giovedì 19 luglio 2018

Donne / Joss Stone I




Donne
Joss Stone I


  


 




FICCIONES
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DE OTROS MUNDOS

DANTE





martedì 17 luglio 2018

Donne alla spiaggia / Joss Stone




DONNE SULLA SPIAGGIA
Joss Stone






 





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DE OTROS MUNDOS

DANTE


lunedì 16 luglio 2018

Francia, incidenti e saccheggi: evacuati Champs-Élysées dopo la festa mondiale

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Francia, incidenti e saccheggi: evacuati Champs-Élysées dopo la festa mondiale


In serata, nella festa dei tifosi sugli Champs-Elysées si sono infiltrati alcuni teppisti: auto distrutte e date alle fiamme, negozi saccheggiati


6 luglio 2018 (modifica il 16 luglio 2018 | 09:58)


Decine di facinorosi e casseur sono venuti a guastare la grande festa popolare per la Francia campione del mondo che questa notte vedeva riunite centinaia di migliaia di persone sugli Champs-Elysées, lanciando oggetti contro le vetrine dei negozi, in particolare il Drugstore Publicis, a pochi metri dall’Arco di Trionfo, dove poco prima erano stati proiettati i nomi dei calciatori eroi dell’impresa di Mosca e il tricolore bleu-blanc-rouge. Gli agenti hanno replicato con i gas lacrimogeni e la folla è stata dispersa nella parte alta del viale, mentre nella parte inferiore, intorno a Place de la Concorde, la situazione è rimasta piuttosto calma.

Secondo la stampa francese, diversi giovani, alcuni incappucciati, hanno fatto irruzione nel Drugstore facendo incetta di bottiglie di vino e champagne. Dopo 15-20 minuti sono stati sgomberati con forti dosi di gas lacrimogeno lanciate dagli agenti. Lo stesso è accaduto nel vicino bar dell’esercizio commerciale. Poco prima di mezzanotte, la prefettura ha deciso di sgomberare quella che i parigini definiscono il «più bel viale del mondo», incluso con l’uso di idranti. Incidenti, scontri e lacrimogeni anche nel centro di Lione e, in misura minore, a Rouen e Mentone. Circa 110.000 agenti sono stati mobilitati dal ministero francese dell’Interno per garantire la sicurezza di questo particolare fine settimana francese.

CORRIERE DELLA SERA






giovedì 12 luglio 2018

Ritorno al sole / Il viaggio di Kalila e Kieren


Il Sole ci aspetta

Ritorno al sole

Il viaggio di Kalila e Kieren

23 FEBBRAIO 2016, 




Kalila era una candela alta e slanciata. Di notte, quando veniva accesa, le capitava di scorgere fuori dalla finestra un piccolo spirito grigio, una linea sottile e sinuosa. Kalila brillava sempre con vitalità, ma quando vedeva lo spirito sembrava arrossire: allora la sua fiamma si faceva ancora più calda e vigorosa, fiera, quasi impettita. Le piaceva illuminare la stanza, tuttavia a volte si sentiva malinconica e pensava: “Sarebbe bello volare libera come lo spirito”.
C’erano giorni in cui la divoravano rabbia e insoddisfazione. Osservava con occhi di fuoco lo spirito scosso dal vento e la stanza le pareva una prigione! Dall’altra parte del vetro, nella notte fredda e buia, c’era un mondo intero da scoprire e illuminare. Lo spirito ricambiava il suo sguardo con occhiate sfuggenti. Kalila si chiedeva che pensasse e perché le facesse visita. Avrebbe voluto parlargli. Forse aveva freddo. Avrebbe voluto scaldarlo. Giorno dopo giorno Kalila diveniva più bassa, e la sua silhouette non era più quella di una volta. Non riusciva a sporgersi bene come prima per vedere ciò che accadeva fuori dalla finestra. In compenso aveva trovato degli amici nella stanza: le ombre dei libri. Ce n’erano di tutti i tipi: sognatrici, saccenti, fantasiose, avventurose, romantiche, sapienti, nichiliste, depresse, infantili, allegre… e avevano sempre qualcosa da raccontare. Era raro che Kalila si annoiasse, anzi diventava sempre più saggia e assomigliava a un piccolo Buddha. Più si abbassava, meglio vedeva le stelle alte nel cielo.
Giunse infine il giorno in cui Kalila si spense senza che il signor Mark soffiasse. Kalila sentì un gran freddo, chiuse gli occhi, e quando li riaprì era diventata un piccolo spirito grigio. Si accoccolò in un angolo della stanza rabbrividendo. Aveva paura. Fu allora che lo spirito della finestra scivolò nella stanza attraverso le imposte, corse verso Kalila e la baciò. Fu il bacio più freddo della sua vita, più freddo persino del bacio della morte di cui le aveva raccontato l’ombra di un vecchio libro. Il suo cuore divenne gelido come la neve, e poi, come per magia, Kalila smise di rabbrividire. Lo spirito scrisse nella polvere "Kieren". Kalila sorrise: “Il tuo nome… ” disse. Kieren annuì e le fece segno di alzarsi. “Andiamo?” chiese Kalila. Kieren annuì di nuovo e la condusse alla finestra. Aspettò che Kalila uscisse, poi la seguì. La Luna splendeva negli occhi di Kalila.
“Il Sole… ” sussurrò Kieren, “il Sole è ancora più bello”.

