giovedì 1 giugno 2017

Richard Ford e il probabile ritorno di Frank Bascombe

Richard Ford

Richard Ford e il probabile ritorno di Frank Bascombe


Donald Trump conta come Donald Duck, per quel che scrivo

Richard Ford a colloquio con Ennio Ranaboldo
dal numero di maggio 2017
Richard Ford, classe 1944, nato nel Mississippi, di casa in Maine e professore alla Columbia University, torna a conversare con “L’Indice”, dopo la nostra intervista del novembre 2015 dedicata al suo ultimo romanzo, Tutto potrebbe andare molto peggio, felicemente accolto anche in Italia da pubblico e critica. È la quarta puntata del ciclo narrativo che ha per protagonista Frank Bascombe: quattro racconti lunghi ispirati dalla devastazione post uragano (Sandy, nel 2012); storie di desolazione e di redenzione, la cui irrituale autenticità e compassione sono misura di verità, mentre i tristi opposti di sentimentalismo e cinismo non hanno  casa. Sono vicende legate tra loro dalla voce narrante di Frank, testimone tanto rigoroso quanto empatico, in cui la scrittura di Ford si manifesta come tra le più vibranti della narrativa americana a cavallo tra i due secoli del nostro tempo.
Con caratteristico understatement, Ford espone spesso una sobria ma altissima concezione del proprio mestiere, con un fondamentale senso di gratitudine verso una casualità benigna che gli ha consentito di trovare e dispiegare la propria vocazione.
Un altro grande scrittore del Novecento, Kurt Vonnegut, non la pensava molto diversamente: “Quanto importanti siano i miei libri, o quelli di chiunque altro, non lo so. Non penso siano terribilmente importanti. Penso che soddisfino le persone mentre vengono letti. E questo ha un qualche valore, prendersi cura di qualcuno per un paio d’ore. Ci saranno sempre dei magici intrattenitori che conforteranno le persone durante la storia di Giobbe che è la vita di ognuno di noi. Per questa ragione onoro la mia professione”.
Frank Bascombe si è ritirato dalle scene, o ci sarà un altro suo romanzo? Più in generale, anzi il più specificatamente possibile, a cosa sta lavorando?
Ho i rudimenti per un nuovo romanzo su Bascombe; raccolgo materiali da un paio d’anni. So già quale sarà il titolo, ne conosco la struttura, so cosa succederà e di cosa tratterà. L’unica cosa che devo trovare è l’energia per scriverlo. Ho anche un altro romanzo in una simile forma rudimentale. E questo è persino più difficile da contemplare; sebbene, tra i due, mi farebbe più felice, credo, scrivere quest’ultimo. E tuttavia non so se lo farò.
Ho letto che non crede nelle anime, ma in “qualcosa” che chiama il linguaggio in azione: ci dica di quel “qualcosa” e di come opera dentro e sulla pagina.
Anima? No. Niente anima. Almeno, per quanto mi riguarda, non ho prova ve ne sia una. E non riesco proprio a pensare a qualcosa di preciso, nel fondo di noi stessi, che possa sostituirla. Ci sono le nostre azioni e la nostra inaccurata, e spesso opportunamente conveniente, memoria delle azioni altrui; abbiamo finalità individuali, desideri e bisogni e quello che ci occorre per rappresentare queste cose. Possiamo osservare – con un po’ di fortuna – quello che facciamo. Possiamo anche avere regole in base alle quali cerchiamo di vivere, fare il minor male possibile, ad esempio. Ma tutto questo non sostituisce davvero l’anima, o la mancanza di un’anima. Né dovrebbe. Voglio dire, non c’è l’anima, l’anima non c’è, vero?
Sembra sfidare l’idea stessa che persone e personaggi possano mutare nel tempo, e sostiene – cito da un’altra intervista – che cambiamento e sviluppo altro non siano che “costrutti fabbricati contro lo smarrimento del caos della vita”…
Credo che quell’idea spieghi a sufficienza. Che noi umani si cambi sostanzialmente è una nozione acquisita, una verità convenzionale. Tendo a non accettare la maggior parte delle verità convenzionali a meno che non possa – come dice Keats – sentirne io stesso il polso. Non è neppure che io pensi che non si muti o non si possa mutare. È solo che non sottoscrivo l’intera concezione del cambiamento – che lo si agisca effettivamente – sulla semplice fiducia. Forse cambiamo. So che un mucchio di sciocchezze si fondano su quell’idea. Un’amica recentemente mi ha detto: “Sono radicalmente cambiata”, e io ho pensato, beh, lascia che sia io a giudicare.
