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| Nuccio Ordine |
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| Nuccio Ordine |

Come spezzare, in maniera un po’ generica, una lancia a favore dell’inutile
di Nello BenassiLa nostra è una società in cui l’utile ha la meglio sull’inutile. Questo è il problema che Nuccio Ordine, professore ordinario di letteratura italiana presso l’Università della Calabria e famoso studioso di Giordano Bruno e del Rinascimento, mette in luce fin dall’inizio del testo. L’autore, attraverso questo manifesto, sente l’esigenza di far emergere nel lettore la consapevolezza su una verità che sta scomparendo: a cosa serve l’inutile? Un inutile che va interpretato come tutte quelle attività che non possono recarci un profitto immediato quali la filosofia, la letteratura e in generale la cultura fine a se stessa, il semplice desiderio di sapere. Il testo si apre con una lunga introduzione con cui Ordine, partendo da un excursus sulla crisi economica del 2007, cerca di identificare le cause e gli esempi più lampanti dell’impronta sempre più utilitaristica che domina il XXI secolo.
La colpa di questo “impoverimento culturale”, secondo l’autore, va ricercata nella logica del profitto nata con le rivoluzioni industriali che hanno segnato la nostra storia e che hanno portato a un lento declino della scuola e di tutti gli altri centri culturali, dove le persone vengono viste come “clienti”. Il manifesto di Nuccio ordine si sviluppa a partire da una serie di citazioni che l’autore recupera minuziosamente da filosofi, poeti, scrittori, economisti. Tutti gli aforismi riportati nel libro hanno come tema centrale quello che già il titolo del manifesto ci preannuncia: l’utilità dell’inutile. Ordine cerca, attraverso ragionamenti molto articolati, di spiegare le varie frasi. Tuttavia i collegamenti fatti dal saggista risultano a volte molto spigolosi e ripetitivi; si ribadisce costantemente il tema centrale dell’importanza della cultura che ad un certo punto diventa stucchevole e addirittura indigesto.
Quando, invece, Nuccio Ordine cerca di variare dal tema centrale e sposta l’attenzione su argomenti diversi si crea una disarmonia tale nel senso generale del discorso da farlo risultare poco chiaro anche a un lettore attento. Queste discrepanze logiche emergono fin dal prologo. Durante l’analisi della grande recessione europea del 2007, Ordine si sofferma sulla disastrosa situazione economica della Grecia piena di debiti e sull’orlo della bancarotta. Secondo il saggista l’enorme debito culturale che gli altri stati dell’UE hanno nei confronti della penisola greca basterebbe a sancire quello economico. Questo ragionamento appare del tutto insensato, l’Europa si è formata grazie all’apporto di moltissimo civiltà, prima tra tutte quella romana. Secondo questa logica anche il debito italiano potrebbe essere considerato nullo.
Procedendo nella lettura del saggio si trovano elementi poco chiari anche nella spiegazione degli aforismi. Durante l’illustrazione dell’idea di “bello” di Kant, Nuccio Ordine fa una digressione sul capitalismo e sul comunismo che, sovrapponendosi all’idea di fondo dell’utilità dell’inutile, creano un contesto confusionario e un’esposizione inefficace. La scelta formale che più di tutta crea difficoltà al lettore, e soprattutto ai giovani a cui il testo si rivolge, è l’utilizzo che Nuccio Ordine fa di parti di testi secondari di altri saggisti per spiegare l’aforisma di partenza; il testo così risulta poco scorrevole e disorganico. La cifra distintiva di questo libro è la ripetitività dei concetti che lo rendono una lettura monotona e a tratti addirittura noiosa.
L’unica parte del manifesto che merita di essere letta è il saggio finale “L’utilità del sapere inutile” di Abraham Flexner. In questo testo l’educatore statunitense spiega i rischi di scambiare la curiosità con il pragmatismo. Partendo dalla storia della scoperta dell’elettricità, della dinamite e della batteriologia, Flexner ci mette in guardia dall’errore di attribuire ad una sola persona il merito esclusivo di una scoperta scientifica. Eccone un esempio: Marconi è l’inventore della telegrafia senza fili attraverso onde radio, ma senza Maxwell (magnetismo ed elettricità) ed Hertz (onde elettromagnetiche) non avrebbe potuto realizzare le sue trasmissioni. Né Maxwell, né Hertz si erano minimamente preoccupati dell’utilità del loro lavoro, mai avevano pensato ad un riscontro pratico. Sono stati guidati da una curiosità disinteressata come lo sono stati scienziati quali Galileo o Newton. Quindi non solo la poesia deve essere e rimanere libera e disinteressata ma anche la ricerca scientifica.


