Visualizzazione post con etichetta Economia. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Economia. Mostra tutti i post

martedì 14 agosto 2018

Politica come professione? / Un esempio dalla Repubblica romana


Juan Antonio Ribera. Cincinnato abbandona il campo per dettar legge a Roma


Politica come professione?

Un esempio dalla Repubblica romana: Lucio Quinzio Cincinnato, il contadino dittatore

5 FEBBRAIO 2018, 

Fra poco meno di un mese saremo tutti chiamati alle urne per eleggere deputati e senatori della XVIII legislatura della Repubblica italiana, secondo le previsioni della nuova legge elettorale, il Rosatellum. Il 2018 è iniziato con la consueta e prevedibile corsa allo scranno, con cui politici di ogni colore stanno dando sfoggio delle loro affinate abilità nelle trattative. Ogni leader mira all’agognata soglia di sbarramento del 3% e, come da prassi, non mancano alleanze e coalizioni che credevamo decadute, ma che il magico mondo della politica italiana fa ricomparire. E a ritornare saranno anche decine e decine di volti tutt’altro che ignoti agli elettori, appartenenti a uomini e donne del panorama politico nostrano che a Montecitorio e Palazzo Madama – usando un eufemismo – ci hanno preso la residenza, rinnovando il proprio incarico di mandato in mandato. A poco servirà il nuovo assetto di regole votate in Parlamento per la scelta dei nuovi rappresentanti italiani. Infatti, grazie all’astuta combinazione di collegi uni/plurinominali, liste bloccate e pluricandidature, il Rosatellum assicurerà un posto a tavola a grande parte dei parlamentari uscenti e ricandidatisi.
A partire dal celebre scandalo Tangentopoli, che provocò un forte impatto mediatico oltre che l’indignazione della popolazione, la classe politica ha subito un netto calo di attitudine alla gestione della cosa pubblica. "Il passaggio dalla Prima alla Seconda Repubblica ha determinato un pauroso peggioramento qualitativo dei politici – dichiarano i ricercatori, fra cui Tito Boeri –. Questo declino va di pari passo con il drammatico abbassamento del livello medio di istruzione. Infine all'aumentato reddito parlamentare peggiora la qualità media degli individui che entrano in politica. Il forte incremento del reddito parlamentare (quattro volte quello medio di un manager privato) ha contribuito al declino della qualità degli eletti". Appare quindi lampante come l’aumento delle retribuzioni per senatori e deputati abbia determinato una vera corsa all’oro, partorendo la triste idea di politica come professione.
Era il 28 gennaio 1919 quando Max Weber tenne a Monaco di Baviera una conferenza intitolata proprio Politik als Beruf (trad. La politica come professione). Nel suo discorso il noto sociologo tedesco sottolineava come la politica non dovesse essere mera professione ma, al contrario, andasse concepita come vera vocazione (facendo anche leva sull’ambivalenza della parola beruf, che in tedesco significa sia mestiere che chiamata). Weber osservava come “O si vive per la politica o si vive della politica” e sul punto si era già espresso Aristotele nella sua Etica Eudemia, scrivendo: “la maggioranza di coloro che si dedicano alla politica ricevono questa denominazione non correttamente: infatti essi non sono politici secondo verità, perché l’uomo politico è colui che sceglie le azioni belle per se stesse, mentre la maggior parte sceglie questo genere di vita in vista delle ricchezze e del desiderio di potere”.
Quale, dunque, il ritratto dell’uomo politico ideale? Un soggetto che viva per la politica, avendo una vocazione? Qualcuno che la guardi come opportunità per contribuire all’amministrazione della res publica piuttosto che come un ambizioso e remunerativo posto fisso? Ebbene, a tal proposito è l’Antica Roma a offrirci un’esemplare storia di vita, che ci porta indietro di quasi tremila anni. Per l’esattezza, quanto segue accadde durante l’età repubblicana dell’Urbe e riguarda un tale Lucio Quinzio Cincinnato. Nato intorno al 520 a.C., questi aveva esordito nella politica romana a seguito della nomina a consul suffectus ossia console supplente, in sostituzione di Publio Valerio Publicola, caduto in battaglia. Questa sua esperienza alla guida della Repubblica durò pochi mesi, a causa dei contrasti a carattere militare che sorsero fra patriziato e plebe.
Secondo quanto riportato dallo storico Tito Livio, Cincinnato si ritrovò in serie ristrettezze economiche per via di suo figlio Cesone. Il giovane – coinvolto in vicende giudiziarie – fuggì in Etruria, costringendo il padre a pagare un’ingente somma ai mallevadori. La cauzione obbligò Cincinnato a vendere tutti i propri beni, lasciandogli le sole e inalienabili terre di famiglia. E fu proprio lì, nei quattro iugeri al di là del Tevere, che egli fece ritorno dopo il breve mandato da console.
Tuttavia, la sua carriera politica non si esaurì subito, perché Roma ebbe bisogno di lui appena due anni dopo. Era il 458 a.C. e i consoli in carica – Lucio Minucio Esquilino Angurino e Gaio Nauzio Rutilo – versavano in gravi difficoltà, non riuscendo a fronteggiare l’impetuosa minaccia degli Equi, al punto che Minucio era rimasto assediato nel suo stesso accampamento. In situazioni di simile delicatezza, l’assetto costituzionale prevedeva la magistratura straordinaria della dittatura, che veniva conferita con decisione unanime di consoli e Senato.
Già distintosi per il proprio acume giuridico e militare, Cincinnato si meritò l’incarico di dittatore. Scrisse Eutropio, “egli, trovandosi al lavoro impegnato nell'aratura, si deterse il sudore, indossò la toga praetexta, accettò la carica, sconfisse i nemici e liberò l'esercito”. L’intervento di Cincinnato fu rapido, efficace ed efficiente. Il dittatore, disponendo del summum imperium, ordinò la cessazione di ogni attività legislativa, giudiziaria e commerciale e si diresse verso l’accampamento di Minucio con soldati, armi, pali e cibo per pochi giorni. Il suo piano era trasformare i nemici da assedianti ad assediati e così, nella battaglia del Monte Algido, sconfisse gli Equi e liberò l’esercito romano. Seguirono i festeggiamenti della vittoria, Cincinnato provvide a spartire il bottino di guerra fra i suoi uomini e tornò ai propri campi. La dittatura avrebbe potuto durare per ben sei mesi e nessun’altra assemblea o magistratura avrebbe potuto farla decadere. Cincinnato, però, ritenne più opportuno restituire l’autorità assoluta e ritirarsi nei suoi campi dopo soli sedici giorni di mandato.
Il suo gesto è rimasto nella storia ed è stato negli anni tramandato come simbolo di modestia e di virtù. Persino Francesco Petrarca gli dedicò una delle biografie raccolte nel De viris illustribus, rappresentandolo come esempio di dedizione alla patria. Dante, invece, lo inserì nel quindicesimo canto del Paradiso, assieme a Cornelia (madre dei Gracchi) come antichi romani dalle condotte di vita sorprendenti. Da dittatore, Cincinnato godeva di grandi poteri e poteva facilmente sfruttare la sua posizione ed influenza politica per continuare una scalata al potere, essere eletto console e migliorare la propria condizione economica. Invece – pur essendo all’altezza dei ruoli – non ritenendosi più utile alla Repubblica, decise di tornare da sua moglie Marcilia ad arare i campi.