“Il Sole?” chiese Kalila.
“Una palla di fuoco, una grande candela… Tu dormivi quando c’era il Sole, ma tra poco lo vedrai”.
“Lo so, è lì che dobbiamo andare,” disse Kalila prendendo Kieren per mano.
“Troveremo la nostra casa nel Sole”.
Il Sole sorse, era davvero bellissimo. Kieren e Kalila partirono.
È così che gli spiriti delle candele consumate tornano nel Sole: mano nella mano. Perché le loro anime sono troppo fredde per viaggiare in solitudine.




Alessandra Chiara Mansueto
Alessandra Chiara Mansueto
Sono nata a Milano nel 1995. Racconto storie un po' pazze da sempre, il mio primo personaggio si chiamava Ponchio ed era un gatto cattivello (perdonatemi, ma avevo solo tre anni).
La mia passione mi ha portata a intraprendere studi classici, a pubblicare racconti già da qualche anno e a dedicarmi alla psicologia sociale e alla narrativa. Sto completando la mia prima raccolta di racconti. Punto forte: la fantasia.
Canto jazz e il mio sogno è di trovare un ragazzo che mi porti a ballare lo swing. Spero di vivere fino all'invenzione della macchina del tempo. Particolarità: parlo coreano.

martedì 10 luglio 2018

Il ragazzo nell'anfratto / Chi non ha mai toccato terra può solo volare


A un passo dal vuoto



Il ragazzo nell'anfratto

Chi non ha mai toccato terra può solo volare

23 GENNAIO 2016, 

C’era una volta una grande montagna con un cuore scuro divorato da solchi e cunicoli nascosti. Sulla sua vetta sbucava un’ampia caverna che dava sul vuoto, nel cielo. In quella caverna vivevano Martin, suo padre, sua madre, i suoi fratelli e le sue sorelle.
Il ragazzo passava ore e ore rannicchiato nelle pieghe esterne della roccia: ammirava la distesa d’azzurro, così vicina ma lontanissima e vuota. Fantasticava con gli occhi sul sole, sui fulmini o sulle stelle. Allora sentiva il suo sguardo scivolare verso il basso, senza che potesse fermarlo, e temeva, ancor prima di sentirla, la forza magnetica che sempre lo spingeva verso l’abisso. Il lamento di Martin era un sogno silenzioso sull’orlo del burrone.
Non aveva mai messo piede giù dalla montagna. Solo suo padre, uomo intrepido e super muscoloso, scendeva a valle per cacciare, vendere pelli di animali e rifornirsi di viveri. Martin nel frattempo conciava le pelli nella cima della montagna con tutti gli altri. Era soffocante la vita in quegli anfratti umidi e bui, i giorni scivolavano come capelli stanchi da una testa unta.
Come il padre facesse a scendere in paese sembrava nessuno lo sapesse. E se qualcuno lo sapeva se ne stava ben zitto. I genitori vietavano ai figli qualsiasi tentativo di raggiungere la valle. Era troppo pericoloso, dicevano: la montagna li avrebbe inghiottiti, e se fossero sfuggiti alla montagna il mondo stesso li avrebbe divorati. Martin si interrogava spesso sul significato delle loro parole.
Una sera, perdendosi con lo sguardo nel cielo plumbeo, il ragazzo fu folgorato da un uccello rosso: volava come una fiamma in guerra, si tendeva contro il vento. Gli occhi dell’uccello erano grandi e parlavano come mossi da pensieri umani. Il cuore di Martin sembrava quello di un innamorato, batteva fortissimo. Da allora ogni mattina cospargeva le rocce di briciole, e appena poteva scandagliava il cielo con i suoi grandi occhi a palla alla ricerca di una macchia, una linea, un puntino di rosso. Aveva così tanto tempo da perdere che non perse mai la speranza, così, in una mattina grigia, lo rivide. L’uccello volava verso la caverna, sempre più vicino, ma finì per sterzare e sparire lontano. Martin non poteva inseguirlo.
