giovedì 6 luglio 2017

Blade Runner / The final cut

Blade Runner – The Final Cut

BLADE RUNNER – THE FINAL CUT: LO STRANO CASO DELL’UNICORNO ACCARTOCCIATO


Blade Runner è un’esperienza estetica totale per tutti coloro che, replicanti o non, sono affamati di vita. Poco importa se il ritorno di questo cult movie (ora disponibile in un cofanetto con cinque dvd) soddisfi un piano commerciale e non una vera e propria rivisitazione della pellicola digitalmente rimasterizzata nel 2007. Andate al cinema; andate a vedere quelle cose che gli umani non possono neanche immaginare. Sottoponetevi anche voi, se ancora non l’avete fatto, al Voigt-Kampff: il test dell’occhio che misura l’empatia; la reazione a scenari di vita ipotetici che non avete vissuto, ma le cui scaglie misteriosamente si innestano nel tessuto dei vostri ricordi; ricordi ‘perduti nel tempo come lacrime nella pioggia’.


2019: una distopica Los Angeles del futuro, dove diluvia incessantemente e regna il chiaroscuro, tra macchine volanti e cupi grattacieli sulla cui superficie sfavillano faccioni sorridenti di donne orientali o pubblicità giganti della Coca-Cola, mentre giù bande di ladri nani con occhiali a infrarossi setacciano le strade. Qui Ridley Scott disegna l’architettura grottesca dell’uomo postmoderno, raccontando a tinte forti e mai banali la bellezza delle sue macerie. Il regista esalta i contrasti di un uomo al capolinea, un uomo a luci intermittenti che oltre il moderno non riesce ad andare, perché sbatte la fronte contro un cartello su cui c’è scritto POST, e precipita nel vuoto. Un uomo che nell’esasperato e ridicolo tentativo di superare se stesso, inesorabilmente torna alla propria animalità, a quella sintesi di simboli talmente antichi (il chiodo, la colomba, il sangue) da non poter essere espressi se non con la folle purezza di un ululato – quello di Roy, mitico leader dei Nexus 6 interpretato da Rutger Hauer, che prima di morire recita il monologo ‘Io ne ho viste cose che voi umani non potreste immaginarvi…’ – simboli che tuttavia costituiscono l’essenza dell’umano, la catarsi visiva della memoria da cui ripartire. Al di là dei riferimenti biblici (diluvio universale, ritorno del figliol prodigo, passione di Cristo) e dei molti indizi filosofici che il film evoca nello spettatore, il tema più ricorrente, se non il principale tema di Blade Runner è l’animalità del ricordo, intesa come inestirpabile luogo di contatto tra l’uomo e se stesso.
Blade-Runner
La storia non parte da un esperimento, ma da ciò che viene dopo l’esperimento, dalle sue scorie. Alcuni androidi haute couturegli ultimi Nexus 6 – sofisticati ‘lavori in pelle’ della Tyrell Corporation concepiti per operazioni militari intergalattiche – sono tornati dall’altro mondo e rappresentano una minaccia. I replicanti sono le pedine di un business lanciato dagli umani per proteggere la propria scacchiera. Per non farsi scacco matto – quello che alla fine J. F. Sebastiancon le sue pedine a forma di animale gioca ai danni del dott. Tyrell – e limitare gli effetti indesiderati della produzione in serie di cyber schiavi potenzialmente letali, è stato imposto loro un limite: quattro anni di vita. Adesso però i Nexus 6 vogliono più vita. Sembra che abbiano sviluppato la capacità di provare emozioni: il sentimento della libertà, l’istinto ribelle dell’animale che percepisce di essere nato in gabbia e che sa di non essere immortale. Il test dell’occhio potrebbe non essere più sufficiente a distinguere un replicante da un non replicante. Se crolla il confine emotivo, chiunque può essere il replicante di se stesso.


