domenica 23 luglio 2017

Le coccoline di Lorella / Tra madre e figlia



Le coccoline di Lorella

Tra madre e figlia

12 LUGLIO 2015, 

Lorella è una bellissima bimba di 5 anni, ha due occhioni scuri che spalanca sul mondo con uno sguardo incantato, forse un po' incredulo e titubante, ha lunghi capelli biondi che ondeggia civettuola con orgoglio e leggiadria e sfoggia un corpicino snello, longilineo che muove in maniera aggraziata, sembra quasi volteggiare in una danza che segue una musica interiore.

I suoi genitori, che la adorano, sono molto preoccupati perché la loro bambina, quando parla balbetta e si esprime con un linguaggio “impastato” per cui si fa fatica a capire quello che dice; inoltre è inibita nel manifestare quello che pensa o che desidera, perché teme di irritare gli altri offuscando quel bagno di armonia in cui ha galleggiato in questi suoi primi 5 anni di vita. È perciò disposta a compiacere tutti, a non contraddirli, a mortificare i suoi bisogni per non entrare in rotta di collisione con nessuno e, in particolare, per illudersi di essere tutt'uno coi suoi genitori, in una fusione di felicità, senza intoppi e senza conflitti di sorta.
Gustav Klimt. Gravidanza

Queste sono le difficoltà manifeste di Lorella, ma la nostra meravigliosa bambina ha anche un problema segreto: “le coccoline”, termine poetico, tenerissimo, con cui definisce la masturbazione compulsiva di cui soffre da quando aveva tre anni e che adesso ha raggiunto una frequenza allarmante. Può succederle a casa mentre vede un programma televisivo o i suoi cartoni animati preferiti, oppure mentre fa il bagnetto, o quando gioca coi suoi fratellini, spesso a letto prima di addormentarsi o anche all'asilo strusciandosi sui banchi della classe, di fronte a tutti, senza apparentemente preoccuparsi di essere vista. Quando è presa da questo imperioso bisogno, non c'è niente che tenga, è più forte di lei, è come se la mente interrompesse di funzionare e lei, estraniata dal mondo, diventasse preda e vittima di questo implacabile impulso.

Ray Caesar. Mother and Child

Quando Lorella si masturba è come se non fosse più padrona di sé, appare invece dominata, quasi posseduta completamente dalla pulsionalità, sembra non vedere né sentire più niente, se non l'ordine interno, perentorio, di portare a termine la “missione coccoline”. C'è come un'inesorabilità che non contempla la problematizzazione dell'atto auto-erotico o una sua motivazione o la ricerca del significato, tanto meno sono previste giustificazioni: le coccoline ci sono e basta, “le faccio perché mi piace” e stop. Dov'è il problema? Vedo la bambina in consultazione su richiesta dei genitori e, in seguito, inizierò una psicoterapia con lei, terapia durata circa due anni con cadenza settimanale.

Mary Cassatt. The Caress, 1891

All'inizio del nostro rapporto Lorella mi studia attentamente, ci cimentiamo in diversi giochi dove la costante è che la piccola vuole sempre vincere ed essere rassicurata di essere brava. Introduce anche la questione dell'esistenza di un segreto: dobbiamo infatti indovinare il colore nascosto/segreto dell'oggetto principale della storia che dobbiamo raccontarci reciprocamente, pena un castigo terribile: “se sbagli devi ingoiare una banana con anche la buccia, tutta in un boccone” o “se non indovini ti uccido”.
Sembra un mandato tassativo e implacabile dell'inconscio di Lorella: devo indovinare il colore/emozione della sua storia personale per poterla aiutare, altrimenti ne va della mia vita e del nostro lavoro. Il tono minaccioso e aggressivo fa davvero rabbrividire, così come fa arrabbiare la sua irriducibile testardaggine, quando, a fine della seduta, si rifiuta di andarsene incollandosi con forza alla porta e impedendomi di accedere alla maniglia. La scelta dei sintomi di Lorella mi fa più volte pensare a come servano da strumento di comunicazione del suo malessere emotivo alla madre, se non ci fossero stati, in famiglia avrebbero pensato che fosse una bambina serena; diventano anche il modo indiretto, il solo che le è possibile, per attaccare la mamma aggressivamente, infatti la donna si sente massacrata dai disturbi della bimba; tra l'altro, i suoi problemi rappresentano la loro relazione sofferente e la reciproca difficoltà di distacco. Il suo bisogno di evitare le occasioni di conflitto si verifica anche nel nostro rapporto, dove Lorella crea un clima, a dir poco idilliaco, ed è solo nel procedere dei nostri incontri che potrà permettersi di manifestare apertamente nei miei riguardi emozioni rabbiose e posizioni oppositive.

Berthe Morisot. Dans le parc, 1874

Da quel primo incontro ne succederanno tanti altri, in cui Lorella coi giochi, coi disegni, con l'invenzione di storie fantastiche e, alla fine, con le parole potrà finalmente riconoscere ed esprimere tutta la sofferenza di sentirsi derisa dalle compagne perché “mi dicono che parlo male e non capiscono quello che dico: ma è vero?”; racconterà anche il dolore per la separazione dalla mamma tutte le volte che deve assentarsi da casa per lavoro “e se poi si dimentica di me e non torna più?”. Parlerà, in seguito, della preoccupazione di essere perfetta, di voler sapere già tutto perché non può sbagliare, così come non può tollerare di perdere nei giochi di sfida e, soprattutto, non può riconoscere i sentimenti aggressivi perché il suo pensiero primario è di “fare felice la mamma” e non separarsi mai da lei.
L'immagine che emerge dagli scambi tra madre e figlia è quella di un incontro difficile e tormentato, dove alla richiesta di un contatto emotivo esclusivo, corrisponde una risposta rigida e carica d'ansia. Si può capire perché la bambina, desiderosa di conquistare la mamma, si trovi ingabbiata nella ricerca della perfezione e si senta responsabile dello stato umorale materno ed è per questo motivo che decidiamo con la signora di vederci ogni 15 giorni per pensare assieme a cosa succede in questo rapporto così intenso e così sofferto, con una figlia così amata e vissuta assolutamente come speciale. Sarà un lungo percorso anche quello con la madre che comincerà a ripescare la sua storia di ex-bambina lasciata emotivamente sola nel processo di crescita, con compiti evolutivi particolarmente faticosi per non deludere genitori socialmente e culturalmente importanti. Nei colloqui emergerà anche la sua intolleranza rispetto alle inadeguatezze di Lorella che le scatenano una rabbia incontenibile, le capita di urlare e, a volte, esasperata, di picchiarla, probabilmente perché vede rispecchiati nella figlia i suoi aspetti inaccettabili e li vive come attacchi alla propria integrità mentale; dirà infatti in un momento particolarmente difficile tra di loro: “me ne vado, non sto con te perché mi fai andare al manicomio, ne va della mia salute mentale”; inoltre la bambina è vissuta come fallimento personale perché si sente responsabile dei suoi problemi.