Il suo memoriale Tra loro sta per uscire in libreria con Feltrinelli. Può darcene un saggio?
Credo che la Postfazione sia sufficientemente breve e ben formulata da poter essere condivisa in questa sede. Il libro esce quest’anno in Italia, nella traduzione del mio stimatissimo amico, Vincenzo Mantovani. Una grande fortuna per me averlo. Ecco il testo: “Il fatto che vite e morti passino spesso inosservate ha ispirato specificamente questo piccolo libro sui miei genitori e definito il suo compito. Le vite dei nostri genitori, anche quelle avvolte dall’oscurità, sono per noi la prima, forte assicurazione che gli eventi umani contano. Noi siamo qui, dopo tutto. Il futuro è imprevedibile e pericoloso, ma le vite dei nostri genitori ci confermano e ci aiutano a distinguerci. La mia convinzione nell’irrevocabile mancanza di trascendenza della vita vissuta mi spinge sempre a pensare ai miei genitori. Nei momenti difficili, molto tempo dopo la loro morte, ho sentito spesso il più sincero e ardente desiderio di averli con me: il desiderio della loro attualità. Così, scrivere di loro, non voltare le spalle, non è solo un mezzo per esaudire il mio desiderio immaginandoli vicini, ma è anche puntare verso quell’attualità, che – ancora una volta – è il punto dove inizia la mia comprensione dell’importanza”.
Ci dica del suo insegnamento alla Columbia University, quest’anno: il programma del suo corso, gli studenti che lo seguono…
Insegno letteratura, a Columbia, presso la School of the Arts. Le persone a cui insegno vogliono essere tutti scrittori; ma io non insegno loro a scrivere, piuttosto a leggere. Metto insieme dei seminari e dei programmi che impongono a me e agli studenti di leggere molto attentamente, di aprire le nostre menti ad ampie interrogazioni dei testi. Non c’è nessuna teoria coinvolta in queste letture. Il mio convincimento è che se uno scrittore diventa un buon lettore, lui o lei trasferiranno queste abilità sottili nella valutazione e nel miglioramento del loro stesso lavoro creativo. Non è nulla di più complicato di questo.
Citando di nuovo “Donald Trump conta in relazione a quanto io scrivo più o meno come Donald Duck”, viene da pensare che quello sia tra i commenti più esilaranti su quell’uomo e sull’attuale ciclo politico.
Semplicemente penso che noi scrittori si debba essere liberi di scrivere ciò che vogliamo. La presenza cancerogena di Donald “Duck” Trump nella coscienza nazionale non dovrebbe farci pensare di abdicare all’abituale sovranità sulle nostre scelte. Qualcuno “userà” Trump come argomento o come provocazione, ma molti altri scriveranno brillantemente – com’è giusto che sia – su cose con le quali il presidente Trump non ha nulla a che fare. Gli scrittori dovrebbero fare quello che vogliono. Il loro lavoro migliore sarà utile nella conversazione pubblica generale, a prescindere dal suo argomento specifico. Abbiamo già così poca scelta, in questo mondo.
Ha detto: “Credo sia un privilegio scrivere libri. Una vocazione alta. Penso mi abbia permesso di sfruttare pienamente chi io sono, con il caos che ho in testa”.
 Cosa posso aggiungere? C’è forse una mente che non sia anche una brulicante confusione? Bisogna guardarsi dalle menti ordinate. E per quanto riguarda il privilegio della vita di uno scrittore, cos’altro potrebbe essere? Sei libero di scrivere quello che vuoi. Libero di dispiegare te stesso a nome degli altri. Libero di tentare di resuscitare la nostra lingua, sempre troppo stanca. Uno fa quello che Čechov faceva. Credo di patire un poco quando avverto, di altri scrittori con cui entro occasionalmente in contatto, che si sentono sfruttati, o che sentono di avere dei diritti, o di essere in qualche modo speciali. Io lo so di non essere speciale. Sono solo fortunato. Qualcuno mi ha insegnato a leggere, e tutto il resto ne è venuto di conseguenza.
ennioranaboldo@gmail.com
E Ranaboldo è saggista

