domenica 31 dicembre 2017

La bellezza come necessità fisica / Intervista a Marianna Santoni

Foto di beauty della modella Beatrice Risiglione

La bellezza come necessità fisica

Intervista a Marianna Santoni

21 NOVEMBRE 2017, 
FRANCESCA JOPPOLO

Ogni tanto ci toccano gli scoop con le dive al naturale. Dozzinali, seppure lì per lì accattivanti, a sostegno della tesi “rughe comuni mezzo gaudio” che è la celebrazione della bassezza. Inoltre non è vero perché ogni ruga è un cruccio personale e di gaudio ce n’è poco nello smottamento a valle dello zigomo. Anche se c’è chi non si amareggia per simili frane o, almeno, così dichiara.

Foto realizzata per la copertina del libro "Nighthawks. I falchi della notte" di Nicola Mariuccini, Castelvecchi Editore.

Marianna Santoni, comunque sia, quegli scatti sensazionalistici delle attrici sorprese al parcheggio del centro commerciale non fanno il minimo effetto: “Io le avevo viste sempre così”. “Guarda? È un mostro!” le dicono e la Santoni risponde: “No, lei è così”. “Il trucco sta ad amplificare le virtù non a occultare - spiega la fotografa -. Se incontro una persona mi rendo conto cosa sarebbe facile valorizzare per farla venire bene”. La persona è la stessa, insomma, in versione di gala o da domenica sul sofà. Se è un mostro è un mostro struccata e truccata, anche se truccata può scimmiottare l’attraente e ingannare.

La fotografa Marianna Santoni e la giornalista Francesca Joppolo. Photo: Fabio Lupparelli del team di Marianna Santoni

Marianna Santoni, per restare in ambito divistico, ha successo dal 2004 quando, unica donna in Italia, anzi ragazza, divenne guru di Adobe, la casa portabandiera nei prodotti di video e grafica digitale, quella di Photoshop per intendersi: “È come vincere l’Oscar a ventisei anni, nel mio settore non c’è niente di più alto. Sono diventata famosa subito e mi sono dovuta dare da fare come una pazza per colmare le lacune”. La chiamarono Epson, HP, Nikon, tutti la volevano. E la vogliono. Lei reagisce con una posizione alla Oscar Wilde: “Ho gusti semplicissimi, mi accontento sempre del meglio” ed è una creatura naturale in ogni gesto e in ogni parola perché verso il meglio è protesa per indole, e non c’è da vantarsi se lo ottiene. Casomai le venisse il ghiribizzo di indugiare nell’autocompiacimento, ma non le viene, ci penserebbe la famiglia a raddrizzarla: un giorno suo padre in vacanza su una qualche Capri o Ischia portò a sviluppare delle foto e lasciò il nome Santoni. “Sa - gli disse il negoziante - che a Foligno c’è una celebre fotografa che si chiama Santoni?”. Al ritorno dalle ferie lui informò la figlia: “Sai che a Foligno c’è una celebre fotografa che si chiama come te?”.
Pure d’aspetto, la Santoni è speciale: abbina la capigliatura e il sorriso di una Farrah Fawcett degli anni fulgenti, ma senza il timbro americano, agli occhi soavi di una Madonna umbra nei quali lampeggia l’intelligenza e riposa una certa tristezza non coltivata né osteggiata.

Ritratto della nonna

Liberiamoci subito della biografia…
Sono nata a Foligno. Ho studiato antropologia visuale. Ho fatto 7 mesi di università in Irlanda, più di un mese a Losanna per studiare il francese. Sono fotografa pubblicitaria che significa anche spaziare dal ritratto allo still life. Guardo più foto di quelle che scatto. Cento mostre all’anno. Mi piacciono tutte le foto che comunicano qualcosa, dove dietro ci sono dei concetti che devono essere espressi. Appassionata d’arte e di fotografia umanistica, quando è arrivato il digitale ho mitigato l’umanesimo, acquisendo una preparazione informatica. Ma sento ancora in me un umanesimo senza confini. Durante l’università, ho conosciuto Photoshop e l’uomo con il quale sono stata dieci anni che mandò il mio curriculum ad Adobe e mi comunicò: ti hanno chiamata. Pensai: che posso dire a questa gente? Andai con la sensazione che le aspettative fossero nulle. Usavo Photoshop da appena due anni, ero giovanissima, da poco fotografa in analogico e digitale. Sono stata giudiziosa, andai con i compiti fatti. Un po’ ambiziosa, lo ammetto: se decido di fare qualcosa cerco di farla bene.

