martedì 24 maggio 2016

Italo Calvino / Cosimo Piovasco di Rondò / Il barone rampante

Il barone rampante sull'albero

Italo Calvino
Cosimo Piovasco di Rondò
IL BARONE RAMPANTE


Il barone rampante è il secondo romanzo della trilogia I nostri antenati, e viene pubblicato nel 1957 dalla casa editrice Einaudi. Il nuovo romanzo prosegue il tentativo di Calvino di unire l’ispirazione realistica del Neorealismo con la componente dell’invenzione fiabesca.



La storia è ambientata nel Settecento ed è narrata da Biagio, fratello del protagonista, Cosimo Piovasco di Rondò. Il giovane, rampollo di una famiglia nobile ligure di Ombrosa, all’età di dodici anni, in seguito a un litigio con i genitori per un piatto di lumache, si arrampica su un albero del giardino di casa per non scendervi più per il resto della vita. Cosimo dimostra ben presto che il suo non è solo un capriccio: spostandosi solo attraverso boschi e foreste e costruendosi a poco a poco una dimensione quotidianaanche sugli alberi. Il protagonista conosce Viola, una ragazzina di cui si innamora, trova un fedele amico nel cane Ottimo Massimo, e diventa figura popolare per gli abitanti delle terre dei Rondò. Lo stile di vita alternativo di Cosimo si traduce col tempo in un percorso di formazione e maturazione: egli conosce i ragazzini popolani, stringe amicizia col bandito Gian de Brughi (che Cosimo instrada alla lettura, fino alla condanna a morte del fuorilegge), si dedica allo studio della filosofia, arrivando addirittura a conoscere Voltaire per lettera, sventa un attacco dei pirati arabi 1, aiuta dei nobili spagnoli esuli ed organizza gli abitanti in gruppi contro gli incendi boschivi. il ritorno di Viola corrisponde con una felice parentesi sentimentale, presto interrotta però dai fraintendimenti e le gelosie tra il protagonista e l’amata, che alla fine sposerà un nobile inglese e abbandonerà Cosimo. Nel frattempo soffiano anche su Ombrosa i venti della Rivoluzione francese e dell'esperienza travolgente di Napoleone Bonaparte; Cosimo, dopo aver provato a sollevare la popolazione locale, incontra il famoso generale rimanendone tuttavia assai deluso. Il romanzo si chiude allora con l'ultimo colpo di scena: anziano e provato dagli anni sugli alberi, Cosimo non si arrende e non scende a terra, rispettando fino all’ultimo la propria promessa. Al passaggio di una mongolfiera, si aggrappa ad un cima penzolante e scompare all'orizzonte.

La prospettiva illuministica de Il barone rampante

La vicenda è collocata in un periodo storico preciso, l’epoca dell’Illuminismo e della rivoluzione, ma, come pure ne Il cavaliere inesistente e ne Il visconte dimezzato assume connotati fiabeschi, riproponendo così quella chiave di lettura della realtà - tipica di questa fase della produzione calviniana - tra realismo e fantastico. Ma per Calvino la scelta che il protagonista compie non è una fuga dal mondo, né dai rapporti umani e dalla società: la storia di Cosimo rappresenta infatti la volontà di un uomo che vuole seguire fino in fondo una regola che si è autoimposto, perché senza di questa non avrebbe un’identità da presentare a se stesso e agli altri. Cosimo decide di salire e vivere sugli alberi non come un “misantropo”, ma come un uomo coinvolto nei suoi tempi e che partecipa alla vita degli uomini, agisce altruisticamente e aiuta gli altri; nella consapevolezza che “per essere con gli altri veramente, la sola via era d’essere separato dagli altri” 2.