In principio fu Picasso / La straordinaria collezione di Ernst Beyeler



In principio fu Picasso

La straordinaria collezione di Ernst Beyeler

1 GIUGNO 2017, 
VALERIA CALDELLI

In principio fu Picasso. Il terribile, sfrontato, collerico dominatore dell'arte del XX secolo, insieme genio dalla personalità dirompente che paralizzava chiunque gli si avvicinasse. Anche Ernst Beyeler, allora sconosciuto gallerista di Basilea, ne restò affascinato quando, nel 1953, vide per la prima volta Guernica. E più tardi, dopo aver esposto e venduto alcune sue tele, scoprì similitudini e connessioni che lo avrebbero legato per sempre ad alcune opere. Come un ritratto di Dora Maar, Femme an vert, le cui proporzioni, così come la divisione degli spazi, evidenziavano il tributo di Picasso a Cezanne, nella sua Madame Cezanne au fauteuil jaune. Ed ebbe la prova di come un emozionante studio per Les Demoiselles d'Avignon evocasse l'arte primitiva confrontandolo con le maschere africane che aveva in galleria. Insomma, scoprì il fil rouge, il dialogo nell'arte di tutti i secoli e lui, il mercante, ne restò "prigioniero".
Per la verità c'era stato un momento in cui, per mancanza di soldi, Beyeler avrebbe voluto vendere quel grande e prezioso schizzo di Picasso che teneva appeso alle pareti della sua abitazione. Ma la moglie Hildy si oppose fieramente, minacciando di lasciarlo se si fosse separato da quella tela. Fu così che tornò indietro e trovò volentieri altrove le risorse che cercava. Oggi i due Picasso e il Cezanne sono parte di una strabiliante collezione di capolavori che ha dato origine alla Fondazione voluta da Ernst Beyeler come tributo ai più grandi artisti del nostro tempo e come dono alla comunità del mondo.