Nicoletta Ceccoli. Incubi celesti

Il dolore per non sentirsi una buona madre, per non sapere come fare per rapportarsi in modo adeguato a Lorella metteranno a dura prova la donna, che con tenacia, intelligenza e coraggio, ma sorretta soprattutto dal grande amore per la sua bambina, compirà davvero un lavoro straordinario di cambiamento, rendendosi emotivamente disponibile a una diversa modalità di relazione con l'adorata figlia. Dopo i primi mesi di terapia, in Lorella scompare il sintomo della balbuzie e il linguaggio si fa sempre più scandito e comprensibile, scaturisce il piacere di inventare storie e di sfidarci in giochi competitivi dove cammin facendo, sentendosi più sicura, imparerà a rispettare le regole e a tollerare il dolore della sconfitta.
Ma ecco un altro passaggio di vita che mette a dura prova la bambina: l'ingresso alla scuola elementare. Lì si scoprirà il vaso di Pandora, l'impatto con la faticosità dell'apprendere la metterà di fronte alla realtà delle sue incapacità, alla rabbia del non capire, al dolore della competizione con le sue amichette, tutte ferite dell'anima che la faranno ricorrere alla negazione delle sue difficoltà: “non ho bisogno di imparare, tanto io so già leggere”. Il suo atteggiamento verso la conoscenza è fortemente idealizzato e onnipotente, non vuole mostrarsi a me nelle sue dimensioni meno brillanti e nega il disagio di non sentirsi alla pari con gli altri. Ma a poco a poco inizia a far capolino il tema della gelosia verso i fratellini e l'invidia per le compagne che prendono sempre dieci nei compiti, adesso Lorella sente il nostro rapporto più sicuro e può sentirsi libera di manifestare cosa realmente prova. In seguito, esploderà la preoccupazione per le coccoline “dimmi come devo fare per non farle più, io da sola non ce la faccio”. Inoltre compare nelle nostre comunicazioni l'ansia di deludere gli altri e la paura di non essere accettata. È sorprendente come da una bambina così piccola possano scaturire parole, emozioni, pensieri così intensi e complessi.


Intanto Lorella apprende a riconoscere e a legare le lettere, a formare delle parole, a leggere davvero, fioccano bei voti e di questo va molto fiera. Il pensiero-tormentone riguarda il persistere delle coccoline, da me si aspetta una risposta magica, fatta di gesti scaramantici, non ci sta ancora a trovare un significato simbolico, “non le faccio perché mi sento sola e neanche perché sono arrabbiata, non pensavo nemmeno che fossero una cosa bella o brutta, c'erano e basta, è stata la mamma a farmi capire che sono un problema... ” ed è questo pensiero di non essere approvata dalla madre che la disturba e allora per farmi capire meglio cosa le succede, farà tanti disegni che la rappresentano mentre si masturba; con quel tratto semplice, ma essenziale tipico dei bambini, mi mostrerà mirabilmente le situazioni e le posizioni incriminate. Penso che questo sintomo ostinato sia proprio il nodo che riproduce a specchio la difficoltà di fondo della coppia madre-bambina, propongo allora di vederci tutte e tre assieme per cercare di snodare il groppo, ma non è così facile per la piccola aprire il nostro nido a “estranei”. Dopo un po' di settimane, però, superando l'iniziale rifiuto, riuscirà a invitare nella stanza di terapia anche la mamma e lì, protette dalla mia presenza, potranno sperimentarsi nel giocare assieme, impareranno a dirsi, domando la paura di esprimere pensieri divergenti, verificando anzi che la diversità non solo non spezza il legame affettivo, ma lo arricchisce.
È da questa esperienza condivisa che la madre e la bambina faranno passi da gigante nella loro crescita emotiva, tanto che un giorno, raccontando di soprusi subiti a scuola, Lorella dirà con impeto “le mie compagne mi hanno temperato tutte le matite, sentivo una rabbia che cresceva, saliva su, sempre più su, fino alla gola, ma non riuscivo a dire una parola, non usciva proprio niente, le parole si fermavano lì, allora mi sono messa in un angolo, ho fatto le coccoline e sono stata meglio”.