Nella prospettiva della trilogia, si realizza qui l’immagine dell’uomo completo, ipotizzato e messo in discussione ne Il visconte dimezzato e poi nuovamente posto in dubbio ne Il cavaliere inesistente: Calvino, secondo cui la completezza esistenziale si raggiunge con l'adesione volontaria a una “ardua e riduttiva disciplina volontaria”, paragona implicitamente la pratica di vita di Cosimo alla “vocazione del poeta, dell’esploratore, del rivoluzionario” 3, suggerendo così un modello operativo anche a scrittori edintellettuali del suo tempo. Molti hanno quindi visto in Cosimo il prototipo dell’uomo illuminista, razionale e filantropo, che osserva dall’alto e partecipa alla realtà contemporanea; ad esempio Leonardo Sciascia vede in Cosimo “una sentinella della ragione, vigile e scattante contro tutti i mostri della natura e della storia” 4. In opposizione alla figura dell’intellettuale, Calvino caratterizza specularmente il personaggio femminile di Viola, che incarna la spinta romantica che, “a contrasto con la determinatezza illuminista”, rappresenta “la spinta barocca e poi romantica verso il tutto che rischia sempre di diventare spinta distruttiva, corsa verso il nulla” 5. E tuttavia , nell’interpretazione dello scrittore, la prospettiva di vita di Cosimo non risolve affatto tutti i problemi, ma può semmai lanciareun segnale d’allarme all’uomo contemporaneo:
È chiaro che oggi viviamo in un mondo di non eccentrici, di persone cui la più semplice individualità è negata, tanto sono ridotte, a una astratta somma di comportamenti prestabiliti. Il problema d’oggi non è ormai più della perdita d’una parte di se stessi, è della perdita totale, del non esserci per nulla. 6
1 Nell’episodio perde la vita lo zio Enea Silvio Carrega, complice dei musulmani e da questi ucciso ma che Cosimo, per pietà ed affetto, descriverà poi come un eroe martire.
2 I. Calvino, Nota a I nostri antenati (1960), in Romanzi e racconti, a cura di C. Milanini, vol. I, Milano, Mondadori, 1991, p. 1214. L’autore, in merito ai personaggi secondari, aggiunge: “Il dato che li accomuna quasi tutti è d’essere dei solitari, ognuno con una maniera sbagliata d’esserlo, intorno a quell’unica maniera giusta che è quella del protagonista”.
3 Ivi, p. 1214.
4 “Il ponte”, XII, 1957.
5 Ivi, p. 1215.
6 Ibidem.