lunedì 15 gennaio 2018

Una giornata a Belfast / Gli attentati dell'IRA ai grandi magazzini Woolworth nel 1976

Gli attentati dell'IRA a Belfast

Una giornata a Belfast

Gli attentati dell'IRA ai grandi magazzini Woolworth nel 1976

17 GIUGNO 2011, 
GIÒ BARBIERI


Sono a Londra (1976) ospite del gruppo “Henry Cow”, che proprio in quel periodo iniziava la sua scalata al successo, con la foto della band pubblicata sulla copertina di Time Out. Sono qui, non perché musicista o fan, ma per puro caso. Anni prima, mentre Adriano Malavasi e io percorrevamo il litorale della costa spagnola, a bordo della mia Dyane 4 nuova (intenzionati a completare il giro del Mediterraneo), caricammo Maggie e Peter, due autostoppisti che si rivelarono personaggi straordinari, entrambi nati in Africa da genitori inglesi e trasferitisi poi, a Londra, da adolescenti. Visitammo insieme il Portogallo ed il Marocco, dando inizio ad un’amicizia che si protrasse per parecchi anni. In quel dicembre del ‘76 Maggie e Peter si erano lasciati e, nonostante ciò, mi ospitarono nella loro casa, divisa in armonia coi rispettivi nuovi partner: Maggie e Christian (batterista degli Henry Cow), poi, Alice (pittrice) e Peter. Abitava con loro anche Phill, il giovane direttore della casa discografica Virgin. Così passavo le giornate a sentire prove e vedere concerti da dietro le quinte: un vero spasso!

