mercoledì 30 ottobre 2019

Alda Merini / Le più belle poesie








Alda Merini
LE PIÙ BELLE POESIE

Le più belle poesie
si scrivono sopra le pietre
coi ginocchi piagati
e le mani aguzzate dal mistero.
Le più belle poesie si scrivono
davanti a un altare vuoto,
accerchiati da agenti
della divina follia.
Così, pazzo criminale qual sei
tu detti versi all'umanità,
i versi della riscossa
e le bibliche profezie
e sei fratello a Giona.
Ma nella Terra Promessa
dove germinano i pomi d'oro
e l'albero della conoscenza
Dio non è mai disceso nè ti ha mai maledetto.
Ma tu sì, maledici
ora per ora il tuo canto perchè
sei sceso nel limbo,
dove aspiri l'assenzio
di una sopravvivenza negata.


Alda Merini / So che un amore


Alda Merini
SO CHE UN AMORE
So che un amore
può diventare bianco
come quando si vede un'alba
che si credeva perduta



martedì 29 ottobre 2019

Artemisia per Alda Merini, la mostra


Artemisia per Alda Merini, la mostra

Cinque pittrici, che si identificano in una sola identità, quella di Artemisia, raccontano, attraverso le loro opere, il senso della poesia e del personaggio di Alda Merini. Dall'8 al 14 ottobre a Milano

Salinger, i nuovi misteri del «papà» di Holden

J.D. Salinger


Una nuova biografia che indaga l'enigmatica figura dello scrittore; un documentario al cinema; una nuova traduzione del suo romanzo più famoso, Il Giovane Holden: in attesa dei libri inediti previsti per il 2015, ecco come e perché Salinger è tornato improvvisamente in auge

lunedì 28 ottobre 2019

Celia Paul’s Painter and model


Celia Paul, Painter and model, 2012


Celia Paul’s Painter and model



Celia Paul è una artista inglese nata nel 1959 in India, vive e lavora a Londra. Due suoi quadri, tra cui Painter and model del 2012, sono esposti alla mostra All too human, Bacon, Freud and a century of painting life, in corso fino al 27 agosto 2018 alla Tate Britain di Londra.
Painter and model di Celia Paul ha lo stesso titolo del quadro di Lucian Freud, che raffigura Paul in piedi con in mano i pennelli e il pittore, sdraiato nudo sul divano di fronte a lei. Nel suo quadro Celia Paul raffigura se stessa, pittrice e modella, seduta su una sedia, come spesso raffigurava la madre, il più frequente soggetto dei suoi quadri. Con Lucian Freud Paul  ebbe una  relazione in giovane età e un figlio, i due si conobbero alla Slade School of Fine Art di Londra, dove Paul studiava (Artist and muse Celia Paul, Independent, 10 ottobre 2012). Durante il periodo della loro relazione fu anche una sua modella. Dopo la fine della relazione con Freud Paul ha continuato a dipingere, sette opere della pittrice sono in mostra al Yale Center for British Art dal 3 aprile al 12 agosto 2018

Di recente l’artista ha dichiarato che i suoi prossimi quadri avranno come soggetto le ” potenti figure maschili “ della sua vita, ” Penso, ha detto, che sia ovvio che bisogna comprendere la propria posizione come donna in relazione a quello che rimane un mondo retto da uomini “. (New York Times, An artist’s Muse steps out of the Shadows with paintings of her own, 5 marzo 2018)


ultima modifica 2/04/18

Celia Paul / The Metropolitan Opera

Celia Paul, Painter and Model, 2012
Courtesy the artist and Victoria Miro, London



Celia Paul
THE METROPOLITAN OPERA
Celia Paul, Kate Resting, 2009
Courtesy the artist and Victoria Miro, London
Celia Paul
Waves, 2015 Celia Paul
Oil on canvas 
112.5 x 198 x 7 cm 44 1/4 x 78 x 2 3/4 in 
Courtesy the artist and Victoria Miro, London