L’ultima intervista a Tina Turner, scomparsa mercoledì, al Corriere risale a fine 2017, è il ritratto di una donna tranquilla che ha trovato la pace in Svizzera, dopo tanti tumulti. Eccola, mentre stasera andra in onda su La7, alle 22.30, la biopic su di lei, «Tina - What’s Love Got to Do with it »
Di donne così energiche, nel libro della storia del pop, ne abbiamo conosciute davvero poche. Forse nessuna come Tina Turner, instancabile performer, capace di sgambettare da una parte all’altra del palco come una ragazzina quando era già sulla settantina. Forse, però, si farebbe fatica a riconoscerla oggi: Anna Mae Bullock, come si chiama all’anagrafe, ad anni 78 conduce tutt’altro tipo di esistenza. Ritirata, si potrebbe dire, nella sua villa sul lago di Zurigo, quieta Svizzera profonda, il Paese del suo ultimo marito, Erwin Bach, il produttore ben più giovane di lei (sedici anni di meno).
Il Paese di cui si è innamorata a tal punto, lei figlia del Sud nero e soul degli Stati Uniti, da avervi preso l’esclusiva nazionalità. «Nulla di strano, la Svizzera è un luogo spirituale: c’è qualcosa qui che mi aiuta a essere connessa con quel che veramente sono» dice la cantante, dalla sua tranquilla magione. Dove, in questa direzione paciosa, ha appena prodotto insieme ad altre cinque artiste di tutto il mondo, dalla nepalese Ani Choying all’israeliana Mor Karbasi, «Awakening Beyond», sorta di preghiera collettiva, con canzoni, nenie e litanie di varia ispirazione religiosa. «È stato un improvviso risveglio di coscienza, vogliamo andare oltre divisioni e barriere», spiega Tina, con ardore mistico. Già, Tina sa che la quiete di oggi arriva dopo una vita che tempestosa è dire poco, come vedemmo nel bel film Tina e come vedremo in un musical che esordirà in primavera. Lei che ebbe la forza di fuggire da un matrimonio sbagliato, con quell’Ike Turner, genio sul palco e tiranno in casa. Dopo l’ennesimo pestaggio, un giorno di metà anni 70, lo lasciò, si ritrovò in tasca solo 36 cent, ma riuscì a reinventarsi di fatto un’altra carriera, diventando la popstar globale del decennio successivo, quella di «Simply the Best» e «Private Dancer», canzoni che hanno accompagnato più di una generazione. «Ho imparato molto dalla mia esperienza, ne sono uscita più amorevole e forte».
Eppure al tempo di Weinstein, della molestia istituzionalizzata, non sembra così facile cavarsela per una donna dello spettacolo: «Non sono del tutto d’accordo. Le donne con cui ho lavorato a questo nuovo progetto dimostrano il contrario: Ani Choying, l’artista buddista dell’album, ha pubblicato un libro, Cantando per la libertà, davvero toccante. Lei, come le altre, per provare che le donne, insomma, possono dire no. Come detto, ho avuto anch’io i miei brutti momenti, ma ne sono uscita, oggi è un momento felice della mia vita e, col mio esempio, voglio che possano venirne fuori anche le altre». Donna, Tina. E nera, quando non era facile per una afroamericana affermarsi nello show business: figlia di lavoratori nei campi di cotone nel Tennessee, nel 2008 si emozionò per l’elezione di Obama. Su Trump è lapidaria: «Non voglio commentare». Altrettanto su un suo eventuale ritorno sulle scene, visto che non la vediamo su un palco praticamente da otto anni, salvo qualche sporadica incursione qui e là: «Sul rock e sulle danze ho già dato. Oggi sto bene così, godendomi il mio privato». Definitivamente tranquilla, sì, la Tina Turner dell’anno 2017.

“Penso che un fotografo, come un bambino educato, dovrebbe essere visto e non ascoltato”.
Il 31 ottobre 2021 ha inaugurato la grande mostra retrospettiva Helmut Newton. Legacy alla Fondazione Helmut Newton di Berlino. Inizialmente programmata per coincidere con il 100° compleanno del fotografo, è stata posticipata di un anno a causa della pandemia.
Ora in mostra una selezione di opere di uno dei fotografi più influenti del XX secolo, conosciuto per le sue modelle alte, forti, muscolose e spesso nude. La sua non era solo fotografia di moda, a partire dagli anni Sessanta, Helmut Newton divenne una celebrità e introdusse nella fotografia i temi dell’erotismo, del voyeurismo e dell’omosessualità. Amava provocare ed era visto come un cattivo ragazzo ma a questo lui rispondeva: “Bisogna essere sempre all’altezza della propria cattiva reputazione”.

La mostra Helmut Newton. Legacy ripercorre cronologicamente la vita e l’eredità del fotografo berlinese. Con circa 300 opere, molte di queste esposte per la prima volta, la mostra presenta aspetti meno noti dell'opera di Newton che attraversano i decenni e riflettono lo spirito mutevole dei tempi. L’esposizione é completata da polaroid, pubblicazioni, materiale d'archivio e dichiarazioni del fotografo che raccontano il suo processo creativo. Rimarrà in mostra fino al 22 maggio 2022, il suo incomparabile lavoro pieno di sottile seduzione ed eleganza senza tempo tra ritratti, nudi in piscina, manichini svestiti e messe in scena di ossessioni sessuali. Un’esposizione che racconta il contributo di Newton alla fotografia attraverso il suo stile provocatorio ma che sottolinea soprattutto come il fotografo fu il primo a immaginare e visualizzare le donne per come sono oggi: donne che controllano la loro sessualità, donne che amano e desiderano chiunque vogliono, a prescindere dal sesso; donne in salute che hanno il controllo del loro corpo e godono del suo splendore.

