martedì 19 gennaio 2016

domenica 17 gennaio 2016

Michael Punke / Revenant / La storia vera di Hugh Glass e della sua vendetta


Michael Punke

REVENANT 
La storia vera di Hugh Glass 
e della sua vendetta
20 febbraio 2015
di Guido Giazzi


Michael Punke
Einaudi
Revenant è un grande libro di avventure e chi ama gli scenari western non deve farselo scappare. L’autore, Michael Punke ha lavorato alla Casa Bianca sotto la presidenza Clinton ed attualmente è ambasciatore presso la World Trade Organization a Ginevra, mondi, come si può arguire molto distanti dalle praterie e dai boschi americani, dai grandi spazi che hanno fatto sognare molti ragazzi.

Il tema del libro tratta la vera storia di Hugh Glass, un trapper americano vissuto agli inizi del 1800, famoso in tutto il West sia per aver esplorato territori al tempo sconosciuti, sia per aver lottato e resistito contro un gigantesco orso grizzly. La storia si dipana tra il racconto della situazione degli avamposti americani, ovvero fortini sperduti tra le montagne del Sud Dakota, tra soldati che avevano stabilito fragili alleanze con le tribù indiane locali e la spedizione di Glass che dopo essere stato ferito dallo scontro con un orso viene o dovrebbe essere, aiutato da due compagni di reparto. Dovrebbe perchè il coriaceo Hugh viene abbandonato moribondo dai compagni nella foresta in pieno inverno: il trapper con notevole forza d’animo e grazie alle sue conoscenze del territorio e l’esperienza precedente sperimentata in vari campi riesce a soppravvivere all’inverno, alle ferite e agli indiani sul piede di guerra. La vendetta è la motivazione principe che lo rende invulnerabile: non comprende il motivo per cui i suoi compagni lo abbiamo abbandonato ferito e senza armi nella foresta e su questa voglia di giustizia si regge tutto il lungo racconto.

Per aiutare il lettore a comprendere meglio l’avventura di Glass, all’inizio del libro vi è una cartina geografica – io, l’ho già dichiarato, amo molto i libri che contengono piantine, mappe, schemi, schizzi etc. – che indica tutta l’incredibile pereregrinazione del personaggio tra Yellowstone e il fiume Missouri, purtroppo la cartina non è muta (come si usava nel secolo scorso quando le professoresse di Geografia ti interrogavano su una nazione senza aiutini di sorta: d’altronde in un mondo dove tutti parlano a sproposito, perchè anche le cartine dovrebbero rimanere mute?) ma anticipa il racconto e questo è male. Ancora due considerazioni: revenant deriva dal latino revenio, cioè ritornare e nella letteratura popolare si usa questo termine per indicare colui che ritorna dalla morte, un morto vivente o un vampiro: un termine quindi molto di moda in un’epoca in cui impazzano Vampiri innamorati e poco assetati di sangue.


Il personaggio di Hugh Glass l’abbiamo già visto al cinema in un film inglese del 1971 intitolato Uomo Bianco Va Con Il Tuo Dio (Man in the Wilderness) di C. Sarafian con Richard Harris e John Huston (da non confondere con Un Uomo Chiamato Cavallo (A Man Called Horse – 1970) sempre interpretato dal grande Harris). Hollywood, come i trapper americani del’800, è sempre a caccia di storie e grazie al successo del libro di Punke in America, riproporrà presto questa vicenda con Leonardo DiCaprio nei panni del trapper e con la regia di Alejandro Gonzalez Inarritu, regista del pluripremiato Birdman. A tutti gli amanti del West americano, a quelli che non riescono ad addormentarsi senza sfogliare le pagine di Tex Willer, a chi ama i grandi spazi e le grandi avventure, per loro Revenant è un libro da non perdere.




DE OTROS MUNDOS
DANTE



sabato 16 gennaio 2016

Star in gravidanza / Ecco tutti i figli vip che nasceranno nel 2016

John Legend e la moglie, la modella Chrissy Teigen hanno condiviso sui social la gioia per la gravidanza: “Siamo felici, perché come sapete ci stavamo provando da tanto. Non abbiamo mai smesso perché non vedevamo l’ora di avere un bimbo e metter su famiglia” 