Felice Casorati. Bambina che gioca su un tappeto rosso, 1912

Che sollievo per Lorella e, di conseguenza, per la madre, aver finalmente riconosciuto e dato voce all'emozione che stava dietro la masturbazione: la masturbazione aveva un nome proprio, in quel caso si chiamava rabbia e la rabbia è un sentimento e ogni sentimento va rispettato e ascoltato. Un clima di grande liberazione e di commozione serpeggiava per la stanza, una grande vittoria era stata conquistata. E continuamente, seduta per seduta, tanti passi nel percorso del riconoscimento delle emozioni e dei pensieri sono stati fatti, di conseguenza anche le coccoline hanno, via via, avuto meno bisogno di esserci. Cammina, cammina, il nostro lungo e tortuoso percorso è entrato in dirittura d'arrivo. Ma all'idea della fine, ecco comparire lo spauracchio della separazione e Lorella con tono serio commenta “sono un po' preoccupata, non so se ce la faremo io e la mamma da sole... ”. In realtà tanti cambiamenti si sono verificati nella coppia, adesso la bambina e la mamma hanno imparato a parlarsi, quando incontrano dei nodi sanno aiutarsi per scioglierli, se si verificano degli inciampi sanno che prima o poi troveranno una loro soluzione. E inesorabile ecco allora arrivare l'ultima, fatidica seduta. È un momento emozionante per tutte e tre, è bello e brutto allo stesso tempo, è una giornata lieta, ma anche triste, c'è un'atmosfera particolare, direi solenne. Sappiamo che sta per compiersi il rito del saluto definitivo. Ecco l'ultima scena della nostra storia.
Decidiamo di giocare a “shangai”, uno dei giochi preferiti di Lorella. La bambina muove per sbaglio un bastoncino, glielo dico, nega violentemente, è l'ultimo incontro e vuole vincere a tutti i costi, la mamma si astiene dal commentare, la lotta ingaggiata è tra me e la bambina, iniziano insulti e pianti strazianti: “sei bugiarda, io non ho mosso niente!”. Il pianto diventa sempre più stizzoso, non c'è tregua: rabbia, dolore, delusione, disperazione, quanti dolori... sono tutti lì da patire per l'ultima volta insieme. Le lacrime sconsolate di Lorella forse rappresentano anche il pianto che è in tutte noi per il dispiacere del distacco. Sento una grande tensione per come si sono messe le cose, è davvero dura contenere tutte queste emozioni, certo sarebbe più facile darle ragione, ma azzardo “una parte di te vuole vincere a tutti i costi, ma credo che un'altra parte, quella più cresciuta e che adesso riconosce le regole, si sentirebbe offesa da una vittoria fasulla”.

Mary Cassatt. Giovane madre che cuce, 1901

Silenzio. Il pianto si è interrotto, Lorella prende la lavagnetta e inizia a scrivere... passano minuti che sembrano lunghissimi, la madre è assolutamente immobile, a un certo punto commento che deve essere molto importante quello che sta facendo, la bimba annuisce e dopo un po' mi porge la lavagna. Ci sono delle parole: “Se non mi dai ragione ti dò un bacio”. Sono stupefatta, esplodo con un'esclamazione di gioia, siamo libere dall'incantesimo malefico, cerchio il NON con un gessetto e commento l'importanza di questo momento, di come la sua parte grande abbia vinto la parte piccola. Lorella è felice, mi si avvicina e mi guarda con occhi sgranati, attendendo spasmodicamente il mio bacio-premio. Ci accorgiamo però che la madre sta piangendo silenziosamente, e la piccola, turbata, chiede con apprensione: “mamma, cos'hai, sei triste?”
La donna, per la prima volta, identificata profondamente col malessere emotivo della sua bambina, lo ha patito fino in fondo e non ha provato la solita rabbia nel constatare la testardaggine e la difficoltà a tollerare le frustrazioni di Lorella. Sintonizzata, invece, col suo dolore, all'unisono con lo stato d'animo delle figlia, ha potuto finalmente comprenderla appieno e contenerla, tanto che le dirà con voce commossa: “No, non sono triste, si può piangere anche di felicità”.

sabato 22 luglio 2017

Il Cineforum / Immagini ed emozioni in scena


Il Cineforum

Immagini ed emozioni in scena

27 MAGGIO 2017, 


La visione è la rielaborazione di un ricordo
(Freud, 1899)
Il cinema e la psicoanalisi sono cresciuti insieme, infatti tra il 1892 e il 1895 vengono editi gli Studi sull’isteria di Freud e Breuer, e il 1895 è l’anno del brevetto dei fratelli Lumière. Un secolo fa la pubblicazione de L’Interpretazione dei sogni di Freud attestava l’esistenza di una duplice realtà, quella del mondo conscio e quella del mondo inconscio e contemporaneamente l’invenzione del cinematografo dei fratelli Lumière creava quanto di più simile al sogno è stato prodotto dall’uomo. La coincidenza è interessante e significativa, la psicoanalisi e il cinema hanno molto da darsi reciprocamente: entrambi si situano tra sogno e realtà, tra ragione ed emozione, tra parola e immagine. Inoltre l’esperienza dello stare seduti in una sala al buio, in silenzio, in una posizione rilassata e recettiva è simile alla situazione psicofisica da cui scaturiscono i sogni notturni.
Le immagini visive e letterarie avevano da sempre attratto Freud, che riteneva che l’inconscio, in pratica, fosse già stato incontrato, “sognato” e rappresentato nelle opere di poeti e artisti e anche i suoi allievi mostravano più interesse per le opere di Shakespeare e per i tragici greci che per la neurofisiologia. Per cui, la relazione tra l'universo della psicoanalisi e quello della cultura, presente fin dalle origini, ha continuato anche per quanto riguarda la “settima musa”, infatti da tempo si verifica uno scambio interessante tra questi due mondi: molti registi, per esempio, hanno preso spunto dal pensiero e dall’esperienza psicodinamica, alcuni hanno espressamente trattato della psicoanalisi o di problemi psichici, ricordiamo tra gli altri, John Huston che, con il suo Freud, racconta la vita del fondatore della psicoanalisi o Cronenberg con A dangerous method dove rappresenta il delicato e complesso rapporto tra Jung e una sua paziente. Marco Bellocchio ha avuto la consulenza di Massimo Fagioli. Franco Fornari, noto psicoanalista, fu consulente scientifico del Diario di una schizofrenica di Nelo Risi; inoltre Fellini espresse la convinzione che “il film è il sogno di una mente in uno stato di veglia”, a sua volta Bernardo Bertolucci rivelò che spesso ha attinto dalla sua esperienza onirica per pensare i suoi film.


