mercoledì 5 marzo 2014

La Collina d'Oro di Hermann Hesse / Essere se stessi al di là delle convenzioni


Opera di Hermann Hesse

La Collina d'Oro di Hermann Hesse

Essere se stessi al di là delle convenzioni

5 MARZO 2014, 

Questa valle appare serena e senza ombre, / nel contempo solida e come i cristalli ariosa, / villaggi, pendii, prati si allineano in immagini festose / quasi solo per diletto / quasi solo per bellezza, / intorno al cerchio di luci variate: / gingillo di pittore e poeta, / il mondo sembra consistere solo di luce …
Opera di Hermann Hesse

Generazioni di giovani hanno meditato e sognato su Siddharta, cercando di cogliere il senso della vita, scandagliando nella propria interiorità. Un viaggio nei luoghi dove questo capolavoro è stato scritto, può farcene gustare ancora di più l’inconfondibile fragranza … E’ il sereno paesaggio della “Collina d’Oro” che con il suo tepore quasi mediterraneo, i suoi colori trasparenti, ma anche l’imponente corona di alte vette che la circondano, sembra inverare il meglio dei paesaggi europei e proprio per questo riuscì a sedurre il tedesco-svizzero Hermann Hesse, che qui si stabilì dal 1919 fino alla morte nel 1962. Ma oltre che una natura generosa, questo lembo meridionale del Ticino ci offre paesi che ancor oggi riescono a far convivere la tradizione con la modernità e il percorrerne i viottoli ci fa gustare un sapore di antico e ci può riservare anche la sorpresa di un intelligente inserto di architettura contemporanea.
In questo invitante contesto scopriamo, presso la Torre Camuzzi della frazione di Montagnola, il Museo Hermann Hesse che, oltre a ricordare la permanenza del grande scrittore del Württemberg, è ricco di iniziative mirate a rendere sempre vive e attuali la sua poetica e la sua “filosofia”. Recentemente è uscito un ricco e pratico libro-guida, Con Hermann Hesse attraverso il Ticino, Armando Dadò editore, che unisce l’elemento biografico con quello letterario, geografico e turistico, offrendoci, assieme a un’illuminante antologia di brani dello scrittore, splendidi itinerari nei luoghi da lui percorsi e amati. Ne è autrice Regina Bucher, anche lei tedesca innamorata del Ticino, attuale direttrice del Museo e della Fondazione Hermann Hesse, che sta promuovendo con conferenze ed esposizioni in tutta Europa il “verbo” dell’autore di Siddharta. Con lei abbiamo approfondito alcuni aspetti della figura e della personalità di Hesse e il suo rapporto con la Svizzera ticinese.

Opera di Hermann Hesse

Hermann Hesse vedeva nel Ticino un sud in miniatura, dove la cultura e la civiltà del centro-nord Europa si coniugavano con la dolcezza del clima e del paesaggio "meridionale". E' questo il fascino che la Collina Oro e Montagnola hanno esercitato sullo scrittore?

Sicuramente è anche questo uno dei motivi che ha attratto Hermann Hesse, così come anche molti altri artisti dal nord, come Hugo e Emmy Ball-Heninngs, Peter Weiss, Karl Hofer, Max Frisch, Friedrich Glauser, Gerhart Hauptmann. Hesse non trascorse in Ticino solo un breve periodo né lo frequentò solo per le vacanze, ma visse ben 43 anni e divenne così la sua patria adottiva, l'unica che aveva (dopo il 1936 non mise infatti più piede in Germania). Questo significa che certamente aveva una relazione forte e stretta non solo con Montagnola, ma anche con il Ticino e la sua gente. Lui stesso disse nel 1930: "Infatti amo anche i ticinesi e non solo il loro paesaggio e il clima.
Opera di Hermann Hesse



Lei ha recentemente pubblicato un testo-guida su Hermann Hesse e il Ticino: nella compilazione di questo libro che cosa ha scoperto di nuovo nel rapporto tra lo scrittore e i luoghi della regione?

Il libro descrive 9 itinerari a piedi in Ticino che Hermann Hesse stesso conosceva e percorreva. Esaminare diari, lettere, saggi di Hermann Hesse e identificare i luoghi descritti è stata una ricerca impegnativa ma anche molto interessante. Successivamente sono andata con il fotografo Roberto Mucchiut a scoprire questi sentieri e a verificare se esistessero ancora e cosa fosse cambiato. In più ho aggiunto piccoli approfondimenti con informazioni su amici e su altri temi collaterali. Nuovi aneddoti, insomma, che mi hanno dato una prospettiva diversa sullo scrittore. Hesse era infatti una persona curiosa, ha esplorato molto il Ticino, ammirandone il paesaggio, la cultura, la gente, le chiese. I primi 20 anni lo ha percorso a piedi camminando tanto, poi, più anziano, si spostava piuttosto con l'auto (che guidava la moglie o uno dei figli).
Il pubblico e la cultura locali si rendono conto del tesoro che hanno, ospitando la memoria e la storia di un grande letterato come Hermann Hesse?

