Chi di voi non ha presente La ragazza afgana, celebre foto scattata da Steve McCurry nella tenda-scuola di un campo profughi in Pakistan? L’anno era il 1984 e i suoi erano occhi d’acqua. Occhi liquidi – per colore e profondità – incorniciati dal tessuto rossastro di un burqa. Occhi immensi, perché tutto avevano ancora da vedere e troppo avevano già visto. Il male, il sopruso, la violenza. Quello sguardo, divulgato mediante la copertina del National Geographic, catturò milioni di spettatori. Era lo sguardo limpido e spaventato di una ragazzina di appena dodici anni, appartenente a una delle più note tribù guerriere afgane: i Pashtun.
Street Art a Kabul

Oggi quella ragazzina è una donna e una madre. Ma ancora vive, come tutte le donne afgane, una condizione di inaccettabile sopraffazione. Negli anni le cose sono certamente migliorate, i crimini sono forse diminuiti, ma il cuore della questione rimane pressoché invariato: la donna vale poco più di niente. “E le donne avranno diritti simili ai loro doveri, in base a ciò che è equo ma gli uomini gli sono superiori.” (C.2:228). Sono versetti estrapolati dal Corano e sono la sintesi di una mentalità fondata sull’oppressione femminile e sulla negazione dei diritti più ovvi.
In Afghanistan, infatti, le donne sono di proprietà dei loro uomini. Servono essenzialmente a procreare, a soddisfare i loro desideri sessuali, a tenere in ordine la casa, a badare ai bambini, a far da mangiare e a tacere. Sì, le donne servono a tacere. Tacere per fare in modo che i loro uomini si sentano gloriosamente grandi e sovrastanti. Tacere per confermare ulteriormente chi detiene il potere, senza neppure badare al fatto che il genere assoggettato è in verità quello di chi li ha generati, perché ogni uomo ha abitato il grembo di una donna ed è vivo grazie ad essa. Eppure.


Eppure lo strapotere esiste ed è cruento. Esiste ed è presentificato dal blu di una corazza imposta: il burqa.


Shamsia Hassani e i suoi graffiti


Il burqa è l’indumento che le afgane abbienti della fine del XIX secolo furono costrette a indossare per non “indurre in tentazione” altri uomini. Divenne poi di uso comune – e obbligato – con l’avvento del Regime Talebano; a quel punto la donna non doveva, neppure per errore, scoprire anche solo il collo del piede o la caviglia. Sarebbe stata frustata e percossa. Durante il governo dei Talebani a Kabul le donne che lavoravano come medici o infermiere al di fuori delle mura domestiche furono costrette ad abbandonare la loro professione e a indossare il burqa. Picchiate e stuprate tutte le volte in cui tentarono di ribellarsi, si ammalarono di depressione o altre nevrosi e molte di esse morirono per suicidio o mancanza di cure, perché neppure ai medici era consentito avvicinarle. La sola cosa che potevano fare era obbedire.

I graffiti di Shamsia Hassani per le vie di Kabul

Si trattò di restrizioni inaccettabili per noi, ma quotidiane per loro, soprattutto negli anni che andarono dal 1996 al 2001. Tra le molteplici proibizioni vi erano: il divieto di studiare in istituzioni scolastiche, il divieto di lavorare al di fuori delle mura domestiche, il divieto di uscire di casa da sole (ogni donna doveva essere accompagnata da un uomo di famiglia, marito, fratello o padre), il divieto di parlare a un uomo che non fosse il loro accompagnatore, il divieto di praticare sport, il divieto di farsi fotografare o di apparire in televisione, il divieto di affacciarsi ai balconi delle loro case, il divieto di parlare a voce alta o ridere in pubblico, il divieto di incontrarsi tra loro in luoghi pubblici, il divieto di usare pantaloni sotto il burqa. E non in ultimo, la lapidazione in caso di accuse relative a relazioni extraconiugali. Ce la ricordiamo tutti la vicenda di Amina, ventinovenne lapidata a morte pubblicamente perché accusata di adulterio. Era il 2005, certo, ma il rischio che la pena per lapidazione torni ad essere introdotta nella Carta Costituzionale, esiste da almeno un anno.
Tutto’oggi il fondamentalismo islamico uccide le donne, se non nel corpo, certamente nello spirito. E brutalità simili sono difficili da comprendere per chi, come me, è nata in un Occidente in cui si hanno certamente più diritti. Benché lo leggiamo, benché ne sentiamo parlare, sono certa che noi donne italiane, europee, occidentali – che guidiamo la nostra auto, indossiamo i nostri jeans, calziamo le nostre decolleté con tacchi a spillo, ci incontriamo per un happy hour, andiamo al cinema o visitiamo mostre, postiamo foto in bikini sul nostro facebook – tutto questo non ce lo possiamo neppure immaginare. Per quanto il fenomeno della violenza e della prevaricazione di genere infligga anche la nostra società e per quanto le percentuali riguardanti il femminicidio siano significative e preoccupanti, sono certa che determinate restrizioni risultino incomprensibili per donne che come me possono svolgere la propria professione, indossare gli abiti che preferiscono, esprimere liberamente il proprio pensiero e salire sui tacchi col proprio cervello.
Ma in Afghanistan la mentalità integralista e guerrafondaia è ancora potente. Forse oggi alcune giovani donne privilegiate possono permettersi di studiare all’Università e di indossare il cosiddetto “velo islamico” (che copre esclusivamente testa, collo, spalle e orecchie) in luogo del burqa. Ma la sostanza non muta di molto. Eppure. Eppure qualcosa d’altro si muove. È il desiderio di lottare per il bene, per la libertà, per il rispetto. È il desiderio di cambiare le cose attraverso una rivoluzione creativa. Una rivoluzione che si serva dell’arte per parlare al popolo, perché in fondo l’arte è sempre stata questo: comunicazione e rivolta. E a volere questa rivoluzione è proprio una donna: Shamsia Hassani.
Kabul

