano di letture, nel quale il settore «marxologico» rivestiva un’importanza particolare.
Questa seconda ipotesi si dimostrò esatta, ma la potemmo convalidare solo qualche tempo dopo, quando emerse un nuovo documento, rimasto inedito a lungo nonostante l’importanza che avrebbe avuto «a caldo» per una definizione accurata della più autentica dimensione teorica guevariana. La marea di sciocchezze che dopo la sua morte furono scritte in libri e articoli sul «marxismo-lenismo» del Che e sulla sua presunta ortodossia, si sarebbe potuta evitare anche grazie alla lettera che sto per esaminare e che fornisce la chiave esplicativa del progetto «boliviano» di letture qui menzionato.
Scena 2 [Dar es Salaam, 1965]

Chiuso nell’abitazione dell’ambasciatore cubano in Tanzania (Pablo Rivalta, 1925-2005), reduce dalla sconfitta della spedizione militare in Congo («la historia de un fracaso», la definì lo stesso Guevara) e prima di trasferirsi a Praga, il Che scrisse il 4 dicembre 1965 un’importante lettera ad Armando Hart Dávalos (1930-2017). Questi era un dirigente storico del Movimento 26 di Luglio [M26-7], marito della fondatrice di Casa de la Américas (Haydée Santamaría Cuadrado [1920-1980]) e padre della «trotskoguevarista» Celia Hart Santamaría (1963-2008), che così si autodefiniva negli ultimi anni, prima di morire in un incidente d’auto. Armando Hart era stato il primo ministro dell’Educazione nel governo cubano, dal 1959 al 1965. Sarà poi ministro della Cultura dal 1976 al 1997 e lascerà una serie di opere teoriche tra le quali vale la pena di citare in questa sede il saggio su Marx, Engels e la condizione umana (2005). Vedremo perché.

Dopo una premessa in cui Guevara informava Armando Hart della propria ripresa d’interesse per gli studi di filosofia, la lettera sviluppava due temi fondamentali: 1) la constatazione desolata dello stato in cui versavano gli studi sul marxismo a Cuba per mancanza di materiali che non fossero quelli prodotti dal mondo sovietico; 2) un piano di studi ben strutturato da far approvare e realizzare concretamente il prima possibile. È da notare che nella premessa vi era l’ammissione da parte del Che di aver tentato in due «riprese» §[rounds]§ di approfondire la filosofia del «maestro Hegel», finendo sempre al tappeto, ma avendone ricavato la convinzione di dover ricominciare gli studi filosofici dagli inizi (vedi il punto 2).
Riguardo al primo punto Guevara affermava che a Cuba non esistevano materiali seri di marxismo, se si escludevano «los ladrillos soviéticos que tienen el inconveniente de no dejarte pensar, ya que el partido lo hizo per ti y tú debes digerir» §«i mattoni sovietici che hanno l’inconveniente di non lasciarti pensare, giacché il partito lo ha fatto per te e tu devi digerire»§. Un metodo che il Che definiva «antimarxista» e che si fondava sulla cattiva qualità dei libri disponibili (per lo più di matrice sovietica). Libri che si pubblicavano sia per comodità editoriale (visto che l’Urss contribuiva finanziariamente, aggiungo io) sia per «seguidismo ideológico» §«codismo ideologico»§ nei confronti degli «autori sovietici e francesi». Con i secondi Guevara intendeva riferirsi ai marxisti ufficiali del Pcf - che in quel periodo andavano per la maggiore non solo in Francia, ma anche in vari altri partiti comunisti - raccolti sotto la supervisione di Roger Garaudy (1913-2012) all’epoca ancora stalinista, prima di intraprendere le molte svolte che lo porteranno a convertirsi all’islamismo nel 1982.
Riguardo al secondo punto, non si fatica a riconoscere una griglia interpretativa applicabile a una parte importante del piano di letture che il Che redigerà in Bolivia circa un anno dopo e di cui si è parlato. Questo precedente progetto di studio (che era personale, ma che il Ministero avrebbe dovuto organizzare anche per il popolo cubano) appariva diviso in otto sezioni. E per ogni sezione venivano indicati alcuni autori da pubblicare o da approfondire:

1. La storia della filosofia da inquadrare nell’opera di uno studioso possibilmente marxista (si citava Michail Aleksandrovič Dinnik [1896-1971] autore di una storia della filosofia in 5 voll.), senza ovviamente trascurare Hegel.

