domenica 19 agosto 2018

Morta Aretha Franklin, regina del soul e dell’attivismo politico

Aretha Franklin, 1981
Morta Aretha Franklin, regina
del soul e dell’attivismo politico

La cantante combatteva da tempo contro un tumore al pancreas Detroit. Il suo stile inimitabile ha segnato varie epoche, andando oltre i generi

16 agosto 2018 (modifica il 17 agosto 2018 | 21:00)

Aretha Franklin, 1980

La più grande di tutte. Aretha Franklin è stata la più grande di tutte e non solo la «regina del soul». Se ne è andata alle 9.50 di ieri mattina nella sua casa di Detroit, perdendo definitivamente la sua battaglia contro un tumore al pancreas. Nell’ultimo decennio la sua cartella clinica le aveva creato più di un problema e spesso era stata costretta a cancellare concerti e impegni. Se ne è andata e adesso è impossibile pensare che il suo regno abbia un’erede. Céline Dion per la voce? Attenti ai fulmini. La voce di Aretha è stata unica, profonda nelle sfumature, sfacciata nel virtuosismo, capace di raccontare storie e di essere trasversale ai generi, sensuale e spirituale. E fino alla fine, YouTube è testimone, è rimasta una voce da incanto. Beyoncé per aver colto lo spirito del female empowerment del momento? Non scherziamo. Un prodotto del marketing neofemminista contro un’icona (forse involontaria) del movimento dei diritti civili.
Aretha Franklin era nata a Memphis nel 1942 e il gospel, il suo primo amore, se l’era trovato in casa: era la figlia di un predicatore battista e una chiesa a Detroit era stata il suo primo palco. Papà non era un predicatore qualunque, papà era C. L. Franklin, uno che faceva spettacolo con la parola di Dio, da prediche incise su disco e trasmesse alla radio, uno in prima fila nella battaglia per i diritti civili della black America. Fu lui il suo primo manager e negli anni 50 le fece pubblicare degli album gospel. Nel 1960 Aretha, con in mente la carriera di Sam Cooke, decise di passare al versante laico della musica e firmò un contratto con la Columbia. Prestò la sua voce perfetta a jazz, r&b, blues ma era ancora presto per la corona. Nel 1966 passò alla Atlantic e il fiuto di un produttore come Jerry Wexler le affiancò i musicisti della Muscle Shoals Rhythm Section.
«I Never Loved a Man (The Way I Love You)» fu la sua prima hit, dritta nella Top 10. E subito dopo arrivò il primo numero 1 con «Respect», cover di un brano di Otis Redding. Non furono solo soltanto i cambiamenti nell’arrangiamento a renderla vincente, quanto l’idea che a chiedere rispetto fosse una donna. Con quel R-e-s-p-e-c-t sbattuto in faccia al suo uomo lettera per lettera e il coretto, il brano divenne prima un inno femminista e poi un simbolo per chiunque lottasse per i diritti, tanto da essere invitata a cantare ai funerali di Martin Luther King. Sull’album di debutto per la Atlantic c’era anche «(You Make Me Feel Like a) Natural Woman». E a questo punto non ci sono più dubbi su chi sarà la regina, celebrata anche da una copertina di Time. Nel giro di un paio d’anni arrivarono «Chain of Fools», «Think» e «I Say a Little Prayer», monumenti assoluti alla canzone e alla capacità di interpretazione. Nel 1972 tornò alle origini gospel con «Amazing Grace», commovente interpretazione dell’inno religioso del Settecento e doppio album inciso dal vivo in una chiesa battista di Los Angeles. A metà degli anni 70, complice il cambiamento del panorama musicale, si aprì una fase in cui i bassi artistici furono più degli alti. Fra questi ultimi un duetto con George Michael per «I Knew You Were Waiting» e la partecipazione al film Blues Brothers che la portò a una nuova generazione. Ma alla fine quanti sono quelli che possono mettere in fila 18 Grammy e 75 milioni di dischi venduti?
Una carriera spettacolare e una vita travagliata. Bambina-madre, ebbe il primo dei quattro figli a 12 anni e il secondo a 14, un matrimonio a 19 anni macchiato da violenza domestica, qualche confidenza di troppo con l’alcol. A partire dagli anni 80 Aretha aveva smesso di volare. Niente tour o apparizioni in Europa. Da allora si è esibita solo in nord America, sempre con la pelliccia addosso come simbolo di riscatto e, le vecchie tradizioni non muoiono mai, sul palco saliva solo se il suo onorario veniva saldato in contanti. Ma non era una star sul viale del tramonto. Lo era sul piano discografico — peccato che la sua carriera non sia stata gestita meglio — ma dal vivo si mangiava ancora tutte. Roba da far piangere dall’emozione. Era capitato pure a Barack Obama. La regina che aveva strappato una lacrima al presidente Usa oggi fa piangere la musica.

