giovedì 17 agosto 2017

Marcela Fuentes-Berain / Diálogo de mudos




Marcela Fuentes-Berain
DIALOGO DI MUTI

Marcela Fuentes-Berain / Diálogo de mudos

Se non fossi atea ti accompagnerei in chiesa.
Se non fossi cirrotica te darei il sangue.
Se on mi piacesse Leonard Cohen comprerei dischi di
Donna Summer.
Se mi interessasse qualcosa di quello che dici
allora starei attenta.
Ma senti:
mi piace l’odore della carne e tu sei macrobiotico.
Sopporto ogni volta di più la stupidità universale
e tu sei un misantropo.
So che in qualsiasi momento qualcuno prenderà il potere
e tu sei apolitico.
Se ti interessa qualcosa di quello che dico staresti attento.
Per di più
se adesso che stiamo insieme
io avessi una opinione diversa sul celibato
faremmo l’amore.


martedì 15 agosto 2017

Peggy Guggenheim in Photographs

Peggy Guggenheim alla Biennale di Venezia, 1948
Ritratto di Dino Jarach

Peggy Guggenheim in Photographs

Una donna rivoluzionaria per la storia dell’arte del Novecento

26 AGOSTO 2016, 
ENRICO GUSELLA

È una mostra assai originale quella dedicata alla grande mecenate americana Peggy Guggenheim, che si svolge a Venezia sino al prossimo 27 novembre all'Ikona Gallery, storica galleria di Živa Kraus, nel Campo del Ghetto Nuovo di Venezia, in occasione del cinquecentenario della nascita dello stesso Ghetto di Venezia.
Peggy Guggenheim in Photographs, recita così il titolo della mostra promossa dalla Collezione Peggy Guggenheim e Ikona Venezia – Scuola Internazionale di Fotografia, che presenta una ventina di scatti, alcuni provenienti dagli archivi storici del museo veneziano, realizzati da grandi interpreti del Novecento. La rassegna immortala a più riprese e sotto prospettive diverse la storica collezionista americana - figura cardine nella storia dell’arte del XX secolo. Ritroviamo così gli scatti di Rogi André, Berenice Abbott, Roloff Beny, Gianni Berengo Gardin , Gisèle Freund, Dino Jarach, Ida Kar, George Karger, André Kertész, Hermann Landshoff, Man Ray, Robert E. Mates, Nino Migliori e Stefan Moses.

Peggy Guggenheim alla Biennale di Venezia, 1948
Ritratto di Dino Jarach

Ma per contestualizzare questa mostra giova ricordare il contesto in cui si svolge, ed è legato ai 500 anni dalla nascita del Ghetto di Venezia. La storia della famiglia Guggenheim, tra l'altro, è una storia di diaspora: ebrei, originari della Svizzera, di Aargau-er Surbtal, che emigrano nel 1847 in America. Qui nascerà Benjamin Guggenheim, fratello del celebre Solomon, e padre di Peggy. E anche Peggy vivrà un’esistenza segnata da un perpetuo spostamento, da un continuo viaggiare, tra America ed Europa, da Parigi, a Londra, a New York, a Venezia. Così le 21 immagini in mostra ripercorrono le tappe salienti di questa sua vita unica e straordinaria di donna determinata e collezionista lungimirante, sempre aperta al mondo, una donna rivoluzionaria che con le sue scelte ha lasciato un segno indelebile nella storia dell’arte del Novecento.
La rassegna veneziana si apre con il ritratto di Man Ray (1890 – 1976) del 1925, in cui Peggy posa avvolta in un elegante abito di Paul Poiret, e nella quale lei guarda direttamente in camera, con complicità e sicurezza. Del 1927 è invece un'immagine di Berenice Abbott (1898 – 1991), che raffigura la mecenate nel pieno della sua giovinezza. E se la foto di Man Ray, dal retrogusto déco, indica la “provenienza” di Peggy, quella della Abbott definisce la mecenate americana. Ma a delineare “la gallerista” è Gisèle Freund (1908 – 2000) che la fotografa insieme al critico, amico e consigliere, Herbert Read nel suo appartamento a Londra, nel 1939. Alle loro spalle Il sole nel suo portagioie di Yves Tanguy, artista surrealista collezionato da Peggy.