2. I grandi dialettici e materialisti. Per cominciare, Guevara citava Democrito, Eraclito e Leucippo, ma gli appunti boliviani ci fanno capire che stava pensando anche all’opera di Rodolfo Mondolfo (1877-1976), noto marxista italiano emigrato in Argentina nel 1939 per sfuggire in quanto ebreo alle leggi razziali adottate dal fascismo. Una sua storia de El pensamiento antiguo era stata tradotta in spagnolo e pubblicata in varie edizioni, a partire dal 1942.

3. Filosofi moderni. Non venivano fatti nomi in particolare, ma il Che non escludeva la pubblicazione di «autori idealisti», purché li si accompagnasse a un apparato critico.

4. Classici dell’economia e precursori. Adam Smith, i Fisiocratici...
5. Marx e il pensiero marxista. Guevara lamentava l’inesistenza a Cuba di alcuni testi marxiani fondamentali e proponeva la pubblicazione di opere di Marx-Engels, Kautsky, Hilferding, Luxemburg, Lenin, Stalin «y muchos marxistas contemporáneos no totalmente escolásticos» §«e molti marxisti contemporanei non totalmente scolastici»§. Questo ultimo avviso si ricollegava al punto 7.
6. Costruzione del socialismo. Con particolare attenzione a governanti del passato e agli apporti di filosofi, economisti e studiosi di statistica.
7. Eterodossi e capitalisti (purtroppo raccolti sotto la stessa sezione [n.d.a.]). Oltre al revisionismo sovietico (per il quale Guevara non poteva non citare il Chruščëv dell’epoca sua), tra gli eterodossi veniva nominato Trotsky, accompagnandolo con una frase sibillina, quasi a dire che era arrivato il momento di prendere atto che anche lui era esistito e che «aveva scritto» delle cose. Mentre fra i teorici del capitalismo si citavano come esempi Marshall, Keynes e Schumpeter da «analizzare a fondo».
8. Polemiche. Con l’avvertenza che proprio grazie alle polemiche era avanzato il pensiero marxista, Guevara affermava che non si poteva continuare a conoscere la Filosofia della miseria di Proudhon solo attraverso la Miseria della filosofia di Marx. Occorreva andare alle fonti. Rodbertus, Dühring, il revisionismo (qui s’intendeva quello della socialdemocrazia tedesca), le controversie degli anni ‘20 nell’Urss. Questa sezione veniva indicata dal Che come la più importante ed era evidente l’intento di una polemica diretta contro il conformismo dilagante nel partito cubano e nell’insieme del mondo prosovietico. E non a caso il tema del «seguidismo» §«codismo»§ ricompariva nella conclusione della lettera, con un accenno di velata complicità rivolto fraternamente ad Armando Hart contro «los actuales responsables de la orientación ideológica»§«i responsabili attuali dell’orientamento ideologico»§ ai quali, secondo il Che, non sarebbe stato «prudente» inoltrare quel tipo di progetto di studi.