Celia Paul
My Little Mother, 2000-2014
Oil on canvas
142.2 x 142.2 cm
56 x 56 in
Courtesy the artist and Victoria Miro, London

Celia Paul
My Mother Turning
, 1999
Oil on canvas
167.6 x 137.2 cm
66 x 54 1/8 in
Courtesy the artist and Victoria Miro, London

Celia Paul
Alice
, 2014
Oil on canvas
55.9 x 63.5 cm
22 x 25 in
Courtesy the artist and Victoria Miro, London

Celia Paul
Dark Painting of a Woman
, 2000
Oil on canvas
161.3 x 85.2 x 8.3 cm
63 1/2 x 33 1/2 x 3 1/4 in
Courtesy the artist and Victoria Miro, London

Celia Paul
Mandy in Sunlight
, 2014
Watercolour and pastel
25 x 28.2 cm
9 7/8 x 11 1/8 in
Courtesy the Artist, Adam & Rowe, and Victoria Miro, London

Celia Paul
Self-portrait
, 2007
Pencil on paper
14 x 14 cm
5 1/2 x 5 1/2 in
Courtesy the Artist, Adam & Rowe, and Victoria Miro, London

Celia Paul
Kate in White, Early Summer
, 2015
Oil on canvas
127 x 101.6 cm
50 x 40 in
Courtesy the artist and Victoria Miro, London

Celia Paul
Tide
, 2015
Oil on canvas
106.7 x 142.2cm
42 x 56 in
Courtesy the artist and Victoria Miro, London

Celia Paul
Gillian II, 1994-95
Oil on canvas
122 x 122 cm
48 1/8 x 48 1/8 in
Courtesy the artist and Victoria Miro, London

Celia Paul
Linda
, 1989
Ink and pastel on paper
52 x 49.5 cm
20 1/2 x 19 1/2 in
Courtesy the artist and Victoria Miro, London

Hilton Als
Celia. Cambridge University. July 10, 2014

Courtesy the artist and Victoria Miro, London
Grand Tier and Gallery Met

 

domenica 27 ottobre 2019

Il volo dei putti di Vasari dal suo soffitto alla Sicilia


Il volo dei putti di Vasari dal suo soffitto alla Sicilia

ADRIANA RICCOMAGNO
23 Ottobre 2019
Quarant’anni in una collezione privata, poi la scoperta: i due pannelli dipinti a olio, a lungo attribuiti a un discepolo del raffaelliano Innocenzo da Imola, ma in realtà dipinti da Giorgio Vasari, probabilmente erano parte del soffitto della casa dell’artista. Per la prima volta dopo il recente riconoscimento come parte del polittico del più noto esponente del Manierismo, le due opere arriveranno a Torino per la settima edizione di Flashback, in programma al Pala Alpitour dal 31 ottobre al 3 novembre.
«L’opportunità di esporre opere del Vasari è importante perché conferisce prestigio alla manifestazione – spiega Ginevra Pucci, che ne è curatrice insieme a Stefania Poddighe: Inoltre la storia dei due dipinti ci richiama al tema di quest’anno, “Gli Erranti”, perché il viaggio che le porterà da noi è stato lungo e tortuoso».
Le coppie di putti, allegorie di estate e inverno, arriveranno da Londra con la Galleria Piacenti ma la loro storia, che pur mantiene un alone di mistero, è stata illuminata negli Stati Uniti: «L’unica mappa per ricomporre i pezzi del cielo perduto in cui fluttuano i soggetti è un disegno preparatorio custodito all’Art Institute di Chicago, a lungo attribuito a Prospero Fontana. Dal 2015 Philip Pouncey e Florian Härb hanno confermato che sia i panelli superstiti che il disegno preparatorio sono di Giorgio Vasari».
Secondo la ricostruzione degli studiosi, le quattro allegorie delle stagioni circondano la scena biblica di Eliezer che incontra Rebecca e la sceglie come sposa per Isacco dopo aver avuto prova della sua bontà: «I quadri hanno viaggiato da una dimora toscana del Vasari a una collezione siciliana e che, per stile, appare antecedente alle allegorie delle stagioni. Anche per questo è difficile risalire a una datazione precisa di queste opere».
Flashback.  Dal 31 ottobre al 1 novembre al Pala Alpitour di Torino.