Star in gravidanza: ecco tutti i figli vip che nasceranno nel 2016


13 GENNAIO 2016




Continua a crescere la lista delle coppie vip in dolce attesa, dimostrando così che il 2016 sarà un anno baby boom tra le celebrities. Mentre Laura Chiatti e Marco Bocci non hanno ancora confermato i gossip dei tabloid sulla seconda gravidanza della diva, Liv Tyler ha annunciato la gravidanza con una bellissima foto su Instagram. E anche Jamie Dornan, il Christian Grey cinematografico, e Michael Bublé hanno confermato che stanno per diventare di nuovo padri. Ma sono in buona compagnia. Da Anne Hathaway che mostra il pancione in vacanza a Bar Refaeli che condivide il test di gravidanza, passando per Ilary Blasi e Chelsea Clinton, sono davvero molte le star in dolce attesa in questo inizio di 2016. E i futuri papà-vip si dicono emozionati che siano al debutto come genitori (vedi Andy Murray o Eddie Redmayne) o già habitué dei pannolini (come Hugh Grant che aspetta il quarto figlio in 4 anni). Tanto per non perdere il filo e prepararvi a celebrare le nascite dei figli dei vostri beniamini sui social nei mesi a venire ecco un "bigino" di tutte le gravidanze

Eddie Redmayne e la moglie Hannah diventeranno genitori per la prima volta in primavera 

Liv Tyler
Con questa bellissima immagine postata su Instagram Liv Tyler ha rivelato di essere in attesa del terzo figlio. "Oh santo cielo, sembra che la cicogna venga a farci visita di nuovo. Sto crescendo un altro piccolo Tyler Gardner nel mio ventre. La nostra famiglia sta crescendo. Sono davvero grata..". E al compagno David Gardner scrive: "I love you"...



Jessica Capshaw, Arizona Robbins in Grey’s Anatomy, aspetta il suo quarto figlio dal marito Christopher Gavigan, imprenditore 


James Van Der Beek e la moglie Kimberly hanno annunciato che avranno presto un quarto figlio 





Karolina Kurkova mostra felice il pancione. La top model aspetta il secondo figlio dal marito Archie Drury, produttore cinematografico. Il primogenito, Tobin, ha quasi 6 anni

venerdì 15 gennaio 2016

Modigliani da record: un dipinto venduto a New York per 170 milioni di dollari



Modigliani da record: un dipinto venduto a New York per 170 milioni di dollari


di Antonio Bonanata
2015-11-10 14:35




È la seconda opera battuta all’asta più costosa di sempre: Nu couché (Nudo sdraiato), tela del 1917 di Amedeo Modigliani.

Oltre 170 milioni di dollari, un nuovo record per il mercato dell’arte, finora superato solo da un Picasso del 1955, Les femmes d’Alger, che era stato venduto a maggio per quasi 180 milioni di dollari. Entrambe le vendite si sono svolte da Christie’s, una delle case d’asta più celebri del mondo. Sconosciuta finora l’identità del facoltoso acquirente, anche se Christie’s fa sapere che si tratta di un collezionista cinese, identificato dal Wall Street Journal nel miliardario Liu Yiquian.

L’olio di Modigliani, il genio della pittura reso celebre dai ritratti di donna con visi affusolati e colli longilinei, è stato realizzato a cavallo tra il 1917 e il 1918, quando l’artista livornese, meglio conosciuto come Modì, era a Parigi già da una decina d’anni. Misura 60x92 cm e ritrae una modella sconosciuta. Il quadro fa parte della serie di nudi realizzati dal pittore, da lui considerati una forma particolare di ritratto.

Modigliani, che in vita non ebbe mai il successo e la fama tributategli post mortem, tratteggia il corpo sinuoso di una donna completamente nuda, adagiata con posa provocante su un divano rosso: le braccia sono sollevate, i seni ben evidenti, come anche i peli del pube, particolare che all’epoca destò scandalo.

Modì si trasferì nella capitale francese nel 1906, attratto dalla fama di centro culturale d’avanguardia che in quella fase storica la ville lumièrerappresentava per gli artisti di tutto il mondo. Qui infatti conobbe geni assoluti come Pablo Picasso, Juan Gris, Max Jacob, Jean Cocteau, Maurice Utrillo. Sempre a Parigi incontrò le donne della sua vita, poi ritratte in diversi dipinti: la scrittrice inglese Beatrice Hastings e Jeanne Hébuterne, il più grande amore, che gli diede l’unica figlia e il giorno dopo la morte del pittore (il 24 gennaio 1920, a soli 35 anni) si gettò dalla finestra della casa in cui abitavano.