Possiamo osservare uno sviluppo. Direi che dopo la morte di Hesse nel 1962 pochi sapevano chi fosse esattamente, e quasi nessuno sapeva che era - e lo è ancora - l’autore di lingua tedesca più letto del Novecento a livello mondiale. Con il Museo Hermann Hesse e la sua ricca attività di eventi, sempre più persone si stanno rendendo conto della sua importanza. Il Comune, il Cantone e altri Enti collaborano sempre di più con il Museo apportando anche un sostegno finanziario. Tra i visitatori vediamo oggi più ticinesi rispetto all'inizio e anche le scuole apprezzano sempre di più le nostre attività. D’altra parte però, è vero che la maggior parte dei visitatori sono pur sempre i turisti.
Quali sono le caratteristiche, le finalità, i progetti e i problemi del museo?

Il Museo è uno dei più visitati del Canton Ticino con circa 15000 visitatori all'anno. Sicuramente è dato dal fatto che Hermann Hesse è conosciuto e letto in tutto il mondo, ma anche il concetto stesso che proponiamo del Museo e la nostra grande disponibilità costituiscono una formula vincente: un ricco programma di eventi, mostre, letture in una atmosfera calda e accogliente, un caffè letterario, una mostra bilingue, visite guidate in inglese, francese, italiano e tedesco, oltre a una grande flessibilità ad aprire il Museo anche fuori orari a gruppi. Tutti questi sono aspetti che ci contraddistinguono e ci fanno apprezzare.
Si è fatta portatrice del "verbo" di Hermann Hesse in Europa, organizzando mostre e conferenze: come viene considerato l'autore di Demian in Europa?

Hermann Hesse è un nome che attrae sempre. Quasi ogni anno organizziamo mostre ed eventi in altri luoghi (ad esempio nel 2012 al Kunstmuseum Bern e a Würzburg/Germania; nel 2013 presso l'Unesco a Parigi, sempre nel 2014 a Stade (vicino ad Amburgo), Bonn e Heilbronn). Negli anni precedenti abbiamo organizzato mostre a Fiesole, a Lucca, ma anche in Spagna, in Giappone e altrove. Tutte le mostre hanno riscosso un ottimo successo e sono state visitate da numerose persone. All'estero molti visitatori scoprono anche Hermann Hesse pittore e di conseguenza, attraverso i suoi dipinti, anche i paesaggi e la bellezza del Ticino.
Lei ha dedicato e dedica la sua attività alla conoscenza e alla divulgazione della personalità e dell'opera di Hermann Hesse: quale pensa sia il suo messaggio più profondo e attuale?

Il suo impegno per la pace, per l'umanità, per la tolleranza, non sono aspetti molto noti ed è impressionante come siano temi attuali per il mondo di oggi. Hesse ha avuto spesso il coraggio di andare contro il sistema e di rimanere fedele alle sue convinzioni (ad esempio già nel novembre del 1914, pochi mesi dopo l'inizio della Prima guerra mondiale, scrisse nella Neue Zürcher Zeitung: "La cultura umana è frutto della sublimazione di impulsi animaleschi in spirituali per opera della vergogna, della fantasia, della conoscenza. Che la vita valga la pena di essere vissuta, ecco il contenuto ultimo e la consolazione di ogni arte, ancorché a ogni esaltatore della vita tocchi pur sempre di morire. Che l’amore sia superiore all’odio, la comprensione superiore all’ira, la pace più nobile della guerra, è cosa che proprio questa nefasta guerra mondiale deve insegnarci, marchiandocene più profondamente che mai". Uno dei messaggi che ha trasmesso con convinzione in tanti suoi scritti come nel Siddharta, nel Lupo della steppa e in altri racconti, saggi e lettere è: sii te stesso, non temere di diventare un outsider, prenditi le tue responsabilità come essere umano.

Hermann Hesse


Lascio la Collina d’Oro nell’incanto del suo misterioso tramonto, convinto di aver scoperto ancora una volta l’originalità e l’attualità dell’arte e del pensiero di Hesse, accompagnato da questi intimi suoi versi: Sul sentiero la felce profuma acre e austera, / già il ghiro nel bosco si sveglia, / … E, suono dopo suono, luce dopo luce, / il giorno si spegne e dagli alberi sgorga, / profumata come resina e miele, greve e densa / la notte, che maternalmente ci placa … Come odora beata la fugacità! / Lo spirito brama il sangue, il giorno / la notte!
WSI