sabato 26 ottobre 2019

Pier Paolo Pasolini (1922-1975)


Pier Paolo Pasolini
David Levine


Pier Paolo Pasolini (1922-1975)


Giuseppe Barreca
Lunedi 2 novembre 2009

È impossibile parlare di Pier Paolo Pasolini in poche righe; ma vorrei provare a scrivere alcune cose che galleggiano nella mia mente; lo faccio senza un progetto espositivo, ma quasi d’istinto, a 34 anni di distanza dal suo assassinio, il 2 novembre 1975.

Lui stesso non amerebbe la retorica, né alcuna celebrazione; sarebbe superfluo dire Pasolini che “ci” manca… sì, manca anche a noi nati durante gli anni Settanta, che non l’abbiamo conosciuto, se non attraverso le sue poesie, i suoi libri, i suoi romanzi, i suoi film, le sue apparizioni televisive.

Quando scrive Le ceneri di Gramsci (qui c’è un'interessante analisi del testo mentre qui c’è il testo), Pasolini è giovane; crede ancora, forse, nel proletariato italiano (o meglio nel sottoproletariato), inteso non tanto come classe sociale rivoluzionaria, bensì come insieme di individui capaci di intercettare e incarnare ancora il sentimento autentico della vita, la genuinità dell’esistere.

