giovedì 10 marzo 2016

Keith Richards / Crosseyed Heart


Keith Richards


Recensioni

Keith Richards

Crosseyed Heart

keithrichardsKEITH RICHARDS
Crosseyed Heart
Virgin
***½
È difficile essere imparziali davanti a Keith Richards, lui è l’immagine e il senso del rock n’roll, il pirata di mille avventure, il diavolo ai crossroads, l’uomo che col suo corpo e le sue abitudini ha messo in crisi la medicina ufficiale, il creatore di riff immortali, la faccia sporca di una musica che se fosse stato per i Beatles sarebbe ora in un museo e morta lì. Keith Richards è il rock n’roll, punto e a capo. Ma i suoi dischi solisti non sono la consacrazione di quella musica, per questo è bene rivolgersi ai Rolling Stones, piuttosto è un periodo di vacanza che ogni tanto, nei momenti di ibernazione della band, il Sig. Richards si prende per assecondare la propria voglia di musica in libertà, senza pressioni, scadenze, limiti, doveri. Senza Mick Jagger. Una pausa di relax, nessun intralcio coi piani della band, piuttosto sfruttare i momenti morti per suonare con amici di vecchi data una serie di canzoni che potrebbero, sparse, stare benissimo nei dischi degli Stones se non fosse che i musicisti che lo circondano sono diversi.
Erano ventitré anni che Richards non faceva un disco a suo nome, quel Main Offender realizzato con lo stesso produttore, Steve Jordan e gli stessi musicisti, gli X-Pensive Winos con cui aveva tre anni prima risposto alle ambizioni soliste di Jagger dando alle stampe Talk Is Cheap, primo suo disco, il migliore dei due realizzati al tempo. Crosseyed Heart non nasce in un momento di crisi della band e nel clima di competizione dei due leader, è solo una passeggiata ai margini del bosco con i vecchi amici del vino costoso, il batterista Steve Jordan, il chitarrista Waddy Wachtel, il tastierista e cantante Ivan Neville, la cantante Sarah Dash, più alcuni tipi del team Stones come Bernard Fowler e Blondie Chaplin (ma in due brani c’è anche il sax del compianto Bobby Keys) e invitati speciali come Norah Jones, incantevole voce in Illusion, il bassista Pino Palladino, il tastierista dei Muscle Shoals Spooner Oldham e Larry Campbell con la lap steel.
Richards ha cominciato a buttare giù i brani di Crosseyed Heart fin dal 2007 senza fretta e necessità di portarlo a termine in tempi studiati, registrando di volta in volta con Jordan (co-produttore) e mettendo insieme il tutto con molto disincanto. Il risultato è un disco a tratti sfilacciato e simpaticamente arruffato, distante dalla perfezione imposta da Jagger negli Stones, un disco che da una parte riflette gli amori in campo musicale di Richards, dal blues di Robert Johnson al reggae, dal soul di Memphis al folk di Leadbelly, dal rock n’roll alle ballate, e dall’altra ribadisce un’attitudine e un modo di suonare che sono tipici di Richards, un aplomb che si traduce in un suono spontaneo, quasi improvvisato, come se uscisse da delle prove in cui si lasciano andare le cose come vengono, un ensemble sonoro distante da qualsiasi efficientismo tecnico, qualcosa che apparentemente sembra nascere lì per caso quando i musicisti si ritrovano al momento giusto sulla nota giusta. Sappiamo che non è proprio così anche se il disco trasmette questa disinvoltura, comprese alcune fragilità che sono abituali nei dischi di Richards, voce stentorea, canzoni che traballano dietro un ritmo e non si capisce come possano essere state messe in un disco di un nome così importante. Ma è stato così anche nei due dischi precedenti, traballanti ma vivi e pulsanti di amore verso la musica autentica, la musica del passato, anche quando la voce di Keith Richards sembra sul procinto di essere inghiottita dal sonno e scomparire.
É proprio questo atteggiamento di basso profilo e nonchalance, lo stesso che Richards mantiene nelle interviste con frasi che paiono il farfugliare di uno che si è appena fumato una canna (d’altro canto non nega che ancora oggi, ripulito da eroina e cocaina, una canna al mattino se la fa volentieri), a rendere affascinante e caldo Crosseyed Heart, un disco che si ama perché, con tutti i mezzi a disposizione, suona nel sottoscala del blues e del rock. E del country, una vecchia passione di Mr.Richards, dai tempi di Nellcote e dell’amicizia con Gram Parsons. «E’ un’area che non sempre è possibile praticare con gli Stones, mi pace quella malinconia, quello struggimento, i cuori infranti degli Everly Brothers».
E allora sono proprio le ballate le cose migliori di Crosseyed Heart, pallide, esangui, malinconiche, terribilmente umane. Se ne ha un assaggio subito al quarto pezzo con Robbed Blind, una ballata dolente, nostalgica, affettuosa, col piano (lo stesso Richards) e la lap steel di Larry Campbell, e un tocco di chitarra messicana che si infila in una cantina del border come avrebbe potuto fare il ciondolante Hank Williams o il gitano DeVille. Nothing On Me è appena un pò più mossa, qui la chitarra elettrica tiene un giro ripetuto dall’inizio alla fine attorno al quale Richards canta con una voce chiara e convincente creando il pathos di una classica ballata rock. Al contrario Suspicious è un sussurro di soul notturno che sa di Al Green e trasmette un’atmosfera misteriosa e dubbiosa, si fa sentire il Farfisa di David Paick, la chitarra di Waddy Wachtel e la voce femminile di Megan Voss, Keith Richards suona di tutto compreso il sitar ed è magnifico. Una delle tracce che darà lustro al disco è Illusion, ballata lenta e carezzevole che pare tratta dal Lou Reed di Coney Island Baby ma la voce sensuale di Norah Jonestrasforma in una sorta di romantico duetto tra innamorati. Just A Gift sembra la continuazione della precedente se non fosse ancor più fragile e arrendevole e Lover’s Plea è la supplica di un amante in ginocchio, arrangiata con l’Hammond di Spooner Oldham e una sezione di fiati che viene dal Sud.
La prima cover del disco è Goodnight Irene la celebre e popolare canzone di Leadbelly che Richards rivisita con dolcezza e sublime trasandatezza, come se Dylan e Hank Williams uscissero da una bettola dopo una bevuta. Una canzone che è sempre piaciuta a Richards, ne ha voluto dare una versione fedele alle liriche originali dove si cantava «I take morphine and die», completamente in antitesi con «quelle brutte ed edulcorate interpretazioni che sono state fatte dopo, come quella del Kingston Trio». Se queste sono le ballate, per il blues non c’è bisogno di aspettare. Il disco parte difatti con la tremolanteCrosseyed Hearts, un breve assaggio di country-blues prebellico da 78 giri dove è facile scorgere Robert Johnson, prima che Heartstopper riporti Richards sulla strada di quelle composizioni che hanno come modello base Happy, ovvero ritmica sostenuta, riff e rumori elettrici, voce che insegue, adrenalina. Un dinamismo che viene ripetuto in Amnesia, sporca, sincopata e nervosa, con un colpo da maestro diBobby Keys col sax baritono e Richards in cattedra con le sue corde, e in Trouble, sferragliare alla Stones (Richards più Wachtel copia di Richards più Wood) e drumming sostenuto (Steve Jordan).
Substantial Damage è un altro esercizio di muscoli, duro, martellante, un voodoo industriale di chitarre assatanate mentre Blues In The Morning è tutta nel titolo. Keith canta come se fosse stato sveglio tutta la notte e più che il caffè della mattina si stia gustando l’ennesima sorsata di bourbon. Vale un intero disco di blues. Ammesso e concesso che a Richards piaccia il reggae, il suo passato lo documenta, a partire dallo stesso Main Offender e dall’amicizia con Jimmy Cliff ma la seconda cover, Love Overdue, sembrano i Caraibi portati nell’East End londinese. Più che Gregory Isaacs si sentono gli UB40. É comunque un’altra cartolina dell’ampio mondo musicale caro a Keith Richards, che in Crosseyed Heart si diverte a girovagare in libertà senza passaporto e regole da rispettare, col solo intento di soddisfare la sua sensibilità musicale, il suo groove e il suo, e nostro, sentire. Crosseyed Heart è un disco libero, non è un disco degli Stones ma nemmeno di Mick Jagger. E questo basta per far capire che qui l’unica tendenza o modernità è il cuore del vecchio pirata.