CORRIERE DELLA SERA




martedì 14 agosto 2018

Politica come professione? / Un esempio dalla Repubblica romana


Juan Antonio Ribera. Cincinnato abbandona il campo per dettar legge a Roma


Politica come professione?

Un esempio dalla Repubblica romana: Lucio Quinzio Cincinnato, il contadino dittatore

5 FEBBRAIO 2018, 

Fra poco meno di un mese saremo tutti chiamati alle urne per eleggere deputati e senatori della XVIII legislatura della Repubblica italiana, secondo le previsioni della nuova legge elettorale, il Rosatellum. Il 2018 è iniziato con la consueta e prevedibile corsa allo scranno, con cui politici di ogni colore stanno dando sfoggio delle loro affinate abilità nelle trattative. Ogni leader mira all’agognata soglia di sbarramento del 3% e, come da prassi, non mancano alleanze e coalizioni che credevamo decadute, ma che il magico mondo della politica italiana fa ricomparire. E a ritornare saranno anche decine e decine di volti tutt’altro che ignoti agli elettori, appartenenti a uomini e donne del panorama politico nostrano che a Montecitorio e Palazzo Madama – usando un eufemismo – ci hanno preso la residenza, rinnovando il proprio incarico di mandato in mandato. A poco servirà il nuovo assetto di regole votate in Parlamento per la scelta dei nuovi rappresentanti italiani. Infatti, grazie all’astuta combinazione di collegi uni/plurinominali, liste bloccate e pluricandidature, il Rosatellum assicurerà un posto a tavola a grande parte dei parlamentari uscenti e ricandidatisi.
A partire dal celebre scandalo Tangentopoli, che provocò un forte impatto mediatico oltre che l’indignazione della popolazione, la classe politica ha subito un netto calo di attitudine alla gestione della cosa pubblica. "Il passaggio dalla Prima alla Seconda Repubblica ha determinato un pauroso peggioramento qualitativo dei politici – dichiarano i ricercatori, fra cui Tito Boeri –. Questo declino va di pari passo con il drammatico abbassamento del livello medio di istruzione. Infine all'aumentato reddito parlamentare peggiora la qualità media degli individui che entrano in politica. Il forte incremento del reddito parlamentare (quattro volte quello medio di un manager privato) ha contribuito al declino della qualità degli eletti". Appare quindi lampante come l’aumento delle retribuzioni per senatori e deputati abbia determinato una vera corsa all’oro, partorendo la triste idea di politica come professione.
Era il 28 gennaio 1919 quando Max Weber tenne a Monaco di Baviera una conferenza intitolata proprio Politik als Beruf (trad. La politica come professione). Nel suo discorso il noto sociologo tedesco sottolineava come la politica non dovesse essere mera professione ma, al contrario, andasse concepita come vera vocazione (facendo anche leva sull’ambivalenza della parola beruf, che in tedesco significa sia mestiere che chiamata). Weber osservava come “O si vive per la politica o si vive della politica” e sul punto si era già espresso Aristotele nella sua Etica Eudemia, scrivendo: “la maggioranza di coloro che si dedicano alla politica ricevono questa denominazione non correttamente: infatti essi non sono politici secondo verità, perché l’uomo politico è colui che sceglie le azioni belle per se stesse, mentre la maggior parte sceglie questo genere di vita in vista delle ricchezze e del desiderio di potere”.
Quale, dunque, il ritratto dell’uomo politico ideale? Un soggetto che viva per la politica, avendo una vocazione? Qualcuno che la guardi come opportunità per contribuire all’amministrazione della res publica piuttosto che come un ambizioso e remunerativo posto fisso? Ebbene, a tal proposito è l’Antica Roma a offrirci un’esemplare storia di vita, che ci porta indietro di quasi tremila anni. Per l’esattezza, quanto segue accadde durante l’età repubblicana dell’Urbe e riguarda un tale Lucio Quinzio Cincinnato. Nato intorno al 520 a.C., questi aveva esordito nella politica romana a seguito della nomina a consul suffectus ossia console supplente, in sostituzione di Publio Valerio Publicola, caduto in battaglia. Questa sua esperienza alla guida della Repubblica durò pochi mesi, a causa dei contrasti a carattere militare che sorsero fra patriziato e plebe.
Secondo quanto riportato dallo storico Tito Livio, Cincinnato si ritrovò in serie ristrettezze economiche per via di suo figlio Cesone. Il giovane – coinvolto in vicende giudiziarie – fuggì in Etruria, costringendo il padre a pagare un’ingente somma ai mallevadori. La cauzione obbligò Cincinnato a vendere tutti i propri beni, lasciandogli le sole e inalienabili terre di famiglia. E fu proprio lì, nei quattro iugeri al di là del Tevere, che egli fece ritorno dopo il breve mandato da console.
Tuttavia, la sua carriera politica non si esaurì subito, perché Roma ebbe bisogno di lui appena due anni dopo. Era il 458 a.C. e i consoli in carica – Lucio Minucio Esquilino Angurino e Gaio Nauzio Rutilo – versavano in gravi difficoltà, non riuscendo a fronteggiare l’impetuosa minaccia degli Equi, al punto che Minucio era rimasto assediato nel suo stesso accampamento. In situazioni di simile delicatezza, l’assetto costituzionale prevedeva la magistratura straordinaria della dittatura, che veniva conferita con decisione unanime di consoli e Senato.
Già distintosi per il proprio acume giuridico e militare, Cincinnato si meritò l’incarico di dittatore. Scrisse Eutropio, “egli, trovandosi al lavoro impegnato nell'aratura, si deterse il sudore, indossò la toga praetexta, accettò la carica, sconfisse i nemici e liberò l'esercito”. L’intervento di Cincinnato fu rapido, efficace ed efficiente. Il dittatore, disponendo del summum imperium, ordinò la cessazione di ogni attività legislativa, giudiziaria e commerciale e si diresse verso l’accampamento di Minucio con soldati, armi, pali e cibo per pochi giorni. Il suo piano era trasformare i nemici da assedianti ad assediati e così, nella battaglia del Monte Algido, sconfisse gli Equi e liberò l’esercito romano. Seguirono i festeggiamenti della vittoria, Cincinnato provvide a spartire il bottino di guerra fra i suoi uomini e tornò ai propri campi. La dittatura avrebbe potuto durare per ben sei mesi e nessun’altra assemblea o magistratura avrebbe potuto farla decadere. Cincinnato, però, ritenne più opportuno restituire l’autorità assoluta e ritirarsi nei suoi campi dopo soli sedici giorni di mandato.
Il suo gesto è rimasto nella storia ed è stato negli anni tramandato come simbolo di modestia e di virtù. Persino Francesco Petrarca gli dedicò una delle biografie raccolte nel De viris illustribus, rappresentandolo come esempio di dedizione alla patria. Dante, invece, lo inserì nel quindicesimo canto del Paradiso, assieme a Cornelia (madre dei Gracchi) come antichi romani dalle condotte di vita sorprendenti. Da dittatore, Cincinnato godeva di grandi poteri e poteva facilmente sfruttare la sua posizione ed influenza politica per continuare una scalata al potere, essere eletto console e migliorare la propria condizione economica. Invece – pur essendo all’altezza dei ruoli – non ritenendosi più utile alla Repubblica, decise di tornare da sua moglie Marcilia ad arare i campi.