Per inciso, i versi de Le ceneri di Gramsci possiedono anche un notevole valore poetico, perché i componimenti sono scritti impiegando magistralmente la terzina dantesca, una metrica non utilizzata nella poesia italiana d’allora, sempre più favorevole al verso libero; non solo, nella poesia si riscontrano echi di Giovanni Pascoli, eppure Pasolini appare ugualmente moderno, un anticipatore delle avanguardie poetiche degli anni ’60.
Pasolini credeva nel popolo, non nella “gente”, come si dice oggi, e neppure nella “pubblica opinione” o nella triste “società civile”. Non era però populista, né demagogo, bensì, potremmo dire, un popolare. Anni più tardi, deluso dal sottoproletariato italiano che, folgorato dal boom economico, si dedica al consumismo e smarrisce se stesso, Pasolini volgerà altrove il suo interesse per una forma di vita semplice, primigenia. Il consumismo secondo lui diventa una specie di droga che annichilisce lo spirito di rivolta del proletariato, e lo tiene alla catena, lo controlla, proprio grazie al “benessere” (TV, lavatrice, lavastoviglie, automobile). Viene fatto credere che questo benessere sia alla portata di tutti: l’importante è lavorare e tacere. Che non avere l’automobile è una vergognosa mancanza, mentre non leggere libri non è qualcosa di grave. È questo consumismo una nuova forma di fascismo, anzi, il vero fascismo, mascherato da regime democratico, si domanda in questo video il poeta...
Un uomo come Pasolini odia il conformismo piccolo borghese, anche se non è, lui, un intellettuale radical-chic, bensì un uomo che cerca il popolo, nelle sue opere, nei film, nelle sue storie che racconta (che descrive nei suoi romanzi, si pensi a Ragazzi di vita), ma anche dentro le notti romane. È proprio l’avversione verso il conformismo piccolo-borghese che guida molte sue riflessioni L’emancipazione del sottoproletariato avviene dunque non attraverso una rivolta, o un riscatto della propria vita che possa salvaguardare e arricchire il carattere autentico, genuino dell’esistenza. Tale riscatto, invece, avviene adeguandosi ai canoni borghesi della vita ordinaria, attraverso il trinomio casa-famiglia-lavoro.
Si pensi a Ragazzi di vita, romanzo uscito nel 1946. Uno dei primi eventi che rapisce l’attenzione del lettore è contenuto nel primo capitolo del libro, quando il protagonista (un ragazzo del sottoproletariato, che, come diremmo oggi, “vive di espedienti”), il Riccetto, si getta dalla barca in mezzo al fiume per salvare una rondine che stava affogando. A questo episodio corrisponde specularmente, in opposizione, un avvenimento posto quasi all’epilogo del romanzo. In questo caso il Riccetto - scontati gli anni di carcere e “messa la testa a posto”, secondo i canoni borghesi del “casa-lavoro-stipendio” -, pur commuovendosi, non muove un dito per salvare dall'annegamento nel fiume Aniene il giovane Genesio, considerando la situazione troppo rischiosa per intervenire. Il primo Riccetto, quello delle vagabonde scorazzate, degli espedienti più o meno legali per sopravvivere, dei furti e delle disonestà, è un ragazzino capace di provare un sentimento di pietà e di compassione per un uccellino, tanto da non indugiare un solo secondo per salvarlo; di contro, il Riccetto responsabilizzato, quasi borghese è, come dice lo stesso Pasolini, un personaggio piatto, vuoto, che, influenzato dai canoni della società borghese, ha perduto quegli slanci di pura umanità che permanevano sotto la scorza da piccolo delinquente; egli è rimasto intrappolato in quello spirito egoista da membro della classe media - cui nonostante tutto non apparterrà mai - abbandonando definitivamente quei tratti di peculiarità popolana che la vita di borgata gli aveva cucito addosso.
