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sabato 28 dicembre 2019

La street art europea nel contesto artistico contemporaneo / Tra musealizzazione e trasformazione dell’attività curatoriale


Graffiti on the street

La street art europea nel contesto artistico contemporaneo

Tra musealizzazione e trasformazione dell’attività curatoriale

SARA DURANTINI
22 GENNAIO 2018


Il contesto museale odierno sta vivendo, da un lato, quell'instabilità propria delle istituzioni culturali complesse che vivono il dilemma di luoghi simbolici e metaforici in precario equilibrio per domande apparentemente contraddittorie tra loro (Maria Vittoria Clarelli 2010) e, dall'altro, sta assistendo a una trasformazione dell'attività curatoriale sia in termini di coinvolgimento del pubblico sia in termini di strumenti e prospettive per la narrazione artistica.

Curare, allestire, organizzare una mostra sono attività che, da sempre, hanno identificato il lavoro curatoriale ma, ad oggi, non sono più caratterizzanti ed esclusive di una professione che, invece, si liquefà se esposta a "discussioni visive interdisciplinari" che stanno sempre più prendendo piede e “che diventeranno il punto di partenza per la presentazione di progetti d’arte" (Kari Conte, 2013).
È da qui che dobbiamo partire per capire i molteplici progetti che sono nati negli ultimi tempi finalizzati alla musealizzazione della Street Art: Banksy & Co. L’arte allo stato urbano, esposizione curata da Christian Omodeo con Luca Ciancabilla e Sean Corcoran presso Palazzo Pepoli del Genus Bononiae nel corso del 2016, Cross the Streets la piattaforma culturale che getta le basi per una storicizzazione del fenomeno del Writing e della Street Art in mostra nel corso del 2017 al Macro di Roma, Urban Nation il primo museo dedicato alla Street Art inaugurato a settembre 2017 a Berlino, Maua il museo a cielo aperto dislocato su cinque quartieri milanesi inaugurato a dicembre del 2017 le cui opere sono fruibili scaricando l'app Bepart (dal nome di una delle cooperative sociali che hanno dato vita al progetto) e il Seminario interdisciplinare sullo stato della Street art europea fondato da Nice Street Art Project nella persona di Edwige Comoy Fusaro (prossima edizione aprile 2018). Questo breve elenco solo per citare alcune tra le iniziative più recenti ad impatto nazionale ed europeo.
Graffiti Tunnel, Londra

Due quesiti posti da Nice Street Art Project che meritano una riflessione per capire lo stato della musealizzazione della street art e cosa dovremo aspettarci per il futuro: se è vero che la street art si inserisce in contesti geografici specifici e da questi contesti viene alimentata subendone influenze di carattere sociale e non solo artistico, in che modo le specificità geografiche locali si intrecciano con quelle globali? Inoltre qual è la specificità della street art europea se consideriamo il fatto che ha risentito della matrice d'oltreoceano?
Per rispondere alla prima domanda facciamo un passo indietro, precisamente al periodo storico che va dal 1820 e il 1830. Da un’analisi di Francesco Giugiaro, sembrerebbe che un certo Kyselak cominciò a taggare il proprio nome sui muri dell’Impero Austro-Ungarico, forse per una scommessa. Queste testimonianze sono ancor oggi conservate dalla soprintendenza. Giugiaro continua nella sua analisi citando, un secolo dopo, Arthur Malcom Stace, meglio conosciuto come Mr. Eternity, che ha ricoperto le mura di Sidney con la parola Eternity.