Da parte loro, gli psicoanalisti hanno una tradizione consolidata di confronto e incontro col cinema, apprezzandolo come strumento di didattica, di formazione, di studio e come stimolo di pensiero. Il legame che unisce il cinema alla psicoanalisi è dato, in particolare, dal riconoscimento delle immagini come strumento prezioso e imprescindibile per la formazione di una storia: trama filmica e trama onirica. Il cinema è fatto “della stessa stoffa di cui sono fatti i sogni”, il suo metodo espressivo, la drammatizzazione, i fotogrammi, le emozioni, le luci, i colori lo portano ad essere come il sogno, una via privilegiata per prendere contatti con se stessi, al di là della vicenda rappresentata. La magia del cinema è quella di produrre una partecipazione affettiva, una condivisione di sentimenti, una identificazione che conduce all'interno del film come all'interno dei sogni. Il cinema può, allora, creare un ponte tra i pensieri profondi che non osano fare capolino e il pensiero consapevole. La storia e le immagini del film mobilitano sentimenti specifici per ciascun individuo, d’altra parte le parole e i pensieri nascono proprio dalle immagini e sono le stesse immagini che custodiscono le emozioni e il senso ultimo dei ricordi.
Allora possiamo parlare di un “uso del film” come fornitore e attivatore di fotogrammi mentali che servono per creare i pensieri che sono indispensabili per affrontare la vita, per vivere i rapporti interpersonali, in primis quelli che toccano da vicino come le relazioni familiari, relazioni cariche di emozioni spesso difficili da digerire e che necessitano di una razione di enzimi in più per poter essere trasformate e assimilate. Da soli, a volte, risulta difficile fare questo lavoro di rielaborazione, è necessaria una mente ausiliaria che aiuti a dare ordine e a trasformare sensazioni confuse o spiacevoli in immagini per poter poi dare loro nome e rappresentarle in una narrazione significativa.
Dal punto di vista emotivo la visione di un film è utile, non tanto per promuovere un esercizio intellettualistico di connessione tra i contenuti della trama e le teorie psicologiche rassicuranti, ma perché è un’occasione speciale per incontrare se stessi, ognuno vive il suo proprio film, lo ricompone come se fosse un sogno; nascono libere associazioni; vengono suscitate emozioni, sentimenti, immagini promuovendo così agilità di pensiero e fervida capacità creativa. Vedere un film mette in gioco un incontro, è l’incontro con le immagini scaturite dalla mente del regista, dello sceneggiatore, del fotografo con lo spettatore, suscitando in lui nuove visioni, evidenziando nuovi pensieri potenzialmente esistenti, ma che possono realizzarsi e prendere forma solo attraverso l’esperienza di un contatto. Questa esperienza diventa trasformativa e perciò formativa nella misura in cui l'impatto tra il film e il mondo interno dello spettatore genera una nuova realtà mentale, un’aggiunta possibilità di osservare e di relazionarsi alle situazioni arricchita da punti di vista diversi.


La visione di una pellicola in gruppo, in particolare nell’esperienza di un cineforum, si può ben dire che fa bene alla mente, perché genera un campo emotivo tra gli spettatori e li induce ad attivare l'immaginazione e a prendere contatto con affetti ed emozioni, propri e altrui, per affrontare e riflettere assieme sui temi proposti dalla trama del film, ampliando così la capacità soggettiva di pensare. L’impatto emotivo del vedere un film collettivamente diventa, dunque, una preziosa occasione di condivisione di esperienze, di riflessione, di scambio e di elaborazione. Un'opportunità di incontro che aiuta a promuovere nuovi pensieri, ad attivare fantasie, ricordi, libere associazioni, opportunità in particolare di poter liberare una vena narrativa, in pratica di “sognare” da svegli, nel senso di poter incontrare la propria esperienza affettiva profonda, conferendole un significato emotivo personale.


venerdì 21 luglio 2017

Le radici e la contemporaneità / Intervista ad Annalisa Zanni

Nautilus

Le radici e la contemporaneità

Intervista ad Annalisa Zanni

27 GIUGNO 2017, 
LUISA MARIANI


Storica dell’arte, dal 1999 Annalisa Zanni è direttrice del Museo Poldi Pezzoli. Ha realizzato una serie di interventi museografici innovativi e, accanto a essi, allestimenti evocativi dell’identità della casa museo, con la valorizzazione delle sue collezioni anche attraverso una serie di importanti mostre e la partecipazione a convegni internazionali. Si è inoltre dedicata a individuare strade nuove, di apertura, dialogo e comunicazione, per offrire al pubblico un’immagine più amichevole e soprattutto strumenti didattici aggiornati e approfonditi per conoscere meglio il Museo e le sue raccolte. Particolare attenzione ha riservato alla comunicazione e alla promozione del Museo, con iniziative speciali, rivolte alle diverse tipologie di pubblico (audioguide in più lingue, per adulti e bambini, varie edizioni del sito web). Negli ultimi anni ha dato avvio a iniziative volte a coinvolgere il pubblico giovane e le persone che lavorano offrendo, tra l’altro, il prolungamento dell’orario fino alle 21 il mercoledì con aperitivo e visite guidate. Per la sua attività ha ricevuto, nel 2011, l’Ambrogino d’oro del Comune di Milano.
La maggior parte della mia vita professionale si è svolta al Museo Poldi Pezzoli i cui ideali ho totalmente accolto, in una sorta di adesione simbiotica al progetto del collezionista. In effetti, absit iniuria verbis, sono sempre stata educata e continuo a credere al valore dell’etica, allo spirito di servizio, alla ricerca della bellezza come strumento di educazione e insieme di risorsa per la mente e per l’anima. I miei progetti di vita si sono incrociati poi, grazie agli studi, con una realtà così particolare come quella della casa museo di Gian Giacomo Poldi Pezzoli. Questo lavoro è senz’altro un privilegio, che ha comportato comunque delle notevoli difficoltà: ad esempio quella del riconoscimento di una professionalità e non solo di una passione che guida il percorso quotidiano di chi opera nelle istituzioni culturali, che solo oggi sembra essere parzialmente riconosciuto perché ricondotto entro standard gestionali. A fronte di questo, ho avuto moltissima gratificazione nelle relazioni personali e interpersonali grazie al rapporto didattico con i bambini - che fanno scoprire spesso ciò che l’adulto non sa vedere - nel condividere le opere con tutto il pubblico per immergersi nel senso della loro storia, della loro appartenenza e identità, riuscendo a comprenderle; nel far entrare nel museo e rendere protagonista il pubblico giovane; nell’opportunità di conoscere persone davvero straordinarie (Arnaldo Pomodoro, Italo Lupi, Giulio Paolini). Molti dei sogni di fatto sono diventati realtà in questi numerosissimi anni trascorsi nel museo anche perché, come mi piace sempre ricordare, ogni istituzione è costituita da un gruppo e non da una persona e ognuno vi partecipa con il proprio tassello. Parlo anche di ogni visitatore. Secondo me, chi occupa il vertice deve ascoltare e accogliere tutti questi suggerimenti e i diversi modi di percepire, operando nelle scelte che hanno arricchito enormemente la mia vita. Penso alle mostre e ai nuovi allestimenti realizzati dal Museo: un grande traguardo da superare. Alla luce di quanto ho appena detto, credo quindi di non essere un personaggio ma di voler rappresentare il museo, responsabile delle scelte culturali che vengono comunque sempre condivise. Il personaggio per me è sempre il museo.