Giovanni Zaccherini


Laureato in Lettere Moderne all'Università degli Studi di Milano, ha insegnato materie letterarie, storia, filosofia e storia dell’arte negli istituti superiori. Ha collaborato e collabora con il Comune e il Circolo Filologico milanesi alla selezione e divulgazione di autori e testi inediti e all'organizzazione di eventi culturali.
Giornalista pubblicista, “Premio Guidarello per il giornalismo d'autore” 2010 per la sezione cultura, ha pubblicato e pubblica sulle terze pagine dei quotidiani “Avvenire”, “il Corriere di Romagna”, “il Resto del Carlino”, “La Voce di Romagna”, “Prealpina”, “Varese News” e sui periodici “la Ludla”, “la Piê”, “Libro Aperto”, “Stanza Letteraria” con rubriche di critica d'arte, musica, storia e letteratura. Ha compilato le voci “Dialetto”, “Folclore” e “Proverbi” per l'enciclopedia “Sguardi sulla Romagna” e ha collaborato all’ “Antologia della letteratura romagnola” di prossima uscita.
Ma, al di là di questi sintetici dati, nella mia vita e nella mia professione c’è soprattutto il desiderio di vivere con gli altri quella cultura che ci rende più “umani” e vicini in una comune condivisione. Ricordo le mie prime esperienze, come animatore del Comune di Milano, quando mi aggiravo nelle nebbie delle periferie per ricercare, raccogliere e insegnare a leggere e scrivere agli ultimi analfabeti che venivano dal sud. Poi, gli anni di insegnamento nei licei della Milano “bene”, anzi della Milano “da bere” … situazioni ed ambienti diversissimi, che mi hanno messo in grado di saper apprezzare e godere di culture e persone tanto lontane.
Per questo, anche nella mia attività giornalistica ho sempre rifuggito dallo specialismo e mi è piaciuto scrivere, mettendomi in sintonia con generi e periodi diversi: dall’ultima edizione di “Kind of blue” di Miles Davis, ai concerti grossi di Corelli, ai cori delle mondine. Oppure, cambiando campo, dalle eroine di Crepax, ai tesori della grafica rinascimentale, all’architettura liberty. Ecco, lo scrivere è come un dono, il dono di un piacere condivisibile e condiviso, un essere per sé e per gli altri.





sabato 1 marzo 2014

Giovanni Zaccherini / Liberty?


Liberty?

1 Febbraio - 15 Giugno 2014 presso i Musei San Domenico, Forlì

GIOVANNI ZACCHERINI

5 MARZO, 2014
Oltre che a rigenerarci con una fantasmagoria di colori trasparenti, di forme femminili sinuosamente seducenti, di infiorescenze avvolgenti, di oniriche evanescenze, la mostra Liberty – uno stile per l'Italia moderna presso i Musei San Domenico di Forlì, può stimolarci a fare il punto su un fenomeno culturale e sociale caratteristico di fine Ottocento e inizi Novecento in tutta Europa. Sull’onda del periodo di pace e di benessere dello scorcio del secolo XIX, chiamato, appunto belle époque, si delinea una nuova situazione socioeconomica, coll’ampliarsi, da una parte del nuovo proletariato urbano e delle sue organizzazioni, dall’altra di una componente borghese meno conservatrice ed intellettualmente più aperta. 






Art NouveauJugendstilModern StyleModernismo furono i termini usati nelle varie lingue europee per designare il nuovo modo d’intendere l’architettura e le arti figurative: venivano contestate la tradizione accademica e la tirannia della lezione storica e ci si apriva a soluzioni creative ed audaci, con un uso spregiudicato di forme asimmetriche o a serpentina e di nuovi materiali. In uno slancio riformistico, gli stessi architetti e artisti borghesi parlarono di “socialismo della bellezza”, per intendere che la nuova arte si sarebbe rivolta a più ampi strati sociali e infatti il nuovo stile investiva tutta la vita quotidiana, dall’abbigliamento all’arredamento, dalla gioielleria ai soprammobili, inoltre si abbandonava il classicismo eurocentrico per un’apertura verso l’arte orientale. 






In Italia si parlò di Floreale o Liberty a indicare, da una parte una tendenza ad abbellire gli edifici con motivi vegetali o zoomorfi e dall’altra, prendendo il nome del proprietario di un grande magazzino londinese, Arthur Liberty appunto, a porre l’accento sull’opportunità dei nuovi consumi che la città-vetrina offriva anche alla piccola borghesia urbana. Passata la Prima guerra mondiale, questo stile declinò rapidamente e, dalle nuove correnti che sfociarono poi nel razionalismo fu visto come espressione di decadentismo decorativo, se non di cattivo gusto. In Italia, un suo revival si ebbe a partire dagli anni cinquanta con la cosiddetta architettura “neoliberty”, che voleva ingentilire e umanizzare la severità funzionalistica dell'imperante razionalismo. 

Bisognerà però arrivare agli anni settanta perché se ne riproponesse una diffusa memoria critica, a partire dalla fondamentale Mostra del Liberty italiano tenuta al milanese Palazzo della Permanente nel 1972/73, seguirono poi altre esposizioni più circoscritte, come quella bolognese Il Liberty a Bologna e nell'Emilia Romagna del '77 e Il Liberty italiano e ticinese, a Lugano nell' '81 e ci fu tutto un fiorire di pubblicazioni, come Italia Liberty di Bairati, Bossaglia, Rosci, Album del Liberty di Massobrio e Portoghesi, Art Nouveaudi L. V. Masini, e L'architettura Liberty in Italia di M. Nicoletti. 



La ventata di “art nouveau”, comunque, arrivò nel nostro paese con notevole ritardo rispetto alle altre esperienze europee – solo nel 1895 la rivista Emporium pubblicò fotografie di mobili presentati dalla ditta Liberty - e fu un fenomeno più ricettivo che creativo e questo per l'imperante e asfissiante clima di storicismo nazionale, che pretendeva di trovare nell'eclettismo lo strumento più adatto per celebrare i fasti dell'Unità. Ugualmente difficile fu quello che avrebbe dovuto essere la finalità primaria del nuovo stile: creare, come avvenne in altri paesi europei, un'architettura che andasse incontro alle nuove esigenze di una società in rapida trasformazione, mentre in Italia, a parte le personalità di Basile, D'Aronco, Sommaruga e pochi altri, s'interpretò il nuovo modo di costruire e abitare semplicemente come puro abbellimento più o meno floreale di strutture tradizionali.