La mattina dopo, quando il ragazzo si svegliò, le briciole erano sparite. Martin sorrise in preda alla speranza. Sparse altre mollichine, e di nuovo non le trovò al sorgere del sole. I giorni passavano, e Martin decise che era giunto il momento di ammirare da vicino quella bellissima creatura. Così si nascose e aspettò, appiattito in una rientranza oscura, trattenendo il respiro, con il terrore di muoversi, una strana sacralità nell’aria. I minuti si facevano ore in compagnia della Luna e del vento gelido. Improvvisamente il ragazzo sentì un rumore provenire da dietro le sue spalle: era sua madre. Superò Martin e si sporse verso l’esterno, con la mano spinse le briciole nel vuoto.
Qualche notte prima la madre, che sempre osservava suo figlio, aveva spiato l’enorme uccello rosso mangiare le briciole. Dentro di sé aveva sentito che la cosa giusta da fare era allontanare in silenzio quella creatura dell’aria.
L’esistere si faceva terribile. La notte Martin si stendeva nel suo giaciglio con il cuore in tumulto e il desiderio ardente di prendere la propria vita tra le mani e fuggire. Non riusciva a dormire, nel buio si torturava tra pensieri che oscillavano senza tregua dalla più dolce speranza alla più scura vendetta.
In una di quelle notti senza pace Martin sentì dei rumori provenire dall’anfratto più profondo della caverna: silenziosamente scivolò verso il suono. Nell’oscurità, tendendo occhi e orecchie, distinse suo padre spostare un grosso masso e sparire nel nulla. Erano anni che la montagna lo sentiva strisciare come un verme nelle sue viscere, farsi strada nel suo cuore grondante d’acqua, rotolare fuori dal suo vecchio corpo, a valle.
Martin programmò di inabissarsi nella montagna e andare via, ma ogni giorno il suo proposito diventava più pallido, lontano, insensato. Capitava che la notte sognasse l’uccello rosso nel cielo azzurro, con una malinconia leggera. La mattina si svegliava col desiderio di volare.
Passarono i giorni. Una mattina suo padre, prendendo Martin in disparte in un angolo oscuro, gli sussurrò con tono grave: “È giunto il momento per te di diventare uomo e scendere nel mondo di sotto: ti mostrerò i segreti del mio potere.”
“Io so come scendere, rispose Martin.” Corse verso il buco nel cielo e si tuffò nell’azzurro. Chi non ha mai toccato terra può solo volare.



Alessandra Chiara Mansueto
Alessandra Chiara Mansueto
Sono nata a Milano nel 1995. Racconto storie un po' pazze da sempre, il mio primo personaggio si chiamava Ponchio ed era un gatto cattivello (perdonatemi, ma avevo solo tre anni).
La mia passione mi ha portata a intraprendere studi classici, a pubblicare racconti già da qualche anno e a dedicarmi alla psicologia sociale e alla narrativa. Sto completando la mia prima raccolta di racconti. Punto forte: la fantasia.
Canto jazz e il mio sogno è di trovare un ragazzo che mi porti a ballare lo swing. Spero di vivere fino all'invenzione della macchina del tempo. Particolarità: parlo coreano.