Le lion ayant faim se jette sur l'antilope
Henri Rousseau

Nata nel 1997 con 190 opere firmate dai più grandi artisti del 900, ora la collezione ne conta 300, mentre la sede ospita ogni anno mostre affollate da centinaia di migliaia di visitatori. Quasi un miracolo per la piccola Riehen, villaggio svizzero stretto tra Basilea e i confini della Germania, a tu per tu con la natura, lontano anni luce dai percorsi artistici di Parigi e New York. D'altronde Beyeler non aveva mai voluto trasferire la sua galleria nelle grandi città, anzi, sfidando la sorte, era rimasto pervicacemente ad attendere che l'arte, quella importante, arrivasse sulle rive del Reno. E ha vinto la battaglia. Nel ventesimo anniversario della nascita della "sua" Fondazione, non una, ma tre mostre lo ricordano - lui scomparso nel 2010, due anni dopo la moglie Hildy - in quell' edificio progettato da Renzo Piano che lui aveva commissionato, ma anche discusso e modificato perché avesse la luce e le proporzioni necessarie ad orchestrare le opere che lasciava in eredità. Così, se una delle esposizioni, dall'11 giugno fino a settembre, esibisce la raccolta allo stato attuale, con le nuove acquisizioni di arte contemporanea, e un'altra, dal 15 ottobre fino al 1° gennaio, guarda alle potenzialità di incremento, quella iniziata a febbraio fino al 7 maggio, ricalcava invece l'allestimento iniziale delle opere, come Beyeler lo aveva pensato al momento dell'inaugurazione.
Ma non è solo un' incredibile collezione di pezzi "speciali" quella che ci viene offerta, bensì l'affresco della personalità di uno degli ultimi mecenati, né studioso, né mercante, ma appassionato d'arte e raffinato conoscitore. Un gentleman attento ai rapporti umani più ancora che agli affari; affari che pure sapeva fare molto bene. Solo un numero per dimostrarlo: 16.000 opere vendute durante la sua vita. Eppure, Beyeler, figlio di un ferroviere, aveva cominciato la sua attività di gallerista con le tasche vuote, anzi, con seimila franchi svizzeri di debito, che agli inizi degli anni Cinquanta erano una bella somma. Eppure ha lasciato un tesoro, mettendo insieme alcuni dei pezzi più belli di 40 tra i più importanti pittori e scultori del secolo passato.

Jean Dubuffet

Certamente nella sua vita non sono mancati errori, né è riuscito ad evitare falsi. E nemmeno processi. Ma la sua profonda sintonia con l'arte non è mai stata intaccata. Lo rivela anche un episodio che lui stesso ha raccontato a Chrisophe Mory in un libro-intervista pubblicato da Skira. Successe negli Stati Uniti, e per la precisione a Pittsburgh, nella casa di un collezionista miliardario, George David Thompson, che tra i molti capolavori, aveva anche cento tele di Paul Klee. Beyeler cercava di riportare in Europa quelle opere e voleva acquistarle, ma Thompson, oltre al denaro, chiedeva in cambio un quadro di Kandinsky, Improvvisazione 10, che il gallerista di Basilea teneva appeso nella sua casa in una sorta di rapporto intimo che escludeva il lavoro e toccava la sua anima. Nessun problema per i soldi: Beyeler avrebbe chiesto un grosso prestito a una banca, ma sul Kandinsky non poteva transigere. Fu così che di fronte alle insistenze del miliardario, cercò di trovare una scusa. "Quel quadro è di mia moglie: non posso venderlo!", gli disse. Thomson, rosso dalla rabbia, aprì allora la porta di un corridoio e a lui apparvero una serie di tele da capogiro - da Renoir, a Monet, a Redon - che non facevano parte della collezione ufficiale. "Vede?", gli rispose Thompson, "anche questi sono di mia moglie, ma se vuole può comprarli. E con mia moglie in omaggio!". Qualsiasi mercante avrebbe ceduto, ma Ernst no, lui restò inflessibile: meglio sconfitto che rinunciare al Kandinsky. La mattina successiva, però, poco prima che l'aereo partisse, Thompson lo chiamò: scelse un altro quadro e l'affare si concluse. I cento Klee furono riportati in Europa e vennero poi acquistati in toto dalla città di Dusseldorf.
Improvvisazione 10 è ora esposta nelle sale della mostra a raccontarci questa storia, che è anche la storia di un uomo e non solo di un mercante. Quel quadro è stato ed è rimasto uno dei vessilli della sua collezione, insieme allo studio per Les Demoiselles d'Avignon e ad altre, molte, opere di Klee. Astrattismo e cubismo, allora, passando attraverso Monet, Matisse e van Gogh, Brancusi, Rodin e Giacometti, Mirò e Leger, fino alla Pop Art, in un dialogo costante tra gli artisti, una sorta di catena che li unisce tra loro nella ricerca di una comunicazione sia con il pubblico che con la natura. "Con Giacometti, Beyeler cercava il legame tra pittura e scultura, con le opere primitive evidenziava il vincolo con quelle contemporanee, mentre il Dio volante di Rodin sembra significare il rapporto tra cielo e terra", spiega Raphael Bouvier, curatore del ciclo di mostre allestito a Riehen. "L'intima congiunzione tra artista e natura ha sempre interessato molto Beyeler e il suo obiettivo nella prima esposizione al pubblico della collezione era proprio quello di rendere tangibile la speciale interazione tra le singole opere, così come lui la sentiva".
Grazie anche alle foto si è così fatto rivivere la mostra delle origini, quella del 1997, una sinfonia di opere "orchestrate" dallo stesso Beyeler, in cui si rispettava la cronologia, evocando però un colloquio spirituale tra i vari artisti, che qualche volta diventa discussione, altre perfetta armonia. Così la sala aperta sul parco dedicata a Giacometti, con l'uomo che cammina verso la donna, rimanda a un'umanità in movimento verso il futuro, mentre le ninfee di Monet racchiuse in un fantastico trittico, hanno ripreso il posto sulla parete che lui aveva fatto costruire per loro, proprio davanti al laghetto creato all'ingresso della Fondazione. Entrando nell'edificio può succedere di vedere quelle ninfee rispecchiarsi nello stagno: arte e natura che si uniscono di nuovo in uno spettacolo che tocca le corde dell'emozione. E ovviamente la Femme en verte di Picasso dialoga silenziosamente con Madame Cezanne e con una serie di sculture africane.
Femme epoque
Pablo Picasso