giovedì 9 agosto 2018

Natalia Ginzburg / Non possiamo saperlo



Natalia Ginzburg
NON POSSIAMO SAPERLO

Non possiamo saperlo. Nessuno l'ha detto.
Forse là non c'è altro che una rete sfondata,
Quattro sedie spagliate e una vecchia ciabatta
Rosicchiata dai topi. C'è caso che Dio sia un topo
E che scappi a nascondersi appena arriviamo.
E c'è caso che invece sia la vecchia ciabatta
Rosicchiata e consunta. Non possiamo sapere.

Forse Dio ha paura di noi e scapperà, e a lungo
Noi dovremo chiamarlo e chiamarlo coi nomi più dolci
Per indurlo a tornare. Da un punto lontano
Della stanza lui ci fisserà immobile.

Forse Dio è piccolo come un granello di polvere,
E potremo vederlo soltanto col microscopio,
Minuscola ombra azzurra sul vetrino, minuscola
Ala nera perduta nella notte del microscopio,
E noi là in piedi, muti, sospesi a guardare.
Forse Dio è grande come il mare, e spumeggia e tuona.

Forse Dio è freddo come il vento d'inverno,
Forse ulula e romba come un rumore assordante,
E dovremo portare le mani alle orecchie,
Agghiacciati e tremanti, rimpiattendoci al suolo.
Non possiamo sapere com'è Dio. E di tutte le cose
Che vorremmo sapere, è la sola veramente essenziale.