mercoledì 13 gennaio 2016

Donne / Iman


DONNE
Iman 




Carol Rama / La rabbia come motore creativo

Carol Rama, Appassionata, 1943


Carol Rama

La rabbia come motore creativo

GIOVANNA LACEDRA
13 GENNAIO 2016

“La rabbia è la mia condizione di vita da sempre. Sono l’ira e la violenza a spingermi a dipingere. Io dipingo prima di tutto per guarirmi… ”.
La rabbia. Che cos’è la rabbia? È un sentimento. Un’unghia che raschia su una lavagna vuota. È un artiglio aggrappato al silenzio. Un braciere. Un incendio. Un nodo inscioglibile. La rabbia. È un’emozione istintiva. Feroce. Primitiva. Incontenibile. Ma che la nostra società ci fa contenere. Contieni, trattieni, stringi i pugni, stringi i denti, manda giù, inghiotti, fai buon viso a cattivo gioco, mantieni la calma. Sii calma. Stai calma. Calma e sangue freddo. Ma il sangue ribolle in un’indole rabbiosa. E non sempre è sano – anzi, probabilmente non lo è mai – lasciarla implodere, arrestarla, fingere che non esista, reprimerla come una belva in cattività. Le belve non stanno buone per sempre. E se le teniamo a lungo in catene rischiamo poi di vederle accanirsi contro di noi. Inibire la rabbia può rivelarsi deleterio. La si può somatizzare (ecco la belva che non sguinzagliata ci morde da dentro) e vederla trasformarsi in malattia. Lasciarla fluire, invece, può risultare risolutivo. E non parlo dello sfogo di un momento, ma della mutazione di questo stesso fuoco in una energia diversa, migliore, più sana. La rabbia può diventare un’arma creativa. Un potenziale, un serbatoio, una risorsa. Il veleno che diventa medicina.

Carol Rama, Cadeau (C.21), 2003

Non è la prima volta che dedico le mie parole a donne capaci di vivere l’arte come fosse una terapia. Proprio il mese scorso vi raccontavo di come l’artista giapponese Yayoi Kusama abbia trovato salvifica la trasposizione di invalidanti ossessioni in una e una soltanto: i pois. Puntini colorati moltiplicati all’infinito. Estesi al tutto. E in un certo qual modo curativi per la sua mente. L’arte salva, culla. Trasforma. Lenisce il dolore. A volte guarisce. L’arte è nido, specchio, oceano. È un luogo dove ritrovarsi, quando il mondo ci distrae da noi stessi. La donna di cui scrivo oggi ha dipinto per tutta la vita, e lo ha fatto per prendersi cura di sé. Come se dipingere equivalesse ad ascoltarsi, prestarsi voce, abbracciarsi, darsi uno spazio, un tempo e un senso. Elevarsi e guarirsi. Nello specifico questa donna, un po’scontrosa e solitaria, vedeva nella pittura un’alternativa all’infelicità, una cura di bellezza, una strategia di miglioramento, il medicamento di antiche piaghe. “Dipingo per guarirmi” diceva. E dipingeva, fin dalla primissima adolescenza, soprattutto per sentirsi meno brutta, meno povera, meno ignorante. Soggetti e oggetti provenienti dal suo baule mnemonico si ripetevano sulla carta, rielaborati in forme semplificate o distorte, talvolta affilate, ma sempre altamente espressive. Si chiamava Olga Carolina Rama questa donna, ed era nata a Torino nel 1918. Figlia di un imprenditore e di una donna con gravi problemi di depressione, sviluppò precocemente un interesse per la pittura e sin da adolescente prese a dedicarvisi ininterrottamente. Dipingeva da autodidatta, e la sola guida che ebbe fu quella di Felice Casorati, forse l’artista torinese più celebre di quegli anni.
Il suo primo lavoro noto si intitola Nonna Carolina e presenta già alcune peculiarità del suo linguaggio: la distorsione estetica, la tensione, la provocazione. La donna ritratta al centro del foglio ha un’espressione tormentata e pare venga strangolata da una morsa di sanguisughe che le cingono la gola. Nello spazio attorno a lei, verosimilmente galleggiano protesi ortopediche.

Carol Rama, Appassionata, 1946

Carol Rama, questo il nome con cui il mondo dell’arte l’ha conosciuta, ha frequentato alti nomi della sua epoca: da Edoardo Sanguineti a Cesare Pavese, da Andy Warhol a Man Ray. Ma il suo successo è arrivato decisamente tardi. Aveva superato i sessanta l’anno in cui la critica e curatrice Lea Vergine – nota soprattutto per la sua ricerca in ambito performativo e comportamentale – ne ha scoperto il genio, il talento e l’enorme quantità di opere prodotte nel tempo. Era il 1979. Carol stava esponendo alcuni lavori della sua primissima produzione ad acquerello presso la Galleria Martano di Torino. La Vergine li notò immediatamente e volle sceglierne alcuni per una mostra itinerante da lei curata e dedicata alle donne dell’arte del Novecento, che si intitolava L’altra metà dell’avanguardia. Da quel momento trovò finalmente luce ciò che giorno dopo giorno, anno dopo anno, era germogliato all’ombra di un quasi anonimato.
Carol Rama, Bricolage occhi, 1968