martedì 8 marzo 2016

Rolling Stones / Sticky Fingers Revisited


Rolling Stones: Sticky Fingers Revisited

Pubblicato nell’aprile del 1971 quando i Rolling Stones erano  già in “esilio” per motivi fiscali in Costa Azzurra, Sticky Fingers rappresenta un disco spartiacque nella carriera della band. Innanzitutto è il loro primo disco degli anni settanta, almeno tra quelli registrati in studio, una decade che tra cento peripezie li vedrà andare su e giù come una barca in balia della tempesta, è il disco che inaugura la loro etichetta personale con la leggendaria linguaccia rossa come logo, diretta da Marshall Chess, figlio del fondatore della Chess di Chicago e distribuita dalla Atlantic di Ahmet Ertegun, ed è il disco benedetto da una delle più iconiche copertine della storia del rock, quei jeans Levi’s disegnati da Andy Warhol con la zip che si apre sugli slip e sul ventre di un modello, ed è soprattutto l’album che riporta i Rolling Stones in vetta alle  classifiche americane, sei anni dopo Out Of Our Heads.

Da molti definito il più grande successo dei Rolling Stones, pur pubblicato a fianco dei mitici cinque pezzi facili della band, ovvero l’esaltante tombola costituita da Beggar’s BanquetLet It BleedGet Yer Ya-Ya’s Out ed Exile On Main Street, cinque capolavori in quattro anni. Quando uscì ebbe un immediato riscontro di popolarità e di consenso tra pubblico e critica, fu subito amato e preso a simbolo della trasformazione dei Rolling Stones inglesi legati ai singoli di successo in quelli americani più complessi, sfaccettati e devastanti dal vivo. Fu un successo immediato, a contrario di Exile per cui ci volle un po’ di tempo per digerire quel suono caotico e “confuso”e la mancanza di dirompenti singoli da classifica. Sia Tumbling Dice che All Down The Line non potevano competere con le due canzoni che, come una sberla senza preavviso, aprivano la facciata A e B  di Sticky Fingers, sulla prima c’eraBrown Sugar, il  parente più stretto di Jumpin’ Jack Flash con quel titolo che alludeva al sesso e alla droga e quel riff  marchiato dalla chitarra di Richards, sulla seconda c’era Bitch, provocatorio titolo che non faceva altro che ribadire la loro misoginia ed il loro sfacciato maschilismo, una canzone col titolo di puttana faceva impallidire gli stessi David Bowie e Lou Reed. Il risultato fu che Sticky Fingers entrò subito nel cuore degli appassionati di rock ergendosi ad immagine di una band che all’epoca non aveva rivali nel focalizzare quel contorto mix di trasgressione, decadentismo chic e ciò che ancora rimaneva della ribellione giovanile. Erano gli Stones al top della loro provocatoria ispirazione, insolenti ed arroganti, solo qualche mese dopo aver soffiato sul fuoco ad Altamont, loro erano il rock n’roll, i Led Zeppelin erano ancora in rampa di lancio e i Faces troppo cockney per essere delle star da jet set.
Gli Dei si erano rifugiati a Villefranche sur Mer, affacciati sulla baia dove era ormeggiato il vecchio panfilo di Erroll Flynn, decadenti ma con classe da vendere. Nonostante avessero lasciato in fretta e furia l’Inghilterra dopo un fugace Farewell Tour, nella primavera del 1971, agli occhi di tutti, i Rolling Stones sembravano in gran forma, più cool che mai pur essendo stati molto vicino a quello che gli inglesi chiamano Queer Street, la strada della rovina, ovvero cattive circostanze, penuria, debiti, bancarotta e perdita di credibilità. Con Altamont avevano rischiato di compromettere la loro credibilità ma ne erano usciti diabolicamente rafforzati, se non altro perché il patto col diavolo, visto l’entrata in scena di Rupert Loewenstein, uno che maneggiava i soldi come loro maneggiavano le droghe, lo avevano firmato davanti ad un notaio ed il cambio di scenario nel management e nella casa discografia, nell’immediato futuro voleva dire un fiume di soldi direttamente nelle loro tasche. Vendite di dischi e arene piene permettendo. Cose che non hanno mai fatto difetto agli Stones e in quei giorni di esilio confermava la regola che più sei canaglia più la fortuna ti arride.