Bankslave, Street Diaries murales

Sono gli anni della New York incubatrice inconsapevole del graffitismo prima e della street art dopo, sono gli anni delle avanguardie europee, del Chicano Mural Movement, dei monikers. Sono gli anni delle sperimentazioni artistiche, visive e museali che sfociano in una prima e preziosa testimonianza: The Faith of Graffiti il libro pubblicato nel 1974, che raccoglie una serie di saggi scritti da Norman Mailer e fotografie di Jon Naar. Motivazioni politiche, ecologico-ambientali, bisogno di affermare la propria idea come uomo o come donna, come individuo a sé rispetto alla massa: sono molteplici le cause che hanno spinto un artista o un gruppo di artisti a dedicarsi a una qualsiasi forma di arte urbana. Eppure tutte queste motivazioni possono riflettersi in concetti comuni che vanno al di là di qualsiasi barriera geografica: appartenenza, riconoscimento, libertà, bisogno, spazio urbano. Quindi, per tentare di rispondere alla prima domanda posta da Nice Street Art Project, non ci sono peculiarità geografiche locali che hanno forzatamente circoscritto una forma di arte urbana, come appunto la street art, distaccandola da altre forme di arte, al contrario si è assistito a forme di arte urbana locale che si sono evolute e propagate da uno stato all’altro degli Stati Uniti e dell’Europa mosse da una spinta evolutiva interna e da bisogni artistici ed emotivi comuni.
La seconda domanda, invece, pone l’accento sulla street art europea e la sua relazione con la corrente sviluppatasi oltreoceano. Se è vero che il graffitismo prima e la street art dopo sono il riflesso della realtà urbana americana in particolare quella newyorkese, è altresì vero che le stesse correnti riflettono una “memoria culturale legata all’Europa e ai linguaggi delle avanguardie storiche” e sono una “sintesi delle arti, parola, musica, danza, architettura, scenografia, movimento, già teorizzate da Kandinskij e Marinetti” (Bonito Oliva A.). Gli albori della street art di New York sono il fermento di una società multirazziale che, tuttavia, assorbe e viene fortemente influenzata dalla cultura europea dei primi decenni del Novecento, dallo stile impuro e informale europeo.
Graffiti nel Casco Viejo di Panama City

A metà del Novecento e soprattutto nel corso degli anni sessanta la cultura dei graffiti arriva dagli Stati Uniti in Europa sviluppandosi soprattutto in relazione a movimenti punk new wave (Spagna e Olanda) mentre si lega, nel corso degli anni Ottanta, al mondo dell’hip-hop in Inghilterra (con particolare concentrazione a Londra), Germania (Berlino) e Francia (Parigi). Negli anni novanta giunge anche in Italia. Dai primi decenni del Novecento in poi, la commistione di varie correnti artistiche dà origine a qualcosa di totalmente nuovo nel panorama delle arti visive a livello mondiale: “We started something without the slightest notion that it would get to this point. We didn’t realize the baby that we bore”. (Lee 163). Rispondo, quindi, alla seconda domanda con un’altra domanda: come sarebbe stata la street art d’oltreoceano se non ci fossero state le avanguardie europee del primo Novecento?
Nonostante la storia ci abbia mostrato, nel corso dei decenni, una certa diffidenza nei confronti della street art e, più in generale, dell’arte urbana (si veda Hegert, Radiant Children: The Construction of Graffiti Art in New York City - Rhizomes) “le porte delle gallerie si aprirono presto a quei writer che tra gli anni Settanta e Ottanta scesero a lucrativi compromessi con il mercato dell’arte scegliendo di realizzare i loro graffiti su tela per venderli a ricchi collezionisti, senza tuttavia ripudiare la pratica illegale del Writing, per lo più notturna, che rimaneva per molti l’espressione creativa più autentica” (Francesca Iannelli - Street Art e museo: museofobia o museofilia?).

MAUA, Milano

Il fenomeno della musealizzazione della street art può togliere vigore, creatività, espressione e ragione d’intenti alla sua stessa natura e alla sua stessa forma d’arte? Dobbiamo continuare a pensare alla street art come a una forma d’arte incompatibile con il museo? “Il pericolo di normalizzazione di un movimento ribelle esiste” tuttavia “deve pur esser(ci) una modalità virtuosa di ripensare la musealizzazione della Street Art (…). Il museo nelle sue vesti più tradizionali ci sembra del tutto incapace di accogliere murales, spesso mastodontici, non solo per evidenti motivi di spazio ma soprattutto per motivi di senso, che spesso si dimenticano (…). Quando la Street Art viene musealizzata accade che si trasforma, volente o nolente, in un caricaturale “monumento” di se stessa, perdendo gran parte del suo potere eversivo, a meno che nel museo non vi entri per contestare dal di dentro l’autoreferenzialità che spesso attanaglia il mondo dell’arte” (Francesca Iannelli).
Sulle commissioni di muri, sulle mostre a cielo aperto e sui festival dedicati alla street art ne ha parlato recentemente C125 in un lungo articolo pubblicato su Legrandj.eu dicendo che le stesse commissioni “implicano una censura collettiva (progetto preliminare, toni politically correct che non turbino la cittadinanza, censure politiche locali) e hanno generato un nuovo tipo di street art: il muralismo (…). Bisogna quindi sperare che il muralismo non trasformi un po’ alla volta la street art in un’arte decorativa e priva di contenuti polemici”.