Peggy Guggenheim a Palazzo Venier
Ritratto di Ida Kar

Da Londra a Parigi: ecco Peggy Guggnheim ritratta da Rogi André (1905 – 1970), in un vestito dal carattere “futurista” di Elsa Schiaparelli. A Marsiglia, allo scoppio della guerra, la collezionista americana sarà tra i sostenitori del Comitato di Liberazione Clandestino di Varian Fry, intellettuale e giornalista statunitense, che si prodigò verso per gli artisti, molti dei quali di origine ebraica, a fuggire in America. E lo scatto emblematico che testimonia la presenza di questi artisti europei a New York, molti dei quali amici di Peggy, è quello di Hermann Landshoff (1905 – 1986) del 1942 dove la collezionista è ritratta nel proprio appartamento newyorkese insieme a Leonora Carrington, Frederick Kiesler, Kurt Seligmann, Max Ernst, André Breton, Fernand Léger, Marcel Duchamp. E sempre di questo periodo sono le immagini, di Berenice Abbott, degli spazi di Art of This Century, la galleria-museo che Peggy apre nel 1942 a New York sulla 57° strada, creata dall'architetto di origini austriaco-rumeno Kiesler. È in questa sede che espone la sua collezione d’arte cubista, astratta e surrealista, e dove non manca di promuovere mostre temporanee dei più importanti artisti europei e di vari artisti americani che diventeranno di lì a poco i rappresentanti dell’Espressionismo astratto, quali Robert Motherwell, William Baziotes, Mark Rothko, David Hare, Richard Pousette-Dart, Robert De Niro Sr.,e Jackson Pollock a cui dedica la prima personale nel 1943.

Peggy Guggenheim a Parigi, 1940
Ritratto di Rogi André

Immancabile in mostra il celebre scatto di George Karger (1902-1973) con Peggy e Pollock nell’appartamento della mecenate davanti al monumentale Murale commissionato all’artista nel 1943 e oggi proprietà dell’University of Iowa Museum of Art. Ma il legame con l'Europa è forte, ed è del 1948 la sua partecipazione alla prima Biennale di Venezia del dopoguerra. Così la ritroviamo intenta ad allestire la sua collezione all’interno degli spazi del Padiglione Greco, e l’anno successivo (1949), una volta acquistato Palazzo Venier dei Leoni, presenta un'importante mostra di sculture. Memorabili, allora, sono alcuni suoi ritratti: nella versione raggiante con l’abito di Mariano Fortuny nella foto di Ida Kar (1908 – 1974) sulla terrazza Marino Marini, ma altrettanto celebri sono le immagini di due grandi autori italiani: Nino Migliori (1926) e Gianni Berengo Gardin (1930), nonché di Roloff Beny (1924 – 1984) che la ritrae insieme a Monument symbolisant la libération de l’esprit di Antoine Pevsner, presso il padiglione francese alla Biennale del 1958.
Ma la passione per l'arte proseguirà ininterrottamente nei decenni a seguire, e a Venezia, Peggy Guggenheim continuerà a collezionare opere, e a promuovere artisti quali Edmondo Bacci e Tancredi Parmeggiani, che ritroviamo in un prezioso scatto nel suo giardino veneziano.

sabato 12 agosto 2017

Tinto Brass negli scatti di Gianfranco Salis


Tinto Brass / Gianfranco Salis

Tinto Brass negli scatti di Gianfranco Salis

1 giu — 29 lug 2017 presso ONO arte contemporanea a Bologna, Italia

24 MAGGIO 2017

“Eros é civiltà”. Con questa frase Tinto Brass riassume tutto il suo pensiero che viene ripercorso con una mostra alla galleria ONO arte contemporanea dal 1 giugno al 29 luglio 2017, “Tinto Brass negli scatti di Gianfranco Salis”.
Organizzata da ONO arte contemporanea in collaborazione con l’Archivio Tinto Brass, la mostra si avvale del patrocinio del comune di Bologna.