Il barone rampante di Aurora Ghielmini

Il barone rampante di Ivan Quaroni

Illustrazione per la copertina di un'edizione del Barone rampante


Cosimo e Violante

Un amore nato fra gli alberi


Un'illustrazione de "Il barone rampante" di Italo Calvino





lunedì 23 maggio 2016

Il ritorno di Italo Calvino / Quando gli alberi diventano protagonisti


Il ritorno di Italo Calvino

Quando gli alberi diventano protagonisti


16 APR 2016
di
Mauro Giancaspro

È tornato in edicola Italo Calvino con Il barone rampante: capolavoro della letteratura italiana, pubblicato nel 1957 e ridotto da lui stesso, due anni dopo, in versione per ragazzi. In questa versione, che lascia intatte le qualità, le suggestioni, la magia del racconto e della scrittura originari, è riproposto dall’editore Centauria nella collanaGrandi autori per giovani lettori con i divertenti disegni di Maria Enrica Agostinelli: un libro dalla veste grafica attraente, di quelli che si leggono anche a letto senza paura di scompaginarlo con posture rischiose. È una fiaba, dedicata forse più agli adulti che ai bambini, che non ha perso nulla della sua brillante freschezza a sessanta anni dalla pubblicazione e che mantiene la sua nervosa e palpitante attualità, pur essendo ambientata alla fine del Settecento.
La vicenda: il dodicenne barone Cosimo Piovasco di Rondò, decide improvvisamente, con un atto di grave violazione delle severe regole che disciplinano il rito del pranzo, di rifiutare il piatto di lumache che è in tavola. Scappa in giardino e si arrampica su un elce con la consueta destrezza con la quale insieme al fratello minore Biagio è abituato a scalare le più complesse e irte ramificazioni degli alberi intorno alla villa di famiglia. Non scenderà mai più dagli alberi e trascorrerà i cinquantacinque anni che gli restano da vivere tra rami e foglie senza mai mettere piede a terra, non perdendo mai, tuttavia, il contatto con la famiglia, col resto degli uomini e soprattutto col fratello Biagio.
Dall'atto di ribellione, prende il via, un'avvincente storia, fantastica e paradossale ma credibile pur nella sua struttura fiabesca. La scriverà proprio Biagio, un po' seguendolo come può, osservandolo dal basso, un po' raccogliendo le sue confessioni conversando l'uno dalla finestra l'altro da un ramo, e un po' fornendogli attraverso scale o arrampicate tra i rami quello che di volta in volta gli serve per la sua vita “rampante”. Teatro della vicenda è Ombrosa, incantevole luogo di fantasia non lontano dal mare e denso di boschi, localizzabile, tuttavia, in una zona rivierasca della Liguria. Il giovanissimo barone si sposta con l'agilità di uno scoiattolo da un ramo all'altro, organizzando con inventiva e genialità la sua quotidianità volante e vivrà incredibili avventure: una relazione d'amore giovanile che gli resterà sempre nel cuore, l'incontro con scugnizzi ladri di frutta, con operosi contadini, con agguerriti cacciatori, con temuti briganti, con soldati. Riuscirà perfino a partecipare da protagonista, pur senza abbandonare mai la sua insolita posizione di volatile, ai moti che seguiranno la ventata della Rivoluzione Francese.
L'irrefrenabile fantasia di Calvino, capace di mirabolanti trovate, fa sì che Cosimo possa perfino procurarsi libri infiammandosi alle nuove idee rivoluzionare e intrattenere corrispondenze. Tra gli alberi organizza anche una biblioteca, uno studiolo per scrivere e addirittura un archivio delle sue lettere e delle sue memorie: scritti misteriosi che rimarranno per sempre chiusi nelle cavità arboree nelle quali sono riposti. Cosimo morirà a sessantacinque senza toccare nemmeno allora terra. Per la sua scomparsa Calvino riserva al lettore un sorprendente finale a sorpresa, che si tace per non togliere a chi vorrà godersi il romanzo, il piacere e l'emozione di scoprirlo.
Ma il ruolo di protagonista di Cosimo Piovasco di Rondò è condiviso con la natura. “Tutto faceva insomma – scrive Biagio - sopra gli alberi... e viveva civilmente, rispettando il decoro del prossimo e suo proprio”. Sono gli alberi, insomma, ad avere un ruolo preminente nella vicenda. “ Gli olivi – racconta Biagio - per il loro andar torcendosi, sono a Cosimo vie comode e piane, per passarci e per fermarcisi, sebbene i rami grossi siano pochi per pianta e ci sia gran varietà di movimento... Sul duro sorbo, o sul gelso da more, si sta bene; peccato che siano rari. Così i noci, che anche a me, che è tutto dire, alle volte vedendo mio fratello perdersi in un vecchio noce sterminato, come un palazzo di molti piani e innumerevoli stanze, veniva voglia di imitarlo”.
Nei boschi i preferiti da Cosimo sono faggi e querce perché “sul pino le impalcate vicinissime, non forti e tutte fitte d'aghi, non lasciano spazio né appiglio; ed il castagno, tra foglia spinosa, ricci, scorza, rami alti, par fatti apposta per tener lontani”. Gli alberi rappresentano la forza e la bellezza della natura, ma anche lo struggimento del ricordo e della malinconia. La nobile, giovanissima bellissima Violante vive un'impossibile storia d'amore con questo ragazzo che non scende mai dai rami e, ormai adulta e in terre lontane dalla sua Ombrosa, vivrà di ricordo e di nostalgia. “Dalla sua terrazza guardava le foreste, gli alberi più strani di quelli del giardino della sua infanzia, e le pareva a ogni momento di vedere Cosimo farsi largo tra le foglie. Ma era l'ombra d'una scimmia, o d'un giaguaro”.
Non è tutto: gli alberi sono simbolo anche della caducità della vita. “La gioventù va via presto sulla terra – commenta mestamente Biagio – figuratevi sugli alberi, donde tutto è destinato a cadere: foglie, frutti. Cosimo veniva vecchio”. L'ultima confessione del barone rampante, ormai avanti negli anni, lasciata a un ufficiale francese con il quale si trova a conversare, è questa: “Anch'io vivo da molti anni per degli ideali che non saprei spiegare neppur a me stesso: ma io faccio una cosa che è certamente buona; vivo sugli alberi”. Biagio, chiudendo la storia che ha scritto sulla vita arborea del fratello, riflette amaramente: “Gli alberi non hanno retto, dopo che mio fratello se n'è andato, o che gli uomini sono stati presi dalla furia della scure”. Così annota sul suo diario: “Ombrosa non c'è più. Guardando il cielo sgombro mi domando se davvero sia esistita”.
Straordinaria e commovente la considerazione di Biagio che chiude la storia di Cosimo, abbinando la sua morte alla scomparsa degli alberi da Ombrosa. Ripensa al frastaglio di rami, di foglie, di biforcazioni, che ritagliavano spazi irregolari sullo sfondo del cielo e costruivano “un ricamo fatto sul nulla”; un ricamo – scrive – “che assomiglia alla mia scrittura” fatta di ghirigori, di sgranamenti in piccoli acini chiari, come semi puntiformi e “grumi di frasi con contorni di foglie e di nuvole”. Il ricamo dei rami, che non c’è più, è in tutto simile a quello della sua scrittura: l’uno e l’altra fanno parte di un sogno che è finito. Sembra quasi un atto di fede nello stretto legame che c'è tra la natura e la scrittura che da essa è ispirata e a essa è dedicata: una complicità, fatta di similitudine di segni, quando non d’identità, e, soprattutto, di un comune modo di sentire e di esprimersi.