Alla luce di questa analisi, quello che viene qui sostenuto è un’opinione favorevole, seppur con qualche riserva, all’introduzione della street art nei musei in quanto la musealizzazione della stessa potrebbe essere occasione per combattere proprio quella precarietà e quell’instabilità nella quale versa il contesto museale odierno attirando una nuova generazione di utenti, un nuovo target di artisti e dando vita a nuove professioni che potrebbero affiancarsi agli attori tradizionali che, da sempre, detengono le redini della filiera artistico-museale. Saranno proprio questi nuovi attori a convalidare il passaggio della street art dagli spazi urbani al museo, riscrivendo una nuova narrativa della street art, un nuovo fenomeno sociologico e antropologico.

mercoledì 25 dicembre 2019

La fotografia è una menzogna / L'arte di Sandro Becchetti

Pier Paolo Pasolini



La fotografia è una menzogna

L'arte di Sandro Becchetti


SARA DURANTINI
25 NOVEMBRE 2013 

Ascoltare Sandro Becchetti che racconta di non aver mai subito il fascino della fotografia, ma il fascino dell'arte, è una rivelazione intima ma non soprendente, facilmente riscontrabile nelle sue fotografie, molte delle quali hanno fatto la storia della fotografia italiana (e non solo) del secondo Novecento.


Pier Paolo Pasolini

Quella che Becchetti chiama la degradabilità evidente più nei volti umani che nei monumenti è l'elemento che trasforma ogni sua fotografia in una storia da comunicare.
E lo spettatore accoglie il suo racconto, così come le storie narrate attraverso le fotografie, storie sempre differenti, mai scontate, impreziosite dalle sue parole che escono roche e scavalcano la nostra immaginazione. E in questo modo si scopre che alla base della sua arte c'è una profonda e sincera comprensione di se stesso avvenuta guardandosi negli occhi di un altro. E' questa la più completa definizione di quello che rappresentano le fotografie di Sandro Becchetti, indipendentemente dal soggetto (o protagonista) della storia.



L'incontro con Ornella Vanoni, Claudia Cardinale, Giorgio De Chirico, per non parlare di Andy Warhol e Alfred Hitchock, ritratti intensi, nei quali chi osserva può perdersi nella storia che emerge dalla fotografia stessa, nei particolari espressi con enfasi, nella sue sfumature e nelle infinite possibilità di interpretazione.
Becchetti ha ritratto persone, con una vita, un passato, degli ideali ben definiti e con dei tratti, invece, più aleatori e imprecisi e proprio per questo suggestivi. Uomini di cultura, artisti, ma prima ancora persone. E la bellezza delle opere di Becchetti forse cozza con le sue stesse parole quando racconta di una fotografia che è anche menzogna perché incapace di sostenere l'intensità di una vita. Si diceva che l'affermazione forse cozza con la sua arte o forse no. E in questo risiede il potere di una fotografia intramontabile, sulla quale è possibile un continuo interrogarsi per capire le ombre e i suoi significati.


