sabato 25 marzo 2017

Jack London III / La fine


Il richiamo di Jack London

Terza parte. La fine

8 MAR 2017 
di 
Jack lesse intensamente libri che divennero poi la base del suo pensiero, tra cui: L'origine della specie di Charles Darwin...
Pagina 69-70:

“Ben più forti erano le memorie del suo retaggio che conferivano a cose che non aveva mai visto prima un’apparente familiarità: gli istinti (che erano soltanto le memorie dei suoi antenati divenute abitudini), venuti meno in passato, si ridestavano ora in lui, erano di nuovo vivi”.

Pagina 94-95:

“Era più vecchio dei giorni che aveva vissuto e degli anni da cui respirava. Era un anello tra il passato e il presente; l’eternità che stava alle sue spalle pulsava in lui con un ritmo possente al quale si conformava come le maree e le stagioni”.

Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde di Robert Louis Stevenson...
Pagina 69-70:

“Talvolta, mentre se ne stava accovacciato, osservando la fiamma [...] gli sembrava che quella fiamma appartenesse a un altro fuoco e vedeva accanto a sé un altro uomo, [...] Quest’altro uomo aveva gambe più corte e braccia più lunghe [...]. Aveva capelli lunghi e arruffati e la fronte sfuggente. Bofonchiava suoni bizzarri e sembrava molto spaventato nelle tenebre [...] stringendo convulsamente nella mano [...] un bastone con una pietra pesante solidamente attaccata a un’estremità. Era quasi completamente nudo [...] aveva però il corpo molto villoso”.

Nel 1898 - quando Jack aveva 22 anni – dopo aver trascorso quattro anni nel Klondyke, nella disperata ricerca dell’oro e della ricchezza, tornò sfinito a San Francisco con un minuscolo sacchetto d’oro...
Pagina 74-75:

“Ogni muscolo, ogni fibra, ogni cellula era stanca, stanca morta. E c’era di che: in meno di cinque mesi avevano percorso quattromila chilometri, e negli ultimi duemilanovecento... ”.

Pagina 80:

“Con quei nuovi venuti disperati e miserabili e la vecchia muta consumata da quattromila chilometri ininterrotti di pista, le prospettive erano tutt’altro che brillanti”.

Nel 1902 - quando Jack aveva 26 anni - trascorse due mesi vivendo nei bassifondi di Londra, in questo periodo scrisse Il richiamo della foresta ...
Pagina 68-69:

“Veniva dato da mangiare ai cani: questa era la sola attrattiva della giornata sebbene fosse anche piacevole, dopo mangiato il pesce, bighellonare per un’oretta con gli altri cani, più di un centinaio”.

E perciò da adesso in avanti, procederò nel futuro di Jack London facendo un salto nel passato. Come ho intenzione di farlo? Mostrando l’analogia tra Buck, Thornton e Jack London. Perché voglio farlo? Per dimostrare che Jack London descrivendo Buck e Thornton descrive sé stesso. Nel 1907 - quando Jack aveva 31 anni - con la moglie Charmian iniziò un lungo viaggio attorno al mondo con il suo yacht…
Pagina 106:

“Buck, guadagnò in cinque minuti milleseicento dollari per John Thornton, permise al padrone di pagare certi debiti e di fare un viaggio con i suoi compagni verso l'Est... ”.

Pagina 107-108:

“Passarono i mesi ed essi vagavano in lungo e in largo per spazzi immensi, non segnati su alcuna carta, dove non c’erano uomini... ”.

Nel 1909 - quando Jack aveva 33 anni - vendette il suo yacht per soli tremila dollari: un decimo del suo costo...
Pagina 75:

“Poi, al mattino del quarto giorno, arrivarono due uomini provenienti dagli Stati Uniti e li comprarono, finimenti e tutto, per una sciocchezza”.

Nel 1913 - quando Jack aveva 37 anni - fu l’anno delle catastrofi: cattiva salute, operazioni chirurgiche, raccolti distrutti, processi giudiziari, dissesti finanziari, aborto della moglie Charmian, incendio del ranch acquistat ...
Pagina 100:

“Thornton era tutto ferito e pesto, appena riuscì a mettersi in piedi si avvicinò premuroso a Buck e, esaminatolo, gli trovò tre costole rotte”.