Non mancarono, dunque, personaggi e opere che seppero essere all'altezza dei nuovi indirizzi e che meritano di essere conosciuti e riconosciuti: la mostra romagnola ce ne dà una ricchissima testimonianza, mettendo in luce anche la produzione di artisti e gruppi ingiustamente marginalizzati, come, per rimanere in una dimensione regionale, il Cenacolo faentino di Domenico Baccarini, che riunì, assieme al suo ideatore, intellettuali, letterati e altri importanti personaggi come Calzi, Drei, Nonni e Rambelli, aprendo la provincia alle nuove poetiche e alle nuove tecniche. Giustamente, l'esposizione forlivese mette in risalto il ruolo delle arti decorative e della grafica, a cominciare dal loro impiego nella pubblicità, come scrive Anna Villari nel catalogo della mostra: “In un'epoca di trasformazioni economiche e sociali, mentre avanza inesorabilmente la classe dei nuovi ricchi e della borghesia e una parte della società comincia a scoprire il piacere della comodità, dell'agiatezza, perfino del superfluo, il manifesto pubblicitario reclamizza le scoperte del secolo e diventa in breve tempo, oltre che potente mezzo di persuasione commerciale e moderno strumento di comunicazione, anche nuovissimo campo di sperimentazione visiva... ”



E se tra i letterati, D'Annunzio aveva inventato l'amaro Aurum, una schiera di artisti come Metlicovitz, Dudovich, Nomellini, Chini, Bistolfi, ecc. pubblicizzarono di tutto, dalle opere liriche, ai profumi, dalle grandi esposizioni all'Olio Sasso, con protagonista assoluta la donna. Ecco un altro tema che la mostra mette in grande risalto e che esprime anche l'anima laica ed edonistica del nuovo stile, dove il corpo femminile, nel suo sensuale plasticismo, diventa il soggetto di un erotismo raffinato e nello stesso tempo aggressivo, dove convivono la femmina tigresse e l'adolescente vaporosa. Nella rappresentazione della figura femminile riscontriamo pure una delle tante contraddizioni del liberty: da una parte la donna occupa la scena e si mostra senza inibizioni, dall'altra diventa oggetto decorativo come i vegetali e i fiori a cui viene accomunata. Così come, se da una parte, positivisticamente, si sfruttavano nuovi materiali come il cemento, il vetro, il ferro, dall'altra si tendeva a esorcizzare la natura forzando questi materiali a sostituire quel mondo naturale che l'industrializzazione stava minando. 

Certo, uscendo dalle sale del San Domenico, se l'occhio del visitatore profano sarà senz'altro appagato da tanta bellezza esposta e dalla funzionalità dell'allestimento, si può dubitare che si sia fatto un'idea esatta del liberty: è un po' il problema di tutte le grandi esposizioni “contenitore”. Infatti, se è vero, come lo è, che per liberty dovrebbe intendersi soprattutto l'architettura e le arti decorative, l'inserimento di opere simboliste di Previati e Segantini, o scapigliate di Troubetzkoy, o protoespressioniste di Wildt e Casorati, potrebbe ingenerare più di un dubbio che solo una preparazione specifica o l'attenta lettura del catalogo potrebbero fugare. Ma, al di là di questa osservazione “filologica”, se, come volevano i teorici del liberty, l'arte deve avere un intento educativo ed essere la vestale del buon gusto, ecco che le opere esposte a Forlì serviranno senz'altro di stimolo alla formazione critica dei visitatori e a sensibilizzare in loro la passione per il bello.

Musei San Domenico

Piazza Guido da Montefeltro, 12

Forlì (FC) 47100 Italia

Tel. 199151134

WALL STREET INTERNATIONAL



Giovanni Zaccherini
Laureato in Lettere Moderne all'Università degli Studi di Milano, ha insegnato materie letterarie, storia, filosofia e storia dell’arte negli istituti superiori. Ha collaborato e collabora con il Comune e il Circolo Filologico milanesi alla selezione e divulgazione di autori e testi inediti e all'organizzazione di eventi culturali.
Giornalista pubblicista, “Premio Guidarello per il giornalismo d'autore” 2010 per la sezione cultura, ha pubblicato e pubblica sulle terze pagine dei quotidiani “Avvenire”, “il Corriere di Romagna”, “il Resto del Carlino”, “La Voce di Romagna”, “Prealpina”, “Varese News” e sui periodici “la Ludla”, “la Piê”, “Libro Aperto”, “Stanza Letteraria” con rubriche di critica d'arte, musica, storia e letteratura. Ha compilato le voci “Dialetto”, “Folclore” e “Proverbi” per l'enciclopedia “Sguardi sulla Romagna” e ha collaborato all’ “Antologia della letteratura romagnola” di prossima uscita.
Ma, al di là di questi sintetici dati, nella mia vita e nella mia professione c’è soprattutto il desiderio di vivere con gli altri quella cultura che ci rende più “umani” e vicini in una comune condivisione. Ricordo le mie prime esperienze, come animatore del Comune di Milano, quando mi aggiravo nelle nebbie delle periferie per ricercare, raccogliere e insegnare a leggere e scrivere agli ultimi analfabeti che venivano dal sud. Poi, gli anni di insegnamento nei licei della Milano “bene”, anzi della Milano “da bere” … situazioni ed ambienti diversissimi, che mi hanno messo in grado di saper apprezzare e godere di culture e persone tanto lontane.
Per questo, anche nella mia attività giornalistica ho sempre rifuggito dallo specialismo e mi è piaciuto scrivere, mettendomi in sintonia con generi e periodi diversi: dall’ultima edizione di “Kind of blue” di Miles Davis, ai concerti grossi di Corelli, ai cori delle mondine. Oppure, cambiando campo, dalle eroine di Crepax, ai tesori della grafica rinascimentale, all’architettura liberty. Ecco, lo scrivere è come un dono, il dono di un piacere condivisibile e condiviso, un essere per sé e per gli altri.