Tinto Brass / Gianfranco Salis

Tinto Brass nasce a Milano nel 1933, ma cresce a Venezia, una città a cui si sente incatenato in un rapporto appassionato e da cui deriva la cifra stilistica del suo cinema.
Si avvicina alla fotografia e al cinema molto presto. Nel 1957, dopo la laurea in giurisprudenza, si trasferisce a Parigi dove lavora per la Cinémathèque française come archivista e proiezionista. La tappa di Parigi si rivela fondamentale per la formazione del regista che, in quegli anni, ha la possibilità di confrontarsi con i maestri della Nouvelle Vague, François Truffaut, Jean-Luc Godard, Jacques Rivette, Claude Chabrol e Éric Rohmer. A Parigi, Brass stringe una forte amicizia e collaborazione con il grande documentarista Joris Ivens, che lo avvicina all’arte del montaggio e del cinema. Allo stesso periodo risale anche l’incontro di Brass con Rossellini, con cui collabora al montaggio di L’India vista da Rossellini e al film Il Generale Della Rovere. Il suo esordio nelle sale cinematografiche come regista è del 1963 con Chi lavora è perduto, una critica al lavoro inteso come alienazione che, presentato alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, gli causa i primi forti problemi con la censura che lo accompagneranno per tutta la sua carriera.

Tinto Brass / Gianfranco Salis

In tutto il suo primo periodo, nel segno di un cinema sperimentale e di forte contestazione sociale, Brass si avvicina ai generi più diversi dirigendo alcuni dei grandi protagonisti del cinema italiano e internazionale. Tra gli altri: Silvana Mangano, Monica Vitti, Alberto Sordi, Gigi Proietti, Giancarlo Giannini, Peter O’Toole, Helen Mirren, Helmut Berger, Malcolm McDowell. Nel 1971 con La Vacanza vince il premio della critica come miglior film italiano alla trentaduesima edizione della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia. E’ a partire dagli anni ottanta che inizia una nuova fase del regista legata al cinema erotico, all’insegna della libertà e della trasgressione. A questo periodo risalgono alcuni dei suoi film più popolari La Chiave, Capriccio, Monella, Miranda, Cosi fan tutte, Senso ’45; nonché l’incontro con il fotografo Gianfranco Salis che già dal 1974 aveva collaborato con registi come Pasquale Squitieri, Mario Monicelli, Marco Ferreri, Nanni Loy, Ettore Scola, Dino Risi e Franco Zeffirelli.
Il passaggio dal cinema sperimentatale a quello erotico è per il regista una scelta dettata dalla delusione. Come sostiene Caterina Varzi, curatrice del suo archivio: “Tradito dagli esiti del sessantotto, Brass predilige il linguaggio erotico, in quanto modo di esprimersi comprensibile a tutti.(…) Non c’è una frattura fra un primo periodo serio, impegnato e militante e un secondo periodo, frivolo, leggero e superficiale: nei suoi film la forma primeggia sul contenuto”.

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“Tinto Brass negli scatti di Gianfranco Salis” vuole raccontare questo periodo attraverso le immagini realizzate da Salis, fotografo di scena sui set di Brass, da Action (1979) a Hotel Courbet (2009). Si tratta di scatti che testimoniano un sodalizio artistico basato sul rapporto di fiducia e di perfetta interazione tra i due artisti. Il che ha determinato “il consolidamento di una sintonia di intenti e intuizioni tale da favorire la nascita di immagini dall’inconfondibile e icastica cifra stilistica brassalissiana o salisbrassiana”, come dice il regista. Salis captava, si inventava e mutuava dal Maestro un linguaggio visuale, un concetto spaziale, un tempo fluido che è arrivato fino a noi. Come il riflesso illuminante di quel momento contemporaneo che oggi riusciamo a vedere nelle sue diverse sfaccettature, ma appena quarant’anni fa poteva essere motivo di scandalo e censure.

ONO arte contemporanea

Santa Margherita, 10
Bologna 40123 Italia
Tel. +39 051 262465
www.onoarte.com
Orari di apertura
Martedì a Sabato
Dalle 10.00 alle 13.00
E dalle 15.00 alle 20.00
Venerdì e Sabato chiusura alle 21.00
Domenica e Lunedì chiuso