Un invito alla «prudenza» che Armando Hart prese un po’ troppo alla lettera, decidendo di tenere nascosto un testo così prezioso. Ma oltre alle preoccupazioni fondate del Che, egli aveva una ragione particolare tutta sua per non far circolare la lettera (e la figlia Celia mi disse [a ottobre 2006] di non averglielo potuto perdonare quando era venuta a saperlo): il ministro cubano dell’Educazione aveva avuto e forse ancora aveva delle simpatie particolari per Trotsky e le aveva mantenute gelosamente segrete visto che non erano mai affiorate in alcuno dei suoi libri. Ma Guevara - unico dirigente cubano che della questione Trotsky si era saltuariamente interessato - ne era venuto in qualche modo al corrente. Per questo quando nella lettera nominò il celebre «eretico», rivolgendosi ad Armando Hart lo definì «tu amigo Trotsky»§«il tuo amico Trotsky»§. Nella Cuba del 1965, a un mese dal Congresso della Tricontinentale (gennaio 1966), in cui il discorso conclusivo di Fidel Castro (1926-2016) avrebbe segnato anche in forma ufficiale e definitiva il passaggio di Cuba nel campo sovietico (già avvenuto da tempo nella sostanza), il sospetto di simpatie trotskiste sarebbe stato incompatibile con la carica governativa ricoperta. Per questo la lettera «scomparve» per oltre trent’anni.
Sarà pubblicata per la prima volta a settembre 1997 in Contracorriente (a. III, n. 9) e poi dallo stesso Hart nel 2005, nel libro su Marx ed Engels citato (pp. XLIII-XLVIII), con riproduzione fotostatica delle pagine originali. Fu così quindi, solo dopo aver preso visione di un testo così prezioso per stabilire il livello di riflessione sul marxismo raggiunto da Guevara, che per quelli di noi interessati a farlo divenne possibile fornire una spiegazione valida per il piano di letture abbozzato nell’agenda del diario di Bolivia. Nelle parole tratte da Otro mundo es posible, di Néstor Kohan (n. 1967), principale studioso del Che in Argentina: «Esta carta permite observar el grado de madurez alcanzado por el Che en cuanto a la necesidad de búsqueda de una alternativa filosófica e ideológica autónoma frente a la “ortodoxia” marxista, incluyendo dentro de ella, tanto a la cultura oficial de la Unión Soviética como a la oficialidad por entonces en China» (Otro mundo es posible, p. 155) §«Questa lettera permettere di cogliere il grado di maturità raggiunto dal Che riguardo alla necessità di ricercare un’alternativa filosofica e ideologica autonoma nei confronti dell’“ortodossia” marxista, includendovi sia la cultura ufficiale dell’Unione Sovietica, sia l’ufficialismo esistente all’epoca in Cina».§
Nel momento in cui scriveva una lettera così importante, Guevara stava vivendo un periodo di transizione tumultuosa, forse il più instabile della sua vita, certamente il più drammatico: andato via da Cuba e sconfitto nel gran debate económico; dimissionario dagli incarichi governativi e senza più alcuna cittadinanza; privato del sostegno del suo grande amico Ahmed Ben Bella (1916-2012) rovesciato a giugno 1965 dal colpo di stato di Houari Boumédiène (1932-1978) con cui era iniziato il declino della rivoluzione algerina; reduce dal disastro congolese; ostile alla politica di coesistenza pacifica dei sovietici; critico lucido e agguerrito del modello di costruzione del socialismo in Urss; consapevole dell’involuzione che stava vivendo la rivoluzione cubana; ansioso di tornare a ciò che egli considerava un’autentica prassi rivoluzionaria (la guerra di guerriglia); diffidente verso le certezze teoriche propagandate come «marxismo ortodosso» e «leninismo». Era evidente che la riflessione teorica che desiderava riprendere in forma sistematica e quasi «professionale» - e della quale aveva parlato per primo ad Armando Hart (forse perché anch’egli in vago odore di eresia...) - era a sua volta un prodotto delle delusioni politiche più recenti. Restava solo il dubbio su quanto antiche fossero in campo teorico le radici «genetiche» di quelle delusioni alle quali avrebbero dovuto porre riparo le nuove riflessioni.
[1] Note:

C.D.H. Cole, L’organizzazione politica;

B. Croce, La storia come pensiero e come azione [col titolo che si usa in spagnolo: La historia como hazaña de la libertad (simile all’inglese: The philosophy of history and the duty of freedom)];

M.A. Dinnik, Storia della filosofia I;

F. Engels, Ludwig Feuerbach e il punto d’approdo della filosofia classica tedesca, Dialettica della natura;
M. Gilas, La nuova classe;
Lenin, Lo sviluppo del capitalismo in Russia, Materialismo ed empiriocriticismo, Alcune particolarità dello sviluppo storico del marxismo, Quaderni filosofici;
Liu Shao-chi/Liu Shaoqi, Internazionalismo e nazionalismo;
G. Lukács, Il giovane Hegel e i problemi della società capitalistica;
Mao Tse-tung/Mao Zedong, Intorno alla pratica;
K. Marx, Per la critica della filosofia del diritto di Hegel;
R. Mondolfo, Il materialismo storico in F. Engels;
Trotsky, La rivoluzione permanente, Storia della rivoluzione russa I e II;
Stalin, Il marxismo e il problema nazionale e coloniale, La questione nazionale e il leninismo, Questioni del leninismo;
Ch. Wright Mills, I marxisti.