Facchino
Sandro Becchetti

Fra le persone con le quali Becchetti ha instaurato rapporti c'è anche Pier Paolo Pasolini che sostiene Le ceneri di Gramsci con sguardo fermo e penetrante. Pier Paolo Pasolini con la madre, nella sua casa, in poltrona, tra i suoi libri e poi ancora tra la gente della sua Roma a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta.
Indagare Pasolini è impresa ardua, forse impossibile è qui verrebbe proprio da riprendere l'affermazione di Becchetti secondo la quale la fotografia è menzogna. Alternando scatti intimistici a ritratti di più ampio respiro, Becchetti ci accompagna tra le mura di una Roma che non c'è più (se non a tratti, in certi quartieri periferici e che, comunque, hanno dato un significato differente al qui che andava cercando Pasolini). E sono proprio i luoghi più periferici e remoti della città che hanno attratto Pasolini, in un amore viscerale nei confronti di una precarietà difficilmente descrivibile che ha finitl, negli anni, per scomparire surclassata da un altro tipo di precarietà. Pasolini ritratto da Sandro Becchetti rintraccia quello sperimentalismo e quella sete di conoscenza propria di Pasolini. Un'indagine accurata e intima al tempo stesso che approfondisce, con taglio differente.




martedì 24 dicembre 2019

JBRock & Hogre


JBRock & Hogre

9 Novembre - 24 Dicembre 2013 presso Galo Art Gallery, Torino.

SARA DURANTINI
Novembre 2013

Fomento, il progetto espositivo nato da un'idea di Christian Omodeo e Le Grand Jeu con il coinvolgimento degli street artist JBRock e Hogre, è stato inaugurato sabato 9 novembre presso la Galo Art Gallery. La mostra è correlata da ulteriori eventi e progetti. 

Murales, street art e graffiti prima ancora di rappresentare un'esperienza artistica sono un modo di raccontare le emozioni, un modo di porsi e di stare nel mondo, di far sentire la propria voce. Le opere degli street artist nascono spesso da un impulso irrefrenabile, da un bisogno di esternare ciò che sentono. Un impulso che è alla base di un approccio psichico e mentale ben preciso, di una ben specifica attitudine comportamentale.

Ed è proprio questo il punto di partenza del progetto che ha coinvolto, sotto il segno di Christian Omodeo e Le Grand Jeu, JBRock e Hogre, affermati street artist romani che hanno vissuto l'evoluzione dell'Hip Hop negli anni ’80 tramandatosi tra i writer capitolini nel corso degli anni ’90 e, successivamente, tra gli street artist romani degli anni 2000 e che sono, per questo, in grado di raccontare il rapporto con gli strumenti base della tecnica della Stencil Art: la bomboletta aerosol e il cutter.

Emerge quindi, dall'analisi di questo rapporto, che la street art e i graffiti sono proprio un modo di porsi verso la vita e di abbracciarla rispondendo alle esigenze in maniera creativa e non per questo dannosa.


Fomento è il nome del progetto che ha visto la luce un anno e mezzo fa quando Christian Omodeo ha coinvolto JBRock e Hogre in quello che oggi è la mostra esposta alla Galo Art Gallery. Trenta opere inedite su tela e su carta, un’installazione in una delle celle del carcere sede della fiera The Others oltre a interventi artistici nell'architettura urbana per poi culminare nel concerto al Bunker dei Colle der Fomento con una forte commistione tra musica e arte.
E dalla capitale ci si espande. Il "fomento" della street art invade anche altre zone d'Italia.
Galo Art Gallery
Via Saluzzo 11/G
Torino 10125 Italia
Tel. +39 011 7900074

Orari di apertura
Martedì - Sabato
Dalle 11.00 alle 19.00



giovedì 19 dicembre 2019

La Tour Paris 13 / La cultura dei graffiti

La Tour Paris 13

La cultura dei graffiti


SARA DURANTINI
25 OTTOBRE 2013 

Ginette, 77 anni, è una delle ultime inquiline del palazzo più artistico del momento. Canoe.ca l'ha incontrata e ha reso nota non solo la sua storia, la storia di una persona che ha realmente vissuto tra quelle mura ma soprattutto le sensazioni che ha provato vedendo gli artisti al lavoro per recuperare e rivalorizzare uno degli edifici del centro storico di Parigi. Ginette ha raccontato di quando i primi artisti, a primavera inoltrata hanno iniziato a occupare il palazzo per dipingere le pareti. Hanno ridato la vita a queste mura, è quello che emerge dalle parole di Ginette. E nonostante le difficoltà dovute alla comprensione di lingue differenti (ricordiamo che gli artisti provengono da tutto il mondo), il palazzo, racconta Ginette, ha ricominciato a respirare un'aria nuova, c'era bellezza ovunque. Alcune creazioni sono piaciute tanto a Ginette quanto agli altri inquilini che hanno potuto vedere la mostra in anteprima (gli inquilini, è bene ricordare anche questo, hanno dovuto cercarsi nel frattempo una sistemazione alternativa).