Perciò il medico consigliò a Jack di smettere di bere alcol e la sua dieta a base di carne e pesci crudi...
Pagina 60-61:

“Correva alla testa del branco inseguendo l’animale selvatico, il cibo vivo, per uccidere con i suoi denti e immergere fino agli occhi il muso nel sangue caldo [...] e come se Buck che [...] teso a raggiungere quel cibo vivo che fuggiva velocemente dinanzi a lui [...] scopriva gli abissi della propria natura, la parte più profonda dei suoi istinti, risalendo fino al grembo del tempo, [...] poiché questo era il contrario della morte, [...] si esprimeva nel movimento, nello sfrecciare esultante [...] sopra le cose morte immobili”.

Jack non soltanto ignorò i consigli del medico, ma aggiunse all’alcol e alla sua dieta "analgesici, morfina ed eroina" …
Pagina 73:

“… il conducente era perplesso. I compagni raccontavano di come un cane potesse morire di crepacuore se gli si rifiutava quello stesso lavoro che lo uccideva...”.

Pagina 88:

“Thornton continuò il suo lavoro. Sapeva bene che era inutile frapporsi tra un pazzo e la sua follia; due o tre pazzi in più o in meno non avrebbero alterato l’ordine delle cose”.

Il 7 marzo del 1916 - quando Jack aveva 41 anni - annunciò le dimissioni dal partito socialista...
Pagina 95:

“il genere umano con i suoi diritti gli diventava di giorno in giorno più estraneo”.

Pagina 122:

“John Thornton era morto. L’ultimo legame era spezzato. L’uomo e i diritti dell’uomo non lo tenevano più avvinto”.

Il 22 novembre del 1916 – quello stesso anno - Jack decise di togliersi la vita iniettandosi una dose letale di morfina e analgesici.




giovedì 23 marzo 2017

Jack London II / Nato per comandare



Il richiamo di Jack London

Seconda parte. Nato per comandare

Nato per comandare
Nato per comandare
8 FEB 2017 
di 
In quegli anni Jack acquistò uno sloop (non si sa bene come) e diventò "il principe dei pirati delle ostriche"…
Pagina 64:
Buck trotterellò al posto di testa, che era stato di Spitz, ma Francois, senza fargli caso, condusse Sol-leks nel posto ambito: pensava che Sol-leks fosse il miglior cane di testa rimasto. Buck saltò addosso a Sol-leks come una furia spingendolo indietro e mettendosi al suo posto. “Ehi”, gridò Francois dandosi allegramente una manata sulla coscia, “guarda, guarda Buck. Ammazza Spitz e ora vuole prenderne il posto. Via, pivello!” gridò, ma Buck rifiutò di muoversi.
L'imbarcazione di Jack in seguito fu bruciata dai suoi rivali, lui per riscattarsi si arruolò nella squadriglia che combatteva i pirati delle ostriche...
Pagina 63:
Nonostante il dolore e la disperazione, Spitz lottava furiosamente per tenersi su: [...] Per lui non c’era speranza, Buck era inesorabile: la pietà si addiceva a climi più miti. Si preparò all’attacco finale.
Pagina 94:
E Buck era spietato. Aveva imparato bene la legge del bastone e della zanna e non rinunciava mai a un vantaggio e non mollava un avversario che aveva spinto sulla via della morte. Aveva appreso la lezione da Spitz e dai migliori combattenti tra i cani della polizia e della posta, e sapeva che non potevano esserci vie di mezzo. Doveva vincere o essere vinto: mostrare pietà era un segno di debolezza. La pietà non esisteva nella vita primordiale; veniva scambiata per paura e questi malintesi significavano morte. Uccidere o essere ucciso, mangiare o essere mangiato, era la legge; e a questo imperativo, che gli giungeva dagli abissi del tempo, egli obbediva.
Nel 1894 - quando Jack aveva 18 anni - fu arrestato per vagabondaggio a Buffalo e condannato a trenta giorni di prigione, qui, per sopravvivere accettò la protezione di uno dei detenuti più potenti della prigione, in cambio di prestazioni sessuali con lui...
Pagina 29-30:
Stordito, con un dolore terribile alla gola e alla lingua, mezzo morto, Buck cercava di tener testa ai suoi aguzzini, ma venne ripetutamente gettato a terra [...] poi gli tolsero anche la fune e lo gettarono in una cassa da imballaggio simile a una gabbia. Vi giacque per il resto di quella interminabile notte a covare l’ira e l’orgoglio ferito. [...] Che cosa volevano da lui quegli strani individui? Perché lo tenevano rinchiuso in quella stretta gabbia?
Pagina 33-34:
Buck riprese i sensi, ma non le forze: giaceva dove era caduto e guardava l’uomo dal maglione rosso. [...] “Bene, Buck, ragazzo mio”, cominciò bonario, “abbiamo avuto la nostra piccola discussione e la migliore cosa da fare è di non pensarci più. Tu hai imparato qual è il tuo posto e io conosco il mio. Se sarai un bravo cane tutto andrà liscio e starai benone. Se sarai cattivo ti ridurrò a mal partito a furia di botte. Intesi?”. Parlando accarezzava senza timore la testa che aveva così spietatamente colpito e Buck, sebbene i peli gli si rizzassero involontariamente al contatto di quella mano, lo sopportò senza protestare. Quando l’uomo gli portò dell’acqua, bevve avidamente e più tardi trangugiò un’abbondante porzione di carne cruda prendendo a uno a uno i bocconi dalle mani stesse dell’uomo.
Nel 1896 - quando Jack aveva 20 anni - s'iscrisse al partito socialista di Oakland, attratto dalle ideologie Marxiste apprese dal Il Manifesto Comunista
Pagina 34:
Era stato vinto (lo sapeva), ma non era domato. Si rese conto una volta per tutte che contro un uomo armato di bastone non c’era niente da fare: aveva imparato la lezione e non la dimenticò più finché visse. Quel bastone fu una rivelazione, lo introdusse nel regno della legge primitiva ed egli la imparò bene.
Pagina 112:
Buck provava una gioia selvaggia; sentiva di rispondere finalmente al richiamo, correndo così a fianco a fianco col suo fratello del bosco, verso il luogo da cui certamente quel richiamo veniva.
Jack scrisse infuocate lettere a molti giornali e tenne innumerevoli comizi a Berkeley sulla necessità della lotta di classe...
Pagina 55:
Buck era l’eccezione: era il solo che resistesse e prosperasse, rivaleggiando con i cani eschimesi per la forza, la ferocia e l’astuzia. Era dunque nato per comandare e quello che lo rendeva pericoloso era il fatto che il bastone dell’uomo dal maglione rosso aveva eliminato dalla sua volontà di predominio ogni cieco coraggio e avventatezza.
Continua l’8marzo...