All’epoca, gli attentati compiuti nel nord Irlanda contro obiettivi inglesi e protestanti da parte dell’esercito clandestino dell’IRA (Irish Republican Army, formato da paramilitari cattolici integralisti in lotta per la secessione della regione qui chiamata Ulster, considerata da Londra parte integrante della Gran Bretagna), riempivano i telegiornali e, anche tra noi, si parlava molto del problema, tanto da farmi nascere il desiderio di andare a vedere di persona che atmosfera si respirava sul posto…

Il panico a Belfast


Qualche giorno più tardi, saluto gli amici e mi reco in autostop a Holyhead, punto d’imbarco per il traghetto diretto a Dublino. Dopo un sabato di fuoco passato nella capitale irlandese, con ubriachi e scazzottate da far west per le vie del centro (a testimonianza del carattere irruento di questo popolo dai capelli rossi), prendo il treno per Belfast, dove, in serata, alloggio in una pensione guarnita di tappeti e tendaggi unti e bisunti, in linea con lo stile trascurato di tanti alberghetti anglosassoni. Nella sala Tv un signore, particolarmente adirato per la politica di Nixon, mi ripete all’infinito che ‘non ha mai visto un popolo più stupido di quello americano’ associando la frase ad un ritornello vibrante che non posso esimermi dal ripetere: they like to destroy them-selves! (“amano auto-distruggersi”). Lo stesso signore, però, è felice di conversare sul problema irlandese con uno straniero e mi concede un breve sunto storico della situazione politica dell’Ulster.

L’organizzazione nazionalistica dell’IRA fu creata nel 1919, alla proclamazione unilaterale dell’indipendenza dell’Irlanda da parte del movimento Sinn Fèin (noi stessi, in gaelico), il principale antagonista nel conflitto con la Gran Bretagna. Dopo il trattato di Londra del 1921, che divise l’Irlanda, una parte dell’IRA rifiutò di abbandonare la lotta per l’unificazione del paese e fu allora dichiarata fuorilegge dal nuovo governo di Dublino. All’IRA ufficiale s’oppose una IRA dissidente, detta “provisional”, che tuttora sostiene la lotta armata, con i metodi della guerriglia e del terrorismo urbano, convinta che sia l’unico mezzo capace di costringere le truppe britanniche a lasciare il nord dell’isola. Oltre ai soldati britannici di stanza nell’Ulster, nel corso degli anni ’60 e ’70 i radicali dell’IRA hanno esteso la propria azione terroristica contro i protestanti, ma anche verso obiettivi politici nella stessa Inghilterra.

Il mattino seguente, di buon’ora, mi dirigo a piedi verso il centro, ansioso di documentare la situazione con la mia Nikon F3 armata di zoom 70-210. Noto subito un’infinità di militari con giubbetti antiproiettile, disseminati un po’ ovunque, che controllano le auto in transito attorno all’area centrale. I segni della guerriglia sono molto più evidenti di quanto si potesse immaginare guardando la televisione a casa. Dovunque edifici e chiese sventrate ed annerite dal fumo di esplosioni devastanti, palazzi pericolanti recintati da palizzate di legno su cui sta scritto BOMB DAMAGE. La scorsa notte è saltata anche un’ala della stazione dei treni ed una scritta frettolosa col gesso avvisa i passeggeri che non ci sono più strutture di conforto: due to bomb demage there are no toilet and facilities at this station.

Nei quartieri periferici le case distrutte e abbandonate aumentano di numero, così come le carcasse d’auto fatte esplodere e lasciate a bordo strada. Dalle finestre degli edifici condominiali, qua e là, sono esposti dei drappi con la scritta FUCK ARMY a caratteri cubitali, una provocazione sottolineata, con estremo disprezzo, da famiglie di religione cattolica, incuranti di ritorsioni o altro. Gruppi di militari perlustrano le strade, armati di tutto punto, camminano tra gente indifferente, ormai abituata alla loro presenza. Ogni 30-40 metri i soldati fanno improvvisi balzi felini, guardando verso l’alto, come per evitare imboscate di cecchini appostati dietro qualche finestra. Nonostante ciò la gente continua a fare le proprie compere senza degnarli di uno sguardo. Continui caroselli di autoblindo e landrover dell’esercito in formazione, stracarichi di soldati concentrati sui loro M16 rivolti ai piani alti delle case, contribuiscono a rendere l’atmosfera di Belfast assurdamente irreale. Da prima linea.