Al cacciatore di taglie Rick Deckard, alias Harrison Ford, viene quindi affidato il compito di ‘ritirare’ gli intrusi, ossia eliminarli. Glielo comunica un agente con lunghi baffi e papillon, che ha il vezzo di fabbricare animali in miniatura con le sue mani. Lo fa tre volte, in tre momenti chiave del film: il primo animale è un pollo di carta che posa sulla scrivania del commissariato quando a Rick viene dato l’incarico; il secondo è una figura umana fatta con pezzi di fiammifero, quando Rick trova una squama che lo condurrà da una delle replicanti, la quale, con al collo un serpente (finto) si esibisce in un night club sotto la falsa identità di Salomè (altra suggestione biblica, come il serpente); il terzo e ultimo animale è un unicorno di stagnola, quello dell’ultima scena. Gli animali sono un filo conduttore dall’inizio alla fine della pellicola, anche nei dialoghi.


Il gufo è finto?’ – ‘Naturalmente’, risponde Rachael. È il primo incontro tra lei e Rick, alla presenza del dott. Tyrell. Rachael viene sottoposta da Rick al Voigt-Kampff: ‘Le farò una serie di domande, si rilassi e risponda il più semplicemente che può’… ‘Un ragazzino le mostra la sua collezione di farfalle, le mostra come le uccide’… ‘Lo condurrei dal dottore’… ‘Sta guardando la televisione, improvvisamente si accorge di una vespa che le cammina sul braccio’… ‘La uccido’… ‘Sta assistendo a una commedia, gli invitati consumano un antipasto di ostriche crude, la prima portata è un cane bollito’… Lo schermo va in tilt e il dott. Tyrell chiede a Rachael di allontanarsi. Rachael è un Nexus 6 di nuova generazione: nelle sue sinapsi sono stati innestati frammenti di un passato inesistente, un gratificante cuscino di ricordi per controllare quelle ‘strane ossessioni’ che si manifestano in seguito alla presa di coscienza della propria emotività. Rachael non sospetta di essere un replicante, uno della lista di quelli che Rick deve ‘ritirare’. ‘Più umano dell’umano è il nostro slogan; Rachael è un esperimento, niente di più’, spiega il dott. Tyrell.


Ma il dott. Tyrell si sbaglia. Rachael è molto di più: è il personaggio fulcro di Blade Runner. Rachael fa visita a Rick, che si alcolizza e ha la visione di un unicorno. Lei gli mostra una foto: ‘Sono io con mia madre’. ‘Sì?!’ – fa lui – ‘Ricordi il ragno in quel cespuglio davanti alla tua finestra? Il corpo arancione, le zampe verdi… lo vedesti fare la rete per tutta l’estate, e un giorno ci vedesti un grosso uovo, l’uovo si schiuse… ‘L’uovo si schiuse e centinaia di ragnetti ne uscirono e lo divorarono’ completa la frase Rachael. Non aveva raccontato a nessuno quel ricordo; quel ricordo non appartiene al suo vissuto, è un innesto. Rachael capisce di essere una replicante. Dopo lo shock iniziale, salva la vita a Rick, sparando in testa a Leon, un Nexus 6 che stava per cavargli occhi, e si innamora. Nell’appartamento di Rick, lei suona il pianoforte – pur non sapendo che sarebbe stata in grado di suonarlo, avendo solo innesti di alcune lezioni – mentre la telecamera indugia sulla statuetta nera di un rinoceronte sullo sfondo, oltre lo strumento. Rick si avvicina per baciarla, lei si ritrae e corre verso la porta, allora lui l’attira a sé con violenza, la sbatte alla finestra, l’accarezza, la invita a dire ‘ti amo’. Rachael dopo un po’ ci riesce. Scena potente (forse in parte rovinata da una melensa musica anni ’80), che prelude al tanto atteso Final Cut.
  


Il non replicante e la replicante lasciano l’appartamento 9732 per darsi alla fuga, ma Rick nota qualcosa sul pavimento: un unicorno di stagnola in miniatura. ‘Bravo. Ora è tutto finito. Peccato però che lei non vivrà, sempre che questa sia vita!’, aveva gridato l’agente con lunghi baffi e papillon riferendosi a Rachael subito dopo la morte di Roy. Rick sorride, ci pensa su, accartoccia l’unicorno – emblema dell’animalità finta, quella dell’innesto artificiale, quella della Tyrell Corporation – ed entra con Rachael in ascensore mettendoselo in tasca.



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