venerdì 6 luglio 2018

Annie Leibovitz / Donne

Serena Williams
 Annie Leibovitz
DONNE
PIRELLI

Yao Chen

Tavi Gevinson

Patti Smith

Amy Shumer

Agnes Gund junto a una de sus dos nietas, Sadie Hope-Gund

Yoko Ono

Natalia Vodianova



giovedì 5 luglio 2018

Incubo di un compito in classe / Quelle sottili linee rosse



Incubo di un compito in classe

Quelle sottili linee rosse

23 DICEMBRE 2015, 
ALESSANDRA CHIARA MANSUETO

Ero in classe seduta al mio banco. I banchi erano staccati l'uno dall'altro, l'aula sembrava un mare in tempesta e le persone parlottavano. Sulla cattedra c'erano strane attrezzature tecnologiche, davanti ad esse un chirurgo. Accanto al chirurgo la mia prof. d' inglese sorrideva: “Ok ragazzi, ora state attenti”, disse.
Il chirurgo cominciò a muovere le sue lamette sui sensori di un computer, e prima che potessi protestare mi accorsi che ero rimasta senza maglietta. La mia pelle, più nivea e morbida del solito, veniva incisa. Mi ricordai che in effetti dovevo subire un'operazione, ma diamine se m'avevano presa alla sprovvista. “Scusate... l'anestesia?” sussurrai.
Non mi sentirono e decisi di restare zitta, perché temevo che parlando più forte qualcosa dentro di me si sarebbe mosso, allora le lamette sarebbero scivolate nel mio cuore, o il mio cuore sarebbe scivolato fuori dal petto. Stetti a guardare i lembi della pelle che si schiudevano, rossi e sottili. Non mi faceva male, sentivo solo un po' freddo, e una distanza infinita aprirsi nel mio corpo. Alcuni organi rossi furono estratti dalle incisioni. Avevo la percezione di essere in bilico, ma tutto era perfetto: il sangue al posto di sbavare disegnava linee armoniche, belle, precise.
Giusto il tempo di ammirare i progressi della tecnica, e in un momento tutto era finito. Sulla mia pelle nuda rimanevano le righe rosse. “Ok ragazzi, ora dovete rispondere alle domande riguardo l'operazione, avete venti minuti,” disse la prof., e ci distribuì dei fogli con alcune domande in inglese.
Cominciai subito a scrivere perché avevamo solo venti minuti. E' facile, troppo facile, pensavo tra me e me, ma non dobbiamo permettere che la prof. lo capisca. Quando finii di rispondere mancava un minuto allo scadere del tempo: "Bene, ora ricontrollo", mi dissi. Ma scoprii, con indicibile orrore, di aver risposto a tutte le domande in italiano. Le linee sul mio corpo tremavano. Mi gettai sul foglio con impeto e disperazione: "Devo tradurre tutto! Tutto!" urlavo dentro di me mordendomi le labbra e contorcendomi sulla sedia.
La campanella suonò, e la prof. venne da me per prendere il foglio. “No! No!” strillavo mentre il compito mi veniva strappato dalle mani. Caddi a terra, e la pelle tenera tenera sembrava sul punto di riaprirsi. Con le lacrime agli occhi m'alzai in piedi, furente. Per un attimo restai interdetta, poi lanciai un grido: “Troia! Sei una troia!” il mio indice puntava la prof. d'inglese.
Ero confusa, perché l'urlo emesso dalle mie labbra mi giungeva alle orecchie ovattato e lontano. Vidi le facce dei miei compagni di classe storcersi; anche il chirurgo era strano, con la bocca spalancata come in una maschera di Halloween. La prof. si guardava attorno, sembrava incredula. La mia vita era finita. Provai a dire qualcosa: “Non ne posso più! Mi scusi, mi scusi. Non ho sentito cosa ho detto! Sarà l'operazione... eh?”. Intanto pensavo a com'era stata cattiva: sottopormi a un test subito dopo l'operazione non era carino. Ci fu un attimo di confusione, poi la prof. sorrise.
Ricordo che qualche tempo dopo mi trovavo in un grande centro commerciale. Con me c'erano alcuni vecchi compagni di classe, quindi volevo apparire figa. “Sara, ti ricordi di quando hai dato della troia alla prof. d'inglese?” sorrise Edoardo, un ragazzo dalla faccia piatta. “Sì,” risi. “Sei stata grande, ormai sei una leggenda. Dove hai trovato il coraggio?” “Ci sono nata,” alzai le spalle. Pensai per un attimo alle perfette linee rosse. C’era qualcosa di strano, qualcosa fuori posto. Ma al momento ero abbastanza contenta e avevo voglia di fare shopping in quel luogo liscio e perfetto. Avevano dimenticato di estrarre il mio cuore caldo, che batteva senza risposta sotto la pelle fredda.



Alessandra Chiara Mansueto
Alessandra Chiara Mansueto
Sono nata a Milano nel 1995. Racconto storie un po' pazze da sempre, il mio primo personaggio si chiamava Ponchio ed era un gatto cattivello (perdonatemi, ma avevo solo tre anni).
La mia passione mi ha portata a intraprendere studi classici, a pubblicare racconti già da qualche anno e a dedicarmi alla psicologia sociale e alla narrativa. Sto completando la mia prima raccolta di racconti. Punto forte: la fantasia.
Canto jazz e il mio sogno è di trovare un ragazzo che mi porti a ballare lo swing. Spero di vivere fino all'invenzione della macchina del tempo. Particolarità: parlo coreano.

martedì 3 luglio 2018

Mara Pace / Storie di fratelli e grandi avventure




Storie di fratelli e grandi avventure

Mara Pace
02/07/2018
Nei libri di questo lunedì incontriamo fratelli e sorelle che affrontano insieme esperienze straordinarie, cancellando il confine tra realtà e fantasia. Sono bambini che credono nell’immaginazione e che sanno mantenere un segreto, per quanto difficile.