Annalisa Zanni
Foto di Carlo Pozzoni

Essere ai vertici di una importante istituzione culturale, comporta anche un rapporto con il potere ...
Nel nostro settore credo che paradossalmente non ci sia mai stato un vero problema dovuto al genere, perché in realtà, cosa non positiva, fino a pochi anni fa lavorare nei beni culturali era considerata una professione non ben remunerata e quindi generosamente concessa alle donne. L’interesse negli ultimi anni si è notevolmente spostato perché il mercato sta tentando di dialogare con la cultura e, di conseguenza, aumentano sempre di più le figure maschili che assumono questo ruolo con un approccio più spregiudicato. Da quando esiste l’umanità la donna ha sempre avuto più potere dell’uomo, semplicemente manifestato in modi diversi, quindi credo che sostanzialmente ci sia un riconoscimento di genere. Di fatto molte donne potrebbero gestire il potere politico in modo eccellente e sono state troppo a lungo tenute lontane dalla politica.
Come ha vissuto l’assegnazione dell’Ambrogino d’oro?
Ne sono stata assolutamente felice, uno dei riconoscimenti che mi ha fatto più piacere. Mi sento perfettamente milanese con pregi e difetti. È un riconoscimento molto sobrio, sintesi di essenzialità, saper fare e saper donare in silenzio, criteri che a mio parere guidano l’assegnazione di questo premio.
Il “Poldi Pezzoli” testimonia anche una parte della storia di Milano …
Dopo la distruzione della Seconda guerra mondiale il Museo ha dovuto confrontarsi con spazi che avevano perso le decorazioni originali che, per quanto si è potuto, si è cercato di conservare. I nuovi spazi acquisiti hanno offerto la possibilità però di nuovi allestimenti e nuove idee. Caso esemplare è la nostra Armeria che nel 2000, grazie all’intervento dell’artista Arnaldo Pomodoro, è divenuta un’opera d’arte globale che dialoga magnificamente con le collezioni. Questo ha attratto un pubblico diverso lanciando segnali di vitalità e nuove opportunità di visione. Grazie alla lungimiranza del collezionista abbiamo delle raccolte di arte antica e di arti decorative di qualità straordinaria cui è seguita una politica di donazioni altrettanto eccezionale. La qualità rende famoso il museo nel mondo.
Gian Giacomo Poldi Pezzoli, classico collezionista ottocentesco: quali sono gli indirizzi del collezionismo privato, oggi?
Il collezionismo oggi guarda all’arte contemporanea anche perché le giovani generazioni considerano poco interessante quello dei loro genitori e dei loro nonni. È normale e giusto dialogare con ciò che ci circonda, ma in alcuni casi il fenomeno sfocia nel rifiuto di acquisire le collezioni appartenute alle famiglie, che sembrano non fare più parte della propria storia. È vero anche, d’altra parte, che esiste in Inghilterra, negli Usa e in Oriente un mercato d’arte antica che è decisamente più vivace. In un contesto del genere, un museo di arte antica, come il Poldi, restituisce le radici e la storia, comunicandolo però con linguaggi totalmente nuovi.

Sandro Botticelli, Madonna del libro

Ha avviato numerose trasformazioni negli ambienti del Museo …
Tutto è iniziato nel 2000 con l’opera d’arte globale dell’artista Arnaldo Pomodoro, decisa e voluta dal precedente direttore, che poi ho personalmente seguito e portato a termine. Da quel momento non ci siamo più fermati, la contemporaneità e la rilettura degli ambienti e delle collezioni insieme ai nuovi parametri di buona conservazione delle opere - quindi prevenzioni e non solo restauro - sono diventati elementi indispensabili che dovevano entrare anche in un edificio storico e in una storia che nel 1943 aveva subito una pesantissima distruzione.
La trasformazione è avvenuta anche attraverso attività “collaterali” come aperitivi, conferenze, laboratori, visite guidate, mostre monografiche: quali sono i progetti per il futuro?
I progetti per il futuro sono legati al rapido cambiamento che la società ci offre. Sicuramente importante sarà aumentare gli spazi espositivi del museo per poter accogliere nuove collezioni, al fine di rappresentare, anche attraverso le arti decorative, la trasformazione del gusto del collezionismo dal passato al contemporaneo.
Come si colloca il “Poldi Pezzoli” nell’ambito dei musei milanesi e qual è il suo rapporto con la città?
Il Museo è in relazione con una delle anime più significative della città, quella privata per prima cosa. Milano è la città privata per eccellenza, città in cui riservatezza, solidarietà, impegno verso gli altri sono valori portanti. Basti pensare, ad esempio, al volontariato: l’Associazione Amici del Museo Poldi Pezzoli, i custodi, il Club del Restauro, l’Associazione Carabinieri che aiuta a tenere aperto e quindi visitabile il museo. Il Museo rappresenta tutti questi valori, nonché le scelte sofisticate che, già a partire dall’Ottocento, i viaggiatori stranieri venivano a cercare quando entravano in contatto con l’identità di Milano. Essere casa museo, e, lo ricordo, il Poldi Pezzoli è ente capofila del Circuito Case Museo di Milano, è sicuramente un valore aggiunto, perché consente l’avvicinamento del pubblico e la diffusione della conoscenza della storia e del gusto di una persona, Gian Giacomo Poldi Pezzoli, che ha creato questo luogo e le sue collezioni. Il rapporto con la città poi, in questo ultimo periodo, è molto cresciuto anche grazie alla molteplici attività dedicate alle famiglie, alle scuole, e alle iniziative che hanno coinvolto tutte le istituzioni, come è avvenuto in occasione della mostra dedicata alle Dame dei fratelli Pollaiolo (Le Dame dei Pollaiolo: una bottega fiorentina del Rinascimento).