Forse Dio è noioso, noioso come la pioggia,
E quel suo paradiso è una noia mortale.

Forse Dio ha gli occhiali neri, una sciarpa di seta,
Due volpini al guinzaglio. Forse ha le ghette,
Sta seduto in un angolo e non dice parola.
Forse ha i capelli tinti, ha una radio a transistor,
E si abbronza le gambe sul tetto d'un grattacielo.
Non possiamo sapere. Nessuno sa niente.
Forse appena arrivati ci manda allo spaccio
A comprargli del pane e salame ed un fiasco di vino.

Forse Dio è noioso, noioso come la pioggia
E quel suo paradiso è la solita musica,
Svolazzare di veli, di piume, di nuvole,
Un odore di gigli recisi, una noia di morte,
E ogni tanto una mezza parola per passare il tempo.
Forse Dio sono due, una coppia di sposi
Abbandonati al sonno ad un tavolo d'osteria.

Forse Dio non ha tempo. Ci dirà di andarcene

E tornare più tardi. Noi andremo a passeggio;
Siederemo su di una panchina a contare i treni che passano,
Le formiche, gli uccelli, le navi. A quell'alta finestra,
Dio s'affaccerà a guardare la notte e la strada.

Non possiamo sapere. Nessuno lo sa.
C'è anche caso che Dio abbia fame e ci tocchi sfamarlo,
Forse muore di fame, e ha freddo, e trema di febbre,
Sotto una coperta sudicia, piena di cimici,
E dovremo correre in cerca di latte e di legna,
E telefonare a un medico, e chissà se subito
Troveremo un telefono, e il gettone, e il numero,
Nella notte affollata, chissà se avremo abbastanza denaro.



martedì 7 agosto 2018

Wisława Szymborska / Le tre parole più strane


Christo Dagorov



Wisława Szymborska
Le tre parole più strane



Quando pronuncio la parola Futuro
la prima sillaba va già nel passato.

Quando pronuncio la parola Silenzio,
lo distruggo.

Quando pronuncio la parola Niente,
creo qualcosa che non entra in alcun nulla.


lunedì 6 agosto 2018

Natalia Ginzburg / Memoria





Natalia Ginzburg
MEMORIA


Gli uomini vanno e vengono per le strade della città.
Comprano cibo e giornali, muovono a imprese diverse.
Hanno roseo il viso, le labbra vivide e piene.
Sollevasti il lenzuolo per guardare il suo viso,
ti chinasti a baciarlo con un gesto consueto.
Ma era l'ultima volta. Era il viso consueto,
solo un poco più stanco. E il vestito era quello di sempre.
E le scarpe eran quelle di sempre. E le mani erano quelle
che spezzavano il pane e versavano il vino.
Oggi ancora nel tempo che passa sollevi il lenzuolo
a guardare il suo viso per l'ultima volta.
Se cammini per strada, nessuno ti è accanto,
se hai paura, nessuno ti prende la mano.
E non è tua la strada, non è tua la città.
Non è tua la città illuminata: la città illuminata è degli altri,
degli uomini che vanno e vengono comprando cibi e giornali.
Puoi affacciarti un poco alla quieta finestra,
e guardare in silenzio il giardino nel buio.
Allora quando piangevi c'era la sua voce serena;
e allora quando ridevi c'era il suo riso sommesso.
Ma il cancello che a sera s'apriva resterà chiuso per sempre;
e deserta è la tua giovinezza, spento il fuoco, vuota la casa.


domenica 5 agosto 2018

Storia dei bambini esposti / La ruota dei proietti


La ruota dei proietti in un'antica stampa


Storia dei bambini esposti

La ruota dei proietti

6 MARZO 2018, 

Da qualche anno, grazie al laborioso e paziente lavoro svolto dal personale degli archivi di stato, il Ministero dei Beni Culturali ha reso possibile consultare online un’ampia serie di documenti risalenti ai registri dello Stato civile Napoleonico, della Restaurazione e dello Stato civile italiano. Gli utenti possono curiosare fra numerosi atti di nascita e di morte, memorandum e annotazioni di matrimonio, censimenti e registri di cittadinanza: una vera e inesauribile miniera storica a portata di click. Tuttavia, l’attenzione dei più curiosi è inevitabilmente rapita da una particolare categoria di documenti, gli atti diversi.
Ad esempio, selezionando il fondo di conservazione dell’archivio di stato di Bari, fra gli atti diversi si legge:

“L’anno milleottocentosessantacinque il dì primo del mese di Dicembre alle ore diciassette e mezzo, Noi Sindaco ed Uffiziale dello Stato Civile del Comune di Monopoli è comparsa Apollonia Brescia Pia, levatrice di anni quarantacinque che ci ha recato un verbale dell’Economo dello Spedale dal tenore seguente. L’anno milleottocentosessantacinque il dì primo del mese di Dicembre alle ore diciassette e mezzo, nella Casa Comunale, l’Economo dello Spedale ha dichiarato all’Uffiziale di questo Stato Civile che alla ruota dei proietti alle ore sedici e un quarto è stata esposta una fanciulla di fresco nata, avvolta in una fascia di cotone nuova, una coltre di bambagia nuova, tre panni nuovi di tela bruna, una camicella di cotone ed un fazzoletto color caffè e bianco. Alla stessa, nei termini del regolamento vigenti gli si è dato il nome di Giuseppa Maria, col cognome San Felice.”.

Questo testo è estratto dai registri dello Stato civile di Monopoli, cittadina pugliese affacciata sulla costa adriatica, e il portale offre una enorme quantità di testimonianze simili, che consentono di addentrarsi in un delicato capitolo di storia, oggi ancora tremendamente attuale. La ruota dei proietti citata poc’anzi era una bussola girevole, spesso in legno, installata presso chiese, ospedali o conventi. La struttura era divisa in due scomparti che, combaciando con un’apertura nel muro dell’edificio, permettevano a chiunque di lasciare i neonati, senza essere visti dall’interno. Una volta “esposto” l’infante, facendo girare la ruota, il piccolo si ritrovava all’interno, dove poteva ricevere le prime cure da balie e infermieri, sovente avvisati dal suono di un campanello.
L’abbandono dei figli indesiderati è sempre stata una pratica diffusa nelle epoche e tra i popoli. Si pensi che nell’antica Grecia l’abbandono era considerata una pratica legale, mentre nell’antica Roma i padri che non riconoscevano i figli potevano lasciarli alla cosiddetta columna lactaria, destinandoli alla pietà dei passanti, alla schiavitù o alla morte per fame. La condizione dei neonati abbandonati poté cambiare solo grazie all’influenza della morale cristiana e agli interventi di Costantino, che nel 315 riservò parte del fisco al soccorso degli abbandonati, e di Giustiniano, che nel VI secolo disciplinò l’abbandono come reato, al pari dell’infanticidio.
Il primo brefotrofio sorse proprio in Italia, nel 787. A Milano, per mano dell’arciprete Dateo, fu istituita questa “opera di santa pietà cristiana” con cui sottrarre all’assassinio i bambini nati da adulterio, fornendo loro l’allattamento di nutrici stipendiate e vitto e alloggio fino al settimo anno di età.
È francese, invece, l’invenzione della ruota degli esposti, che comparve per la prima volta presso l’ospedale dei canonici di Marsiglia, nel 1188. Dieci anni dopo fu la volta dell’Italia, dove si narra che papa Innocenzo III, turbato da macabri sogni in cui vedeva cadaveri di neonati ripescati dal Tevere, decise di farne installare una all’Arcispedale di Santo Spirito, a Roma. Qualche secolo dopo, il predominio francese del Regno Italico influenzò il Regno di Napoli, favorendo la diffusione della rota proiecti in tutto il meridione.
I motivi che spingevano ad abbandonare i piccoli appena nati erano molteplici. Spesso le famiglie, già numerose, non erano economicamente in grado di allevare un ulteriore figlio. A volte i neonati venivano alla luce da relazioni adulterine, altre invece erano abbandonati da padri rimasti vedovi, incapaci di accudirli, oppure da giovani madri senza sposo.