Tutte le immagini che corredano l'articolo sono tratte dal libro di David Kunzle, Chesucristo. The fusion in image and word of Che Guevara and Jesus Christ, De Gruyter, Berlin/Boston 2016, pubblicato in Italia da Massari editore, Bolsena 2015.


lunedì 11 marzo 2019

Peppino Gagliardi / Sempre... Sempre

https://www.youtube.com/watch?v=WeQ0It3li_E


Peppino Gagliardi

Sempre... Sempre 

( 1971 )



Canzone Va nel buio della notte Porta in giro un pò d'azzurro Che hai rubato agli occhi suoi Canzone Sta piangendo anche la luna e piove Tanta luce intorno a me Per sempre t'amerò Per sempre sognerò Tutto l'amore che Hai dato a me Io porterò con me Soltanto un pò di te Ma è tanta la tristezza che mi dai Parole Dei miei giorni piiu' felici Parole Che chi ama capirà Il tempo passera' ma non cancellerà I sogni che ho vissuto insieme a te Sempre, sempre Non amerò che te nella mia vita Parole Dei miei giorni più felici Parole Che chi ama capirà Il tempo passerà ma Non cancellerà I sogni che ho vissuto Insieme a te Sempre, sempre Non amerò che te Nella mia vita





domenica 10 marzo 2019

Russell Crowe / «Ho quasi 55 anni, dimenticate il Gladiatore»






Russell Crowe: «Ho quasi 55 anni, dimenticate il Gladiatore»

«Vivo la maturità con i miei figli. Hollywood è vanità, meglio il mio ranch australiano»
Giovanna Grassi
8 marzo 2019

«Sono stato un gladiatore, il grande matematico John Nash affetto da schizofrenia, il capitano che sfidava l’Oceano in Master & Commander, il padre di Superman... Nessun personaggio però mi ha coinvolto come il padre di Boy Erased», dice Russell Crowe. Il divo hollywoodiano sostiene con impegno il film di Joel Edgerton tratto dalla storia vera di un pastore battista che costringe il figlio gay a seguire una «terapia di conversione» dall’omosessualità. Crowe è oggi lontano dal bel ragazzo che sembrava volere tutto (fama, successo, denaro) e che visse una passione chiacchierata con Meg Ryan, ma poi sposò la sua ragazza di sempre, la musicista Danielle Spencer. Dall’unione sono nati due figli, poi il divorzio molto doloroso per lui. Nel nuovo film appare invecchiato, appesantito, il volto spesso segnato da angoscia. Oggi l’attore sembra dedicarsi soprattutto alla nuova fase del suo lavoro e ai due figli, Charles nato nel 2003 e Tennyson, tre anni dopo il fratello. Boy Erased-Vite cancellate(presto sui nostri schermi), fin dalla prima mondiale al Festival di Toronto porta sotto i riflettori i terribili programmi di rieducazione alla sessualità che continuano a essere praticati. «Provocando depressioni, tentativi di suicidio e disordini mentali tra molti giovani».




Che cosa resta in lei del gladiatore da Oscar?



«Ho quasi 55 anni e non credo proprio di dover continuare a esibire i muscoli del mio generale Massimo Decimo Meridio. Mi interessano sempre di più le storie vere, capire la personalità e le contraddizioni degli uomini che interpreto».



Quali sono le motivazioni? 



«Quando sei giovane la recitazione conquista un ruolo pericolosamente divorante e puoi anche sentirti perduto se non la pratichi in continuazione. Con il tempo impari a studiare con più attenzione le occasioni che ti capitano. Il mestiere diventa un modo di esprimerti, di sentirti parte del mondo».



Lei è molto presente su Instagram. Come vive i tempi dei social network?



«Vengo da una famiglia semplice di lavoratori, che badava alla sostanza dei rapporti. Sono una persona di poche parole, ma ho costruito belle amicizie con colleghi che stimo: Ryan Gosling, Denzel Washington, Nicole Kidman. La possibilità di manifestare se stessi può avvenire anche sul web, un piccolo schermo dell’esistenza».



Che cosa pensa del personaggio che vive come una sconfitta l’omosessualità del figlio?