Antonio Pollaiolo, Profilo di donna

Quali sono i “tesori nascosti” del suo Museo, che meriterebbero di essere conosciuti?
Tra i leonardeschi l’Ecce Homo di Andrea Solario, l’Andata al Calvario di Bernardino Luini, il Ritratto maschile di Andrea Mantegna, la Madonna dell’Umiltà con due angeli musicanti di Zanobi Strozzi, Il pretino di Massimo Ceruti detto Pitocchetto, L’Allegrezza di Vittore Ghislandi, il servizio da tè e caffè di Meissen detto “Borromeo”, il Tappeto delle tigri, i due piccoli Crivelli, l’Annunciazione del Sassoferrato, le armature ageminate lombarde di Pompeo della Cesa del XVI secolo, la collezione degli orologi da carrozza, la croce astile di Bernardo Daddi e la collezione delle preziose croci altomedievali di Limoges.
Dove ci accompagnerebbe in un itinerario alla scoperta di una Milano artisticamente nascosta?
Sceglierei di portarvi alla scoperta della Milano archeologica, delle cosiddette Cinque Vie, viuzze tortuose della città romana, concludendo il tour al Museo Archeologico e godendo degli affreschi di San Maurizio al Monastero maggiore. Passerei poi ai Chiostri dell’Università Statale e alla chiesa di San Simpliciano. Infine, a mio parere, meritano una visita l’Orto Botanico di Brera, la Fondazione Arnaldo Pomodoro e gli studi di numerosi artisti e architetti, come quelli di Vico Magistretti o di Achille Castiglioni, di cui Milano è ricca.



giovedì 20 luglio 2017

C'era una volta... / La vera magia delle fiabe


C'era una volta...

La vera magia delle fiabe

16 GENNAIO 2015, 
LUISA MARIANI

Una delle funzioni fondamentali della madre nella relazione col proprio figlio, agli albori del loro rapporto, è quella di fare da “porta-parola”del suo bambino, cioè di accompagnare con la propria voce e di dare significato con le proprie parole e col proprio pensiero alle esperienze di piacere o di dispiacere del piccolo che ancora non sa esprimersi col linguaggio verbale. L’infante, però, sa usare tante altre modalità comunicative come per esempio il sorriso, il pianto, l’irrequietezza, la qualità dello sguardo, inondando e depositando fiducioso in lei i suoi stati d’animo, soprattutto quelli paurosi e confusi, perché vengano bonificati.
E la madre, se è emotivamente disponibile a ricevere queste comunicazioni, si identifica profondamente con il suo bambino, e in questo caso è come se sognasse da sveglia le sue sensazioni, i desideri, le percezioni e glieli traducesse in un discorso narrativo. Il preconscio materno viene a costituire, così, una parte dell’apparato del bambino, per significare e rappresentare quello che la sua coscienza primordiale non è ancora in grado di elaborare. Sentendosi allora rispecchiato e riconosciuto dalla mente accogliente e trasformatrice della madre, che mette in atto quella funzione sognante che si chiama “rêverie” e che le permette di entrare nei panni del suo bambino, questi introietterà questa competenza ed inizierà, a poco a poco, a trasformare e a “digerire” da solo i contenuti mentali caotici e confusi che gli pervadono la mente, riconoscendone il significato emotivo.


Il parlarsi, dunque, il raccontare la storia di quel momento particolare o il raccontare le storie in generale, è un’esperienza relazionale ed evolutiva molto importante, tanto che i buoni genitori continueranno a lungo ad accompagnare i loro figli con l’arte del narrare, soprattutto per aiutarli nei momenti difficili, come per esempio quelli inerenti ai distacchi o all’addormentamento (si sa che i ritmi circadiani che sottolineano l’ attraversamento dallo stato di veglia al sonno sono spesso latori di ansia e non solo per i bambini), oppure nei periodi di passaggio, proprio perché la storia si offre come contenitore degli affetti messi in moto dai cambiamenti, in quanto dà forma e nome a sentimenti che inquietano. In questo modo si dà, non solo la possibilità di avvicinarsi a parti di sé non pensabili, ma si offre anche l’occasione di condividere forti emozioni, perché l’atto narrativo in sé, crea un campo magnetico emotivo che favorisce la costituzione di legami significativi. Cosa, allora, più della fiaba è atta a rappresentare questo momento magico del raccontare, toccando temi scottanti e paurosi senza esserne feriti?
Tante sono le tipologie di fiabe, ad esempio esistono fiabe di paura, fiabe che raccontano il percorso di crescita, fiabe che rappresentano l’iniziazione alla vita adulta o fiabe spaventose che personificano i terrori del bambino, le “paure senza nome” che, spesso, prendono forma negli incubi notturni. K., una bambina di sette anni affetta da una importante malattia fin dalla nascita, che l’ha costretta ad una vita infestata da interventi chirurgici, cure estenuanti e limitazioni umilianti nell’esperire appieno la vita, presentava una forte angoscia all’addormentamento che tentava di placare ricorrendo a richieste ossessive di rassicurazione alla madre prima di addormentarsi. Voleva che la mamma, tutte le sere, le confermasse più e più volte che la porta era chiusa, che le tapparelle fossero abbassate, che la sveglia fosse puntata, che avrebbe fatto dei bei sogni, ecc. riducendo la madre a uno sfinimento psicofisico che non riusciva più a tollerare, anche perché non comprendeva il bisogno di rispondere almeno sette volte ad una stessa domanda.