Ritratto della giornalista Francesca Joppolo

Un guru di Adobe femmina che cominciò a insegnare?
Sì. Gli eventi erano organizzati in modo feroce, in un mondo maschile, in media partecipavano maschi sui 45 anni e qualcuno di loro odiava il digitale, provando nostalgia per l’autorità della pellicola. Il digitale scomodo, barbarico, invadente che distruggeva duecento anni di storia della fotografia. Arrivai come uno tsunami. Sul palco parlavano gli uomini e quando toccava a me, in platea posavano le penne e incrociavano le braccia… poi però ecco le domande, gli autografi, i fiori. Capirono che non ero mai arrogante, ero lì per aiutarli. Non ero la reginetta dell’universo. I primi tempi furono incredibili e tutto continua a essere incredibile. Con clienti sempre più importanti. Dopo i primi quattro anni da libera professionista, ho cominciato a creare la squadra: la segreteria, poi l’organizzazione di eventi insieme agli altri guru mondiali sia di fotografia che di Photoshop.
Come funziona la squadra Santoni?
Lavorare a distanza ci fa amare. Tante cose da dire, fusione di idee. Lontani da dinamiche aziendali. L’invidia non c’è, tutti sanno di poter far tutto. La Santoni rompe, è un caterpillar. Non accetta mai un no: non si può fare? Bisogna farlo. Una via si trova sempre, mettendo insieme la nostra follia… siamo un po’ disadattati. Non c’è il concetto delle ferie, tutto è molto liquido. A volte scatta “il sequestro di persona Santoni”, però per dei motivi. Pretendo tanto, l’eccellenza non è mai abbastanza. Secondo me questo modo di lavorare è affine allo spirito umano, meno aberrante. Fabio Lupparelli (l’autoironico collega che scatta le foto durante l’intervista n.d.r.) è la prova vivente che s’impara.
Che cos’è Photoshop, spesso confuso con un cancellino di cellulite e, per imperizia, di ombelichi?
Photoshop è una grande camera oscura che ha permesso al fotografo di riappropriarsi anche del colore che era appannaggio di pochi. Concede infinite possibilità nel processo creativo: da quando scatti a quando hai la stampa in mano. Non è più come quando consegnavi il rullino. Photoshop non è la photoshoppata , ma è il mezzo che ti porta a fare quello che vuoi. Meraviglioso, in costante evoluzione, stimolante: apre porte nuove e l’unico limite sei tu. Mette di fronte all’importanza delle idee e della forza di quello che si vuole dire.

Ritratto della band The Sun realizzata per l’album “Luce”, Sony Music.

Si scatti l’autoritratto.
Voglio vivere a Foligno. Fare la valigia e muovermi non mi affatica, svegliarmi presto la mattina sì. Mi piacciono le idee brillanti e cerco di scegliere gente più brava di me in tutto, mai avere paura di essere annebbiati: se sei il migliore in una stanza, ti trovi nella stanza sbagliata. Noi siamo le cinque persone che frequentiamo. Le menti creative hanno bisogno di essere libere. Penso sia molto importante tutelarci: gli occhi, i valori. Non lasciarci rovinare. Se vuoi dare agli altri devi essere molto forte e molto pieno.
La bellezza?
La bellezza è per me come una necessità fisica. L’armonia del dentro con il fuori, sempre. Tutto ciò che esprime senza equivoci, con grande nitidezza quello che c’è dentro. Una sorta di onestà, coerenza tra il dentro e il fuori. Vale per le persone, vale anche per l’oggetto. Non è bello ciò che è forzato, non credibile. Un trucco eccessivo, una luce aggressiva, una photoshoppata, appunto. Bisogna tenere l’occhio allenato al bello. Se ti abitui alla bellezza la bruttezza la fuggi. La bellezza la cerco sempre soprattutto negli altri. Io al massimo porto i tacchi, io sono una cosa semplice e quindi per me va bene così.
Com’è scattare una foto?
Devi innamorarti del soggetto, aver voglia di conoscerlo. Quando scatti non c’è niente altro: solo quello. È molto purificante. Il mondo deve rimanere fuori. Fotografare è prestare i tuoi occhi agli altri. Fai un regalo all’umanità perché dai agli altri qualcosa che non vedevano.