Negli anni ’60, secondo Pasolini ormai lo spirito autentico dell’uomo non esiste più nella decadenti società occidentali; o forse i veri figli del popolo, nella società italiana che a fine anni ’60 sembra, in apparenza, scuotersi dal torpore conformista, esistono ancora. Ma Pasolini li “trova” dove meno ce l’aspetteremmo: tra i poliziotti, impegnati il 1 marzo 1968 a contrastare gli studenti universitari che manifestavano a Roma: "Il PCI ai giovani". Con questa poesia Pasolini non intende, semplicisticamente, assumere una posizione da bastian contrario e difendere i poliziotti contro gli studenti in rivolta, ma vuole rimarcare come la generazione del 1968 fosse ormai in ritardo e, resa “molle” da anni di benessere e consumismo (loro sono i “figli di papà”), non fosse più in grado di porsi veramente come punta di diamante del cambiamento dell’Italia, un paese ormai annegato in un conformismo feroce.
Non so Pasolini avesse ragione; non c’è qui spazio per parlare del ’68, di quello che ne seguì: del rinnovamento della società italiana, del costume, ma anche della violenza politica. Forse non vale la pena nemmeno rammentare come molto ex-sessantottini siano finiti “dall’altra parte”. Piuttosto, la nostra generazione dovrebbe chiedere conto ai nostri padri, perché ci hanno “lasciato” una società dove si fatica a trovare una collocazione, dove il precariato lavorativo è spesso una costante. Sembra quasi che, usciti sani e salvi dalla faticosa ricostruzione post-bellica, la generazione dei nostri padri si sia pappata tutto, lasciando a noi solo delle briciole, mentre molti di loro, ancora, occupano i posti di potere. Chissà se Pasolini aveva intuito anche questo.
Tornando a lui, dicevo… questo trionfo del consumismo, dell’omogeneizzazione culturale sarebbe favorito secondo Pasolini da un (allora) nuovo strumento culturale, che per definizione, essendo un “mass-media”, tende alla mediocrità, a livellare verso il basso di questo paese, al di là delle intenzioni di chi ci lavora. Fa impressione sentire Pasolini che, negli anni ’60, afferma che la TV, come mezzo di massa, è alienante (in senso marxista?), sia perché “mercifica” quel che si dice, sia perché rende lo spettatore “inferiore” rispetto a colui che parla in TV che viene visto come “superiore”, non per le cose che dice, bensì solo perché appare in televisione.
La lucidità di un uomo come Pasolini colpisce perché egli è stato capace di vedere e denunciare fenomeni culturali e sociali (il consumismo, l’appiattimento culturale della società, la vittoria del superfluo, del materialismo, la ricerca del successo a ogni costo) che ai suoi tempi erano ancora in embrione e che solo più tardi prenderanno forma, soprattutto dopo gli anni ’80.
Naturalmente, Pasolini era anche un uomo del suo tempo; non si vuole dire che egli avesse sempre ragione, né che non sbagliasse mai. Nelle cose che dice o scrive si possono senz’altro trovare opinioni che non si condividono. Ma in lui sembra rilucere, sempre, una ricerca, disperata, dell’autenticità; come se per lui cadere nel pregiudizio, nel populismo, nell’ovvietà, fosse un delitto, una resa ignominiosa alla terribile cultura di massa.
Pasolini era un “diverso” per scelta, potremmo dire; non perché fosse omosessuale, né perché vivesse appieno questa sua omosessualità. Ma perché non taceva; perché non aveva paura di dire quello che pensava, sempre. Un intellettuale come lui, in una società che teme un pensiero che si distingue dagli altri, è condannato alla solitudine. A una solitudine talvolta cercata, altre volte sofferta. E solo la compagnia dei suoi ragazzi di vita, la sera, forse gli dava requie. Eppure era un uomo che, sebbene facesse scandalo, non desiderava farlo, né stupire per degli eccessi. Ecco, Pasolini odiava chi si scandalizzava. Nel suo film-documentario “Comizi d’amore”, a un certo punto egli dialoga con Alberto Moravia e Cesare Musatti proprio sul senso della parola “scandalizzarsi. Moravia afferma che “le cose che si capiscono non scandalizzano”. Una frase su cui riflettere bene ancora oggi.