Distruzione dopo le bombe a Belfast


Eccitato per l’abbondanza di scenari d’eccezione, inizio a scattare immagini in tutte le direzioni, quando, in un crocevia, tre blindati si fermano a una trentina di metri. I militari escono a frotte dai portelloni posteriori e, invece di venire verso di me, occupano subito i quattro angoli dell’incrocio. Un gruppo di loro attende il via libera prima di avvicinarsi, facendo un ampio giro intorno a me: “tipiche strategie da anti-guerriglia urbana”. Poi, via radio danno i miei dati alla centrale e solo dopo il controllo mi salutano gentilmente, con la raccomandazione di fare attenzione. Addirittura, un giovanissimo soldato scozzese mi consiglia di visitare la cittadina storica di Sterling, a nord di Glasgow, ed io, una volta lasciato l’Ulster, seguirò il suo consiglio.

Poco dopo inquadro con l’obiettivo un gruppo di militari con cani lupo al guinzaglio e vengo avvicinato bruscamente per un ulteriore controllo. Segnalano la mia presenza, uno spaghetti-reporter, ma alla centrale li rassicurano che hanno già i miei dati. Nell’arco di due ore mi fermano sei volte, mi consigliano di interrompere il mio reportage e di “mettermi quieto": sono seccati di registrare segnalazioni sulla mia persona. Nell’ora seguente mi fermano ancora tre volte e in questa occasione minacciano l’arresto, convinti che li stia prendendo in giro all’”italiana”, mentalità intollerabile da queste parti. Tuttavia, c’è ancora molto da vedere e la mia sete è lungi dall’essere placata. Non posso però esagerare, pertanto mi metto in cerca di un osservatorio particolare, un punto in cui sia possibile fotografare senza essere visti.

Mi accodo alla fila per la perquisizione al gate che introduce al centro storico della città, completamente delimitato da alte cancellate in ferro. Le vie del centro sono ricche di immagini degne di scatti e fremo, finché trovo ciò che cercavo: un bar coi tavoli dietro una grande vetrata, affacciata sulla piazza centrale. Ordino una specie di cappuccino e mi perdo qualche attimo ad osservare l’attività da vertigini dei puliscivetri locali che, dal secondo e terzo piano, escono in piedi sul davanzale e si muovono da una finestra all’altra con estrema disinvoltura, senza alcuna imbragatura o appiglio che non siano le loro mani. Fotografo col massimo relax, senza problemi di controlli, quando, all’improvviso, vedo una crescente agitazione collettiva: gente e militari che corrono in tutte le direzioni proprio davanti al mio “osservatorio”. Scatto a raffica quando, nel pieno del mio furore creativo, entra nel locale un militare stralunato che ordina a gran voce di uscire di corsa perché sta per esplodere una bomba!

Segue un fuggi fuggi generale, il proprietario estrae rapidissimo il cassetto con l’incasso ed io rimango solo nel locale per altri pochi ma intensissimi minuti ad immortalare scene di autentico panico. Un’opportunità talmente ghiotta da rendermi incurante del rischio e insensibile alla paura. Quando finalmente mi decido ad uscire, sulla soglia della porta sento una forte deflagrazione ed alcuni vetri in frantumi mi cadono addosso. La bomba è esplosa all’interno dei grandi magazzini Woolworth (uno dei simboli del dominio economico britannico), con l’ingresso accanto alla porta del bar, e il massiccio edificio di tre piani è completamente in fiamme. Per la violenza dell’esplosione, anche il palazzo di cinque piani posto alle spalle del famoso megastore sta bruciando. Arrivano i pompieri con numerose cisterne, lunghe scale e idranti, si adoperano con grande perizia e vigore, mentre la folla applaude all’incendio indirizzando frasi di scherno ed insulti ai militari britannici. Fortunatamente, per evitare vittime i militanti dell’IRA hanno telefonato alla polizia pochi minuti prima dello scoppio. Non potevo sperare di meglio: non ho neppure pagato il cappuccino!

Ho esaudito un mio desiderio primario, ora mi sono fatto un’idea più realistica riguardo l’atmosfera che si respira per le strade di Belfast… e sono pronto a continuare il viaggio.