mercoledì 27 dicembre 2017

Il mio amico Pierre / Uno psicologo fra gli sciamani, tra scienza e iniziazione



Rito di saluto al deserto Gobi

Il mio amico Pierre

Uno psicologo fra gli sciamani, tra scienza e iniziazione

15 GENNAIO 2017, 
La vita è un viaggio in cui spesso si perde la bussola nell’addentrarsi in conflitti interiori che ci confondono e ci fanno dimenticare di apprezzare la sensazione di essere nel mondo, trascurando la natura, le piante, gli animali e la vita in generale, in tutte le sue manifestazioni e le sue infinite forme, e per uscire dal buio e ritrovare il nostro cammino, abbiamo bisogno di ricostruirci attraverso un percorso guidato. L’apripista spirituale di questo viaggio può essere uno sciamano, che conosce le tecniche per entrare in contatto con realtà più profonde. Il suo obiettivo primario è quello di liberarci, farci volare in modo che possiamo guardare a noi stessi dall’esterno e dall’interno, accendendo delle candele sulle zone d'ombra che abbiamo, per la maggior parte, paura di visitare.
Lo sciamanesimo è un sistema di credenze che precede le religioni, caratterizzato da panteismo e animismo, una lingua non istituzionalizzata, con le sue regole e i suoi concetti, senza struttura formale, a noi totalmente sconosciuta. Questo principio generale si è diversificato in base alle culture, e ora ci sono in tutto il mondo circa 21 grandi aree geografiche in cui la cultura e la tradizione degli sciamani sono ancora in vigore, nelle quali la ritualità incarna aspetti apparentemente molto distanti tra loro. Ognuna di queste realtà sciamaniche ci permette di vivere esperienze in totale distacco della nostra quotidianità, e ci mette in contatto con parti ignote del nostro essere di cui non abbiamo la minima idea, sottoponendoci a un’insieme di cerimonie, con o senza allucinogeni, e mille altri rituali, per indurre stati di coscienza speciali, facendoci abbandonare i sentieri segnalati per portarci alla scoperta di noi stessi e del mondo, al di là del conosciuto. È in questo senso che l'esperienza sciamanica diventa un viaggio nel viaggio.
Molto tempo fa ho incontrato Pierre, non mi ricordo esattamente quando, ma saranno almeno trent'anni. Ci siamo frequentati quasi tutti i giorni, dopo lunghe giornate in ufficio, e le nostre serate ruotavano intorno a discussioni interminabili, fra mangiate, bevute, canzoni e musica. Il nostro gruppo era composto da cantanti, pittori, artigiani e altri che si univano a noi per una serata fuori dal comune. Pierre è sempre stato “sopra le righe”, spingendo ogni cosa ad estremi a volte insopportabili, superando spesso i limiti di ciò che si definisce "normale".

Deserto Gob

Pierre ha anche sperimentato con un certo successo la pittura e le sue opere riflettono una ricerca e una rottura palese con il formalismo, come se fosse già intuitivamente a conoscenza di possibili nuove realtà da esplorare.
Anni dopo, Pierre iniziò a studiare psicologia, il che ci spinse di nuovo a trascorrere intere notti a disquisire sui temi della disciplina. Nel frattempo divenne anche skipper, attività che – insieme a quella quotidiana di traduttore - lo portò a organizzare crociere di solidarietà per bambini e ragazzi emarginati.
I suoi studi e il suo lavoro di psicologo lo portarono verso il soprannaturale e, in particolare, a esplorare la possessione diabolica, i rituali e le tecniche utilizzate dalla chiesa per aiutare le persone possedute, stabilendo stretti legami con le autorità ecclesiastiche specializzate sul tema dell’esorcismo e dei demoni. Pierre stava iniziando la sua ricerca di una realtà oltre la realtà.