Scorazzavano in lungo e in largo sulla Costa Azzurra, tra i casinò di Beaulieu, le donne di Nizza e gli spacciatori di Marsiglia ed intanto Sticky Fingers scalava le classifiche di tutto il mondo imponendo la loro beffarda e sguaiata linguaccia a fior di dollari. E’ la spregiudicatezza che fa il rock n’roll, specie in quell’era ancora innocente di vizi, sperperi & rivoluzione, e loro ne erano i maestri. Così la Bibbia dell’epoca, Rolling Stone recensì Sticky Fingers “nel cambio di decade tra gli anni sessanta e gli anni settanta i Rolling Stones non solo sono ancora vitali ma smerdano tutto il resto della produzione rock”. Al di là delle fortune e dei patti diabolici, è bene sottolineare che quando fai seguire ad un capolavoro come Let It Bleed un altro capolavoro vuol dire che il tempo sta veramente dalla tua parte, nel senso che si possiede l’estro, la creatività e la capacità di cogliere lo zeitgeist, lo spirito del tempo nei suoi plurimi aspetti, sia estetici che ideali, se tale termine non fosse troppo impegnativo per tipi che hanno badato più che altro ai soldi, al divertimento. Oltre alla gloria. La strada li ha glorificati sempre e comunque, anche nei momenti più bui ma in quegli anni ogni cosa che gli Stones facevano diventava leggendaria. Ad esempio, la copertina di Sticky Fingers.
Jagger chiese a Andy Warhol, altro narcisista di rango, di ideare una copertina quando ancora l’album non aveva un titolo. La sfida fu proteggere il vinile dalla zip, autentica, funzionante ed in rilievo e posizionata sulla parte anteriore della copertina. Un inserto di cartone raffigurante un ventre maschile con tanto di slip e peluria, funse da barriera. Gli Stones diedero 15 mila sterline a Warhol per concepire la copertina, risultata essere un art-work da museo di arte moderna. Come racconta Bill Wyman nel suo Rolling With The Stones, il giovane con i jeans era l’amico di Warhol Corey Tippin, qualcuno dice che fosse l’attore della Factory Joe Dallesandro, altri che Warhol avesse pescato l’immagine da una collezione di foto scartate. In seguito l’assistente di Warhol Craig Braun dichiarò che il modello sulla parte anteriore della copertina era Jed Johnson e quello in mutande lo stesso. Quella non fu l’unica copertina dell’album in circolazione, per  anni rimase un boccone prelibato per collezionisti la copertina dell’edizione spagnola raffigurante una lattina con la dicitura Fowler’s West India da cui spuntavano delle dita di donna insanguinate a bagno in una melassa non meglio identificata. Un disegno pulp che il regime di Franco aveva permesso al posto degli “sconci” jeans con zippo. Mai capiti i fascisti.
Sticky Fingers fu inciso in posti diversi, ci furono  registrazioni negli studi Olympic e Trident di Londra, in Alabama a Muscle Shoals e a Stargroves, il maniero di Mick Jagger a East Woodhay dove  le session si protrassero per tutto il novembre del 1970 con alla consolle Andy Johnse Glyn Johns ed il produttore Jimmy Miller. Ma la storia dell’album inizia ben prima di quell’inverno, nella settimana precedente Altamont, durante il tour americano del 1969 quando gli Stones si fermarono per tre giorni a Sheffield in Alabama per registrare ai Muscle Shoals Sound Studios.





domenica 6 marzo 2016

Jack Vettriano / Uomini e donne I


Jack Vettriano
(1951)
Uomini e donne I


Jack Vettriano© – Dancer For Money
Jack Vettriano© – Dancer in Emerald
Jack Vettriano© – Motel Love II

sabato 5 marzo 2016

Gianfranco Callieri / Billie Holiday e il cinema



Billie Holiday e il cinema

Nel corso della sua vita breve e sfortunata, Billie Holiday ha interpretato, da attrice, un’unica pellicola hollywoodiana, peraltro non eccezionale, ma dalla storia produttiva ricca di curiosità, aneddoti e, appunto, cinema. È la fine degli anni ’30 quando Orson Welles, già celebrità radiofonica grazie ai microfoni della CBS, sbarca in California presso la RKO Pictures di George Schaefer, al quale riesce a strappare un contratto recante la concessione di un completo controllo artistico per i tempi a dir poco inaudito. Da sempre appassionato di jazz, Welles progetta un omaggio alle origini del genere, al suo viaggio dai bordelli della Louisiana alle periferie di Chicago e New York, basato in parte sulla storia personale di Louis Armstrong e in parte sulle vicende dell’amatissima Creole Jazz Band di King Oliver; l’intento dell’artista è quello di dar voce «ai neri che hanno inventato il jazz, non ai bianchi che l’hanno trasformato in profitto».