Il "rinnovamento urbano" prevede la distruzione di questo edificio per ricreare spazi più idonei alle esigenze del cittadino contemporaneo. All'interno di questo discorso, che potrebbe toccare tematiche sociali, economiche ma anche filosofiche (oltre che artistiche), si sottolinea il fatto che La Tour Paris 13 non è (come ha ricordato giustamente Christian Omodeo) solo un progetto ma è anche un "modo nuovo di guardare ai graffiti e alla streetart", correnti artistiche che, proprio in questi giorni, in Italia, sono al centro di un dibattito in seguito all'esposto depositato dai vigili di Bologna alla procura della repubblica contro Alice Pasquini (aka Alicè). Delle difficoltà che i writer incontrano nel nostro Paese ne avevamo parlato anche durante l'intervista a Christian Omodeo, il quale proprio in questi giorni tramite Facebook ha postato il video del lungometraggio Vandal, ispirato alla storia di un giovane writer, segno di come la Francia si stia aprendo verso la cultura dei graffiti.

Nell'attesa che anche a livello nazionale il nostro Paese prenda consapevolezza di questa apertura, imitandola, possiamo ammirare ciò che gli street artist italiani hanno creato in uno dei piani de la Tour Paris 13 interamente dedicato alla loro arte.
Per approfondimenti leggi anche Street Art: La Tour Paris 13


mercoledì 18 dicembre 2019

Street Art / La Tour Paris 13




Street Art: La Tour Paris 13

Fino al 31 ottobre 2013 nel XIII° arrondissement a Parigi.

SARA DURANTINI
OTTOBRE 2013

Si dice che la street art sia violenta, che offenda la sensibilità visiva, che si nutra di velleità che non le appartengono. Si dice (o si vocifera) che la street art provochi, alle volte, delle proteste sociali che coinvolgono tanto le istituzioni politiche quanto quelle culturali. Si spendono tante parole quando in campo scende la street art ma in questo momento vorrei accantonare le critiche ingiustificate per dare spazio a una delle iniziative che lascerà il segno. Parigi, capitale artistica della street art, ospita il progetto realizzato da Galerie Itinerrance in collaborazione con Le Grand Jue. La Tour Paris 13: 9 piani, 36 appartamenti che, per un mese, saranno a disposizione di street artist provenienti da tutto il mondo. Le Grand Jeu, nella persona di Christian Omodeo, direttore artistico dell'agenzia, professore e storico dell'arte, ha accolto il progetto elaborato da Galerie Itinerrance occupandosi della direzione di un intero piano dedicato alla street art italiana. Abbiamo chiesto a Christiane Omodeo di entrare nel dettaglio del progetto.

1. Cosa c'è all'origine de Le Grand Jeu e che ruolo ha avuto all'interno del progetto La Tour Paris 13?

Le Grand Jeu è un punto di osservazione a partire dal quale un gruppo di amici connessi via internet si interrogano sulle logiche dell’entertainment e su come queste modificano il DNA del mondo dell’arte. Molti temono e criticano questo cambiamento, lo vedono come la fine della cultura. Noi lo interpretiamo piuttosto come un cambio di paradigma, ma soprattutto come la sfida della nostra epoca: come fare cultura in un periodo storico in cui l’art-entertainment ha preso il posto dell’arte? Il nostro interesse per la Street Art nasce in gran parte da questo interrogativo, perché la Street Art esprime, meglio di altri fenomeni artistici contemporanei, questi nuovi modi di fare e di consumare cultura.
2. Con La Tour Paris 13 avete condensato centinaia di street artist provenienti da tutto il mondo. Credi che sia un progetto che coinvolgerà solo gli addetti ai lavori oppure desterà anche l'interesse dell'opinione pubblica che a quanto pare a Parigi sembra molto attenta alla street art?