Mauro Giancaspro
Mauro Giancaspro (Napoli 1949) ha diretto per dieci anni la Biblioteca Statale di Cosenza e per diciannove anni la Biblioteca Nazionale di Napoli. Collabora con quotidiani e riviste interessandosi prevalentemente di lettura, comunicazione e arte contemporanea. Nei suoi scritti e nei rapporti umani predilige un approccio ironico e leggero.
Tra le monografie pubblicate: Leggere nuoce gravemente alla salute, Il morbo di Gutenberg (L’Ancora del Mediterraneo). E l’ottavo giorno creò il libro (Cargo), L’importanza di essere un libro (liberilibri). L’odore dei libri, Un libro per piacere(Grimaldi). Elogio del filobus, Elogio della lettera anonima, Elogio del recupero (Pironti).




venerdì 20 maggio 2016

giovedì 19 maggio 2016

Friedrich Wilhelm Nietzsche / La frase più pudica


Friedrich Wilhelm Nietzsche
La frase più pudica 

La frase più pudica che ho udito: "Nell'amore vero è l'anima che abbraccia il corpo".


sabato 14 maggio 2016

Vargas Llosa / «L’Europa tradita dagli intellettuali È minacciata da banalità e cinismo»


Vargas Llosa
Poster di T.A.

Mario Vargas Llosa 

«L’Europa tradita dagli intellettuali 

È minacciata da banalità e cinismo»

Il Nobel parla del suo ultimo romanzo sui valori di onore e onestà: «State diventando come i sudamericani di una volta»

Andre Nicastro
20 novembre 2013



MADRID - «L’Europa si è sudamericanizzata». «È diventata terra di populismi e irresponsabilità». Non per un qualche golpe militare, ma per la rinuncia alla propria intelligenza. «La cultura si è fatta spettacolo, si è banalizzata, ha perso la capacità di risvegliare lo spirito critico essenziale in democrazia». Nel vecchio continente «l’Italia è tra i malati più gravi». «Da voi la crisi non è solo economica, è anche morale, di Stato. E la colpa è di Silvio Berlusconi che, con il suo carisma e la simpatia, è capace di affossare ogni tentativo di rinascita». 
Come un pendolo, da 50 anni, Mario Vargas Llosa si muove tra America Latina ed Europa. Quando arrivò per la prima volta nel vecchio continente, era un ragazzo con il senso d’inferiorità del cittadino delle repubbliche a sovranità limitata, spaccate da tremenda povertà e oltraggiosa ricchezza. Passò dall’infatuazione per Fidel Castro all’ammirazione per Margaret Thatcher. Negli anni Ottanta, scrittore affermato e uomo maturo, era ormai diventato una mosca bianca tra gli intellettuali del Cono Sur .
Gli stava stretta l’idea che per gli americani «di sotto» fossero possibili solo due regimi: la dittatura militare o il marxismo. Divenne uno dei pochi a pensare che privatizzazioni ed economia di mercato fossero la cosa giusta da fare, nonostante la giungla, gli indios e i tropici. Divenne la voce alternativa a Gabriel García Márquez, che, al contrario, restava ancorato alla fede nel modello cubano. Non era una posizione facile quella di Vargas Llosa. Nel 1990 si candidò alle elezioni presidenziali del Perù per un cartello di partiti di destra e il fallimento fu clamoroso. Nel 1994 la Biennale di Venezia non lo volle in giuria perché «al soldo della Cia» e «amico delle dittature». Altri tempi. 
Oggi, Vargas Llosa parla con l’autorità del Premio Nobel con il «Corriere» e il «Mundo» sulla crisi europea e il suo ultimo libro, L’eroe discreto (Einaudi), che ne è in qualche modo la nemesi. E, orgoglioso della crescita economica e democratica latinoamericana, attacca, sempre da destra, l’Europa e soprattutto l’Italia. 
Vargas Llosa, sotto la sua casa di Madrid ci sono montagne di spazzatura per lo sciopero dei netturbini. La sua porta è blindata per paura dei ladri. Di questi tempi l’Europa assomiglia più al Sudamerica che all’oasi di benessere cui eravamo abituati. 
«È vero, l’Europa si è sudamericanizzata, ma curiosamente l’America Latina si è europeizzata. Una volta peruviani, colombiani, centro americani sgomitavano per venire a lavorare qui. Ora sono moltissimi gli europei, spagnoli in testa, che si cercano un futuro nel Cono Sur ».