Abbiamo riflettuto assieme che forse non era tanto la risposta che placava le angosce della bambina, ma era la “voce di mamma” che voleva ascoltare a lungo per non sentirsi sola e terrorizzata rispetto al buio e all’ignoto della notte. La proposta di raccontare una fiaba invece che rispondere stancamente e sconsolatamente alle estenuanti domande di K, ha avuto subito un riscontro positivo: la madre ha iniziato a partecipare con piacere al rito della narrazione e K. aveva la mamma accanto a sé in una atmosfera emotiva di piacevolezza per entrambe. Lo stanco e stressante momento dell’ “a domanda-risponde” si era trasformato nel “loro” momento, un gioioso appuntamento serale connotato da un clima affettivo di benessere, che permetteva di scoprire e di vivere uno stare assieme pacificante ed emotivamente appagante che bonificava la probabile angoscia di morte di K. e l’ansia della madre.
Il raccontare le fiabe permette di dare nome ed esorcizzare i fantasmi che vagolano inquietanti nella camera dei bambini: il terrore dell’ignoto, le angosce delle esperienze di separazione dall’ambiente familiare protettivo, le ansie dell’incontro con un mondo estraneo, pericoloso, ma anche la paura di crescere e di sperimentarsi con gli ostacoli della vita. Le fiabe aiutano il bambino a non sentirsi solo nell’affrontare l’impresa del vivere, del dover incontrare un mondo che, all’inizio, può essere vissuto come il nemico con cui confrontarsi e contro cui combattere. Ed ecco nella storia comparire “il cattivo” per dare forma e pensabilità ai problemi del nostro piccolo esploratore della vita: d’altra parte il male occorre incontrarlo, bisogna attraversarlo se lo si vuole vincere e, nel racconto, il problema è dicibile, diventa universale, è di tutti i bambini che lo ascoltano; questo è un vantaggio perché aiuta a depotenziare le tensioni e a diminuire le fantasie persecutorie in quanto si possono attribuire ai personaggi tutto le bruttezze che appartengono all’ascoltatore e che lo spaventano.


La fiaba, personificando le sue angosce, permette al bambino, in compagnia dell’ adulto a cui si affida e da cui dipende, di vedere rappresentata la sua situazione di debolezza e di immaturità, e di sentire la paura condivisa col narratore che, con la tonalità della voce e la sua partecipazione empatica, interpreta il suo stato d’animo, gli comunica vicinanza e comprensione, contenendo così la sua ansia profonda. E la voce è la musica del materno che il bambino ha imparato a conoscere già nel periodo fetale, è l’ambiente sonoro noto, fatto di toni alti e bassi, di pause e di agglomerati di suoni, tutti movimenti che sottolineano le sensazioni, le emozioni primarie, gli stati di malessere e di benessere che impastano la natura umana.
Il racconto della fiaba è costituito da parole/bozzolo protettive che fondano le radici della vita psichica, sono parole incantate che consolano il piccolo, lo accompagnano e lo aiutano a sperare nella possibilità di essere aiutato. Ma, soprattutto, la dinamica della storia è in grado di dar vita e comprensione, a movimenti emotivi che il bambino, di fatto, vive già in proprio, ma con grande peso: la chiusura, la fuga, l’avidità, la gelosia, i desideri di possesso esclusivo, la rabbia, l’aggressività, la paura della solitudine, ma anche l’angoscia provocata dal cambiamento degli stati umorali dei genitori. Lo scopo del raccontare fiabe è quello di creare una buona atmosfera relazionale, di favorire un clima di apertura, di fiducia, di legame e di autonomia attraverso l’esperienza fondamentale dell’essere in compagnia nell’attraversare il buio pieno di fantasmi. “Niente di ciò che la psicoanalisi ha scoperto dello psichismo umano è assente dalla fiaba” dice René Kaës, essa è fatta della stessa trama di cui è composta la psiche.
La fiaba è uno strumento impagabile, fondamentale, nel favorire lo sviluppo della personalità, è una tappa esperienziale indispensabile di trasformazione della vita psichica e, come il sogno, aiuta a metabolizzare le sensazioni e le emozioni in rappresentazioni di pensiero. La fiaba è, dunque, indispensabile per quanto riguarda lo sviluppo della vita psicosomatica dell’individuo, ma lo stesso processo avviene anche per la storia dell’umanità, infatti, non a caso, se si vuole conoscere un popolo, è proprio attraverso i suoi miti che lo si può incontrare a livelli profondi, per poi riconoscerne le differenze e poter stabilire legami di solidarietà.



mercoledì 19 luglio 2017

Diario invernale di un piccolo lembo di te / A cosa pensi quando io penso a te?


Legame
Foto di Mira Nedyalkova

Diario invernale di un piccolo lembo di te

A cosa pensi quando io penso a te?

22 MARZO 2017, 
LUCIANA MANCO

16 Dicembre 2016

Sul treno, due ragazzi, molto giovani, si baciano di continuo, guardandosi negli occhi, come se lo sguardo potesse fare da sigillo eterno. Poi lui arriva alla sua fermata. Un ultimo bacio e scende di corsa. La guarda da giù, lei col naso vicinissimo al finestrino, fa piccole condense di respiro sul vetro. Lui si batte piano il pugno sul petto, come per dirle: "Ti porto nel cuore". Ma lei non fa cenni. Lo guarda, persa. Spaventata. Ed è come se tutto di lei dicesse: "La mia anima può vivere, nel tuo cuore, sì. Ma io, tutta intera, carne-ossa-naso, no".