mercoledì 5 febbraio 2014

50 anni di jazz / Nel cosmo immenso delle musiche possibili


50 anni di jazz

Nel cosmo immenso delle musiche possibili

5 FEBBRAIO 2014, 

1964, un anno, che assieme a tutto il decennio, fu fondamentale nella storia degli Stati Uniti, con riverberi che illuminarono anche la vecchia Europa.
Nel 1964 vennero approvati il Civil Rights Act e il Voting Rights Act, frutto di una profonda ondata di movimenti politici e di manifestazioni di piazza che avevano alle spalle la presa di coscienza della contestazione studentesca, della protesta nera e della rivoluzione femminile e femminista. Se a questi sconvolgimenti sociali sommiamo il trauma degli assassinii di Kennedy, di Malcom X e di Martin Luther King, si può immaginare quale miscela esplosiva avesse investito la società in quegli anni. Inevitabile, quindi, che anche il mondo della cultura e dell’arte ne fosse influenzato e, in particolare il jazz, che da sempre è stato l’espressione dei fermenti sotterranei, delle pulsioni sociali e individuali di una società in trasformazione.


Scorrere e analizzare la lista degli LP usciti in questo fatidico 1964 risulta una vera, emozionante scoperta della ricchezza di una musica che stava toccando la sua fase più creativa e che più di ogni altra forma d’arte esprimeva quello che stava succedendo intorno. Se nei movimenti sociali c’era una componente “moderata” e una “rivoluzionaria”, la stessa cosa la possiamo notare nei musicisti e nei complessi jazzistici. Ad esempio, la gloriosa casa discografica Blue Note raccoglieva una ricca e qualificata schiera di “riformisti”, che sapevano coniugare il “bop” degli anni cinquanta, con le innovazioni del nascente “free”: basti citare quel magnifico pianista, dall’inconfondibile stile poliritmico che fu Andrew Hill (fra l’altro uno dei pochi ad essere capace di rinnovarsi creativamente anche oltre il 2000), che sfornò tre bellissimi album: Andrew!!!Judgement e Point of Departure. Più tradizionale, ma sempre sanguigno e trascinante un altro pianista col suo classico quintetto, Horace Silver, di cui uscì Song for my father e poi tutta la schiera dei comprimari di Miles Davis, da Herbie Hancock con Empyrean Isles, a Wayne Shorter con JujuNight Dreamer e Speak No Evil, a Tony Williams con Life time.


E a proposito del “divino” Miles, bisogna sottolineare che in quell’anno uscirono ben tre LP, che indicavano il travaglio del trombettista, che, sistemata la raffinatissima sezione ritmica con Hancock al piano, Ron Carter al basso e Tony Williams alla batteria, doveva ancora scegliere il proprio partner al sax tenore. In Four and more troviamo Georg Coleman, troppo tradizionalista (era stato prima partner di un fine trombettista “cool” come Chet Baker), in Miles in Tokyo c’è Sam Rivers, troppo audace e che diventerà una colonna del “free”, infine, in Miles in Berlin ecco il musicista ideale, Wayne Shorter, sassofonista, compositore, arrangiatore, che per cinque anni sarà punta insostituibile del più intelligente e calibrato quintetto di jazz moderno.


In quel prolifico anno la discografia più radicale, che potremmo apparentare all’ideologia e alla prassi di Malcom X, fu rappresentata da un iconoclasta come Albert Ayler, che uscì con Spiritual Unity e Eric Dolphy con Out to lunch!. Quel Dolphy che negli anni precedenti era stato membro del combo di John Coltrane, che, a sua volta, nel '64, pubblicò per la Impulse il suo capolavoro, A Love Supreme (che merita un discorso a parte) e Crescent. Sempre nel '64, Coltrane, in un'intervista a Melody Maker, parlava del suo sempre più pressante interesse per la musica etnica mondiale e, infatti, la sua tavolozza espressiva diventava sempre più capace di coniugare oriente e occidente, la dodecafonia con la tradizione indiana e con i ritmi africani, perché per lui il desiderio principale di un musicista doveva essere quello di “dare un'immagine delle molte e meravigliose cose che sa e che percepisce dell'universo”. Una musica che si poteva accomunare, dunque, a una religiosità cosmica, in cui non dovevano esistere barriere storiche e geografiche, perché, per Coltrane, la musica era un modo per ringraziare il Dio. Così il cerchio si chiudeva e l'universalità del jazz coltraniano diventava l'espressione dell'universalità del senso del sacro che la musica doveva farci percepire. Dopo cinquant'anni cos'è rimasto di questo stupendo fiorire di personaggi, di complessi e di stili?