Perennemente ammalato d’ambizione, Welles scrive un lungo e tortuoso soggetto (ambientato negli anni dal 1899 al 1940) segnato dalla stessa propensione al racconto epico poi sfociata in Quarto Potere(Citizen Kane, 1941) e nell’Orgoglio Degli Amberson (The Magnificent Ambersons, 1942), contatta l’esule Eliott Paul per stendere la sceneggiatura, assume Duke Ellington in veste di consulente musicale e ingaggia personalmente Billie Holiday (pare tra i due vi sia stata anche una breve relazione) come interprete sia del film, sia di buona parte della colonna sonora. Il lavoro, tuttavia, non va in porto: benché parte del girato sia sopravvissuta (e affiorata più di quarant’anni dopo in The Story Of Jazz, primo segmento dell’opera di montaggio It’s All True [1993]), la prospettiva wellesiana di realizzare un film dalla parte degli afroamericani, rendendoli protagonisti di una produzione dal bilancio elevatissimo, spaventa a tal punto gli investitori da spingere costoro a promettere al giovane regista un’autonomia ancora maggiore in qualsiasi altro progetto su cui intenda cimentarsi (difatti Quarto Potere costerà alla RKO una perdita secca di 150’000 dollari).
Eppure, considerata la continua e anzi crescente popolarità di dischi e concerti jazz su entrambe le coste della nazione, l’intuizione di Welles resta in qualche modo appetibile. Se ne appropria, dopo la Seconda Guerra Mondiale, la United Artists, che fa riscrivere il trattamento, assume un mestierante affinché diriga un musical (Arthur  Lubin, regista di diversi spettacoli filmati di Gianni e Pinotto) e impone due protagonisti bianchi: così, trasformato nella storia d’amore tra un’impresario di buon cuore e una cantante servita da una domestica nera (appunto la Holiday), La Città Del Jazz (New Orleans,  1947) registra buoni incassi al botteghino e consente agli storici del genere di assaporare alcune strepitose performance di Louis Armstrong, Billie Holiday e Woody Herman. Da evitare nell’agghiacciante versione italiana, dove  Louis “Satchmo” Armstrong diventa non si sa perché «Sambo» (retaggio colonialista dei nostri doppiatori?) e il clarinettista Herman si ritrova la voce, viziata da un’evidente inflessione  romanesca, di Alberto Sordi, il lungometraggio mostra la Holiday alle prese con una malinconica versione del classico Do You Know What  It Means To Miss New Orleans (scritta apposta per la pellicola), con una straziante Farewell To Storyville e con la più swingata The Blues Are Brewing, tre esibizioni che sono un monumento alle sue qualità di cantante (di gran lunga superiori a quelle d’attrice) prima della repentina scomparsa del personaggio più o meno a mezz’ora dalla fine del film. Se da un lato le  leggi non scritte del maccartismo costringevano infatti gli studios a ridurre, se non a defalcare, le parti confezionate per attori e artisti di colore, anche la forte dipendenza da eroina della Holiday (rifornita dal fidanzato dell’epoca, Joe  Guy) aveva contribuito a creare non pochi problemi sul set. Impossibile, del resto trovare una sequenza di immagini davvero in grado di restituire le emozioni suggerite dalla voce dell’artista, pochissimo estesa e nondimeno in grado di trasmettere un doloroso senso di perdita, tristezza e disperazione in ogni nota, un sussurro fragile a riflettere tutte le angosce e tutti gli abissi dell’animo umano. Anno dopo anno, più  l’estensione di Billie Holiday, provata dall’alcol, dalla droga, dalle lacerazioni della vita, andava restringendosi, più diventava evidente la fatica delle corde vocali, più il fiato iniziava a rarefarsi, e più quella stessa voce, sempre perfettamente capace di improvvisare sulla linea melodica dei brani e di farlo persino nella durata delle singole parole (allungate o contratte a piacimento), si  faceva specchio di un tormento universale. La voce di Billie Holiday, in questo più simile a una Edith Piaf (del resto, la tragica My Man della Holiday altro non è se non la Mon Homme della  Piaf) che alle colleghe Ma Rainey e Bessie Smith, si sgretolava anziché fortificarsi.

Un motivo di fascino, senza dubbio, e di numerosi equivoci, per esempio quelli alla base del poco riuscito La Signora Del Blues (Lady Sings The Blues, 1972), coproduzione targata Motown e Paramount con una Diana Ross, da poco separatasi dalle Supremes, troppo glamour nei panni della cantante (ma se non volete farvi male state lontani dal dvd del film, peraltro riversato nello scintillante formato anamorfico del widescreen 1.85:1, per non vedere il breve documentario Behind The Blues, con una Ross resa tristemente irriconoscibile dal botulino). Lontanamente basato sull’autobiografia dell’artista, Lady Sings The Blues (1952), scritta a quattro mani con il giornalista William Dufty e tradotta in italiano nel 1959, per Longanesi, col titolo di La Signora Canta Il Blues, la pellicola, di enorme riscontro  in patria, viene però diretta dall’artigiano canadese Sidney J. Furie (bravo regista ancorché, come dimostrato dall’ottimo Ipcress [The  Ipcress File, 1965], più a suo agio con intrighi e atmosfere da thriller) cedendo a un’esplosione  di luoghi comuni il più intollerabile dei quali consiste nell’aver ritratto l’artista quale donna passivamente succube di ogni genere di sventura. L’aura di commiserazione costruita dal film intorno alla sua protagonista contrasta nettamente con l’immagine della Holiday tramandata da storici e collaboratori, e malgrado la straordinaria prova della Ross, cui non avrebbe comunque arrecato alcun danno un minimo di controllo in più (nominata per il premio Oscar, fu sconfitta dalla Liza Minnelli di Cabaret), nella statica prevedibilità del lavoro l’unico elemento di costante  sorpresa è la superficialità con cui regia e sceneggiatura mistificano la durezza amara della vita dell’artista (bisessuale, masochista e parecchio incline a infliggere e ricevere diversi tipi di  violenza fisica) nel racconto qualsiasi di una donna-bambina sempre a un passo dal ricevere la salvezza, garantita ovviamente dall’amore giusto, e altresì condannata dal destino a non assaporarne gli esiti. Dal punto di vista della veridicità storica, è irricevibile l’indulgenza con la quale viene dipinto Louis McKay (nel film il Billy Dee Williams, «il Clark Gable nero» secondo i tabloid degli anni ’70, di lì a poco al centro di un biopic televisivo sul pianista ragtime Scott Joplin), criminale e sicario di mezza tacca rappresentato come un possibile redentore solo in virtù del suo (minimo) contributo all’operazione, ma  il vero problema della Signora Del Blues, al di  là della relativa aderenza alla realtà dei fatti (in  fondo opzionale per qualsiasi pellicola) e di una inappuntabile prova di Richard Pryor nei panni drammatici del fidato “Piano Man”, risiede in una formula del racconto infarcita di kitsch e soluzioni narrative talmente semplicistiche da ricordare i soggetti di certe telenovele di quart’ordine.