Gli abbandoni erano soliti avvenire dopo il tramonto, nella notte o alle prime luci dell’alba: momenti in cui si poteva agire inosservati, lontani dagli sguardi dei passanti. Dopo aver loro prestato le prime cure, era il personale degli ospedali o degli istituti religiosi a recarsi presso gli uffici del Comune, per dichiarare la nascita dei trovatelli. I verbali redatti dagli ufficiali di stato civile divennero col tempo sempre più dettagliati e si prestava particolare attenzione nel descrivere panni, indumenti e oggetti con cui i neonati venivano abbandonati. In alcuni casi, infatti, la madre esponeva il piccolo con un fazzoletto ricamato e tagliato a metà, così da poterlo successivamente riconoscere esibendo l’altra metà rimasta in suo possesso. Talvolta nella ruota si rinveniva anche un biglietto, con cui il genitore manifestava la propria volontà, magari indicando il nome o il cognome da dare al proietto. In caso contrario, le generalità dei piccoli erano decise dai sindaci o dagli ufficiali che redigevano l’atto. In diverse circostanze essi erano soliti rimarcare l’assenza di paternità dei trovatelli, con cognomi quali Esposito, Donati, Trovato o Fallaci. Diversamente, solevano riferirsi al luogo del ricovero (Degli Innocenti, come l’omonimo ospedale fiorentino) o agli istituti religiosi che li accoglievano (Dioguardi, Casadei, Vescovi, Di Dio). In alternativa, il cognome era inventato ispirandosi al momento del ritrovo (Sabbadin, Dominici, Di Marzo, Inverni, Carnevale).
L’abbandono dei neonati divenne presto un problema di grossa portata. La popolazione europea fu segnata da un netto aumento durante il XIX secolo, che portò gli abitanti da cento a duecento milioni. Nelle grandi città italiane come Napoli e Milano iniziò a registrarsi una crescita del tasso di natalità, superiore alla media nazionale. L’impennata delle nascite si riversava sulle casse dell’erario, che finiva col sobbarcarsi anche le spese di sostentamento delle famiglie più numerose, perché venivano esposti pure i figli legittimi. La situazione, alquanto critica, spinse a valutare l’idea di eliminare la ruota e chiudere i brefotrofi. Prima città ad adottare questa decisione fu Ferrara nel 1867, fino al Regolamento generale per il servizio di assistenza agli Esposti del governo Mussolini, che nel 1923 abolì completamente il sistema.
Attualmente, l’ordinamento italiano consente alle donne di partorire nell’anonimato, garantendone la massima riservatezza. Ai sensi del d.p.r. 396/2000 il nome della madre rimane segreto e nell’atto di nascita del bambino viene scritto “nato da donna che non consente di essere nominata” (una dicitura simile alla vecchia locuzione natus ex incertis parentibus, riportata negli atti di battesimo dei trovatelli). La situazione di abbandono del minore non riconosciuto viene immediatamente segnalata alla Procura della Repubblica presso il Tribunale per i minorenni, che apre il procedimento di adottabilità e inizia la ricerca di una coppia idonea ad adottare e crescere il neonato.
Nonostante le previsioni normative, sono ancora presenti casi di abbandono, spesso ad opera di genitori clandestini che, per timore di essere scoperti e rimpatriati, non si rivolgono alle strutture ospedaliere. Per questa ragione, in Italia come in altri Paesi dell’Unione europea, sono state introdotte nuove ruote degli esposti. Fra le più recenti c’è proprio quella del convento di San Francesco da Paola a Monopoli, nel barese. Un anno fa la città era stata scenario del triste ritrovamento del corpo della piccola Chiaraluna, abbandonata in riva al mare nel mese di febbraio. L’evento scosse la comunità al punto da spingere i frati locali a installare una “ruota della vita”. Le moderne strutture, più tecnologiche di quelle ottocentesche, sono inserite in stanze a temperatura costante, accessibili tramite una finestra basculante. Grazie a sensori volumetrici, la culla avverte subito la presenza del bambino e invia un segnale ai sanitari, che intervengono per prestargli cure immediate.
E giusto pochi giorni fa, Monopoli ha accolto il primo trovatello di soli quattro giorni di vita e che i frati hanno scelto di chiamare Emanuele.