venerdì 11 agosto 2017

David Lynch / Twin Peaks 3


Twin Peaks 3

Incubi videoludici

8 GIUGNO 2017, 

David Lynch torna alla macchina da presa e come aveva già annunciato nel suo film testamento – Inland Empire – non torna al cinema, bensì sul piccolo schermo. Probabilmente scherzava – ma non troppo – con il suo amico Mark Frost dicendo che la serie sarebbe ritornata dopo 25 anni come annunciato da Laura Palmer. Probabilmente voleva essere sicuro che il pubblico chiamasse a gran voce la serie più importante della storia della televisione. Perché sì, Twin Peaks è di fatto la serie più importante della televisione. Non solo perché sviluppa un racconto d'immagini prettamente cinematografico e non televisivo, cosa unica e inconcepibile all'epoca, ma perché è uno dei punti nodali della storia dell'arte post-moderna.
David Lynch in Twin Peaks racconta per stereotipi i suoi personaggi che al tempo stesso rimangono in equilibrio su una fune molto sottile con una personalità propria. Lo stereotipo deriva dal contesto televisivo (e di questo bisogna ringraziare Mark Frost oltre che Lynch) delle soap opera, dei polizieschi e di quant'altro la televisione propinava negli anni '90, mentre lo spessore dei personaggi è dovuto all'autorialità di Lynch. Tutto sommato anche il regista stesso sa muoversi tra Hollywood (Elephant Man, Velluto Blu e Mullholland Drive) e i più grandi festival di cinema autoriale, Cannes e Venezia (Cuore Selvaggio e Inland Empire). Perciò fa parte anche del regista stesso sapersi dileguare dalla grande scena ed entrare nell'olimpo dei grandi. D'altronde è stato ammirato da Stanley Kubrick per il suo film d'esordio, Eraserhead, pellicola nella quale Lynch mostra la sua vena artistica autentica che per un primo periodo rinuncerà a riproporre fino agli ultimi film, nei quali offre inquadrature astratte e scollegate tra loro. Oltretutto, questo film ispirerà uno dei capolavori di Kubrick: Shining.

  1. David Lynch e il cast di Twin Peaks 3

Come tutti ben sappiamo Lynch non smette di osservare, perché è questo che fa e osservando descrive la realtà o meglio l'incubo che vede. Perché se nelle tinte anni '90 c'era spazio per l'ironia, la soap opera e l'amore, nei primi due episodi della terza stagione sembra tutto scomparso. Fin dalle prime immagini dei titoli di testa, infatti, troviamo una cascata che si tinge di rosso per le solite tende che a noi fan lynchiani piacciono tanto, probabilmente un richiamo ai fiumi di sangue che scorreranno nella serie. E infatti scorrono a non finire in entrambi gli episodi. Diciamo che non è frequente il sangue come si potrebbe pensare in un film di Tarantino, ma è talmente forte che ce lo portiamo a letto – soprattutto se abbiamo seguito le indicazioni del regista che diceva di spegnere le luci per la visione della serie. Anche i pavimenti che si deformano in consonanza con la musica di Badalamenti che si distorce anch'essa, richiamano l'entrata in un regno molto più oscuro del precedente, come a dire "di qui in poi dimenticatevi del vecchio Twin Peaks perché questo è ambientato in una dimensione ancora più oscura".
Dopo ci ritroviamo con un apparente regista (metafora di Lynch stesso?) che registra un enorme cubo di vetro vuoto che dà su una finestra circolare. Questo cubo potrebbe ricordare un televisore a tubo catodico, di cui forse Lynch è leggermente nostalgico, probabilmente perché nella televisione di oggi la violenza è sempre più presente ed egli non può tirarsi indietro dall'estetica corrente. Infatti le pareti della stanza sono di un giallo-marrone che dà una forte connotazione di marcio e di corrotto all'immagine che stiamo visionando.


L'attenzione del regista viene richiamata da una visita. Una ragazza che gli ha portato il caffè e vorrebbe berlo con lui, tipica allusione sessuale di tutto il mondo, a cui Lynch da bravo discendente del surrealismo quale è non si tira indietro, anzi prima della messa in onda, consiglia la visione al pubblico armati di "caffè" e "vino rosso". La ragazza non riesce a salire con il ragazzo al primo colpo e qui entra in ballo l'identificazione dello spettatore nella ragazza, il regista le dice che il piano di sopra dove sta la scatola di vetro è "Top Secret", proprio come in Quarto Potere dove a inizio film Orson Wells ci avvisa con un cartello che stiamo oltrepassando una soglia off-limits.
Peccato che il pubblico non sa che in realtà l'inizio è volutamente noioso proprio per far sorseggiare quel "vino rosso" e "buon caffè" più velocemente fino a quando i due ragazzi non vengono uccisi da un fantasma che compare nella scatola di vetro. Chi sa, forse il fantasma è arrivato proprio perché i due avevano un rapporto sessuale accompagnato dal caffè. D'altronde, nel cinema horror il sesso è un tabù che si paga con la vita. E probabilmente Lynch è anche stufo di questo sesso esplicito che, se ben ricordate nelle prime due stagioni di Twin Peaks, è vagamente accennato e non osteggiato come fanno questi due ragazzi.