Per ottenere qualche flash impressionista sull’arte e sulla poetica di Lady Day, soprannome coniato per la Holiday dal sassofonista tenore Lester Young (lei lo chiamò sempre Prez, contrazione di president: fu l’unico uomo, da lei adorato, a trattarla come un padre), bisogna quindi rivolgersi al settore dei documentari, spesso peraltro facilmente reperibili con un rapido giro in rete. Billie Holiday – The Life And Artistry Of Billie Holiday, consultabile integralmente su dailymotion.com, è un breve lavoro di editing (28 minuti) dove si assemblano tutte le apparizioni cinematografiche della cantante, da un primo corto dedicato a una partitura omonima di Duke Ellington (Symphony In Black: A Rhapsody Of Negro Life [1935]) allo speciale televisivo della CBS The Story Of Jazz (registrato nel  1957, appena due anni prima della morte dell’artista). Molto interessante, nonché confezionato con la proverbiale professionalità dagli specialisti inglesi della BBC per il programma Reputations, è Sensational Lady, del 2001 (lo trovate su YouTube), che accorpa materiali d’archivio abbastanza rari, interventi delle scrittrici Alice Walker e Maya Angelou e numerose interviste a conoscenti e collaboratori della Holiday (tra questi il suo pianista, Bobby Tucker).

Sulla stessa falsariga ci sono The Many Faces Of Billie Holiday, diretto 25 anni fa da Matthew Sieg, produttore di Robert Altman, e il curioso Strange  Fruit (2002), in pratica un piccolo saggio firmato dal regista Joel Katz sulla genesi della canzone eponima, scritta non dalla Holiday (anche se a lei piaceva dire di averlo fatto) ma da un insegnante del Bronx, un nero di origine ebrea di nome Abel Meeropol.

A essere sinceri, la pagina di cinema (non è un ossimoro) più bella e intensa di tutte, circa la vicenda umana e artistica di Lady Day, l’hanno scritta due fumettisti, gli argentini Carlos Sampayo (testi) e José Antonio Muñoz (disegni), insomma i creatori del disilluso investigatore privato Alack Sinner, nel loroBillie Holiday, romanzo a fumetti uscito per Fantagraphics nel 1991 e arrivato da noi due anni dopo, per i tipi di Rizzoli/Milano Libri (questo per quanto riguarda le edizioni in volume, perché le prime apparizioni delle 49 pagine dell’opera, sia detto per una volta con una punta d’orgoglio, risalgono ai numeri di agosto e settembre 1990 della defunta rivista Corto Maltese). Non si tratta di una biografia ma, come dire?, di un’ipotesi sentimentale (resa attraverso il lavoro di ricerca di un giornalista) intorno alla figura della cantante, che le parole sanguinanti di Sampayo cristallizzano intorno ai temi del razzismo, della tossicodipendenza, della complicità con Lester Young, delle angherie private e dei soprusi patiti per colpa di compagni maneschi e  autorità intolleranti, e le matite contrastatissime di Muñoz, in una sequenza tagliente di bianchi  e neri prelevati sia dalle storiche copertine di casa Blue Note, sia dai classici dell’espressionismo cinematografico d’inizio secolo (Fritz Lang su tutti), rendono toccante e definitiva. Nelle pagine 36 e 35 (dell’edizione italiana) c’è una citazione esplicita del film La Città Del Jazz, con  l’incontro tra la Holiday e Armstrong («Pops») e  lei, vestita da cameriera, che gli dice, «I servi,  Pops. Quello che ci tocca nella vita», in riferimento al loro ruolo ancillare rispetto ai protagonisti bianchi della pellicola. La narrazione di Sampayo, sempre più ellittica, destrutturata, confusa con i rumori d’ambiente e montata su dialoghi così laconici e lapidari da somigliare a sentenze funebri, registra eventi e circostanze in modo frammentario, in una specie di documentario “astratto” accostabile al Jean-Luc Godard di Questa È La Mia Vita (Vivre Sa Vie, 1962) per la retorica al tempo stesso simbolista e straripante di tensione emotiva, mentre il  tratto di Muñoz rigurgita il dolore, la fatica, l’incomprensione, la rabbia e l’immoralità dei personaggi in fisionomie cupe, deformate, noir.

Sebbene (di poco) inferiore all’altra biografia sui generis (sarebbe meglio dire interpretazione) realizzata dalla coppia, quel Carlos Gardel (Nuages, 2010) dedicato all’eponimo tanguero  franco-argentino e ancora più libero, romantico, nostalgico, teorico e struggente, il Billie Holiday di Muñoz e Sampayo resta un omaggio toccante a una delle figure più complesse e  sfuggenti della cultura afroamericana, e non solo, del ‘900 tutto, un personaggio che serve ai due autori per riflettere ancora una volta sull’esilio e lo sradicamento, sulla paura e sulla perdita degli affetti, sull’inaridimento del cuore e sul freddo e sul silenzio dettati dall’estraneità, dal fatto di riconoscersi diversi e dalla necessità di fare i conti con la propria diversità. Nelle prime vignette del racconto, in un fiume orizzontale di note e nuvole, Billie Holiday, con la gardenia d’ordinanza tra i capelli, recita le seguenti frasi: «La mia voce non ha più bisogno del mio corpo. Anche se un tempo ero viva e la mia voce era respiro. Cantavo canzoni che parlavano di me, dell’amore… Di altre donne, dei miei fratelli, dei miei amici cari. E ancora c’è gente che aspetta qualcosa da me. Dalla mia voce rinchiusa nei dischi. Una voce senza corpo da spiare, né vita da scoprire. Vi darò parole in musica. Sfiorerò tutte le tonalità e vi farò sentire… che la mia voce non è solo la voce di Billie, ma viene da una voce che è quella di tutti. Anche se solo io mi chiamo Billie Holiday. Lady Day».