Leger è invece opposto a Mirò, che è visto anche come l'origine dei "giochi" di Calder. Solo alla fine, dopo Mondrian, Klee e naturalmente Kandinsky, si arriva alla Pop Art, in una sorta di contrapposizione tra l'Europa e gli Stati Uniti che aveva coinvolto il gallerista-mecenate-uomo Beyeler. Dalla collezione mancano i surrealisti: non c'è Magritte e nemmeno Dalì. Forse perché Ernst non amava l'irrazionalità? E, a parte Dubuffet, a cui lo legava una sincera amicizia, anche i contemporanei non sembrano aver fatto parte della sua ricerca. Non era un cacciatore di talenti, Beyeler, ma piuttosto di sensazioni. "Lascio i commenti ai docenti universitari e agli storici dell'arte", diceva. "Quando compro un quadro, per prima cosa devo esserne conquistato e questo passa necessariamente attraverso lo sguardo, lo spirito e tutto il corpo". Questione di istinto, dunque. E anche questione di gusto, che a lui non mancava. "Meglio un bel Picasso che una quindicina di tele firmate da Picasso" era il suo primo comandamento. Il risultato è davanti ai nostri occhi. Su questa strada la collezione si è ampliata dopo la sua scomparsa coinvolgendo anche artisti più vicini ai nostri tempi in un confronto continuo proposto ora nella seconda e nella terza mostra del ciclo. Un'altra esposizione dedicata a Wolfgang Tillmans, 200 lavori fotografici e un audiovisivo, è iniziata il 28 maggio e resterà aperta fino al primo ottobre.