Sogno
Foto di Mira Nedyalkova


19 Dicembre 2016

Le notti d'inverno, in cui te ne vai. Un paesaggio innevato che vedo dal finestrino. I rami altissimi delle tue ciglia, la discesa libera del naso, ed io che sempre senza equilibrio mi rompo le costole in picchiata sui tuoi denti. E mi immergo nelle coperte parlandoti coi brividi, un piccolo sisma che non avverti, ma che hai voluto tu, strappandomi le radici. E la mia caduta poco ti importa, ché non sarò mai una tua mancanza, una valanga troppo innocua, che non si gonfia mai di te. Io sono solo un errore, un imprevisto preso come un segno, un sassolino che da solo non ti riporterà mai a casa.

Sorelle
Foto di Mira Nedyalkova


16 Gennaio 2017

Quando qualcuno piange sul treno, io non so mai cosa fare. Perché sei costretto ad essere presente ad un dolore che non conosci e che non puoi curare in nessun modo. Però dalla seconda volta che mi è successo, ho iniziato a lasciare dei bigliettini. Appena prima che uno dei due scenda dal treno, io gli do il mio bigliettino. Con parole semplici. Le prime che mi vengono. Perché io credo che nel dolore siamo tutti uguali. Che esternarlo ci renda ridicoli, a volte, e che ci punti mille riflettori di pietà addosso. Ma che si possa ritrovare un nanosecondo di pace se un'altra persona, anche se estranea, ti avvicina le dita agli occhi per non farti accecare.


Le tue mani
Foto di Mira Nedyalkova

24 Gennaio 2017

Ti tocco le labbra, con la punta delle dita, le muovo lente, le lascio umide di te, per sfogliare meglio, studiosa della tua esistenza, ogni pagina della tua enciclopedica bellezza.
2 Febbraio 2017

Tu ruoti lo sguardo intorno al mio corpo, per capire in cosa tu sei meglio, la taglia in più del seno, l'ampiezza del fianco. Io quando poso lo sguardo su di te è te che cerco. Come ti modellano le dita di una mano? Che suono fai quando ti sfiorano i capelli? Come rispondono le tue ciglia all'invasione di ciò che hai dentro? Tu mi pesi, mi misuri. Io sto in silenzio e chiedo.

Farfalle
Foto di Mira Nedyalkova


8 Febbraio 2017

Il Festival quando c'eri tu. Io ero troppo piccola per capire, tu troppo grande per dimenticare. La cucina che sa sempre di te, anche oggi. La poltrona un palmo aperto sotto il tuo peso. "Lo vede anche lo zio in Germania", dicevi. Per te l'Eurovisione era un miracolo che univa gli occhi di chi amavi nello stesso punto. Io lì, in quel punto, ritorno, ogni anno. Perché sono fatta di nostalgia. Non sono attenta alla voce che stona, al vestito sbagliato. Non chiamo troia una donna perché è bella, ricordo quello che mi hai insegnato. Io non credo nella musica che sento. Ma sento te, e di questo mi accontento.
24 Febbraio 2017

Invidio quegli uomini tenaci, che si incatenano, che salvano balene. Io passo la vita a rosicchiare corde, a tormentarmi le labbra, trattenendo respiri. Quando perdo l'equilibrio tiro giù chi mi è accanto, perché penso che possa rallentare il dolore, che possa soffiarmi su d'amore, e mai riesco a prevedere lo schianto. Io non posso salvare niente. Più stringo per proteggere te, fragile, e più ti rompo in mille pezzi contro il mio cuore. Sono un'urgenza che pesa quintali, legata alla zampa di un uccellino. Un allarme che suona straziante nel mezzo di un bel sogno. La paura che svena di silenzi la più sana delle poesie.
27 Febbraio 2017

Ho una voglia insopportabile di ostentare il male. Di disattivare la leggerezza. Di gettarmi come cemento sulla tua schiena. Di ridare ai denti la loro vera funzione. Di sopprimere la forma, possedendo la sostanza. Voglio violare. Insinuarmi. Estorcere. Disseminare. Stratificarmi di roccia e fuoco. Svettare dalla terra come un brutto monumento al tuo candore. Smetterla di farsi del bene, a costo di morire di attenzione.

Strette Strette
Foto di Mira Nedyalkova


6 Marzo 2017

Vorrei tornare intatta, riprendermi i resti, cancellare le mie impronte digitali. Lavarmi via da te, impedirti di spogliarmi, petalo dopo petalo, a strappi netti, in un m'ama non m'ama che t'ama sempre.
13 Marzo 2017

Baciarti come se fosse una perquisizione. Per inchiodarti di fronte ad una prova schiacciante, un respiro che cambia direzione. Ma tu conosci un codice di sblocco che la tua lingua muove sulla mia, per fare incetta di tutti i miei tesori. Mentre io provo ad incastrarti, tu mi scappi dalle dita, mi scassini le parole, macchi irrimediabilmente ogni mia poesia.

Foglie gialle
Foto di Mira Nedyalkova


15 Marzo 2017

Quando vivevo ancora nel mio piccolo paese in Salento, e non riuscivo a dormire, mi arrampicavo sul terrazzo, passando dalla finestra di camera mia, trascinandomi una coperta che mi facesse da bozzolo. Mi fermavo anche ore a spiare le case degli altri, a dedurre l'ultimo fumo che esce dai caminetti, a guardare le stelle senza mai credere di poterle contare. Ma da quando vivo qui non ho un terrazzo da raggiungere con la prontezza di uno slancio. E allora vengo a spiare te. Per farlo apro una finestra col tocco di un polpastrello. Mi arrampico sulle tue parole, sulle canzoni che scegli, sui piccoli mattoncini di testo che trascrivi tra virgolette, sui tuoi sorrisi dietro filtri di colore come fumo di caminetto. Ti guardo gli occhi e so di non poterti misurare. Ho sempre saputo di non poterlo fare. Solo mi fermavo così a guardarti, ed esprimevo un desiderio tutte le volte che riuscivo a non farti cadere.