Le file lunghissime di questi primi giorni di apertura, l’attenzione dei media – non soltanto francesi – per questo progetto e la reazione eccezionale del pubblico, proveniente da paesi diversi, dimostrano che la Tour Paris 13 non è un progetto riservato esclusivamente agli addetti ai lavori. Conferma inoltre, se ancora ce ne fosse bisogno, la capacità innata della Street Art di confrontarsi con un ampio pubblico. La cosa fantastica di questo progetto è che trasporta all’interno di 36 appartamenti quegli stessi spettatori che incrociano la Street Art in strada. A far la fila, non c’è solo quel pubblico che frequenta abitualmente i musei.



3. Quali difficoltà avete incontrato nella realizzazione di questo lavoro?

Non ci sono state né difficoltà tecniche né problemi curatoriali insormontabili. L’unico vero problema è stato come finanziare un progetto che non ha accettato né cercato sponsorizzazioni. In questo, la Tour Paris 13 e tutti coloro che hanno collaborato alla sua realizzazione hanno dimostrato le potenzialità del modello economico su cui si fonda la Street Art. Tramite internet, la Street Art si è creata un proprio spazio nel mondo dell’arte e nel mercato dell’arte. Non ha avuto bisogno di un sostegno da parte dei critici e delle istituzioni. Oggi, che ha conquistato una sua autonomia – critica e finanziaria –, può permettersi anche di investire a fondo perduto una parte dei propri ricavi per finanziare progetti che hanno un impatto sociale e culturale notevole. La Street Art si è fondata sul crowdfunding prima ancora che nascessero i primi siti di crowdfunding.
4. Il Portogallo e l'America Latina sono due dei paesi che hanno rappresentato questo progetto. Che cosa offrono e quali sono gli elementi identificativi?

La Street Art nasce su internet, dove non esistono frontiere nazionali. E’ quindi difficile identificare degli elementi che caratterizzano queste due comunità di artisti. Quel che è certo, però, è che sia il Portogallo che l’America Latina hanno dimostrato di meritare un posto d’onore nel panorama attuale della Street Art. Personalmente, interpreto la ricchezza di questi scenari come la conseguenza di una concezione meno rigida dello spazio pubblico rispetto agli USA o al Nord Europa. In questi ultimi, dove la Street Art è nata, dipingere in strada era ed è un modo per contestare quei divieti che limitano la libertà di esprimersi nello spazio pubblico. In Portogallo o in America Latina, dove la Street Art è un fenomeno importato, la presenza di street artist nelle strade è vissuta in maniera meno drammatica, perché lo spazio pubblico è visto come un luogo di mediazione tra le diverse forze che compongono una società. Non mi stupisco quindi di fronte alla velocità con cui la Street Art è maturata in questi contesti.



5. Un edificio di nove piani, uno di quali dedicati alla street art italiana che vede coinvolti un numero di gran lunga superiore di artisti rispetto alle altre nazioni. Qual'è il rapporto tra Italia e street art?

Purtroppo, è un rapporto schizofrenico. L’Italia è uno dei primi paesi ad avere dato spazio alla Street Art. Arte di frontiera, la mostra tenutasi alla GAM di Bologna nel 1984, è una pietra miliare a livello internazionale. Senza dimenticare il writing degli anni ‘90, bisogna ricordare che l’Italia è uno degli scenari più importanti della Street Art degli anni 2000. Penso a mostre come Arteimpropria a Milano nel 2003 o all’International Poster Art organizzato a Roma nel 2006. Eppure, nonostante tutto ciò, l’Italia è oggi un paese che non comprende e non riesce a interagire con questo movimento artistico. Poche, pochissime sono le realtà museali e istituzionali che si relazionano seriamente con la Street Art. Tante, ma soprattutto troppe e inutili sono le polemiche scatenate sui media da persone, che vorrebbero trasformare le nostre città in paesaggi da middle class americana, capaci di esultare di fronte a un ventenne mandato a processo per associazione a delinquere per aver dipinto dei muri. E’ un delirio giudiziario che sottoscrivono in tanti, da Giuliano Pisapia a Achille Bonito Oliva. Ma non sarebbe più logico capire prima di tutto le ragioni del persistere di questo vandalismo visivo nelle nostre città?