È finita l’età dell’oro europea? «No, l’Europa non morirà. È solida, andrà avanti. Certe previsioni terroristiche sono ingiustificate. Certo, non si tornerà a vivere come prima, anche perché prima non potevamo permettercelo, però basterà una drastica marcia indietro e, purtroppo, il pagamento di un alto prezzo per gli errori commessi».
Quali errori? «L’Europa ha accantonato le proprie idee per applicare ricette sudamericane. Populismo, corruzione, sprechi, vivere al di sopra delle proprie possibilità, cinismo nei confronti della politica, sono caratteristiche del sottosviluppo, eppure hanno avuto il sopravvento in molti Paesi europei. Non tutti, per fortuna. Quelli virtuosi, come la Germania, non hanno sofferto la crisi».
Perché è successo? «Credo sia un problema culturale. Spendere più di ciò che si guadagna è un’irresponsabilità figlia del populismo, che, a sua volta, significa sacrificare il futuro per il presente. Invece di cercare la causa nel mondo esterno, l’Europa farebbe bene a capire come ha incubato il male che ora la strangola.
Indebitarsi in maniera totalmente irresponsabile non è gratis». Italia e Spagna più di altri.
«Però, mentre la Spagna mi sembra abbia toccato il fondo e cominci a risalire grazie a riforme coraggiose, l’Italia non esce dalla sindrome Berlusconi che sta ancora lì, è la pietra che affonda il Paese. Perché la culla della civiltà occidentale sia politicamente tanto immatura, capace di scegliere sempre l’opzione peggiore, è difficile da capire. Però non è un caso unico. Qual è il Paese più colto dell’Ameria Latina? È l’Argentina, eppure politicamente fa piangere, è una specie di Italia dell’emisfero sud. Lo diceva Camus: la persona più intelligente in un campo può essere la più inetta nell’altro».

In altri tempi gli intellettuali sarebbero riusciti a farsi sentire? «A volte è meglio che stiano zitti. Si pensi a ciò che dicevano durante la guerra fredda. Difendevano mostruosità, regimi che commettevano le più grandi atrocità della storia, Stalin e Mao. Non intellettuali d’infimo rango, ma di altissimo livello. In Francia Jean-Paul Sartre diceva che “tutti gli anticomunisti sono dei cani” o che “in Urss la libertà di critica è totale”. Non molto diverso da ciò che sosteneva Alberto Moravia, o il guru degli intellettuali italiani, Elio Vittorini, che negò addirittura la pubblicazione al Gattopardo , dicendo che non era conveniente politicamente. C’è una grande responsabilità di quegli intellettuali».
Nel suo discorso per l’accettazione del Nobel, lei però ha parlato di spettacolarizzazione della cultura, non di politicizzazione.
«La banalità ha contribuito molto alla crisi. Se la cultura è solo intrattenimento, perde la capacità di instillare spirito critico. In quel vuoto si installa il cinismo. Se tutto il mondo ruba, nessuno si sente ladro. Se tutti sono corrotti, nessuno si giudica corrotto. Società libere hanno bisogno di spirito critico, di gente che creda di poter cambiare per il meglio e si impegni a farlo».
Lei sta per ricevere il XII Premio internazionale di giornalismo di «El Mundo», ma anche l’informazione è in crisi. 

«Se i giornali vivranno o moriranno dipende da noi. Non c’è una legge di natura. Il problema è la domanda crescente di pettegolezzi e frivolezze a cui è difficile resistere, pena il fallimento economico. Anche i media più seri aprono le pagine alle sciocchezze. Pare un peccato veniale, ma fa moltissimo danno, perché se la gente si adagia, si perdono gli anticorpi verso i corrotti e finisce che i ladri risultano simpatici, guasconi che ce la fanno. Proprio come Berlusconi, che è carismatico e simpaticissimo, ma guardate il danno che ha fatto all’Italia».

Il suo ultimo romanzo, «L’eroe discreto», ha per protagonista un peruviano che resiste alla mafia. Ha messo sulla pagina il riscatto morale del Sudamerica, mentre l’Europa si confonde? 