Cominciammo in quel tempo a incontrarci un po’ meno ma lo vidi addentrarsi sempre di più in questa avventura verso mondi sconosciuti, fino a che non mi confermò quando ci siamo incontrati di essere diventato un esploratore dell'invisibile e degli esoterismi. Poi, per qualche anno, perdemmo i contatti dopo la mia partenza per l'estero. Al mio ritorno, riprendemmo la nostra conversazione dal punto in cui ci eravamo fermati. Pierre ora è concentrato sullo sciamanesimo, non come oggetto di studio lontano e disincarnato, ma come esperienza personale sulla propria pelle. Il suo programma ora è di visitare i grandi popoli animisti del pianeta, dove il confine tra qui e al di là, naturale e soprannaturale, non esiste. Pierre si cala dentro gli altri universi in una fusione totale per un paio di mesi, sottoponendosi a cerimonie e iniziazioni tra allucinogeni, rituali e prove fisiche che spaventerebbero chiunque non possieda il suo calibro e la sua motivazione. Pierre aggiunge però che tutti questi viaggi devono nel modo più assoluto essere guidati da un vero sciamano, e non dai ciarlatani odierni che cavalcano sempre di più l’onda del turismo sciamanico di massa, pena grandi rischi per la salute fisica e mentale.
Prima di iniziare la sua ricerca esplorativa nel mondo dello sciamanesimo, la sua esperienza nel campo dell’esorcismo si è arricchita di un percorso nella psichiatria tradizionale, vivendo la realtà degli ospedali psichiatrici dall’interno, anche come residente volontario, e ha frequentato da vicino molte sette, gruppi di credenze, organizzazioni, filosofie, religioni, scuole e culti, dai più “ufficiali” ai più controversi, tra cui la massoneria, la chiesa di Scientology, il Buddismo e tanti altri percorsi che hanno a che vedere con il paranormale (New Age, magia, medium, astrologi, pratiche orientali, esoterismi, ecc.), fino alle più recenti esperienze di applicazione della meccanica quantistica alla medicina e alla psicologia.
L’ho appena incontrato al suo ritorno dalla Mongolia, la nona tappa di quello che lui chiama il suo programma di 21 galassie, fra le quali: Mongolia, Siberia, Popolo Tuva, Tsaatans, Buriati, Kazaki per la sfera Nord-orientale ; Alaska, Groenlandia e Finlandia per il mondo Inuit ; Perù, Amazzonia e Brasile con la tradizione Ayahuasca, fra le altre. E poi l’Africa con i suoi stregoni, l’Australia con i suoi cantanti, il Sahara con i suoi guaritori, l’Indonesia con i danzatori, i Caraibi del Vudu, il Giappone degli Itako, la Cina dei monaci Shaolin, l’India degli Sadhù...
Pierre, che ha quasi 60 anni, un anno meno di me, ha girato tutto il mondo, dalle Americhe all’Africa e l’Asia, avvicinandosi a realtà culturali che la maggior parte di noi ignora, al primo posto delle quali vi è il centro di sé. Ha toccato i limiti della realtà e talvolta dell’al di là, nella sua passione per vivere e imparare, seguendo una strada personale che miscela tecniche psicologiche, metodi antropologici e percorso iniziatico.
Mi ha detto che la nostra realtà interiore è frammentata in primo luogo dalla paura e, in sostanza, che lo sciamanesimo è una tecnica che si propone la riunificazione dell'essere umano, non solo in sé, ma anche con il mondo circostante e che in questo senso, lo sciamanismo è una terapia olistica.
Lo guardavo attentamente, mentre mi parlava ho osservato i suoi gesti, e ho capito che Pierre aveva raggiunto qualcosa di profondo. La sua personalità è trasfigurata, sembra sereno e distaccato da tutte queste preoccupazioni che inquinano e tormentano la maggior parte delle nostre vite quotidiane. Ha incontrato situazioni estreme e ha capito, sopravvivendo ad esse, che il valore della vita è un altro. Egli è ora, ne sono certo, più vicino al centro di sé, privo di illusioni, e vede le cose e il mondo come realmente sono. Pierre ha aperto il suo terzo occhio, come direbbe un induista.
Tra i suoi molti commenti, ha detto che non teme la povertà perché il valore materiale delle cose che fanno la ricchezza è solo una piccola frazione del loro vero valore, e quelli che sono solo ricchi sono poveri, perché l'essenza della vita è al di là del materiale. Ha aggiunto tranquillamente di non avere più paura della morte, perché l’ha vista molto da vicino, e ha scoperto che tutti guardano alla morte in modo diverso. Per alcuni, è tabù, come qui in Occidente. Per altri, è compagna di tutti i giorni, la gente pensa alla morte come se fosse una porta sempre aperta verso altri mondi.
Il suo ultimo viaggio in Mongolia lo ha messo di fronte a un aspetto fondamentale della vita, vale a dire la lotta fra gli opposti, che sono parte dello stesso cerchio vitale, il conflitto fra le pulsioni personali e l'interdipendenza con la natura e la comunità. La domanda esistenziale, per lui, ora, è fino a dove spingersi e quale prezzo siamo disposti a pagare per perseguire i nostri obiettivi individuali, oppure accettare di ballare rinunciando a questi obiettivi, quando entrano in conflitto con gli altri, con altre situazioni e, infine, con l’ordine del mondo. Mi dice sorridendo che gli Dei si aspettano collaboratori responsabili, che hanno compreso che la frontiera fra normale e sovrannaturale non esiste.
Le prove che Pierre ha superato, le sue battaglie personali e la sua lotta per sopravvivere durante i suoi viaggi lo hanno segnato in profondità, e se ne vedono ora i segni nel corpo, nella mente e nel cuore, ma questo non gli impedisce di prepararsi già psichicamente e fisicamente per il suo prossimo viaggio, perché la sua ricerca è infinita, e le sue conquiste sono il risultato della sua fede incrollabile in se stesso, nella resilienza, nella vittoria sulla propria paura e nella forza di carattere, che gli permettono di continuare.