martedì 17 dicembre 2019

Oltre la superficie / La fotografia concettuale di Kylli Sparre


Kylli Sparre, Capelli


Oltre la superficie

La fotografia concettuale di Kylli Sparre

Kylli Sparre / Autoritratti


SARA DURANTINIK

22 OTTOBRE 2013

Kylli Sparre nasce come ballerina ma ultimati gli studi la sua passione la spinge a spostare l'attenzione su altri canali creativi. E' in questo modo che inizia a concentrarsi sulla fotografia con particolare attenzione a quella concettuale. Per capire l'arte fotografica di Kylli Sparre dobbiamo andare indietro nel tempo e risalire a Marcel Duchamp.
Kylli Sparre, Ruote

Attraverso il ready-made, ovvero la scelta di oggetti comuni che vengono traslati in opere d'arte, Duchamp dimostra che l'opera d'arte diventa tale se riesce a toccare determinate corde mentali. Si parla, appunto, di processo mentale: difatti davanti alle sue opere l'osservatore viene proiettato nell'immaginario dell'artista il quale ha attribuito un titolo e ha creato un'atmosfera ben precisa attorno all'oggetto in questione che viene, quindi, riconosciuto collettivamente come opera d'arte.

Kylli Sparre, Vortice

Duchamp non è interessato al risultato estetico quanto al concetto insito nella scelta dell'oggetto e a ciò che può trasmettere all'osservatore. In questo c'è da dire che è riuscito molto bene nel raggiungimento del suo intento tanto che l'arte concettuale di Duchamp (è bene ricordare che il termine come lo intendiamo oggi è recente rispetto alle sperimentazioni di Duchamp stesso) ha avuto seguito non solo di critica e pubblico ma anche tra gli altri che hanno mosso i primi passi proprio studiando la sua arte.

Kylli Sparre, Addormentata

Le fotografie di Kylli Sparre contengono un forte simbolismo, una componente allegorica e surreale che vanno al di là dell'oggetto fotografato e che spingono l'immaginazione, quella di chi guarda, ben oltre ciò che Sparre vuole raccontare attraverso le immagini scelte. Davanti alle sue opere, perché di opere si tratta, ci si sente coinvolti, entusiasti, meravigliati, ma si avverte anche un senso di smarrimento e di vastità. E' il concetto stesso che ha priorità assoluta e che si impone a livello emozionale nella mente di chi guarda.

Kylli Sparre, Abito rosso

Kylli Sparre lascia l'osservatore libero di interpretare le sue creazioni dichiarando la volontà di voler andare oltre, di voler scavare sotto la superficie per sondare il non detto e studiare le relazioni tra le persone. Menzionata da IPA Photography Awards 2013 e Grand Prix de la Decouverte 2013.


martedì 10 dicembre 2019

Dentro l'arte di Urs Fischer / Collisioni tra oggetti



Dentro l'arte di Urs Fischer

Collisioni tra oggetti.


SARA DURANTINI
24 SETTEMBRE 2013

Senza fiato il pubblico che, alla Biennale del 2011, ha ammirato l'opera di Urs Fischer (Zurigo, 1973) la candela in scala in scala 1:1 de Il Ratto delle Sabine di Giambologna. Allora la Biennale ha consegnato le gesta di un artista che ha elaborato il concetto di transitorio nell'arte contemporanea, riassumendo la precarietà dell'opera stessa e il riconoscimento dei confini dell'artista (non più estesi oltre l'immaginazione ma racchiusi entro il suo stesso recinto) facendo leva sul concetto, probabilmente heideggeriano, della finitudine dell'uomo.


Un anno dopo Urs Fischer è a Palazzo Grassi a Venezia, dove provocazione e ironia sono il sostrato artistico sul quale regge il mondo capovolto dell'artista. Un mondo senza regole, dove plasticità dei materiali e vacuità del contenuto spiazzano il pubblico coinvolgendolo, tuttavia, in un percorso in cui gli echi surrealisti si mescolano con l'arte classica e la matrice americana sfacciatamente pop dell'ultimo ventennio. Per non parlare di quanto l'artista zurighese è stato acclamato durante le personali da Gavin Brown, Eva Presenhuber e Sadie Coles: fascinazione e misticismo sono state le componenti che hanno attirato il pubblico verso le sue opere.