Ma chi era questa donna tanto arrabbiata e ostinata? Era una ex bambina scossa da considerevoli traumi: la separazione dei genitori, la morte del padre – suicidatosi a poco più di cinquant’anni in seguito al fallimento della sua azienda produttrice di bici e automobili, spazzolata via dall’avvento della FIAT –, l’esaurimento nervoso e conseguente ricovero in manicomio della madre. Carol si è trovata precocemente senza figure genitoriali a farle da guida, e ha dunque trasformato la pittura in un rifugio e in una medicina. Ciò che affiorava sulla carta o sulla tela non era che l’emblema di quella mutilazione affettiva elaborata attraverso il segno, la forma, il colore e con una certa brutalità. Molto spesso, infatti, erano proprio corpi mutilati, quelli che lei stessa vedeva nascere dalle sue mani. Corpi nudi, spalancati, violati. Corpi minacciati, deformi e provocatori. Ogni corpo da lei raffigurato era probabilmente il suo. Corpo pulsionale, carnale, aperto. Ferito dalla paura e dall’assenza. Dalla paura dell’assenza. E dalla rabbia che tutto questo genera. Nei suoi lavori si ripetono spesso gi stessi simboli: lingue affilate che escono serpeggiando da labbra serrate, vagine spalancate, protesi. Uno degli acquerelli più noti di questo periodo è la celebre Appassionata, una donna totalmente nuda che se ne sta sdraiata e immobile su di un lettino di contenzione in metallo. Non possiamo non cogliere nella crudezza di questa immagine un evidente rimando alla condizione materna. Arti staccati dal corpo. Il dolore tradotto in immagine. L’arte che fa della ferita interiore un pozzo profondo al quale attingere per creare, raccontare, comunicare. E liberarsi. “Vogliono guarire togliendo i desideri, ma quelli me li tengo ben stretti”, diceva.
Carol Rama, Bricolage occhi, 1967

Era una donna libera. Libera soprattutto nella sua ricerca. Non si sforzava di somigliare a nessuno, né di aderire ad alcuna tendenza. Creava per necessità e passione. Per rimediare a qualcosa di rotto dentro di sé. Il suo lavoro è sempre stato autoreferenziale. Ciò che l’aveva attraversata la spingeva a creare. Pur rasentando la Pop Art, l’Arte Povera, l’Astrattismo e il Surrealismo, Carol ha sempre e soltanto usato il proprio linguaggio. Immediato, ancestrale, imprescindibile. Negli anni Sessanta ha preso a inserire oggetti all’interno della tela. Più precisamente si trattava di forme sferiche, spesso occhi di vetro che si ripetevano, e sporgevano famelici dalla superficie. O ancora, sceglieva di inserire materiale organico come unghie o denti. Questa serie, titolata Bricolage, fu poi ampliata con l’inserimento di gomme o camere d’aria – evidente rimando alla memoria paterna.
Carol Rama, Appassionata, 1941

La morte l’ha sorpresa di recente nella sua casa torinese di sempre, ubicata al 15 di via Napione. Carol se n’è andata a bassa voce il 25 settembre 2015. Oggi il suo scrigno creativo e abitativo, la sua casa-studio, la cellula della sua genialità, è divenuta un opera a sé. Pare infatti che la Soprintendenza ai Beni Architettonici del Piemonte vi abbia posto il vincolo per ribattezzarla come museo. Carol ha vissuto tra quelle mura nere sin dagli anni Quaranta, accumulando nel corso degli anni opere, fotografie, ricordi e oggetti inusuali: dai pennelli alle locandine, dai regali di Duchamp alle polaroid che la ritraevano con Warhol o Pasolini, dalle sue collezioni di scarpe introvabili alle protesi ortopediche. Di abitativo, in quella cellula, c’era l’essenziale. Un letto, un frigo, un fornelletto a gas da campeggio. Non era e non fu mai una donna dagli augurabili requisiti, per dirla alla Plath. Al contrario. Fu donna svincolata da ogni dovere, ruolo e obbligo. La sola sua fede era la pittura. Non si sposò, non ebbe figli. E visse libera. “L'arte se non è già la vita, almeno è libertà".

Carol Rama

Il giusto riconoscimento le giunse prima con una grande antologica realizzata presso lo Stedelijk Museum di Amsterdam (1998) e poi con il Leone d’Oro alla carriera attribuitole da Francesco Bonami durante la Biennale di Venezia del 2003. Oggi le sue opere vengono quotate sino a 250.000 euro. E quel tardivo riconoscimento la sorte ha voluto bilanciarlo con uno dei premi più importanti e lodevoli che un artista possa ricevere: il Premio Presidente della Repubblica Italiana, conferitole proprio dal Presidente Giorgio Napolitano nel 2010.

WSI



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