POESIA E SCRITTURA




venerdì 25 ottobre 2019

Un altro classico / "L'educazione sentimentale" di Flaubert



Un altro classico
Gustave Flaubert
"L'educazione sentimentale"

Giuseppe Barreca
sabato 6 agosto 2011



Ci vogliono 250 pagine prima che la signora Arnoux si rechi a casa di Frédéric Moreau; ma non lo fa per amore, perché non sappiamo ancora se lei lo ama mentre, sin dalle primissime pagine, l’autore ci ha rivelato la passione intensa di Frédéric per lei. Flaubert ci dice, infatti, che, quando Frédéric la vede la prima volta, la signora Arnoux per lui è come un’apparizione.

La signora Arnoux dunque è a casa di Frédéric. Ma deve solo chiedergli aiuto: il marito, amico del “ragazzo”, ha avuto sfortuna con gli affari e Frédéric ha disponibilità economiche… inutile aggiungere che il protagonista andrà in soccorso della famiglia Arnoux. Tuttavia la signora in questione non si mostrerà particolarmente riconoscente. Così Frédéric masticherà amaro. La signora Arnoux per il momento rimane irraggiungibile per Frédéric, benché egli la desideri oltre ogni cosa. Quando va via da casa sua, egli si mette a baciare tutte le cose che lei ha sfiorato o toccato.

Il “rivale” di Frédéric, il marito di lei, ossia Jacques Arnoux, è proprio il contrario del Nostro. Quanto Frédéric cerca di apparire sensibile, delicato, misurato, tanto l’altro è grezzo, bonaccione, edonista. Jacques Arnoux tradisce la moglie con una “mantenuta”, Rosanette, ma siamo nell’Ottocento borghese e dunque nessuno dice niente, anzi. L’uomo ha il diritto di tradire; la donna, se lo fa, è una puttana o, per essere più eleganti, una mantenuta.