Più giovane della celebre foto di Steve McCurry, Shamsia vanta il primato di essere la prima donna graffitista in una realtà come quella afgana. Ha 25 anni, un po’ di bombolette spray tra le mani e sogni ben definiti. Dipinge sui muri fatiscenti della sua città. Li sceglie setacciando le periferie. Progetta l’immagine da realizzare e poi – velo in testa e mascherina sulla bocca – prende a lavorare munita di bombolette, vernici acriliche e piccoli pennelli per i contorni e le rifiniture. Il suo agire la porta a rischiare ogni giorno molestie o aggressioni. Spesso, mentre lavora, le vengono violentemente gettati dei sassi. Allora si ferma, rientra nella propria abitazione e, seduta davanti al suo pc, prende a rielaborare in Photoshop ogni dettaglio dell’intervento urbano momentaneamente interrotto. “Dall’arte può scaturire il cambiamento, ne sono certa”. Lo dichiara con estrema sicurezza e vive il pericolo di questa certezza. Il suo nome significa “sole” e lei stessa ama le giornate soleggiate, in cui è possibile dipingere in piena luce.
Shamsia è nata in Iran nel 1988 da rifugiati afgani, originari del Kandahar. Si è trasferita a Kabul nel 2005 (proprio mentre Amina veniva lapidata) e lì ha potuto intraprendere gli studi d’arte che in Iran le erano stati preclusi. Inizialmente dipingeva su tela, ma nel 2010 scoprì il potere comunicativo della Street Art. Accadde durante un workshop tenuto a Kabul da un graffitista inglese: Chu. Quell’esperienza fu per lei una seducente rivelazione. E così, prese a realizzare graffiti per arrivare al cuore della gente.
Un murale di Shamsia Hassani a Kabul

“Se esponi in un’esibizione la gente comune nemmeno lo sa, se invece riempi le strade di graffiti tutti possono vederli e conoscere la tua arte.” Il popolo afgano – e in particolar modo quello residente a Kabul – non ha una grande cultura artistica e non è avvezzo a visitare mostre, dunque il messaggio insito in un’opera su tela esposta in galleria rischia di andar perso o di restarsene raggomitolato su se stesso, mentre un dipinto murale è qualcosa che non si può evitare di vedere, se gli si passa accanto. Arriva prima della scelta stessa di vederlo. E questa immediatezza visiva era proprio quello che Shamsia cercava. Parlare al popolo mediante immagini, portare l’arte nei luoghi del degrado, sulle pareti di edifici danneggiati dalla guerra e dai bombardamenti. E lasciare che mura abbandonate accogliessero la rigenerante vitalità della pittura.
Nella periferia di Kabul Shamsia ha realizzato numerosi graffiti al fine di coprire le brutture della guerra e al contempo portarle a memoria. E come i writer statunitensi dei primi anni Settanta inondarono di tag muri e vagoni del metrò, allo stesso modo Shamsia ha invaso la sua città di burqa color cielo. “Di solito dipingo donne con il burqa ma in una versione più moderna. Voglio raccontare le loro storie e trovare un modo per salvarle dal buio”. Le sue silhouette raccontano molto e Shamsia stessa ha la pretesa di combattere una mentalità di pietra: “La gente è convinta che il problema principale della donna afgana sia il burqa, quindi eliminato quello la situazione sia risolta. In realtà c’è una mentalità da combattere, che porta il sesso femminile ad essere escluso dai canali di istruzione, ad essere relegato in casa e costretto a una vita già programmata di moglie e madre”.
Un murale di Shamsia Hassani a Kabul

Sui muri di Kabul giganteggiano sagome in burqa dalle vivide cromie. E s’innalzano austere, dai ciottoli alle nuvole. Costruite da una linea di contorno che curva sulla testa e si fa spigolosa in prossimità delle spalle, appaiono titaniche nella speranza. Accanto ai loro corpi linee curve e arricciolate – quasi bolle o onde del mare – accentuano il valore simbolico del suo lavoro. Quei riccioli e quelle bolle sono infatti l’emblema di tutte le parole non dette, ingoiate, taciute; tutte le parole che le donne afgane non hanno mai avuto il diritto di pronunciare.
Uno dei suoi graffiti più noti a Kabul ritrae una donna in burqa seduta sui reali gradini di un’abitazione diroccata. Secondo Shamsia è la rappresentazione dell’incertezza femminile odierna e vive, quindi, l’eterna esitazione: non sa se si riuscirà a “salire” recuperando una posizione più dignitosa all’interno della società, o se subirà un più disastroso crollo. Ma intanto, aspetta. Aspetta fiduciosa, seduta sulla sua domanda. Fiduciosa come Shamsia, che oggi è docente di scultura presso la Facoltà di Belle Arti di Kabul e continua a serbare in cuore sogni e tenacia. Il suo più grande desiderio è quello di fondare una scuola per graffitisti mediante la quale diffondere il “verbo” visivo per le strade della sua città. Sogna di istituire un gruppo di studenti determinato a operare in questa direzione. E sogna anche di potere un giorno collaborare con Banksy. Nell’attesa, ha riprodotto alcune sue icone in bianco e nero in qualche pezzo della sua serie Dreaming Graffiti. “Ho cominciato a praticare l’arte come ogni altro, ossia da piccola. Solo che molti una volta cresciuti si arrendono. Io non ho mollato”. Grazie infinite Shamsia, per questa grande lezione di coraggio.