martedì 21 marzo 2017

Jack London I / Un testamento a tutti gli effetti




Il richiamo di Jack London

Prima parte - Un testamento a tutti gli effetti

Il richiamo della foresta
Il richiamo della foresta
8 GEN 2017 
di 
Buck viene rapito è condotto tra i geli dei ghiacci in Alaska, qui diventa un cane da slitta all’epoca della ricerca dell’oro. Vive duramente tra uomini malvagi e semplici avventurieri. Fino a quando è tratto in salvo da John Thornton per mezzo del quale, riscopre nuovamente l’amore per gli esseri umani. Giorno dopo giorno la sua voce interiore si manifesta sempre più forte e prepotente da cui il dilemma: è una bestia addomesticata dall’uomo o un lupo selvaggio della foresta? Quei sogni che lo invadono ogni notte, sono le memorie ataviche del suo passato primitivo? Se dovesse scegliere tra una vita con Thornton e una vita preistorica nella foresta, cosa sceglierebbe?

Bizzarro...

Quando ho finito di leggere il romanzo, ho avuto un istante di razionalizzazione. In che senso mi chiederai tu! Nel senso che ho trasformato tutte le parole della storia, in nitide figure degne del miglior film di Kubrick: come un ponte che permette di attraversare incolume le sponde di un fiume in un nesso che collega innumerevoli fili invisibili; come le analogie tra le parole e le figure in una diretta a velocità in differita.

Concludendo...