«La realtà ha smentito la mitologia dell’anticapitalismo sudamericano, secondo il quale gli indios volevano continuare a vivere nei loro campi a proprietà collettiva in una società idealmente marxista. Invece gli indios sono gente normale, che vuole buone scuole per i figli, ospedali, acqua potabile. Felicito, il mio protagonista, mi è stato ispirato da un vero peruviano, che ha pubblicato una lettera alla mafia dicendo che non avrebbe mai pagato il pizzo. Come il mio piccolo Felicito è quell’imprenditore basco che si ribellò all’Eta, o Roberto Saviano, che ha descritto la camorra e ora è minacciato. C’è una riserva morale ovunque. Speriamo basti» . © 


CORRIERE DELLA SERA

venerdì 13 maggio 2016

Alberto Moravia / Fanatico

Alberto Moravia


Alberto Moravia
FANATICO

Una mattina di luglio, sonnecchiavo a piazza Melozzo da Forlì, all'ombra degli eucalipti, presso la fontana asciutta, quando arrivarono due uomini e una donna e mi domandarono di portarli al Lido di Lavinio. Li osservai mentre discutevano il prezzo: uno era biondo, grande e grosso, con la faccia senza colori, come grigia e gli occhi di porcellana celeste in fondo alle occhiaie fosche, un uomo sui trentacinque anni. L'altro più giovane, bruno, coi capelli arruffati, gli occhiali cerchiati di tartaruga, dinoccolato, magro, forse uno studente. La donna, poi, era proprio magrissima, col viso affilato e lungo tra due onde di capelli sciolti e il corpo sottile in una vesticciola verde che la faceva parere un serpente. Ma aveva la bocca rossa e piena, simile ad un frutto, e gli occhi belli, neri e luccicanti come il carbone bagnato; e dal modo col quale mi guardò mi venne voglia di combinare l'affare. Infatti accettai il primo prezzo che mi proposero; quindi salirono, il biondo accanto a me, gli altri due dietro; e si partì.
Attraversai tutta Roma per andare a prendere la strada dietro la basilica di San Paolo che è la più corta per Anzio. Alla basilica feci il pieno di benzina e poi mi avviai di gran corsa per la strada. Calcolavo che ci fossero una cinquantina di chilometri, erano le nove e mezzo, saremmo arrivati verso le undici, giusto in tempo per un bagno in mare. La ragazza mi era piaciuta e speravo di fare amicizia: non era gente molto in su, i due uomini sembravano, dall'accento, stranieri, forse rifugiati, di quelli che vivono nei campi di concentramento intorno a Roma. La ragazza, lei, era invece italiana, anzi romana, ma, anche lei, roba da poco: mettiamo che fosse cameriera o stiratrice o qualche cosa di simile. Pensando queste cose, tendevo l'orecchio e udivo, dentro la macchina, la ragazza e il bruno chiacchierare e ridere. Soprattutto la ragazza rideva, perché, come avevo giа notato, era alquanto sguaiatella e scivolosa, proprio come una serpicciola ubriaca. Il biondo, a quelle risate, raggrinzava il naso sotto gli occhiali neri da sole, ma non diceva nulla, neppure si voltava. Ma è vero che gli bastava alzare gli occhi verso lo specchietto, sopra il parabrise, per vedere benissimo che cosa succedeva dietro di lui. Passammo i Trappisti, l'E 42, tirammo tutto di un fiato fino al bivio di Anzio. Qui rallentai e domandai al biondo vicino a me dove precisamente volessero essere portati. Lui rispose: "Un luogo tranquillo dove non ci sia nessuno... vogliamo star soli." Io dissi: "Qui ci sono trenta chilometri di spiaggia deserta... siete voi che dovete decidere." La ragazza, da dentro la macchina, gridò: "Lasciamo decidere a lui." Risposi: "Io che c'entro?" Ma la ragazza continuava a gridare: "Lasciamo decidere a lui." e rideva come se la frase fosse stata molto comica. Io allora dissi: "Il Lido di Lavinio è molto frequentato... ma io vi porterò in un posto non lontano dove non c'è anima viva." Queste mie parole fecero ridere di nuovo la ragazza che, da dietro, mi batté la mano sulla spalla dicendo: "Bravo... sei intelligente... hai capito quello che volevamo." Io non sapevo che cosa pensare di queste maniere, un po' mi seccavano, un po' mi facevano sperare. Il biondo taceva, fosco, e alla fine disse: "Pina, mi sembra che non ci sia niente da ridere." Così riprendemmo la corsa.