Chissà che lo sciamanesimo non sia soltanto una terapia, come noi tradizionalmente la intendiamo, o piuttosto un ponte verso altre realtà che ci fanno crescere e maturare. Pierre ha lasciato la zona di comfort, ha tagliato i ponti per non tornare indietro ed entare in questo spazio inesplorato dove la mitologia, i riti, la coscienza, la realtà e i sentimenti definiscono la nostra umanità.
Le sue parole, alla fine del nostro dialogo, sono state: "Non pretendo più di capire o spiegare nulla, ma penso di aver assimilato il vero significato del termine "mindfulness", ovvero attenzione e piena consapevolezza del mondo. Non ho più voglia di salvare il pianeta o l'umanità, questi viaggi mi hanno trasformato in un adulto, e ora tutto quello che posso e voglio offrire è un rapporto responsabile con me stesso, con gli altri e con l'universo. Il mio obiettivo, se posso usare questa parola, è immergermi in questa piscina mistica, che supera la condizione umana, che Freud definì come sentimento oceanico e che, nel linguaggio di oggi si chiama risonanza o vibrazione cosmica : in essa nascono la vita e le più profonde forme di conoscenza, laddove diventiamo un tutt’uno con la natura e con l'universo.
L'essenza di ogni confine è di essere attraversato

Di ogni limite di essere superato

E l’essenza della libertà è quella di vivere sempre

Senza limite né confine, in uno spazio aperto
Ma l’ostacolo più difficile è rappresentato da noi stessi
e la prigione più impenetrabile è il nostro proprio pensiero.

Si è liberato di tutto

Per incontrare se stesso.

Si è spogliato di tutti i suoi ornamenti per vestirsi di umanità.

ha illuminato tutte le sue ombre
accettandosi com’era.
Una semplice creatura,
tra mille altre creature
in un universo sorprendente.

WSI

Pedro Vergara Meersohn
Nato in Cile, dove è stato un leader del movimento studentesco, si è visto costretto a lasciare il paese nel 1973, immediatamente dopo il colpo di stato militare, ad appena 17 anni. Dal Cile si è trasferito in Argentina e da lì, trascorsi 8 mesi, in Danimarca, dove ha vissuto per 16 anni studiando psicologia e occupandosi di ricerca.
Dalla Danimarca si è trasferito in Italia. Qui ha lavorato nel campo delle lingue straniere e della traduzione per oltre 25 anni. Ha viaggiato e vissuto in più paesi. Da anni scrive poesie e si occupa di vari temi come autore di brevi articoli pubblicati sul web. Appassionato di comunicazione, è conscio di tutte le possibilità di malinteso che essa genera. Sostiene che l’essenza umana è racchiusa nei sentimenti, nelle emozioni e nella capacità di riflettere, che purtroppo — in molti casi — non sappiamo gestire e a causa di questa incapacità la nostra vita interiore si popola di fantasmi, ombre e illusioni, lasciandoci come unica possibilità della conoscenza di sé il ritorno al passato e il ripiegarsi su se stessi fino a trovare una flebile luce e una momentanea verità in insostenibili riflessi.
In questo contesto di ricostruzione retrospettiva e riflessione, la poesia assume un ruolo fondamentale come veicolo di comunicazione capace di trascendere la parola stessa, imponendo immagini e provocando sentimenti. Qui la parola in sé è asservita e trasformata in strumento al servizio delle emozioni e di una ragione “intuitiva” che va oltre la razionalità e il discorso logico quotidiano, celata nel silenzio in cui tutto ha inizio e tutto ha fine.