Se lo chiedono molti critici e studiosi di jazz: per Marcello Piras, storico e ricercatore: “La fase creativa del jazz, quella che guardava al futuro, si è fermata al 1979. L'ultima generazione di creativi è quella nata negli anni '50 … in Italia il linguaggio non si è evoluto e si assiste troppo frequentemente a modelli scolastici. E questo riguarda anche le superstar”. Filippo Bianchi, per anni direttore della decana della riviste italiane dedicate alla musica afroamericana, Musica Jazz, denuncia che il proliferare di “neo” o “post” stili jazzistici sembra indicare una musica sosia del suo passato: “La coazione a ripetere, alla lunga, diventa una patologia. La riluttanza ad assumere nuovi modelli estetici, alla lunga, esaurisce le fonti del racconto”.
Certo, come abbiamo visto, ogni arte, e così la musica, è anche la traccia estetica ed emotiva di quello che bolle nella società e il jazz, di quei mitici anni sessanta aveva colto tutte le speranze, le insoddisfazioni, le pulsioni di un mondo in vertiginoso cambiamento. E quello che stiamo vivendo che tempo è? “Parrebbe un tempo – riflette ancora Bianchi – in cui i progetti collettivi si dissolvono, svaniscono, il patrimonio diventa più ingombrante. E a esso ci si rivolge, più che a disegnare un domani dai contorni incerti”.


Allora, solo il genio può essere capace di “uccidere” il padre pericolosamente rassicurante della tradizione, perché sa che potrà rappresentare un mondo nuovo, dove rischiare, senza temere di lasciarsi trascinare da tutto quello che c'è intorno, senza punti fermi, senza salvagente. E questo è stato Miles Davis, l'“uomo nero”: “Il jazz lo uccise proprio lui, sciogliendone i contenuti nel cosmo immenso delle musiche possibili, delle musiche del futuro, dove vivranno di nuovo in altre forme, in una musica che combina e sintetizza tanti elementi diversi, come quella che Davis ha suonato e sognato per tutta la vita, come il jazz, appunto.”
Bibliografia:

Filippo Bianchi, Il secolo del jazz, Imola, Bacchilega, 2008

Richard Cook, Blue Note Records, Roma, Minimum fax, 2011
Chris DeVito, Coltrane secondo Coltrane, EDT/Siena Jazz, Siena, 2010


Giovanni Zaccherini
Laureato in Lettere Moderne all'Università degli Studi di Milano, ha insegnato materie letterarie, storia, filosofia e storia dell’arte negli istituti superiori. Ha collaborato e collabora con il Comune e il Circolo Filologico milanesi alla selezione e divulgazione di autori e testi inediti e all'organizzazione di eventi culturali.
Giornalista pubblicista, “Premio Guidarello per il giornalismo d'autore” 2010 per la sezione cultura, ha pubblicato e pubblica sulle terze pagine dei quotidiani “Avvenire”, “il Corriere di Romagna”, “il Resto del Carlino”, “La Voce di Romagna”, “Prealpina”, “Varese News” e sui periodici “la Ludla”, “la Piê”, “Libro Aperto”, “Stanza Letteraria” con rubriche di critica d'arte, musica, storia e letteratura. Ha compilato le voci “Dialetto”, “Folclore” e “Proverbi” per l'enciclopedia “Sguardi sulla Romagna” e ha collaborato all’ “Antologia della letteratura romagnola” di prossima uscita.
Ma, al di là di questi sintetici dati, nella mia vita e nella mia professione c’è soprattutto il desiderio di vivere con gli altri quella cultura che ci rende più “umani” e vicini in una comune condivisione. Ricordo le mie prime esperienze, come animatore del Comune di Milano, quando mi aggiravo nelle nebbie delle periferie per ricercare, raccogliere e insegnare a leggere e scrivere agli ultimi analfabeti che venivano dal sud. Poi, gli anni di insegnamento nei licei della Milano “bene”, anzi della Milano “da bere” … situazioni ed ambienti diversissimi, che mi hanno messo in grado di saper apprezzare e godere di culture e persone tanto lontane.
Per questo, anche nella mia attività giornalistica ho sempre rifuggito dallo specialismo e mi è piaciuto scrivere, mettendomi in sintonia con generi e periodi diversi: dall’ultima edizione di “Kind of blue” di Miles Davis, ai concerti grossi di Corelli, ai cori delle mondine. Oppure, cambiando campo, dalle eroine di Crepax, ai tesori della grafica rinascimentale, all’architettura liberty. Ecco, lo scrivere è come un dono, il dono di un piacere condivisibile e condiviso, un essere per sé e per gli altri.





domenica 5 gennaio 2014

Angela Schiavina e Graziano Pozzetto / Splendori e miserie della cucina romagnola



Splendori e miserie della cucina romagnola

Una conversazione con Angela Schiavina e Graziano Pozzetto



di 

5 GEN 2014 
L'Italia è un paese composito, dove geografia, storia, culture diverse s'incontrano o si scontrano; anche nell'ambito della gastronomia, il panorama è estremamente variegato, si va dai piatti di sapore mediterraneo come la pasta con sarde e pinoli, a quelli di ascendenza nordica come la “cassoeula” milanese o i canederli trentini.