Non c’è bisogno di vederle impresse su grande schermo, o di sentirle recitate da attori, per apprezzarne l’esattezza: si tratta della migliore sequenza possibile, in combinazione di parole immagini, per definire l’essenza di un’artista abituata a considerare la propria voce prima di tutto come uno strumento per esorcismi e liberazioni. «Non penso di  cantare. È come se stessi suonando uno strumento», aveva detto Billie Holiday agli storici  (e critici) Nat Hentoff e Nat Shapiro durante la raccolta di interviste poi confluite nel basilare Hear Me Talkin’ To Ya: The Story Of Jazz By  The Men Who Made It (1955). «Cerco di improvvisare come fanno Les Young, Louis Armstrong o altri musicisti che ammiro. Quanto  esce, è quel che sento. Detesto cantare in modo lineare. Se eseguo una canzone, devo cambiarla fino a farla diventare mia. È tutto quello che so».




venerdì 4 marzo 2016

Billie Holiday, Lady in Satin / The Centennial Edition


Billie Holiday



Billie Holiday, Lady in Satin – The Centennial Edition

holidayBILLIE HOLIDAY
Lady in Satin – The Centennial Edition
Columbia/Legacy
***/****
Non accolto molto bene all’epoca della sua pubblicazione, comunque trascurato, quando non denigrato da gran parte della critica, questo album del ‘58 è ora forse il più popolare e “riconosciuto” anche dai meno affezionati all’arte di Lady Day. Nello speciale a lei dedicato nel n. di Aprile, abbiamo accennato alle difficoltà avute durante le session, fino a portare all’esasperazione Ray Ellis (e i suoi musicisti), direttore d’orchestra e arrangiatore, il quale rilascerà pesanti dichiarazioni nei suoi confronti, in parte riportate nel booklet di 34 pagine, ricco di dati e foto anche rare (tra le quali alcune in studio con Ellis, una splendida con Coleman Hawkins, una a un tavolo con Miles Davis).
Copertina e retro riproducono l’originale, con le note di Irving Townsend, il produttore del 33 giri. Parto sofferto quindi (basterebbe ascoltare i drammatici minuti del suo ripasso del testo di The End of A Love Affair…), che consegna un prodotto in cui indubbiamente, la voce “sgretolata” – resa ruvida dal tempo che, complice lei stessa, ha corso più veloce che per altri –, pur con qualche cedimento di tenuta, risalta in espressività e comunicativa (dovessimo giudicare solo l’interpretazione, terra-terra, vale emotivamente almeno quattro stelle), nel “contrasto” creato dal velluto degli archi e di qualche coro. Uno sfondo-sostegno, a tratti invasivo, che tende a rendere “uniforme” il tutto (come se non ci fosse soluzione di continuità da una canzone all’altra) ma che, un po’ “paradossalmente”, ne mette in rilievo il feeling, il tasso interpretativo-evocativo: il peso specifico delle parole e dei significati di alcuni brani. Tra questi, in particolare proprio The End of A Love Affair– che al tempo non fu incluso nell’album (!) –, nelle diverse takes (anche master, true-stereo e mono…), ma ancor più il gioiellino “torch” I’m a Fool to Want You (nel referendum dei nostri lettori è al 2° posto delle preferenze), di cui Frank Sinatra oltre ad essere co-compositore, ne è stato impeccabile interprete nel ’51. E poi For All We Know, You’ve Changed, I’ll Be Around, con i “ma” di cui sopra.
Sul “Disc One”, questa raffinata edizione di 3CD (box di formato 20×20 cm.) comprende l’edizione originale, più vari bonus (tra cui i master di cui sopra) e soprattutto l’imperdibile session di prova per la storica esibizione televisiva di “Sound of Jazz” (pubblicata in un vecchio box): Fine and Mellow, con formazione diversa da quella del noto video, rispetto al quale, tra gli altri, non è presente il baritonista Gerry Mulligan. Con gli altri due dischetti vi potete divertire a confrontare le numerose takes uscite dalle diverse session del 18, 19 e 20 febbraio del ’58.
(N.B. Nelle note del libretto: errore – di stampa, si suppone – che riguarda l’anno di quelle session, indicato come 1959…). E’ chiaro. Chi scrive è tra quelli che, anche dopo tanti anni, pensa che la dose zuccherina degli arrangiamenti, che caratterizza quasi tutti i brani, sia eccessiva, solo a tratti in stimolante ed “esaltante” contrasto con la voce magnificamente drammatica della Holiday, ma in buona parte oltre misura (con l’ulteriore “dolcificante” del coretto). Ecco spiegata la doppia “valutazione stellare”: qualità musicale d’insieme/qualità del prodotto.

BUSCADERO


giovedì 3 marzo 2016

L’orrore e l’autore / in ricordo di Wes Craven

Wes Craven

L’orrore e l’autore: in ricordo di Wes Craven

Wes Craven (1939 – 2015)