venerdì 22 dicembre 2017

Storie di sante / Lucia Berlin e Eileen Myles




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Lucia Berlin

Storie di sante: Lucia Berlin e Eileen Myles


Giulio D'Antona
09 ottobre 2015


Le mie finestre guardano un cortile sempre quieto, lontano da Manhattan e abbastanza appartato rispetto al chiasso delle grandi strade di Brooklyn. Ma la mia immaginazione si affaccia su una città che non esiste più. Ha smesso di esistere vent'anni fa, per lasciare spazio a un posto più educato. Gentile, che sa trattare con i turisti tanto quanto con i suoi abitanti. Qualcosa ancora sopravvive, ma si limita a pochi gesti inconsueti, dettagli che un occhio poco allenato non coglie. Qualche ratto nella metropolitana, uno scarafaggio che esiste solo se si abbassa lo sguardo e potrebbe decidere o meno di passarvi sopra le scarpe, il buio di certi angoli e la luce amara di certi lampioni. In qualche quartiere che non ha perso completamente la ruvidezza, quando si va a sbattere contro un passante è costume non fermarsi e non chiedere scusa. «Excuse you», si dice. You, come se fosse più importante stabilire la colpa che ammettere la debolezza. A parte questo, nient'altro.
La New York del 1994 è un miraggio sbiadito tra i cassonetti traboccanti di Church Street e un paio di vicoli di Chinatown. Quando i quartieri erano sigillati ermeticamente e si vergognavano per il fatto di essere obbligati a sfiorarsi continuamente. Come tutte le leggende, quella città è destinata a popolare la nostalgia e la nostalgia a echeggiare nella letteratura.
In un libro di racconti del 1990, pubblicato da Black Sparrow e intitolato Homesick, Lucia Berlin si lascia andare a un adagio roboante, in cui descrive il suo approccio con la città fatta ancora dei suoi locali di jazz e di musicisti che tiravano a campare trascinando il pianoforte per le strade del Village. Ricorda, nel tono pacato con cui dipinge la crudezza di uno dei posti contemporaneamente più affascinanti e desolanti al mondo, un verso con cui Leonard Cohen ne restituiva la stessa dolce brutalità. Casualmente, senza calcare la mano: «New York is cold, but I like where I'm living / there's music in Clinton Street all through the evening». I racconti di Berlin sono pezzi di America, dalle lavanderie del New Mexico ai collegi cattolici del New England. Popolati di nativi muti e affascinanti e suore arcigne e terribili. La stessa America che ha partorito la New York di prima di Rudy Giuliani, quella in cui non si poteva scendere in strada senza finire nella traiettoria di una pallottola. La sua prosa è potente e trasandata. Viene come viene, ma segue un ordine spontaneo che conduce alla fine di ogni scritto a domandarsi se la perfezione non stia davvero nel caso. Tra i deserti della California e i rampicanti di New Orleans.
Lydia Davis, che ha contribuito alla riscoperta di Berlin a undici anni dalla sua morte e collaborato alla nuova selezione di racconti intitolata A Manual for Cleaning Women, uscita nell'agosto del 2015 da Farrar, Straus & Giroux, ha detto: «La metterei da qualche parte tra Alice Munro, Grace Paley e forse Tillie Olsen». Con Munro condivide lo sguardo lucido e preciso, con Paley la purezza di intenti. Ma è con Olsen che spartisce la disarmonia propria degli assoli vocali, tradotta in paragrafi brevissimi e lancinanti, parole spezzate e situazioni surreali che durano lo spazio di un ricordo di tre righe, per poi tornare alla narrazione. Come certi vagoni della metropolitana, dove i graffiti superstiti al lavaggio solo per metà hanno perso il loro senso compiuto, ma mantengono intatta la loro intollerante aria di sfida.
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Eileen Myles
Di Eileen Myles avevo letto alcune poesie sparse, che poi venivano da una raccolta chiamata Not Me, pubblicata nel 1991 da Semiotext(e). Mi ci sono voluti ventun anni e una ristampa per scoprire la sua prosa, con il romanzo composto da ventotto racconti autobiografici Chelsea Girls, uscito originariamente nel 1994 e recuperato da HarperCollins a fine settembre 2015. La cronaca cruda di una trasformazione intrisa di alcol ed equivoci, che inizia come Berlin dal cattolicesimo per passare attraverso la scoperta dell'omosessualità nella New York senza pietà degli anni Settanta. La sua “Lesbianity”, come la chiama, sbattuta in faccia al mondo mentre cerca di sopravvivere facendo la poetessa. Dopo averlo finito non ho fatto che battere tutte le librerie dell'usato per trovare altro in edizione originale: The New Fuck You (Semiotext(e), 1995), School of Fish (Black Sparrow, 1997), Cool for You(Soft Skull, 2000). Un piccolo buco nell'acqua dietro l'altro.
Myles è uno sciamano in trance quanto Berlin è la voce della ragione. Non c'è niente di lucido nella sua visione di Chelsea, quella sporca delle marchette e della vicenda di Sid e Nancy del secolo scorso, non quella modaiola e ordinata di oggi. Lo scenario è spietato, il dramma imminente, ma scorre con la facilità dell'ironia canaglia di chi sa di potersela cavare. E se non sopravviverà sarà affare dei posteri sentirsi in colpa. Dentro la scrittura di Myles c'è la consapevolezza sfrontata del punk rock e la necessità di annientamento della metà degli anni Novanta. «I'm a significant person», scriveva. «Maybe a saint or larger than life. I hear that you judge a saint from her whole personality, not just for her work» — Ho sentito dire che una santa va giudicata per intero, non solo dal suo lavoro. Lavarsene le mani e piantare una bandiera di conquista in un terreno devastato, usando lo stesso strumento che può salvarla dalla dannazione o metterla nei guai.
Scrive Michelle Tea sulla Los Angeles Review of Books che Myers è stata per decenni il suo segreto. Lo stesso vale per Berlin, in molti casi. La prima è stata la voce incattivita e menefreghista della comunità gay, quanto la seconda è stata il candore perverso strizzato fuori dalla repressione dell'educazione cattolica. Entrambe parlano ancora di un mondo che esiste solo nell'immaginazione di alcuni, oramai. Di una città che non ha più il coraggio degli sputi ma nemmeno la faccia tosta della negazione. Entrambe vanno rilette, adesso.