Tredici cervi blu (trad. Laura Pignatti, Sinnos, 144 pp., 13 €, da 7 anni) è un libro dove la leggerezza del racconto fantastico s’intreccia con le vicende di una famiglia, senza che l’autore debba mai fermarsi a spiegare. Tutto ha inizio, non a caso, in un momento di noia.

L’orologio faceva tic-tac, (…) non succedeva niente. 

Ma proprio allora Luna incontra per la prima volta i tredici cervi blu. Escono dal vaso sul tavolo e cominciano a correre. Non fanno nulla di speciale, questi cervi, le sussurrano solo che è una “duchessa”. Ma per Luna è qualcosa di straordinario, materia che nutre l’immaginazione e che si trasforma in felicità. Sarà Ralf, il fratello maggiore, che spesso si arrabbia senza motivo, a spiegarle che non deve raccontare a nessuno ciò che ha visto.

“Bocca cucita, dico io, così forse rivedrai il tuo animale ancora una volta. Non dire niente, acqua in bocca, silenzio. Neanche a me.”

Il mistero di Luna diventa così il loro punto d’incontro, il terreno per affrontare la rabbia di Ralf e per accogliere il fratellino in arrivo. Tredici cervi blu è un libro ricco di magie e trasformazioni, che incantano il lettore e i personaggi, ma dove si narra soprattutto la bellezza di avere un segreto che rende speciale l’infanzia e, di conseguenza, anche la vita adulta.

Il testo, che appare nella collana “i narratori a colori” ad alta leggibilità, è accompagnato dalle immagini di Mattias De Leeuw, illustratore dal tratto fresco e immediato, che evoca la leggerezza fantastica di Quentin Blake, e che nel catalogo Sinnos ci ha già accompagnato alla scoperta di treni, di avventure cavalleresche e del mondo del circo.

Tredici cervi blu è illustrato con generosità e attenzione, e le immagini sono talvolta introdotte dal testo, che affida loro il compito di mostrare i passaggi più onirici e incantati, dove il blu rappresenta il fantastico e il nero la rabbia sempre pronta ad esplodere, assumendo le spaventose sembianze di un leone.

Racconta l’avventura di due fratelli anche La grossa carpa Cicciobalda (trad. Virginia Portioli, LupoGuido, 28 pp., 13 €, da 4 anni) di Luis Murschetz, un titolo che ha quarant’anni come Un giorno nella vita di Dorotea Sgrunf, (edito nel 2018 sempre da LupoGuido), ma che non era mai stato pubblicato in Italia. Una piacevole scoperta, dunque, un racconto originale e imprevedibile, che nelle prime pagine ha come protagonista assoluta la grossa carpa del titolo.

Non era certo l’unico pesce dello stagno, ma di certo il più grande e più astuto. Da tempo molti pescatori cercavano di catturarla, senza mai riuscirci. 

I bambini entrano in scena soltanto a pagina dieci, quando la carpa è in trappola. Fratello e sorella la caricano sottobraccio (come si vede nella riuscita immagine di copertina) e se la portano a casa. La trasformano in una creatura fantastica. Il finale può sembrare triste, visto che la carpa finisce in un acquario, ma l’autore non priva la creatura delle bizzarre decorazioni costruite dai bambini, e ci regala la speranza che la magia non sia andata perduta.

AVVENTURE TRA LA NOTTE E IL GIORNO Mattias De Leeuw racconta il mondo fantastico di una bambina anche ne La notte del circo (Sinnos, 48 pp., 15 €, da 4 anni), albo senza parole che ci accompagna sotto il tendone tra acrobati e animali, al confine tra sonno e veglia. A proposito di fratelli e immaginazione, ricordiamo infine Le regole dell’estate (trad. Beatrice Masini, Rizzoli, 2015, 48 pp, 18 euro, da 6 anni) di Shaun Tan, dove le città svuotate dal traffico svelano ai due bambini un mondo bislacco e affascinante.

ANDERSEN è il mensile italiano di informazione sui libri per l’infanzia. La rivista promuove ogni anno il PREMIO ANDERSEN, assegnato alle migliori opere dell’annata editoriale, con un’attenzione particolare alle produzioni più innovative e originali.