«I film horror sono come un campo di addestramento per la psiche. Non creano paura, la rilasciano. Se fossi interessato alla realtà, avrei fatto documentari»: così rispondeva Wesley Earl “Wes” Craven, dimostrando una logica ferrea e in apparenza inconciliabile con gli incubi artigliati di Freddy Kruger, a chi gli chiedeva ragione di una fascinazione per il brivido, per gli spaventi e per la violenza durata quasi cinquant’anni di carriera.
Il regista, scomparso domenica 30 agosto, all’età di 76 anni, per un tumore al cervello, con quelle parole confermava anche l’adagio, scontato ma veritiero, secondo il quale un autore – un artista in grado di creare un universo espressivo autonomo e riconoscibile – parla sempre e soprattutto di se stesso, perché la paura, quella paura di continuo indagata, sviscerata, affrontata in mille modi e a viso aperto, era sempre stata, nei suoi film, non quella raccontata dalle sceneggiature, bensì la paura del cineasta stesso, in gioventù isolato dal mondo a causa della rigida formazione religiosa dei familiari (i genitori, anabattisti, gli impedivano di frequentare coetanei, leggere libri secolari, andare al cinema) e da allora in perenne contrasto col senso di colpa, la vergogna e l’incapacità di accettarsi assimilati nel frattempo.
Nato a Cleveland, Ohio, nell’estate del 1939, Craven si era emancipato dalla disciplina della famiglia e dall’esercizio punitivo della fede grazie agli studi umanistici compiuti tra l’Illinois e il Maryland, all’insegnamento e in ultimo al cinema, dove diceva di essere entrato per la prima volta a 23 anni, restando stregato dai film e dalla loro attitudine a tradurre il pensiero in immagini, a liberare il tormento interiore tramite la percezione ottica. Era rimasto colpito, in particolare, dai film del maestro svedese Ingmar Bergman, visti a New York durante le stagioni di docenza al Clarkson College, dei quali aveva amato la pulizia visiva, il rigore filosofico, il coraggio nello scandagliare le profondità dell’animo umano senza edulcorare gli aspetti più controversi del viaggio.
Spinto dalla nuova e divorante passione, si era così buttato nell’industria del cinema, debuttando come tecnico del suono e tuttofare nei processi di post-produzione; dopo qualche mese, inoltre, era già passato dietro la macchina da presa, per dirigere, sotto pseudonimo, dei porno fatti in serie, veloci e redditizi. Per esordire col proprio nome, aveva scelto di rifarsi all’amato Bergman: nel 1972, L’Ultima Casa A Sinistra (The Last House On The Left), costato la miseria di 87’000 dollari (procurati e amministrati dal futuro regista di Venerdì 13, Sean S. Cunningham) e girato nei boschi del Connecticut, prendeva spunto dal bergmaniano La Fontana Della Vergine (1960), conservandone il canovaccio basato su di un’antica ballata svedese (in cui una famiglia esercita la propria vendetta sui responsabili dello stupro e della morte della figlia, nel film di Craven “le” figlie) ma sfigurandone l’essenzialità in un’orgia di sadismo anti-spettacolare e realistica, oggi come ieri agghiacciante. Se i più attenti avevano già rinvenuto, nella pellicola, un’equazione dolorosa tra il puritanesimo della provincia americana e le parafilie sessuali dei maniaci violentatori, gli altri rimasero senza eccezioni sconvolti dal tasso di brutalità contenuto nelle immagini del film e reso ancor più disturbante dallo sguardo neutro e impassibile del regista. Respinto dalle commissioni censura di Australia e Regno Unito (dov’è stato proiettato, in forma integrale, solo nel 2008!), tagliuzzato e sforbiciato un po’ ovunque, il film guadagnò tuttavia più di 3 milioni di dollari sul solo territorio americano. Malgrado la gratificazione economica, le polemiche intorno all’opera furono talmente aspre e combattute che Craven riuscì a dirigere un nuovo film solo cinque anni dopo.
Anche Le Colline Hanno Gli Occhi (The Hills Have Eyes, 1977) era basato su un tema controverso (nel deserto californiano, un gruppo di selvaggi, forse incestuosi, sequestra ignari turisti per cannibalizzarli), ma se rispetto al predecessore non indugiava più di tanto in particolari sanguinolenti, ne amplificava però il messaggio politico mettendo in scena, con aggressiva efficacia, il disorientamento e il malessere di un’America danneggiata dal sospetto, dalla sopraffazione e dal rancore, con le sue famiglie (istruite o semi-analfabete, religiose o pagane) impegnate a massacrarsi a colpi di pietre e bastoni. L’anno dopo, il televisivo Stranger In Our House (conosciuto anche comeSummer Of Fear), con una Linda Blair intenta a smarcarsi dalle possessioni demoniache per cui (nell’Esorcista di Friedkin) era diventata celebre e un Craven assai versato nel soffiare inquietudini occulte all’interno dell’ennesima ambientazione di provincia, confermava il talento del regista anche nell’illustrare soggetti deboli, o non proprio originalissimi, mentre il successivo, più riuscito,Benedizione Mortale (Deadly Blessing, 1981), con un delirante Ernest Borgnine nei panni del capo spirituale di una setta di esaltati e una giovanissima Sharon Stone protagonista, ne ribadiva l’interesse per il tema del fanatismo religioso, qui esplorato tra incubi di aracnofagia e misteriosi incidenti.
Nel 1982, coi soldi (neanche pochi) della Sony, Craven girava invece Il Mostro Della Palude (Swamp Thing), adattamento dell’omonimo fumetto creato dieci anni prima, per la DC Comics, dai testi di Len Wein e dalle matite di Bernie Wrightson, pellicola, questa, molto criticata per il registro oscillante senza autocontrollo tra squarci fiabeschi e accenni di casto erotismo, eppure diretta dal regista sposando con abilità, in diverse sequenze degne di nota per romanticismo e raffinatezza figurativa, sia lo spirito dolente del prototipo cartaceo sia la voglia di rivisitare con ironia sulfurea l’eterna parabola di Apuleio su Amore e Psiche. Il goffo e malriuscito Invito All’Inferno (Invitation To Hell, 1984), di nuovo realizzato per la tv e se non altro animato dalla volontà di demolire nel sangue alcuni miti di cartapesta – la forma fisica, le gerarchie aziendali, la sudditanza al denaro – del decennio del carrierismo rampante, preludeva poi all’iconico Nightmare – Dal Profondo Della Notte (A Nightmare On Elm Street, 1984), altro attacco frontale al retaggio perbenista degli Stati Uniti dove il «mostro» – il californiano Robert Englund nel ruolo, sfigurato, della vita – perseguitava in sogno i discendenti dei suoi antichi assassini (incarnando così la coscienza sporca, e freudianamente rimossa, di una nazione incapace di non inchiodare i propri figli alla custodia e alla ricerca di un Eden individualista mai esistito): solo il primo titolo di una franchise di enorme successo, moltiplicatasi in sei seguiti, una miniserie televisiva, un episodio a latere (Freddy Vs. Jason [2003], in cui le grinfie metalliche di Kruger lottavano, soccombendogli, contro il machete del Jason Vorhees di Venerdì 13) e un reboot (concepito nel 2010 e, a differenza di un altro «nuovo inizio», quello non malvagio delle Colline Hanno Gli Occhifirmato nel 2006 dal francese Alexandre Aja, inguardabile) in genere tutti prescindibili con l’eccezione di quelli negoziati dallo stesso Craven, ossia Nightmare 3 – I Guerrieri Del Sogno (A Nightmare On Elm Street 3: Dream Warriors, 1987), da lui co-sceneggiato in una smania di caustici paradossi, e l’affondo teorico di Nightmare – Nuovo Incubo (Wes Craven’s New Nightmare, 1994), vertiginosa riflessione metanarrativa, non di rado molto spassosa, sulla ricezione e la comprensione dei film horror in epoca contemporanea.