Il richiamo della foresta è il libretto d’istruzioni di Jack, un testamento a tutti gli effetti, un’autobiografia vera e propria. Perché dico questo? Per due semplici ragioni: le due lettere dei nomi dei principali protagonisti del libro, Bu(ck) e Thornt(on) sono le stesse dell’autore, Ja(ck) Lond(on). Che i due protagonisti del romanzo siano le due persone esistenti in Ja(ck) Lond(on)? Il razionale è Thornton: il nobile essere umano; il London. L’istintivo è Buck: il lupo selvatico; il Jack. Jack London è stato un cercatore d’oro: proprio come Thornton. Jack London mangiava carne e pesce crudi: proprio come Buck. Nell’intera opera si descrive il mondo, attraverso la voce narrante di Buck e molto di rado ci sono conversazioni tra esseri umani, il che potrebbe significare due cose:
1- Jack guardava il mondo come lo guardava Buck;
2- Jack aveva le stesse necessità di Thornton.

In altre parole: Buck guardava Thornton; Thornton guardava Buck; ed entrambi guardavano (ovvero erano) Jack London. Erano gli specchi che riflettevano l’essere completo di Jack London. La stramba teoria spiegherebbe anche perché, alla fine lui decide di suicidarsi con un’iniezione letale di droghe. In Jack coesistevano due diversi caratteri: l’animale (il suo nome) e l’essere umano (il suo cognome). Il nome l’aveva appreso fin da piccolo nella sua infanzia violenta; il cognome, invece, l’aveva appreso nella sua maturità in Alaska. Con gli anni l’essere umano dentro di lui (cioè il debole) muore per l’abuso delle droghe e dell’alcol, rimane solo l’animale (cioè il forte) che da solo diventa debole: il sistema collassa, perde equilibrio e Jack si suicida.

Infatti...

Sono parecchi i passi notevoli, ma i migliori sono senz’altro quelli nei quali, si avverte la confluenza tra la vita vissuta da Jack London e la storia narrata nell’opera. Quali sono queste confluenze? Presto detto: tra il 1885/89 - quando Jack aveva 9/13 anni - acquistò una barchetta con cui esplorò in lungo e in largo la baia di San Francisco, sfogando la smisurata passione per il mare...
Pagina 27:
l’amore per l’acqua era per lui, come per tutte le razze allenate al freddo, un tonico e una protezione per la salute.
Nel 1890 - quando Jack aveva 14 anni - si diede alla piccola delinquenza e si fece coinvolgere in violente risse...
Pagina 32-33:
Buck sembrava davvero un demonio dagli occhi rossi [...] con il pelo ritto, la bocca schiumante, [...] Si scagliò contro l’uomo con i suoi sessantatré chili di furia, [...] Ma a mezz’aria, proprio quando le sue mascelle stavano per chiudersi sull’uomo, ricevette un colpo che frenò il suo slancio e gli fece serrare i denti con uno scatto doloroso. [...] Non era stato mai colpito con un bastone in vita sua e non capiva”.
Pagina 50:
Buck azzannò alla gola un avversario con la bocca schiumante e fu investito da uno spruzzo di sangue quando gli affondò i denti nella giugulare. [...] Mentre si avventava contro un altro si sentì addentare alla gola da Spitz che l’attaccava di fianco, a tradimento.
Da Il richiamo della foresta, traduzione di Laura Felici, introduzione di Mario Picchi, Newton Compton Editori, Live Deluxe, 2014, edizione integrale.
Continua l’8 febbraio...


lunedì 13 marzo 2017

D'Ivo per gioco / Una mostra antologica per l'artista Ivo Compagnoni



Opera astratta di Ivo Compagnoni

D'Ivo per gioco

Una mostra antologica per l'artista

 Ivo Compagnoni

Opera di Ivo Compagnoni
Opera di Ivo Compagnoni
18 GEN 2014 
di 
Sul panorama italiano si staglia sempre più in modo vivido un pittore della provincia di Brescia, Ivo Compagnoni. Nato a Bedizzole negli anni Sessanta, dipinge da quando era ragazzino. Amante del disegno, ma non del colore, ne ha appreso i segreti sperimentando l’uso della materia e osservandola, tanto da diventare padrone di tinte che sembrano trovare forma e vitalità nelle sue opere. Quest’anno, Ivo Compagnoni festeggia i quarant’anni di attività artistica, e lo fa da ragazzino divertito che nasconde bene l’emozione quando capisce che, visitando una sua mostra, la gente apprezza i suoi lavori. Osservare Ivo è facile, sia nella vita di tutti i giorni, che all’opera. Ha tutto dell’artista e niente. La pittura è il suo hobby e non intende che sia nient’altro che questo. È genuino, così come lo vedi, parla e dipinge.
Paesaggio di Ivo Compagnon