sabato 4 agosto 2018

Il Codice di Hammurabi / Un importante punto di riferimento per la storia del diritto


Il Codice di Hammurabi

Un importante punto di riferimento per la storia del diritto

5 APRILE 2018, 
Era l’inverno fra il 1901 e il 1902 quando l’archeologo francese Jaques de Morgan, durante gli scavi nella città di Susa, portò alla luce una delle più antiche e importanti raccolte di leggi scritte mai rinvenute: il Codice di Hammurabi. La scoperta ebbe luogo nella regione dell’Iran sud-occidentale, proprio dove il re dell’Elam – dopo aver depredato Babilonia – decise di nascondere il lauto bottino composto da statue e tesori.
Il Codice rappresenta un importante punto di riferimento per la storia del diritto, un elemento fondamentale per poter comprendere al meglio la successiva legislazione, soprattutto romana. La raccolta fu redatta sotto il regno di Hammurabi, re babilonese dal 1992 a.C. al 1750 a.C., e incisa su una stele di basalto alta più di due metri. Sulla sommità del cilindro è raffigurato Shamash, dio della giustizia, dinanzi al cui trono si inginocchia il sovrano. E il successivo prologo, che precede le disposizioni codicistiche, ricalca lo stretto rapporto fra il re e le divinità. Le leggi sono considerate di origine sacra, al punto che lo stesso Hammurabi sottolinea di essere stato incaricato dagli dei per “distruggere le forze del male, affinché il potente non opprimesse il debole”.
Seguono, dunque, i 282 articoli che – senza rispettare una vera sistematicità in ordine alle materie trattate – regolano profili di diritto civile, diritto commerciale, diritto penale e diritto processuale. Le leggi, redatte in scrittura cuneiforme, erano spiegate in maniera semplice, chiara e concisa. Inoltre, a differenza della successiva codificazione romana, non c’erano riferimenti ad altre leggi, a usanze precedenti o a ratio e finalità della disposizione: alla prolissità si sostituiva l’economia del precetto.
Oltre all’organicità normativa, il Codice di Hammurabi deve la sua fama anche alla codificazione della cosiddetta legge del taglione. Secondo gli storici si tratterebbe della prima espressa previsione di tale principio di diritto, in forza del quale la vittima di un danno poteva infliggere all’autore dello stesso un danno di egual portata. Tuttavia, la lex talionis babilonese – efficacemente spiegata dal brocardo “occhio per occhio” – si applicava secondo un’equità piuttosto diversa da quella attualmente riconosciuta. Dal Codice di Hammurabi si desume una chiara divisione in classi della civiltà mesopotamica. In capo alla piramide sociale vi erano gli awilu, letteralmente “uomini civilizzati”, dunque una categoria alla quale appartenevano i nobili e coloro che esercitavano funzioni politiche e di governo. Seguivano i mushkenu, “coloro che si sottomettono”, ossia uomini semiliberi e senza proprietà. Ultimi, in fondo alla gerarchia, erano i wardu, ossia schiavi e servitori, che potevano essere acquistati e venduti.
Ebbene, il tenore delle pene variava a seconda della classe di appartenenza della vittima e dell’autore del danno. La gravità della colpa era strettamente connessa allo status sociale del responsabile. Il delitto commesso da un wardu era punito più severamente, con pene ben più gravose, e lo stesso avveniva quando lo schiavo era una vittima, perché in tal caso la sua vita aveva minor valore e la pena inflitta era sicuramente più blanda.
Inoltre, un importante profilo attiene alla responsabilità del reo, la cui disciplina è totalmente estranea all’odierna distinzione fra reato colposo e reato doloso. A riguardo, un esempio classico è quello della casa che, crollando, provoca la morte di coloro che vi abitano. Secondo il Codice di Hammurabi, non assume alcuna rilevanza la condotta colposa o dolosa dell’architetto: questi sarà infatti punito come se avesse volontariamente ucciso i membri della famiglia scomparsa con il crollo.
Attualmente, la stele è custodita presso la sezione delle Antichità orientali del Louvre, a Parigi, ma una sua fedele copia è parimenti ammirabile presso il Pergamonmuseum di Berlino. Seppur lontano dal rigore sistematico delle codificazioni moderne, il Codice di Hammurabi ha inaugurato l’odierna tradizione codicistica dell’organizzazione del corpus in articoli. Infine, un profilo di notevole importanza è assunto dalla pubblicità del corpus normativo. Il codice era pubblicamente conoscibile: pene e divieti erano facili da verificare a cura di coloro che sapevano leggere. La stele venne esposta proprio nel tempio del dio Shamash, favorendone l’accesso al popolo, e il sovrano scelse di usare un linguaggio non specifico, ma chiaro e comprensibile dai molti. La legge scritta attribuiva certezza al diritto e l’esposizione ne attuava un principio oggi noto come presunzione di conoscenza della legge.


giovedì 2 agosto 2018

Visibilio italiano per Van Gogh / La magia del pittore fiammingo in due produzioni multimediali