Come detto prima, la violenza predomina in questa serie, mentre qui è assente lo spazio per l'amore, che era enormemente presente nelle prime due stagioni. I due ragazzi si conoscono appena, mentre i due coniugi che si vedono più avanti sembrano odiarsi in maniera viscerale e sembrano aver finto l'amore tipico della "famiglia perfetta", americana o meno che sia, perché ormai certi usi e costumi dettati dal mondo mediatico fanno parte di tutto il mondo, proprio come quello della famiglia dei biscotti e merendine italiane dove tutti fanno colazione insieme. Oltre alla violenza, anche l'idiozia umana è molto marcata, al punto che non è divertente, è fastidiosa o per meglio dire imbarazzante. Si sono visti, nel proseguire dei lavori di Lynch, scene buffe e personaggi idioti, ma in questo episodio questi sono al limite del nervosismo come i condòmini della donna uccisa a cui hanno staccato la testa e sostituito il corpo con quello di uno sconosciuto. Chiaramente, personaggi come Andy o Lucy rimangono nel cuore dei fan come personaggi simpatici per le loro qualità positive nonostante la loro idiozia e sono tra gli anelli di congiunzione tra il vecchio e il nuovo Twin Peaks.
Lynch, consapevole del suo ruolo nella storia del cinema, non perde occasione per auto-citarsi nella scena del Gigante e del protagonista Dale Cooper, scena in cui il Gigante dice all'agente dell'ABI di ascoltare un grammofono che produce suoni oscuri, rappresentativi dell'estetica lynchiana, più orientata al suono e alla musica che non alle immagini. Lynch ha voluto alzare il peso artistico della serie entrando nel contesto della video-art, operazione eseguita anche in Inland Empire. Le morti, i fantasmi, i demoni, la loggia nera sembrano proprio paesaggi metafisici non soltanto per il loro contenuto ma anche per la realizzazione grafica 3-D che li rende tali, come se un elemento di un'altra dimensione entrasse nel mondo reale e non è un elemento qualunque ma è l'elemento ricorrente della video-art, cioè la morte. La video arte crea e distrugge mondi e questo permette al suo creatore di avere le capacità di un Dio e di decidere della vita e della morte non solo di personaggi creati da bit informatici, ma di decidere per un universo intero.


Ecco che Lynch è diventato davvero padrone dell'universo di Twin Peaks e ora porta il suo pubblico nel suo parco giochi fatto di psicosi generate dalla società, dai fenomeni mediatici e dalla cultura dell'uomo.


Paolo Fleba

Sono Paolo Fleba nasco e cresco a Milano, mi diplomo in arti grafiche con specializzazione in cinema, partecipo come comparsa al film "Happy Family" di Gabriele Salvatores. Mi laureo in Discipline dell’Arte della Musica e dello Spettacolo con una tesi su Pinuccio Sciola, durante il triennio partecipo come stagista alla webserie “Bruà” di Andrea Martelli. Nel 2016 scopro una nuova passione, la salute e I massaggi, e così divento massaggiatore. Ora la mia aspirazione è imparare più tecniche di massaggio possibili ed entrare nelle professioni sanitarie.

mercoledì 9 agosto 2017

Belgrado-Novisad, il cuore ad Est / Diario di bordo

La piazza principale di Novisad




Belgrado-Novisad, il cuore ad Est

Diario di bordo

29 MARZO 2017, 
ANNA VITIELLO


Vorrei parlarvi del mio viaggio a Belgrado, delle passeggiate in riva al Danubio e degli incontri che hanno cambiato la mia vita. Potrei raccontarvi delle corse fatte per arrivare in tempo nel punto in cui l'incantevole città si lascia ammirare da un binocolo. E ancora degli amici persi, fedeli compagni di viaggio ma poi diventati esseri dalle sconosciute sembianze.
Una corsa verso la vita in un tempo fermo, immortale, statico. Il tempo della riconciliazione. Si riconcilia l'anima assieme al cuore quando sei lì, mentre qualcuno attorno a te s'incammina e imbocca strade diverse. Lì a Belgrado di sbocchi non ce ne sono, la città è solo un cuore che pulsa. Dall'interno l'unica prospettiva è quella dell'equilibrio.