«Il suo dramma è il riflesso di una mentalità. La difficoltà di capire la scelta di un figlio fa parte dell’esperienza e dell’educazione al mestiere di genitore in milioni di famiglie. Un tempo i padri si limitavano ad esercitare l’autorità. Oggi sono più coinvolti nei vari livelli della famiglia e devono affrontare il peccato, il bullismo, le pressioni sociali. Prima si imparava dai vecchi, oggi si apprende molto comunicando con chi è più giovane di te».



Ha iniziato la carriera in tv. Che cosa si aspetta oggi dalla miniserie sulla vita di Roger Ailes, il responsabile del canale Fox News?



«La personalità e le disavventure di Ailes (accusato anche di sopraffazioni sessuali) possono trasformarsi in uno strumento di comprensione di tanti ambienti. Chi ha il potere diventa un gladiatore sempre pronto a nuove mosse per mantenere il suo status. Per un attore entrare in un’arena con un personaggio vero è entusiasmante».



Ha sempre scelto di vivere in Australia. Perché? 



«Non mi piace vivere sempre su un palcoscenico — come in fondo devi fare a Hollywood — che costruisce stereotipi. Ho bisogno di un’energia diversa che trovo nel mio ranch e nella natura. Dico no al mondo delle apparenze e delle vanità».



Lo stesso discorso vale per la sua passione musicale? 



«Sì. Mi hanno gratificato i tour con la mia band, anche la mia apparizione a Sanremo. Se senti davvero la tua natura artistica devi capire tante manifestazioni popolari. Il mondo di oggi spesso mi pare immerso nel disordine».



Lei è considerato un attore scomodo. Il tempo ha modellato e ammorbidito il suo carattere?



«I figli hanno cambiato la mia vita perché con loro riscopri e fai tue, sempre, la realtà e la quotidianità».



Girata la boa del mezzo secolo cosa si è ripromesso?



«Vorrei sicuramente andare a vedere più spesso le partite della squadra di rugby che prediligo, essere presente quando i miei figli inizieranno una delle fasi più belle della vita ossia l’ingresso al college, interpretare e vivere film in cui credo. Perché un film, come un libro, può concorrere a cambiare la tua vita e aiutarti a essere quello che sei, a capire veramente chi sono gli altri».


CORRIERE DELLA SERA



sabato 9 marzo 2019

Cortázar, lingua spagnola e Oval / Il «Gioco del mondo» al Salone 2019


Julio Cortázar

Cortázar, lingua spagnola e Oval: 
il «Gioco del mondo» al Salone 2019

Nicola Lagioia illustra la nuova edizione della manifestazione torinese
Arriveranno Savater, Masha Gessen, Soyinka. Collaborazione con BookCity Milano


di ALESSIA RASTELLI
6 marzo 2019 (modifica il 7 marzo 2019 | 21:09)

«Una manifestazione popolare, ma che si basa su contenuti alti, proprio mentre la polemica dei nostri tempi, o presunta tale, vede contrapposti il popolo e le élite. Ecco, questo è un problema che noi non abbiamo mai avuto». Così Nicola Lagioia, direttore del Salone del Libro introduce a Torino, nel giovanilistico spazio «Murazzi Student Zone», la trentaduesima edizione della rassegna. «Il gioco del mondo» è il tema del 2019, ispirato all’opera di Julio Cortázar. Il Paese ospite, o meglio la lingua ospite, sarà quella spagnola. Le Marche, la regione protagonista. Il tutto dal 9 al 13 maggio, sempre al Lingotto, ma con una distribuzione degli spazi che si annuncia rinnovata. «Vogliamo fare in modo che per cinque giorni Torino sia la città del libro, colorata ed entusiasta come lo fu durante le Olimpiadi», dice il presidente Giulio Biino.