C'era un caldo forte, senza vento, e la strada abbagliava; quei due dentro la macchina non facevano che chiacchierare e ridere, ma poi, improvvisamente, tacquero e questo fu peggio perché vidi il biondo guardare allo specchietto del parabrise e quindi raggrinzare il naso come se avesse veduto qualche cosa che non gli piaceva. La strada adesso aveva da un lato i campi pelati e secchi e dall'altro una fitta macchia. Ad un cartello con il divieto di caccia, rallentai, girai, mi infilai in un sentiero serpeggiante. C'ero andato a caccia d'inverno ed era proprio un luogo solitario, impossibile a scoprirsi se non si conosceva. Dopo la macchia c'era la pineta e dopo la pineta, la spiaggia e il mare. Nella pineta, come sapevo, durante lo sbarco di Anzio s'erano attestati gli americani, e c'erano ancora le trincee, con le scatolette arrugginite e i bossoli vuoti, e la gente non ci andava per paura delle mine.
Il sole ardeva forte e tutta la superficie pullulante della macchia era luminosa, quasi bionda a forza di luce. Il sentiero andò avanti dritto, poi piegò per una radura e poi entrò di nuovo nella macchia. Adesso vedevamo i pini, coi capelli verdi, gonfi di vento, che parevano navigare nel cielo, e il mare azzurro, duro e scintillante, tra i tronchi rossi. Io guidavo piano perché non ci vedevo bene tra tutti quei cespugli e si fa presto a rompere una balestra. Ad un tratto, mentre stavo attento al sentiero, il biondo che mi sedeva accanto, mi diede un colpo violento, con tutto il corpo, in modo che venni quasi scaraventato fuori dal finestrino. "Ma che diamine!" esclamai frenando di botto. Nello stesso tempo ci fu un'esplosione secca proprio dietro di me e io rimasi a bocca aperta vedendo sul parabrise una rosa di incrinature sottili e un buco tondo nel mezzo. Mi si gelò il sangue e feci per saltare fuori dalla macchina gridando "assassini"; ma il bruno, che aveva sparato, mi premette la canna della rivoltella nella schiena dicendo: "Non ti muovere."
Restai fermo e domandai: "Che volete da me?" Il bruno rispose: "Se quell'imbecille non ti avesse notato, non ci sarebbe bisogno di dirtelo ora... vogliamo la tua macchina." Il biondo disse a denti stretti: "Io non sono un imbecille." L'altro rispose: "Sì, che lo sei... non eravamo forse d'accordo che io dovevo sparargli? Perché ti sei mosso?" Il biondo ribatté: "Eravamo anche d'accordo che avresti lasciato stare la Pina... anche tu ti sei mosso." La ragazza si mise a ridere e disse: "Siamo fritti."
"Perché?"
"Perché lui adesso va a Roma e ci denunzia." Il biondo disse: "E farа anche bene." Egli trasse di tasca una sigaretta, l'accese e prese a fumare. Il bruno si voltò indeciso verso la ragazza: "Ma, insomma, che cosa dobbiamo fare?" Io alzai gli occhi verso lo specchietto e vidi lei, rannicchiata in un angolo, che faceva verso di me un gesto col pollice e l'indice come per dire "Fallo fuori." Mi si gelò di nuovo il sangue; ma respirai udendo il bruno dire in tono di profonda convinzione: "No, certe cose si ha il coraggio di farle una volta sola... adesso sono smontato e non ce la faccio più."
Ripresi coraggio e dissi: "Ma che ve ne fate del taxi? Chi vi falsifica la patente? Chi lo rivernicia?" Ad ogni domanda capivo che non ci avevano nessuno e che non sapevano più che cosa fare: avevano deciso di ammazzarmi e, siccome non gli era riuscito, non avevano più neppure il coraggio di derubarmi. Tuttavia il bruno disse: "Abbiamo tutto, non temere." Ma il biondo, sardonico: "Non abbiamo nulla, abbiamo soltanto ventimila lire in tre e una rivoltella che non spara." In quel momento alzai di nuovo gli occhi verso lo specchietto e vidi la ragazza fare di nuovo quel gesto così grazioso verso di me. Dissi allora: "Signorina, quando saremo a Roma quel gesto le costerа qualche annetto di galera in più." Quindi mi voltai a metа verso il bruno che tuttora mi puntava la rivoltella