domenica 17 dicembre 2017

Simonetta Sandri / Genesis di Sebastião Salgado / Inno alla natura e al mondo


Sebastião Salgado




Simonetta Sandri GENESI DI SEBASTIÃO SALGADO: INNO ALLA NATURA E AL MONDO


Pubblicato il 

Brasiliano, figlio di una terra spesso definita come un Paradiso per le sue immense, rigogliose e uniche bellezze naturali, Sebastião Salgado è oggi la vera essenza della fotografia.

Salgado rappresenta, insieme a Yannis Arthus Bertrand e Steve McCurry, l’autenticità dell’essenziale invisibile agli occhi. Il Piccolo Principe avrebbe avuto il mio stesso pensiero osservando le immagini di questi splendidi artisti, pur specificatamente diversi.
Se, come diceva il grande Henri Cartier-Bresson, “è un’illusione che le foto si facciano con la macchina…. si fanno con gli occhi, con il cuore, con la testa” e ed e’ vero quello che lo stesso ripeteva, ovvero che “le fotografie possono raggiungere l’eternità attraverso il momento”, Salgado è l’anima di questa verità, anima dell’anima del mondo, anima che anima il mondo. Le fotografie possono raggiungere l’eternità attraverso il momento. Tersicore potrebbe danzarvi intorno, in un magico circolo, insieme a Talia festosa o a qualche altra Musa curiosa. Questi attimi sono e diventano eterni negli scatti dell’artista brasiliano, nel suo bellissimo libro Genesi, scatti che sono stati in mostra all’imponente e candida Ara Pacis di Roma, nel settembre 2013, e che ho avuto la fortuna di ammirare. Da qui l’omonima esposizione aveva raggiunto le maggiori metropoli del mondo, dal 27 febbraio al 26 giugno 2016 è stata anche ospitata da Palazzo Ducale di Genova. Appena terminata, ma resta il libro, da sfogliare e ripercorrere. Non era un caso, forse, che, in Italia, fosse partita da Roma, la luminosa città eterna che ospita le origini, la nascita, la creazione, l’incipit di tutto. Roma che è un punto di partenza per tutti, crocevia della storia e della cultura mondiali. Seducente e esteticamente avvolgente.