Torino, insomma, riparte, dopo quelli che, ammette lo stesso Lagioia, sono stati mesi di «montagne russe». Il Salone, dice il direttore, «ha attraversato momenti da telenovela, o da teatro dell’assurdo, persino da favola dickensiana con l’asta del marchio il giorno della Vigilia di Natale. Eppure oggi possiamo festeggiare: il Salone è salvo ed è tornato la casa di tutti». Tra il pubblico siede Ricardo Franco Levi, presidente dell’Associazione italiana editori (Aie), che in una intervista al «Corriere» lo scorso 15 febbraio aveva annunciato il ritorno al Salone. E c’è Marco Zapparoli, alla guida dell’Associazione degli editori indipendenti (Adei). Quest’ultima raccoglie lo zoccolo duro dei marchi che negli ultimi anni hanno difeso la fiera di Torino, mentre la Fondazione che la organizzava era in liquidazione e si giocava la partita con la concorrente milanese Tempo di Libri. Ora che quest’ultima è stata rinviata al 202o e sta lavorando a una nuova formula, viene invece inaugurata con Milano una nuova collaborazione: con BookCity, la festa partecipata dei libri promossa dall’assessorato alla Cultura di Milano e dall’associazione composta dalle fondazioni Corriere della Sera, Giangiacomo Feltrinelli, Arnoldo e Alberto Mondadori, Umberto e Elisabetta Mauri. Nell’ambito del programma di incontri «aspettando il Salone», che precede la fiera di maggio, Milano ospiterà alcuni autori. «Con chi a Milano lavora bene, noi ci siamo», dice dal palco Maurizia Rebola, direttrice del Circolo dei lettori, la fondazione che organizza la parte culturale della manifestazione. E dentro cui, fa sapere, «entrerà presto anche il Comune di Torino». Da Chiara Appendino, a margine della conferenza stampa, un’ultima stoccata a Tempo di Libri: «Questo per il Salone è l’anno zero — dice la sindaca — con una nuova struttura che tiene insieme il lavoro fatto negli anni scorsi, a partire dalla lunga battaglia con Milano, che quest’anno si può dire essere vinta». 



Il manifesto del Salone 2019, firmato dell’artista Mp5
Il manifesto del Salone 2019, firmato dell’artista Mp5

Quanto ai contenuti della fiera torinese, per ora ci sono solo alcune anticipazioni (il programma sarà presentato ad aprile). La grande lezione inaugurale sarà affidata a Fernando Savater. Arriverà inoltre Masha Gessen, giornalista e attivista di origini russe, ora residente a New York, la quale con Il futuro è storia (Sellerio), ha vinto il National Book Award 2017. E infine lo scrittore e attivista Wole Soyinka, Nobel per la Letteratura 1986, e Matt Salinger, attore e produttore, figlio dello scrittore de Il giovane Holden. Per quanto riguarda il tema, spiega Lagioia, «la cultura non contempla frontiere o linee divisorie, ma supera le divisioni, frantuma i muri, come fa il lettore de Il gioco del mondo di Cortázar. Nato in Belgio, trasferitosi a 5 anni in Argentina, da dove venivano i genitori, poi a lungo a Parigi, è lui stesso un ponte tra culture».
E in questo spirito è stato scelto l’ospite del 2019, la lingua spagnola. «I Paesi hanno confini, non le lingue», dice il direttore, che parla con il consueto ritmo avvincente. L’idea di una lingua ospite prende anche forma in un luogo fisico: la Plaza de los Lectores, con una biblioteca, una libreria, una sala dedicata alle istituzioni e una per gli incontri. L’ubicazione sarà all’interno dell’Oval: uno spazio di 13.000 metri quadrati, novità della prossima edizione. Al suo interno nascerà anche una nuova sala da 700 posti, la Sala Oro, che sostituirà la Sala Gialla, adibita all’International Book Forum, l’area per lo scambio dei diritti. Non ci sarà neppure più il Padiglione 5, dove era tradizionalmente allestita l’area ragazzi del Bookstock Village (che passa nel padiglione 2), né saranno disponibili le Sale Rossa e Blu (non acquistate all’asta). «Stiamo comunque lavorando a una logistica efficiente, in cui editori grandi e piccoli si alterneranno, non ci saranno spazi di serie A e di serie B», spiega Silvio Viale, presidente di Torino, la Città del Libro, l’associazione dei fornitori che ha acquistato il marchio. «Tra le novità — aggiunge — ci saranno anche due ingressi per ridurre il problema delle file».
Aspettando il Salone, arriveranno intanto a Torino, per riflettere sull’identità culturale europea (il Salone si svolgerà poco prima del voto di maggio) Donald Sassoon, professore emerito di Storia europea alla Queen Mary University di Londra (questa sera, 6 marzo alle 21) e il politologo americano Francis Fukuyama (l’11 marzo, alle 18 al Polo del ’900, via del Carmine 14).