nella schiena e gridai esasperato: "Beh, che aspetti? spara, vigliacco che sei, spara!" La mia voce risuonò in un silenzio profondo e la ragazza, con simpatia questa volta, gridò: "Lo sapete chi è il solo coraggioso, qui? Lui" indicando me. Il bruno disse qualche cosa come una bestemmia, sputò da parte e quindi aprì lo sportello, saltò giù, e venne davanti a me, presso il finestrino. Disse furioso: "Allora presto, quanto vuoi per riportarci a Roma e non denunciarci?..." Capii che il pericolo era finito e dissi lentamente: "Io non voglio niente... e vi porto dritti a Regina Coeli tutti e tre." Il bruno non si spaventò, bisogna riconoscerlo, era troppo disperato ed esasperato. Disse soltanto: "Allora ti ammazzo." E io: "Provaci... io ti dico che non ammazzi nessuno... e ti dico pure che vi vedrò col muso all'inferriata, te, quella sgualdrina della tua amica e anche lui." Lui disse: "E va bene" a voce bassa e io capii che faceva sul serio e infatti mosse un passo indietro e alzò la pistola. Per fortuna, in quel momento, la ragazza gridò: "Ma smettetela... e tu, invece di offrirgli del denaro, imponiti con la rivoltella... vedrai come fila." Così dicendo, si sporgeva dietro di me e allora sentii che con le dita mi faceva un solletico all'orecchio, appena, in modo che gli altri due non vedessero. Mi venne un gran turbamento perché, come ho detto, lei mi piaceva e, non so perché, ero convinto di piacere a lei. Guardai il bruno che tuttora mi puntava contro la pistola, guardai di sbieco lei che mi fissava con quei suoi occhi di carbone, neri e sorridenti, e poi dissi: "Tenetevi i vostri soldi... non sono un brigante come voi... ma a Roma non vi riporto... riporterò soltanto lei, giusto perché è una donna." Pensavo che avrebbero protestato e invece, con mia sorpresa, il biondo subito saltò giù dalla macchina dicendo "buon viaggio." Il bruno abbassò la pistola. La ragazza, tutta vispa, venne a sedersi accanto a me. Dissi: "Allora arrivederci e speriamo che presto vi mandino in galera" e poi girai, manovrando con una mano sola perché l'altra mano me la stringeva lei nella sua, e non mi dispiaceva che quei due capissero il motivo per cui mi ero mostrato così arrendevole.
Tornai sulla strada e corsi cinque chilometri senza aprir bocca. Lei mi stringeva sempre la mano e tanto mi bastava. Cercavo adesso anch'io un luogo isolato, seppure per motivi diversi dai loro. Ma come mi fermai e feci per entrare in un sentiero che portava al mare, lei mi posò la mano sul volante dicendo: "No, che fai, andiamo a Roma." Dissi, guardandola fisso: "A Roma ci andiamo stasera." E lei: "Ho capito, anche tu sei come gli altri, anche tu sei come gli altri." Piagnucolava, moscia e fredda, falsa, che si vedeva lontano un miglio che faceva la commedia, e come feci per abbracciarla, mi cascava ora da una parte ora dall'altra, e non c'era verso che si lasciasse baciare. Ho il sangue caldo e presto monto in collera. Tutto ad un tratto capii che mi aveva giocato e che io, in quella gita maledetta, ci avevo rimesso la benzina, la paura e il tempo; e pieno di rabbia la respinsi con violenza dicendo: "Ma va' all'inferno e che tu possa rimanerci." Lei subito si rincantucciò, per niente offesa. Io rimisi in moto la macchina e poi fino a Roma non parlammo più.

A Roma le dissi, fermandomi e aprendo lo sportello: "E adesso scendi, fila, più presto che puoi." E lei, come meravigliata: "Ma che, ce l'hai con me?" Allora non potendone più, gridai: "Ma di' un po', hai voluto assassinarmi, mi hai fatto perdere la giornata, la benzina, il denaro... e poi non dovrei avercela con te? Ringrazia il cielo che non ti porti in questura." Sapete che rispose? "Quanto sei fanatico." Quindi scese e, dignitosa, superba, altezzosa, dimenandosi tutta in quella vesticciola serpentina, si avviò tra le macchine e il traffico di porta San Giovanni. Io rimasi intontito a guardarla mentre si allontanava, finché scomparve. In quel momento qualcuno salì nel taxi, gridando: "A piazza del Popolo."