Anticipando la rivoluzione sessuale che arrivò con l’avvento della pillola anticoncezionale, le donne del mondo di Newton sanno ciò che vogliono e se lo prendono; a differenza delle molte critiche che gli vennero fatte, erano molto lontane dall’essere oggetti sessuale deboli e compiacenti. Dietro tanta disinvoltura sulla pellicola si nasconde un uomo che non ha mai parlato volentieri delle sue fotografie e tanto meno della sua vita privata. “Penso che un fotografo, come un bambino educato, dovrebbe essere visto e non ascoltato. Sono un fotografo della vecchia scuola e non ho niente a che fare con l’arte. Non mi lascerò mai andare a discorsi intellettuali sul mio lavoro”.

Helmut Newton nacque a Berlino sotto il segno dello scorpione nel 1920 da un fabbricante di bottoni, studiò al Werner von Treischeke Realgymnasium finché le leggi di Norimberga separarono gli alunni ebrei da quelli ariani nelle aule. Il padre lo mandò alla scuola americana di Berlino, ma fu presto espulso perché era un allievo irrimediabilmente pigro i cui interessi principali erano il nuoto, le ragazze e la fotografia. All’età di sedici anni imparò ad usare una macchina fotografica e nel 1936 diventò apprendista della fotografa berlinese Yva (Else Simon), specializzata in moda, ritratti e nudi, successivamente deportata e uccisa dai nazisti ad Auschwitz. Nel 1938 Newton lasciò Berlino per Singapore con un lavoro come fotografo di cronaca al Singapore Straits Timesma due settimane dopo fu licenziato dall'editore per incompetenza. Nel 1940 arrivò in Australia e provò con l’esercito, prestò servizio per cinque anni come privato guidando camion da dieci tonnellate. Quando decise di stabilirsi lo fece a Melbourne dove aprì un piccolo studio fotografico e incontrò l'attrice June Brunell (Browne) che diventò sua moglie e che a partire dal 1970, iniziò a fotografare con il nome di Alice Springs.
Newton diventò un collaboratore regolare e importante di Vogue Francia dal maggio 1961 e per i successivi 25 anni. Durante questo periodo lavorò anche per la versione americana, italiana e tedesca di Vogue, oltre che per Linea Italiana, Queen, Nova, Jardin des Modes, Marie Claire e Elle. È all’inizio degli anni Settanta che una serie di problemi di salute tra cui un attacco di cuore, sono il punto di svolta per Helmut Newton che decide che non c’è abbastanza tempo in una vita per copiare gli altri e seguire le mode. In questi anni che trova finalmente il suo inconfondibile stile, come si vede nelle sue fotografie che ritraggono la moda rivoluzionaria di André Courrèges.

Inizia a fotografare come dice lui, senza buon gusto, con imperfezioni ed erotismo. Viaggia tra Parigi, Monte Carlo, Los Angeles e i suoi scatti non si fermano sui fondali dello studio ma si avventurano nelle strade, dove le modelle diventano le partecipanti di messe in scena, le protagoniste di una storia di paparazzi, di proteste o altro ancora. Ed è proprio questa la magia delle fotografie di Newton: poter osservare le immagini e riuscire ad immaginare la storia che può esserci prima e dopo quella scena. “Sono come tante altre persone, mi siedo sulla spiaggia o sulla terrazza di un caffè, guardo la gente – soprattutto le donne – e mi invento delle storie. È un buon modo per passare una mezz’ora”.
Tra le due star di Hollywood scoppiò una passione che durò molti anni, ricca di momenti altissimi e grande sconforto.

L’anno dopo Marlon Brando sposa Tarita, mentre nel 1965 la Moreno convola a nozze con il cardiologo Leonard Gordon. I quattro diventano amici e si frequentano spesso, organizzando cene e feste. Qualche anno dopo i due recitano nuovamente insieme, per l'ultima volta, nel film "La notte del giorno successivo". Le riprese sono tumultuose e la scena della litigata tra i due mentre sono sdraiati a letto non è prevista nel copione.
L'ultima volta che Rita e Marlon si vedono è nel 2003, quando lei va a trovarlo a casa sua. I due riescono vedersi per poco tempo e Rita riesce a malapena a dargli un bacio d’addio. Brando ormai è ormai in pessime condizioni psicofisiche e muore poco tempo dopo. Nel 2013, Rita Moreno pubblica una biografia. Al suo interno, Marlon Brando è definito uno dei due amori della sua vita, insieme al marito.