Anche Frédéric ama la vita godereccia e ogni tanto si getta in essa: partecipa a balli, a pranzi, alle occasioni mondane. D’altra parte è benestante, ha del denaro, degli amici più o meno scapestrati, tutti persi a inseguire sogni artistici, politici o letterari; lui no. O meglio, ogni tanto si cimenta in qualche impresa intellettuale, ma è un inconcludente nato. Ha passioni politiche confuse. La sola certezza è che ama la signora Arnoux, anche se intreccia un’intesa relazione con l’ex amante di Jacques Arnoux, Rosanette, con la quale ha anche un figlio che morirà ancora bebè.
Flaubert tratteggia in modo magistrale il parallelo tra le due donne amate da Frédéric. Rosanette è passionale, campagnola, cinica ma anche tenera, tremendamente sola e spesso povera in canna; la signora Arnoux è il suo opposto: capelli corvini, bellezza pura, portamento nobile che ispira rispetto, è fedele al marito e alla famiglia nonostante i tradimenti subìti. Frédéric le amerà entrambe, ma in modo diverso: Rosanette è amata per la carne, la signora Arnoux per l’anima. E Flaubert ci fa capire che l’unico autentico amore di Frédéric è quest’ultimo, perché non morirà mai, durerà fino a quando la signora Arnoux avrà i capelli bianchi. Eppure i due non avranno mai contatti intimi, solo alcuni baci.
Finalmente, la signora Arnoux un giorno confesserà di amare Frédéric. Prima a se stesso e poi al ragazzo. E siamo già ben oltre la metà del romanzo: i due si conoscono ormai da otto anni. Nel descrivere la nascita di questa passione Flaubert è cauto: egli sembra condividere la “sacralità” del sentimento d’amore, quello provato da Frédéric verso la signora Arnoux. La delicatezza di questa passione, tanto duratura perché unisce corpo e anima, traspare per tutto il romanzo; l’opera diventa allora il racconto di un’educazione sentimentale di un giovane uomo che scopre l’amore giovanissimo e che non abbandona mai un’idea romantica dell’amore.
Il personaggio di Frédéric, a tratti, ci appare forse un po’ demodé: attorno a lui, al contrario, la borghesia parigina si dà alle migliori (o peggiori) gozzoviglie, sia in campo sessuale sia culinario, senza curarsi di nulla se non di salvare le apparenze. In fondo solo quello conta. Frédéric invece è diverso, è un’anima di altri tempi: egli cede soltanto per inerzia al girotondo dei balli, dei pranzi luculliani, dello sfarzo, degli abboccamenti da boudoir. Oltre a Rosanette, egli avrà anche un’altra amante, la signora Dambreuse, moglie e poi vedova di un ricchissimo uomo d’affari; ma l’abbandonerà, sulla soglia di un matrimonio assai vantaggioso, allorché la nobildonna offenderà la signora Arnoux, ormai caduta in disgrazia a causa dell’ennesimo fallimento finanziario del marito.
Lo sfondo della storia di Frédéric e della signora Arnoux è la Francia del decennio 1840-1852: un periodo storico travagliato, dove la rivolta contro l’ultimo retaggio del regime monarchico-reazionario, istituito nel 1830, sfocia in un 1848 che dà speranze di democrazia, ma che terminerà, mestamente, nel 1852, con l’ascesa al potere del regime plebiscitario di Luigi Napoleone III, prima Presidente della Repubblica e poi imperatore.
Ma i due protagonisti e gli altri personaggi del romanzo di Flaubert sono solo sfiorati da queste vicende; Frédéric antepone l’amore a tutto. Ha delle passioni politiche fugaci, a differenza di alcuni suoi amici che s’impegnano in politica senza successo. Flaubert tratteggia una società politica di voltagabbana, di approfittatori, di trasformisti e una società borghese dove la ricerca del denaro tende a offuscare qualsiasi valore umano. I fallimenti finanziari di Jacques Arnoux testimoniano la fragilità di un sistema economico e sociale spietato.
Per fortuna Frédéric e la signora Arnoux sono diversi: hanno degli ideali, dei valori, delle passioni; e benché le loro nobili aspirazioni non avranno quasi mai sfogo, essi rimarranno due figure fulgide, brillanti, in mezzo a una Babele di mestieranti, attoruncoli, aristocratici languidi e donne mantenute. È vero che le loro vite porteranno a ben poco: la rovina e la miseria per la famiglia Arnoux, l’assenza dell’amore vero nell’esistenza di Frédéric. Insomma, sono tutti degli inconcludenti, sembra affermare l’autore: Frédéric, le sue amanti, il signor Arnoux.
Tuttavia Frédéric è un uomo inconcludente perché troppo ricco interiormente, perché ha mille possibilità e non è in grado di sceglierne nessuna. Gli altri, come Jacques Arnoux, sono inconcludenti per propri limiti, per meschinità, piccineria. La signora Arnoux, invece, non è inconcludente, ma si staglia come una stella sull’universo oscuro che vegeta sotto di lei. Il bacio che ella darà a Frédéric, l’unico vero atto d’amore fisico tra di loro, eleverà Frédéric, togliendolo dal fango di una Parigi perduta.
La vita impedirà ai due di amarsi per davvero. Il destino, la miseria, li allontaneranno: appena saputo della loro rovina, Frédéric correrà dagli Arnoux, ma non troverà nessuno a casa loro. La signora è in casa, ma si nasconde dietro una porta.
Infine, passeranno quindici anni. È il 1867: Frédéric ha vissuto intensamente, ora ha 45 anni. Una sera si presenta a casa sua un’anziana signora, la signora Arnoux, ultracinquantenne. E l’amore dei due si ridesta. Lei ha i capelli bianchi ma Frédéric sembra superare il trauma di vederla invecchiata. Per pochi attimi, mentre essi rievocano i tempi del loro amore che ci fu e non ci fu, ogni cosa torna a essere presente e viva nella loro mente. Si amano ancora, nonostante tutto. E Frédéric le fa finalmente una dichiarazione d’amore come si deve, dopo quasi trent’anni da loro primo incontro, anche se è una dichiarazione d’amore per la donna che la signora Arnoux non è più:
“La vostra persona, i vostri minimi gesti, mi pareva che avessero una importanza più che umana. Il mio cuore si sollevava dietro i vostri passi come la polvere. Voi mi facevate l’effetto di una notte di luna in estate, quando tutto è profumo, ombre dolci, luce bianca, spazio infinito; e le delizie dei sensi e dello spirito erano racchiuse per me nel vostro nome, che io ripetevo, cercando di baciarlo sulle mie labbra. Non immaginavo nulla al di là di questo. Era la signora Arnoux quale voi eravate, con i suoi due bambini, tenera, seria, bella da incantare, e così buona! Quell’immagine faceva sparire tutte le altre. Come se avessi potuto anche soltanto pensarci, alle altre, mentre avevo sempre nel più profondo di me la musica della vostra voce e lo splendore dei vostri occhi”.
Il romanzo di Flaubert è costituito da un succedersi di grandi quadri, rappresentazioni della vita dell’alta borghesia francese della metà dell’800; ma l’autore ristora il lettore, che rischia di sentirsi girare la testa a causa di tanto sfarzo, con episodi di una tenerezza e di una dolcezza struggenti; oppure, Flaubert costruisce piccoli episodi ironici o amari, che arricchiscono la struttura di questo grande romanzo, a metà strada tra romanticismo e realismo.
Penso che molti lettori uomini, a un certo momento, si siano immedesimati in Frédéric. Infatti, al di là delle diverse epoche, è difficile non parteggiare per lui; e chissà se c’è per tutti, per tanti, da qualche parte, una signora Arnoux, un’immagine di purezza, di tenerezza, a metà strada tra la madre e l’amante.