Giusto un anno dopo, un dittico di titoli insalvabili, e cioè il dilettantesco Sonno Di Ghiaccio (Chiller), sulle possibili degenerazioni della criogenesi (quindi, di nuovo, sull’ansia «conservatrice» di quegli anni), e l’atroce Le Colline Hanno Gli Occhi II (The Hills Have Eyes II), grottesco tentativo di mixare pazzoidi antropofagi, rozzi bikers e personaggi da filone adolescenziale, asseveravano la predisposizione, molto americana, di Craven al rimescolamento di materiali alti e bassi (peraltro, negli stessi mesi, meglio indagato negli episodi confezionati dal regista per la «ripartenza» del serial televisivo Ai Confini Della Realtà [The Twilight Zone]), al frequente ondeggiare tra ricerca e spazzatura, tra soluzioni sofisticate e sensazionalismo gratuito, atteggiamento talvolta disorientante e però quasi sempre in grado di lasciare addosso allo spettatore una sensazione di crudo e sincero malessere. Dati simili precedenti, stupiva, in Dovevi Essere Morta (Deadly Friend, 1986), la delicatezza di tocco nell’intrecciare la dimensione fantastica e quella sospirosa del romance in un ibrido singolare, nonché senz’altro influenzato dal coevo Starman (1984) carpenteriano, e lasciava ancor più a bocca aperta il furore sociologico del Serpente E L’Arcobaleno (The Serpent And The Rainbow, 1988), cruda, mefistofelica e urticante allegoria dei rapporti di forza capitalisti inscenata tra i non-morti e i cerimonieri voodoo di Haiti, con gli zombie nella parte dei proletari oppressi e i loro sacerdoti in quella della borghesia sprezzante. Uno dei migliori film di Craven, ancora in grande forma nei seguenti Sotto Shock (Shocker, 1989), raffinata (e visivamente travolgente) analisi mediologica sul consumo di immagini, e La Casa Nera (The People Under The Stairs, 1991), dolente parabola (ispirata alle tensioni etniche nella Los Angeles d’inizio decennio) sull’emarginazione e lo sfruttamento di un gruppo di ragazzi ridotti alla schiavitù, e in certi casi richiamati in vita dopo il trapasso, da una coppia di depravati razzisti (pessimo, per contro, l’interlocutorio Delitti In Forma Di Stella [Night Visions, 1990], quasi una parodia dei romanzi di Thomas Harris).
Nelle stagioni successive, otteneva grande riscontro, grazie anche all’arguzia della sceneggiatura di Kevin Williamson, l’operazione metafilmica di Scream – Chi Urla Muore (Scream, 1996), (auto)osservazione dei luoghi comuni del cinema horror e manifestazione pratica della loro intatta efficienza diretta da Craven in tono beffardo e citazionista, ma all’occorrenza capace di sferrare ancora colpi allo stomaco di una certa ferocia. Tutti girati dallo stesso Craven, i tre sequel del prototipo (decente il secondo [1997], inutile il terzo [2000] e quasi buono il quarto [2011], forse, dopo il capostipite, il più riuscito) annacquavano progressivamente le intuizioni del primo capitolo in una discesa convenzionale verso il thriller, e risentivano, d’altronde, del logoramento dello sguardo del regista, dai ’90 in poi un po’ spaesato in un panorama richiedente sangue in dosi sempre maggiori e perciò, avendo già esaurito i propri discorsi in merito all’aspetto grafico della violenza più di vent’anni prima, costretto a peregrinare tra ambientazioni, atmosfere e scenari di segno diverso senza azzeccarne più uno.
Sia l’istrionismo (sprecato) di Eddie Murphy in Vampiro A Brooklyn (Vampire In Brooklyn, 1995), incursione in un campo – l’horror in forma di commedia – dove solo John Landis e pochi altri sono riusciti a conseguire risultati apprezzabili, sia il travagliato Cursed – Il Maleficio (Cursed, 2005), con la sua storia di licantropia in salsa giovanilista finanziata e pesantemente manipolata dalla Dimension Films, sia il modestissimo La Musica Del Cuore (Music Of The Heart, 1999), con Meryl Streep a destreggiarsi tra violino e didattica (l’unica esperienza del regista, assieme al frammento, contenuto nel collettivo Paris, Je T’Aime [2006], Père-Lachaise, dove pure appariva un «fantasma», sì, ma quello di Oscar Wilde, al di fuori dei territori del brivido), sia l’orribile Red Eye (2005), mostravano un cineasta ormai a corto di argomenti e visioni, entrambi, purtroppo, del tutto annullati nel penultimo, penoso My Soul To Take – Il Cacciatore Di Anime (2010).
Nonostante la modestia dei lavori recenti e l’insorgere della malattia, Craven non aveva però smesso di progettare film, o di tuffarsi con entusiasmo in altri campi, dal fumetto all’ornitologia (!). Lo ricordiamo, qui, come il regista della paura trasformata in seduta terapeutica, in trattamento senza sconti dell’interiorità onirica (e insanguinata) della propria nazione: tra grandi pellicole e tonfi spettacolari, ci ha raccontato e ricordato di come la vita, anche e soprattutto la propria, preclusa alla visione (l’immagine deturpata del volto di Freddy Kruger era nata, nella mente del Craven bambino, quando questi, al solito segregato in casa dalla madre iperprotettiva, aveva visto per la prima volta, dalla finestra della camera, all’esterno, le fattezze di uno sconosciuto passante) e in seguito dedicata al crearne di indimenticabili, possa di volta in volta entrare – violentata, abusata, martellata, scioccata – nel quadro del cinema. E grazie al cinema, in certi casi più grande e vero della vita stessa, trovare una salvezza.

Morto Wes Craven, il papà dell’horror e di Freddy Krueger







mercoledì 2 marzo 2016

Sante D'Orazi / Pamela Anderson

Pamela Anderson Smiling #1, Hollywood, 2000

Sante D'Orazi
PAMELA ANDERSON

Работы известного фотографа Sante D’Orazio (98 фото - 7.65Mb)
Pamela Anderson


Работы известного фотографа Sante D’Orazio (98 фото - 7.65Mb)
Pamela Anderson
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