Il cuore di Novisad

Da Belgrado a Novisad il viaggio è unidirezionale, sai già che nel luogo dove approderai troverai gli stessi strascichi, le stesse ferite, gli stessi solchi nell'anima. La stessa malinconia negli occhi delle persone. Occhi un po' a mandorla, occhi verde bottiglia.
Qui a Novisad una fortezza sovrasta la città, imponente, fiera, padrona. La vita sembra snodarsi dalla vetta, diramarsi verso il centro, dove stradine strette e luci soffuse rendono magica e spettrale l'atmosfera già tetra. Anche se dimentico i nomi delle persone so scandire le emozioni ad una ad una. Secoli di storia distrutti dai bombardamenti e offuscati dalle polveri, urla strazianti di madri che ancora si disperano, bambini divenuti uomini che non parlano della guerra se non sei tu a far loro delle domande. Un tatto che noi occidentali probabilmente non abbiamo mai avuto.

Tramonto sulle guglie della cattedrale di Novisad

Chiese ortodosse sembrano comparire dal nulla tra una bottega e l'altra mentre profumi di spezie pervadono i sensi. Si cammina senza fretta perché tutto è sospeso un po' nel passato e forse anche nel presente. La sensazione infatti di essere sospesi, di stare in un limbo e di travalicare il labile confine tra realtà e finzione. Anche questa è magia serba. Anche questa è vita e morte, è ricordare e dimenticare.
Il tempo della riconciliazione in un luogo dalle tante contraddizioni. La bellezza di questi posti stride con la sofferenza ancora oggi così visibile sul volto di chi osserva, diffidente e silenzioso i viandanti. Ci sarà un altro tempo per queste persone? Me lo sono chiesta tante volte. Un tempo per loro ma anche per me perché è il posto dove vorrò sempre tornare, dove avrò sempre qualcosa da andare a prendere, dove mi hanno insegnato talmente tante cose che ho provato a scriverne.
E perché il mio cuore batte incessantemente ad Est.



lunedì 7 agosto 2017

Anna Vitiello / Tratto di treno


Tratto di treno

Come si raccontano certe storie se non hanno inizio?

29 OTTOBRE 2015, 
ANNA VITIELLO

Potrei cominciare dal mio ma preferisco credere di non averlo mai scritto. Tuttavia, nel mio inizio, ci è finito lui, dal primissimo giorno in cui lo incontrai. L'inizio e la fine in una sola volta. Lui si chiama come sempre l'ho chiamato io, prima che conoscessi il suo nome reale. Il nome di una persona è molto più importante di quanto si possa credere perché lì risiede l'alfabeto della sua esistenza. B. me lo diceva sempre. B., ad esempio, girava spesso con il mio nome tratteggiato al collo, collegato al cuore tramite una catenina d'argento. Il legame indossolubile, simile al ferro ma che mai si spezza.




E tutto questo oggi lo racconto a lei, la inserisco nel mezzo della storia perché è sempre stata presente, pur avendo visto presto la fine partecipando dall'inizio. Come dicevo, B. andava in giro così, con il mio nome e poi il suo. Andava in giro con le sue ancore di salvezza. Un giorno di Novembre decidemmo che ci saremmo viste lì, dove sapevamo noi. Allora io l'aspettai al binario e tutto d'un tratto la vidi correre (eccome se correva!) verso di me, ad abbracciarmi mentre mi crollava il mondo addosso e tentava in tutti i modi di stringermi affinché non ne sentissi né il rumore né il peso. Insomma, se il mondo avesse deciso di schiacciarci, saremmo state chiamate a difenderci entrambe.