Loving Vincent



Visibilio italiano per Van Gogh

La magia del pittore fiammingo in due produzioni multimediali

11 MAGGIO 2018, 
PIERPAOLO DE NATALE DUMAS

Il grande surrealista, Vincent Van Gogh, è attualmente protagonista di una gradita quanto inaspettata popolarità fra gli italiani, che – giovani, adulti, curiosi o estimatori – ne stanno largamente apprezzando la copiosa produzione artistica, manifestando un notevole interesse, probabilmente senza eguali nel tempo.
Il pittore olandese ha spopolato nelle sale cinematografiche con due pellicole. L’esordio, nel 2017, è stato con Loving Vincent, straordinario film d’animazione diretto da Dorota Kobiela e Hugh Welchman, che hanno realizzato un vero dipinto sul dipinto. Lo spettacolo ha totalizzato 240 mila spettatori, un dato piuttosto rilevante considerando che la distribuzione nei cinema italiani è durata soli tre giorni; tuttavia, a sorprendere ulteriormente sono gli incassi, che hanno rappresentato il 50% degli incassi totali di tutti i cinema italiani. A determinare cotanto successo hanno concorso – da un lato – l’indubbia fama del pittore dei girasoli, le cui vivaci pennellate non smettono mai di incantare gli astanti, e – dall’altro – l’innovativa tecnica usata per la produzione del film. Infatti, Loving Vincent è la prima pellicola ad essere stata interamente dipinta su tela, impiegando 65 mila fotogrammi ottenuti dalla rielaborazione di oltre mille dipinti.
Van Gogh. Notte stellata

Di recente, invece – forti degli esiti positivi dell’anno precedente – le sale cinematografiche hanno proiettato (ancora una volta per tre giorni) un nuovo spettacolo. Questa volta, però, la sceneggiatura è tutta made in Italy, con la direzione di Giovanni Piscaglia. Il film, intitolato Van Gogh. Tra il grano e il cielo, ha avuto un approccio più tecnico all’opera dell’artista olandese, arricchito da interessanti interventi di critici e studiosi.
Tuttavia, non è solo il grande schermo a destare curiosità, perché la magia del pittore fiammingo sta raccogliendo enormi consensi nelle maggiori città italiane grazie a una serie di mostre d’arte sui generis, totalmente multimediali. Giochi di luce e colori proiettano su maxischermi istantanee di vita del passato di Van Gogh, alternando i suoi dipinti a utili spiegazioni per comprenderne meglio il messaggio e le tecniche di realizzazione. In tal modo, il visitatore si ritrova avvolto da questa realtà virtuale multisensoriale, che coinvolge la vista e l’udito, tramite musiche che accompagnano alla scoperta degli aspetti più intimi e tormentati della vita e delle opere dell’artista.

Loving Vincent

Qualora questo non dovesse bastare e voleste vivere un’esperienza ancora più originale, vi tornerà utile sapere che, dal prossimo 2 giugno, la città di Venezia ospiterà la Van Gogh Multimedia Experience. Si tratta di una full immersion, organizzata in diciannove aree tematiche, all’insegna degli ultimi ritrovati in tema di tecnologia VR. Infatti, indossando gli Oculus Samsung Gear, i visitatori potranno letteralmente entrare nelle opere di Van Gogh, avendo l’opportunità di percepirne ogni singolo dettaglio figurativo per mezzo della realtà tridimensionale.
Pare che il pittore surrealista stia riscontrando sempre più successo, protagonista di un fenomeno che lo rende popolare anche nel resto d’Europa. Ai viaggiatori farà piacere scoprire che nella zona del Brabante (regione compresa fra Paesi Bassi e Belgio) esiste una pista ciclabile soprannominata Van Gogh Path. Essa è il risultato del lavoro svolto dalla società Heijmans, che ha realizzato un progetto del designer Daan Roosegaarde. Il sentiero collega alcuni luoghi in cui l’artista visse proprio in quella zona ed è stato inaugurato nel 2015, in occasione del centoventicinquesimo anniversario della sua scomparsa. Ebbene, la pista ciclabile si distingue per essere ispirata al celebre dipinto Notte stellata, poiché ricoperto di pietre luminose. Queste, assorbendo la luce solare durante il giorno, sono successivamente in grado di illuminarsi per almeno otto ore durante la notte. Il risultato, certamente suggestivo, ricalca le sfumature cromatiche di una delle tele più famose al mondo.

Van Gogh. Tra il grano e il cielo

In conclusione, c’è da chiedersi se la strada che stiamo percorrendo sia quella giusta da intraprendere per apprezzare l’arte in ogni sua sfaccettatura. I progressi della tecnologia forniscono, senza ombra di dubbio, importanti strumenti che semplificano e spesso migliorano la vita quotidiana. Tuttavia, secondo il parere di chi scrive, esistono (e continueranno ad esistere) realtà e sensazioni che la tecnologia non sarà mai in grado di replicare. Uno schermo gigante non potrà mai trasmettere le stesse emozioni che lo spettatore proverebbe ritrovandosi faccia a faccia con l’Autoritratto custodito presso l’Art Institute of Chicago. Incrociare gli occhi del pittore nella sua stessa opera e carpirne la profondità nelle fugaci pennellate di azzurro vivo è un’esperienza che nessuna realtà virtuale sarà mai in grado di offrire.



Donne / Marine Vacth


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Marine Vacth