“Lascio parlare le mie opere”, afferma spesso. Ed è vero. Nella mostra antologica vista a Brescia, non per niente chiamata “D’IVO” giocando sull’uso dei segni grafici, sono state raccolte opere che appaiono completamente diverse l’una dall’altra, tanto che i più pensavano esponessero più artisti. E questo perché la ricerca pittorica del nostro deriva dal suo Io profondo, non da ricerche di mercato o da necessità di accontentare un committente. Ha prodotto ben oltre le mille opere, tante ne ha vendute, ma non ha mai cercato di apparire diversamente da quello che si sente. Suo merito è anche quello di sapere vivere la materia: il colore l’ha fatto suo, transitando per diverse tecniche, ma ha fatto suoi anche i supporti, tele e non solo; e carta di giornale, vetri, specchi, legni che compongono effetti cromatici o di rilievo tra i sintetici, in tecniche miste che, in realtà, sono creature che vivono di luce propria. Ogni lavoro è vivace, incorniciato o meno: con la cornice ha un dimensione propria, data dall’artista; senza cornice, come nella serie di quadri di ultima produzione, sembra che il lavoro s’involi verso un orizzonte tutto suo.
Opera astratta di Ivo Compagnoni

In questi ultimi lavori sono inseriti ad arte nidi di vespe o calabroni, ma anche la serie dei pesci ha riscosso grande apprezzamento del pubblico. Oppure le piante che avvolgono, abbracciano, vivono accanto all’uomo senza che questo se ne renda conto, e ne determinano il percorso di vita. Oscillanti tra la stilizzazione pittorica e un’originale costruzione scultorea, le opere di Ivo Compagnoni si differenziano da altre produzioni contemporanee per la strutturazione onirica che sta alla base del disegno su tela, quello che poi viene operativamente sviluppato sul quadro finito. Sulla tela, o su ogni altro supporto tecnico, anche per le opere di sintesi scultorea di recente produzione, si nota la traccia precisa di un disegno mentale che travalica il detto e il vissuto, per accaparrarsi di pezzetti di vita fissati sul supporto a mo’ di appunto, ma anche di ritaglio sul quale trovare una giustificazione esistenziale, un percorso a questo nostro contemporaneo incedere.

Paesaggio di Ivo Compagnoni

La recente sperimentazione di realizzazione di opere scultoree, testimonia di un ulteriore passo avanti del nostro, che espone così l’idea di una nuova dimensione, tridimensionale non per uso prospettico sulla tela, ma sfruttando l’origine dei materiali adoperati che forniscono quel quid in più e dietro al quale si è persa la ricerca personale di Ivo recentemente. Attraverso gli anni, passando dal Figurativo puro a un Astrattismo personalizzato tanto da diventare artistico appieno, senza tralasciare tracce di Cubismo, Dadaismo e di Divisionismo, per poi diventare post contemporaneo nell’utilizzo di materiali di riciclo e di recupero, poveri soltanto per il normale intendere, Ivo rimane carico di emozioni e di storie da raccontare, con un sorriso che emerge dal profondo. E infonde nella tela colore, immagini, sguardi. Ivo comprende la realtà, la interpreta e la regala a chi ha la fortuna di vedere le sue opere, ma non c’è giudizio in quello che fa, nessuna volontà di dare lezioni. Non è diventato “maestro”, anche se sa insegnare quanto ha appreso. Perché è negli occhi di chi guarda l’arte, anche se con Ivo la strada è facile da trovare e da percorrere.
Opera astratta di Ivo Compagnoni

Compagnoni non cerca nel suo lavoro artistico di sublimare qualcosa o di conoscere l’inscandagliato inconscio: si esprime per quello che sa e non perde per strada le sue origini, la sua voglia di fare. In un equilibrio proprio ben evidente nell’equilibrio che dà a ogni suo quadro. Lo stesso materiale di scarto che prende per riciclarlo in opere, non è visto come una missione per salvare il pianeta, ma è un approccio vero a tutto l’intorno con il quale si rapporta alla pari. Imparando tanto quanto riesce, anche senza saperlo, a insegnare. Conoscere Ivo Compagnoni attraverso le sue opere è come conoscere un nuovo amico, dal quale capisci subito che non vorresti separarti più. Ecco allora che l’Italia può vantare un nuovo astro nascente dell’Arte.