Il mondo viene catturato, apertamente, furtivamente, con dedizione e rispetto. Le immagini sono un vero inno alla vita, alla Natura che sopravvive all’Uomo distruttore.
Nato da un’idea della moglie Lélia, fedele compagna, musa e curatrice di ogni grande mostra dell’artista, il progetto, iniziato nel 2004, è frutto di oltre 8 anni di lavoro e trenta reportage. La mostra romana era divisa in cinque parti, quasi il mondo fosse suddiviso in tali grandi aree: iniziando dal sud del Pianeta, l’Argentina, l’Antartico e le sue isole, vi è poi una sezione sulla cocente Africa ed una terza parte dedicata a un certo numero di isole definite “i santuari del pianeta” perché custodiscono una biodiversità particolare (come il Madagascar, la Papua Nuova Guinea e i territori degli Irian Jaya). Seguono poi l’emisfero nord del mondo, che comprende regioni fredde, incluso il Colorado, e la quinta ed ultima sezione, riservata alla viva e felice Amazzonia. Si percorrono l’Amazzonia del Brasile ma anche quella del Venezuela, con le sue magnifiche ed imponenti catene, e in Brasile vengono esposte anche la zona del Pantanal: un habitat di specie faunistiche molto differenziate e importanti.
Il pianeta fragile che ci circonda è rappresentato nella sua bellezza e spettacolarità, con un aperto e onesto invito a rispettarlo, proteggerlo, accarezzarlo, curarlo, recuperarlo, accompagnarlo con immensa cura ed attenzione. In una parola a salvarlo. «Genesi è un modo per dire soprattutto alle nuove generazioni che il Pianeta è ancora vivo e va preservato – ribadisce il fotografo. Abbiamo fatto una ricerca e abbiamo fatto una scoperta molto interessante: circa il 46% del mondo è ancora intatto, insieme possiamo continuare a fare in modo che questa bellezza non scompaia». Lui stesso definisce poi il progetto come «un tentativo di antropologia planetaria». Nato per documentare angoli del globo ancora non aggrediti dall’inquinamento e dall’economia selvaggia.


Attraverso paesaggi marini e terrestri, con immagini mozzafiato degni del più bel film muto in bianco e nero, con colonna sonora imperiosa, ci si sente – e si è – lontani dal mondo moderno e dai suoi ritmi frenetici e rumorosi, abbracciati teneramente solo alla Natura ed al suo silenzio originale. Calma e impeto allo stesso tempo. Una natura degna di un autentico Sturm und Drang, dolce utopia, titanicamente goethiana. Solo da amare.
Fotografo di uomini, basti pensare allo splendido Migrations, che ho avuto visto as Parigi nel 2000, Salgado fotografa oggi, in questa mostra, per la prima volta, altri esseri viventi, desideroso di salvaguardare un mondo di foreste savane e deserti, spesso in pericolo per incoscienza e noncuranza dell’essere pensante. Un incanto lirico e potente, in equilibrio. Allora Salgado aveva contenuto in 300 fotografie e sette anni di lavoro i racconti dei popoli migranti, dei loro travagli e delle loro speranze. Aveva ritratto con maestria un’umanità in movimento, costretta da guerre, discriminazioni razziali, carestie e miseria a lasciare i propri luoghi d’origine per inseguire vaghe speranze di sopravvivenza. Un viaggio a fianco dei nuovi emigranti e degli esuli, attraverso i continenti, dalla disperata e disperante situazione africana, agli aspetti e alle conseguenze del nuovo «urbanesimo», in Asia e in America Latina. Drammi e tragedie che Salgado presentava sempre con grande rispetto e sensibilità e con attenzione particolare alla salvaguardia della dignità dell’individuo ed alla sua sofferenza.


Ascoltare gli sguardi di allora equivale ad ascoltare i suoni ed i rumori della Genesi di oggi. Rispettare quelle grida speranzose e quelle fughe rocambolesche di allora, equivale a rispettare la voglia di equilibrio, di rispetto e di rinascita della Genesi di oggi. Un invito a tutti a ritrovare l’equilibrio delle origini, le nostre e le vostre, quelle dell’intera umanità.
Kapucinski pensava che “un viaggio non inizia nel momento in cui partiamo né finisce nel momento in cui raggiungiamo la meta. in realtà, comincia molto prima e non finisce mai, dato che il nastro dei ricordi continua a scorrerci dentro anche dopo che ci siamo fermati. È il virus del viaggio, malattia sostanzialmente incurabile”. Con Salgado abbiamo preso anche noi questo virus, abbiamo percorso i ricordi di un artista che li ha fermati in immagini ma che non per questo non ci incita a non continuare il viaggio.  Perché ogni viaggio ci insegna a rispettare e ad amare storie e sentimenti legati alle meraviglie della Natura che ci circonda, alla ricerca del Paradiso perduto. Seguendo il detto prezioso e saggio dei nostri avi, Festina Lente.