domenica 28 maggio 2017

Gli eterni interrogativi / El ingenioso hidalgo Don Quijote de la Mancha



Gli eterni interrogativi

El ingenioso hidalgo Don Quijote de la Mancha


29 APR 2017 
di 
In tanti hanno cercato di classificare l'opera di Miguel de Cervantes in un genere narrativo. Se si pensa che nemmeno lo stesso autore è stato in grado di farlo, ci rendiamo conto della sua complessità intrinseca. Infatti è infinita è la letteratura a riguardo.
Alcuni lo collocano in una cosiddetta ''zona grigia''perché più che di romanzo vero e proprio è preferibile parlare di ''atteggiamento romanzesco''. Le domande dei cervantisti restano le stesse per molto tempo: se il romanzo nasce come parodia del genere cavalleresco allora cos'è? Una novella? Un historia? Un romanzo idealista pre-moderno o forse un romanzo moderno? Nulla di tutto ciò. Quando si parla del Don Chisciotte ci riferiamo a un romanzo che accoglie in sé i più diversi generi della letteratura, dal romanzo d'avventura a quello picaresco e moresco dei quali ne infrange chiaramente le regole.
A creare variatio all'interno del testo le famose novelle intercalate che seguono un percorso verticale a cui potremmo aggiungere, secondo Segre, discorsi a spirale che consistono nel passare da un punto di vista all'altro senza che siano mai delineate con precisione le idee di fondo dell'autore. Proprio per questo Cervantes utilizza l'escamotage dell'autore arabo (e per questo considerato un infedele) Cide Hamete Benengeli, al quale attribuisce spesso la responsabilità di alcune sue posizioni. Diviso in due parti, la prima parte del libro viene pubblicata nel 1605 mentre la seconda, pubblicata quasi di fretta nel 1615, è tutta dedicata alla feroce critica contro il presunto Avellaneda, uno sconosciuto autore responsabile dell'apocrifo uscito nel 1614. Ma chi è Don Chisciotte, il famoso hidalgo al quale si seccò il cervello a forza di leggere i più celebri romanzi della tradizione cavalleresca?
Alonso Quijano appartiene all'ultimo rango della cavalleria, classe ormai in crisi nella Spagna post-rinascimentale; il braccio armato del re ora fatica a guadagnarsi un proprio spazio nella società. Non avendo alcuna valvola di sfogo al di fuori della lettura, Alonso Quijano s'immedesima nei grandi cavalieri senza macchia e senza paura che avevano popolato i grandi romanzi del ciclo bretone e arturiano (pensiamo ad Amadigi del quale emula la pazzia nella Sierra Morena). Le avventure del nostro anti-eroe iniziano assieme al suo storico compagno Sancho Panza, così battezzato, fedele servitore del proprio signore al quale viene promessa un'isola. Durante il corso del loro assurdo viaggio (alla ricerca di cosa?) questi due personaggi che sfidano il mondo, così speculari tra loro e così distanti, finiranno per somigliarsi sempre di più e per sfatare continuamente teorie e luoghi comuni. Quaestiones finitae e infinitae (dalla letteratura alla questione delle armi) si alternano nella storia che procede in maniera parallela, soprattutto nella seconda parte. Qui Don Chisciotte sembra sempre meno pazzo mentre Sancho sempre più saggio.
Sancho come Don Chisciotte quindi? Difficile rispondere. Cervantes ci racconta i suoi compagni di viaggio come individui sempre in evoluzione, mai identici e mai scontati nelle scelte. Sarà per questo che, con le loro inimmaginabili imprese, hanno affascinato generazioni e generazioni di lettori? Probabilmente risiede anche in questo la grandezza del Don Chisciotte. Il lettore resta catturato da queste pagine sforzandosi di comprendere cosa sia realmente successo a quest'uomo che poi così pazzo non è.
Ancora oggi restano aperte tutte le domande. Ancora oggi il rinsavimento finale di Alonso stimola in noi una non facile riflessione su quel labile confine che mescola caoticamente finzione e realtà. La cosa certa è che nasce con il Don Chisciotte l'atteggiamento critico, tipico della modernità.

giovedì 25 maggio 2017

Anton Cechov / La signora col cagnolino



Anton Cechov


LA SIGNORA COL CAGNOLINO



 


Si diceva che sulla passeggiata lungo il mare fosse comparsa una faccia nuova: una signora con un cagnolino. Dmitrij Dmitrič Gurov, che a Jalta viveva già da due settimane e ormai ci si era abituato, cominciava anche lui a interessarsi alle facce nuove. Mentre era seduto al caffè Vernet nel padiglione vide passare sulla riva una signora giovane, di media statura, bionda, con un berretto; dietro a lei correva un volpino bianco.