Una regione che sembra contemperare ambienti e tradizioni diverse è la Romagna, che per la sua morfologia che la colloca tra Appennini, pianure e mare, offre una straordinaria e celebrata ricchezza di piatti di cereali, carne e pesce. Due tra i più riconosciuti gastronomi romagnoli, Angela Schiavina e Graziano Pozzetto, ci accompagnano nella scoperta delle vere eccellenze di questa rinomata tradizione culinaria, dandoci qualche indicazione per i menu delle feste e ci mettono in guardia dagli stereotipi più comuni, o “patacche” come si dice nel dialetto locale.



Angela Schiavina, la “sacerdotessa del buon gusto”, ha apparecchiato per principi e sovrani ed è stata capace di trasferire, a livello di banqueting e catering, i sapori e le fragranze delle ricette casalinghe, a volte anche reinterpretate con un tocco personale. Oggi, lasciati i più gravosi impegni organizzativi, si dedica prevalentemente ai corsi e alle lezioni di cucina, portando in giro per il mondo il verbo del buon gusto a tavola. La sua “didattica” parte da considerazioni antropologiche e di genere, come la differenza tra una cucina al maschile e una al femminile, quella di oggi è soprattutto al maschile, costituita da piatti preconfezionati, di utilizzo immediato, con largo uso di surgelati, oppure spadellati e cucinati velocemente. 






La cucina femminile, invece, è quella tradizionale, lenta, con ricette che richiedevano una preparazione elaborata e dove le donne potevano e dovevano stare ai fornelli per ore e ore. Stare in cucina era anche un momento d'incontro e convivialità, le “arzdore” - così si chiamano le donne di casa romagnole - potevano farsi confidenze, raccontarsi storie, lamentarsi degli uomini … Il fuoco era sempre acceso e le donne vivevano in cucina e quindi c'era il tempo per condividere esperienze ed emozioni. E uno dei momenti in cui la cuoca romagnola esprimeva la sua particolarità era il periodo delle feste di fine anno, quando ogni famiglia, anche la più umile, metteva in tavola il suo ceto, o la sua voglia di esorcizzare i fantasmi della povertà: ecco il menu classico di una famiglia benestante: passatelli in brodo di cappone, timballo di cappelletti o tagliatelle in crosta dolce, faraona al forno con crostini di fegatini, torta al cioccolato o amaretti, ricotta di mandorle.



Ma il cibo - sottolinea la gastronoma ravennate - non è solo nutrimento, perché è come un mediatore che mette in comunicazione la parte interna con l'esterno e contiene una grande valenza affettiva. In questo terreno “scivoloso”, in cui il mangiare può essere usato come sostituto degli affetti, può rientrare anche il problema dei disturbi alimentari e Angela conferma: “Anoressia e bulimia imperversano, ma non possono essere curate solo con la dieta, è indispensabile l'attività fisica e, soprattutto, una terapia psicologica d'appoggio. Il piacere del cibo è fondamentale perché arricchisce anche la mente, tutto sta nel saperlo padroneggiare e non farne una patologica ragione di vita". D'altronde, la tavola ha anche a che fare con l'eros, il famoso detto “prendere per la gola” è una delle armi vincenti nel campo della seduzione: in una cena ci si predispone all'incontro, il cibo può diventare un messaggio affettivo, viene spontaneo prepararlo quando si aspetta una persona a cui si tiene, è un atto d'amore coinvolgere un altro nella propria intimità, farsi conoscere in una delle dimensioni più personali.



Altro personaggio “incontenibile”, dell' enogastronomia romagnola è Graziano Pozzetto, il suo aspetto monumentale di frate gaudente non tradisca, perché accanto alla quasi sacrale dedizione ai piaceri del palato, c'è una calvinistica lotta a tutte le eresie e le falsificazioni che riducono una cucina così rinomata a puro fenomeno da supermercato. Dall'alto delle sue decine di pubblicazioni, Graziano ci tiene innanzi tutto a precisare che non esiste una sola cucina romagnola fatta della solita piadina e dei soliti cappelletti: “Prima di parlare di varianti geografiche, è indispensabile ricordare che fino a qualche decennio fa esisteva una cucina di “classe”. I mangiari dei contadini braccianti, dei pescatori, dei vallaroli differivano profondamente, non solo, ovviamente, dalla cucina aristocratica, ma anche da quella borghese che comincia ad affermarsi nell' '800. 