Da quella volta ho cominciato a credere nelle coincidenze, quello che perdevo, mi veniva puntualmente regalato da lei e avremmo potuto chiamarlo sodalizio se solo fossimo state più romantiche. Se solo ci fossimo adeguate alla dolcezza sprecata del mondo. Non tutte le storie hanno bisogno di romanticismo. Nel frattempo, qualcuno scese dal treno, altri salirono, qualcuno sbagliò destinazione, come spesso succede quando a tutto pensiamo tranne che a giungere in un luogo. Anche i luoghi hanno le loro coincidenze.



Fu proprio sullo stesso binario, infatti, che incontrai quell'uomo dal colore incerto dei capelli e lo sguardo stanco. Quello al quale ho voluto attribuire io un nome. Più volte lo incontrai, un giorno viaggiammo assieme e ci dicemmo tutto con gli occhi ma vorrei nemmeno questo passasse per romanticismo; io con occhi negli occhi intendo qualcosa di più violento, infantile, disarmante, incontrollabile. Uno schianto. Viaggiammo assieme per un tratto di treno.



Foto di Henri Cartier-Bresson

Noi tre c'eravamo già incontrati, camminando per gli stessi luoghi, salutandoci sul binario. Noi, senza nome, che non abbiamo avuto né inizio né fine, dal momento in cui ho scritto, solo uniti attraverso un piccolo tratto che collega il cuore ai ricordi come in una corsa affannosa verso quel treno.



sabato 5 agosto 2017

Anna Vitiello / La dama in nero


La dama in nero

Notte amica, notte nemica

28 FEBBRAIO 2017, 
ANNA VITIELLO


La notte arriva,
fedele compagna, immancabile momento di pace, la quiete dopo la tempesta.
La notte si riposa,
dopo le corse del giorno, mentre la vita a singhiozzi si manifesta.
Di notte, nessun lamento.
Le pareti ti stringono e ti accerchiano, mentre il sonno diventa più profondo.
Gli oggetti inanimati osservano lo svolgersi del ripetuto evento.
La notte compare, poi scompare. Arriva e se ne va.
Ti lascia sola quando vuole, ti accoglie quando sa che hai bisogno di lei.
Ma non si lascia afferrare, prendere, impugnare. Solo lei può. Solo lei sa.
E quando parli, sai che ti ascolta. Sveglia assieme a te, madre preoccupata.
Ansia che va e viene. Insonne, perché ha voglia di parlare. Gelida, quando dà spazio anche al dolore. Incomprensibile notte, autentico momento di vita.
Covo di lacrime, porto sicuro, calorosa amante. Mille sfaccettature per un unico colore. Monocromatica emozione.
Va via quando vorresti scappare anche tu. E quando cerchi la luce, il suo buio mantello ti avvolge. Forse ha i capelli cobalto, le mani lunghe e affusolate, le labbra di un rosso intenso.
Impercettibile figura dalle sembianze umane. Simile a noi, quest'elegante signora.
Impenetrabile, la saggia notte sa dirci quando è tempo che il giorno faccia la sua parte e quando, invece, è necessaria la sua amara compagnia.
Nessuna stella, se la Notte vuole. Nessun fischio nelle orecchie di quegli assordanti venti, suoi amici, messaggeri di morte.
Diabolica, la nostra signora, ci aspetta e a volte ci consola.
Ci culla, silenziosamente, quando tra le sue braccia cadiamo ormai stanchi.
La notte, non conosce inganni e false speranze. Detentrice di verità spaventa gli uomini, esseri umani fragili, foglie cadute.
Robusta, implacabile, severa. Spavalda, intransigente, austera.
La notte pianta le sue forti radici.
Ti lascia con mille domande, e lei ancora e sempre sola, sommersa dal peso di ciò che il giorno non è stato in grado di fare.
La notte, dispensatrice di consigli sa stare anche in silenzio. Così lontana dal chiasso quotidiano, diversa nei colori e nella forma, si piega.
Spiega ciò che il giorno non dice.
Non accetta compromessi, questa conturbante dama in nero.
Accanto a te si distende, riposando gli occhi stanchi. Perfettamente allineata alla tua figura, docile e dolce. Un'onda che mai si infrange eppure delicatissima. Un suono soave.
Unica, eppure ambivalente.
Fredda ma dalle mani calde.
Distante quando può.
Vicina quando necessario.
Notte amica,
notte nemica.
La notte,
nel suo doppio,
resta l'unica salvezza.


WSI