Da un punto di vista ambientale, c'era e in parte c'è ancora, una cucina “di valle”, fatta di cacciagione limicola, di pesci di palude, di rane e di vino di bosco; una cucina di “marineria” fatta di pesce povero, quello azzurro, che veniva grigliato in spiedini verticali che col loro grasso colante lo insaporivano e di brodetto, cucinato pure con pesce spinoso e, quindi, di poco valore. Più apparentemente ricca la cucina “della pineta”: fino a qualche tempo fa, qui i nullatenenti raccoglievano pinoli, radici, erbe aromatiche e frutti del sottobosco, poi, col diffondersi della consuetudine borghese della caccia, chi poteva permetterselo, disponeva dei cosiddetti capanni , dove si cucinavano anatre, fagiani, lepri con grande raffinatezza. La gastronomia della pianura si basava, invece, sulla cucina contadina: animali da cortile, uova e maiale, quindi mangiari grassi e sostanziosi, adatti alle fatiche contadine e innaffiati con vini poveri come trebbiano e “uva dora”. Infine la collina, con la sua più varia e preziosa cucina, ricca di carni rosse, funghi e vini pregiati: sangiovese e albana. Quindi, peccato mortale sarebbe ridurre, come si sta facendo nella maggior parte della ristorazione - ma anche nella cucina casalinga - questo multiforme patrimonio gastronomico e culturale a poche, abusate, ricette: i soliti cappelletti al sugo (mentre dovrebbero essere in brodo, come i passatelli), la solita piadina industriale, la solita grigliata di carni difficilmente compatibili.”



Per le festività, Graziano consiglia di rivisitare i menu poveri tradizionali, celebrando la bontà e la generosità del maiale, ad esempio, niente di più economico che recuperare le ossa del suino, per un “pranzo con ossa bollite dello schienale e degli zampetti, da assaporare quando la carne si stacca, con sale grosso a pioggia e accompagnamento di radicchio di campo, pane insipido e vino rosso nuovo, oppure salame fresco sforacchiato, avvolto in carta gialla grossa, messo sotto cenere con braci a sudare, sgrassarsi, cuocere lentamente, da godere caldo appena aperto e spellato, una “gastrolibidine” che un tempo veniva accompagnata con patate avvolte in stagnola, cotte sotto la stessa cenere e buon vino rosso, in onore del porco, animale pulito, generoso, migliore di tanti uomini... ”.








Pozzetto, con il suo temperamento vulcanico, si accalora nel caldeggiare piatti colpevolmente dimenticati e dietro questa “memoria” c'è, come ha riportato anche nella sua ultima fatica libraria, Le cucine di Romagna, tutta una filosofia gastronomica basata sul ricordo, perché nell'intimo della predilezione per un piatto o un gusto particolari c'è spesso un'esperienza emotiva particolare che viene da lontano. Come ha scritto Tonino Guerra, noi continuiamo a “mangiare l'infanzia”; il ricordo di certi profumi, sapori e colori, con la complicità dell'amorevole inganno della memoria che ne esalta gli aspetti più piacevoli, è stato anche per Pozzetto uno degli stimoli più forti, consci o inconsci, per portare avanti il suo lavoro di ricerca e conservazione della tradizione enogastronomica e per farcene condividere sofferenze e piaceri.



Giovanni Zaccherini
Laureato in Lettere Moderne all'Università degli Studi di Milano, ha insegnato materie letterarie, storia, filosofia e storia dell’arte negli istituti superiori. Ha collaborato e collabora con il Comune e il Circolo Filologico milanesi alla selezione e divulgazione di autori e testi inediti e all'organizzazione di eventi culturali.
Giornalista pubblicista, “Premio Guidarello per il giornalismo d'autore” 2010 per la sezione cultura, ha pubblicato e pubblica sulle terze pagine dei quotidiani “Avvenire”, “il Corriere di Romagna”, “il Resto del Carlino”, “La Voce di Romagna”, “Prealpina”, “Varese News” e sui periodici “la Ludla”, “la Piê”, “Libro Aperto”, “Stanza Letteraria” con rubriche di critica d'arte, musica, storia e letteratura. Ha compilato le voci “Dialetto”, “Folclore” e “Proverbi” per l'enciclopedia “Sguardi sulla Romagna” e ha collaborato all’ “Antologia della letteratura romagnola” di prossima uscita.
Ma, al di là di questi sintetici dati, nella mia vita e nella mia professione c’è soprattutto il desiderio di vivere con gli altri quella cultura che ci rende più “umani” e vicini in una comune condivisione. Ricordo le mie prime esperienze, come animatore del Comune di Milano, quando mi aggiravo nelle nebbie delle periferie per ricercare, raccogliere e insegnare a leggere e scrivere agli ultimi analfabeti che venivano dal sud. Poi, gli anni di insegnamento nei licei della Milano “bene”, anzi della Milano “da bere” … situazioni ed ambienti diversissimi, che mi hanno messo in grado di saper apprezzare e godere di culture e persone tanto lontane.
Per questo, anche nella mia attività giornalistica ho sempre rifuggito dallo specialismo e mi è piaciuto scrivere, mettendomi in sintonia con generi e periodi diversi: dall’ultima edizione di “Kind of blue” di Miles Davis, ai concerti grossi di Corelli, ai cori delle mondine. Oppure, cambiando campo, dalle eroine di Crepax, ai tesori della grafica rinascimentale, all’architettura liberty. Ecco, lo scrivere è come un dono, il dono di un piacere condivisibile e condiviso, un essere per sé e per gli altri.