Un artista che stupisce e che si lascia stupire. La creazione è sempre all'insegna del nuovo e la novità non smette di attingere alla storia. Passato e presente si intrecciano creando una sinfonia porosa nei cui interstizi rientrano, appieno, le vocalità artistiche delle personalità più influenti dell'arte moderna e contemporanea.


Quest'anno la Gagosian Gallery di Roma ospiterà opere cardine del percorso artistico di Fischer ma anche pezzi inediti. L'ironia di Fischer continua a farsi sentire e, come un fil rouge, tende a rappresentare un mondo interiore che trasfigura il quotidiano attraverso l'utilizzo di materiali che provengono proprio dalla vita di tutti i giorni. L'artista zurighese racconta un mondo alla Chagall, reinventa le leggi scomponendo frammenti di una storia collettiva all'interno della quale anche il singolo trova una sua collocazione. Eppure il romanticismo di Chagall viene accantonato, quasi rifiutato, per abbracciare la follia, quella componente che caratterizza un altro grande artista vivente, Damien Hirst.


Associazioni bizzarre, che non temono di affondare nel grottesco per rinascere quali monumentali sculture illuminate da una luce fulgida e ravvivate da un significato estetico del tutto innovativo. Ma Fischer non si distingue solo per la maestosità e il valore intrinseco delle sue opere. Alla Gagosian, la personale sarà visitabile fino al 26 ottobre, ciò che colpisce è la presenza dell'uomo accostato, in una modulazione studiata e curata nei dettagli, a oggetti inanimati, quasi a completamento del significante uomo (maschio o femmina che sia).


Le opere di Urs Fischer sono un modo per studiare da vicino un punto d'osservazione e d'esplorazione intrigante, avvolgente, curioso e interpretativo (talvolta tenero e dolce) dell'arte moderna e contemporanea, per un esteta un po' genio e po' imprenditore.

lunedì 9 dicembre 2019

Cartoonish World and Music / Interview with Brandi Milne

Brandi Milne
She Wears the Trees in Her Hair and the Clouds in Her Eyes

Cartoonish World and Music

Interview with Brandi Milne

21 NOVEMBER 2019, 
SARA DURANTINI
Strongly influenced by the cartoonish world and music, Brandi Milne has experienced a constant artistic evolution throughout her entire career, developing an accurate and unmistakable signature style. Disney, Gumby and Pokey, vintage decorations, the music of Elton John and the writings from Jack Kerouac are only a few of her sources of inspiration. Her colour palette is recognisable by the bold choice of pink, red, green, and intense blue, and her perfectly balanced brushes sometimes seem to deconstruct the otherwise well defined contours of the characters, both physically and spiritually. We have recently had the opportunity to speak with Brandi about her art and the inspirations.
Brandi Milne, No Reason To Stay

Your works seem to come out from the canvas and immerge the viewer in the charm of your art. Where does your poetic narrative come from, emotionally speaking? What roots and feelings are hidden in your painted fairy tales?
I base each illustration or painting on my own emotions at any given moment while I'm creating the concept. I need to be emotionally connected to it, as it is part of me. So you can find many themes of pain and loss and heartache, as well as pure joy and glee abandon in my characters and subjects. The emotion sets the stage!
I speak of painted fairy tales not to define your art, but because I find that every painting tells a story where the surreal trait opens up to the fairy tale dimension in our existence. It seems that you have indeed explored this in your first book, So good for Little Bunnies edited by Baby Tattoo Books in 2008. Is it correct to talk about your art in this way? And how much does this vision affect your art?
Yes, I quite like my work to be considered fairytale. I grew up inspired directly and mostly by fairytales I read in American children's books. Those stories were peculiar, and set my mind and imagination free. They helped me dream of lands so far and different from my plain old existence in Orange County, California where there were no Kings and Queens and giant eggs that spoke and wooden boys coming to life. Fairytales were extremely impactful to my young mind, and for that I am very grateful.

Brandi Milne

In 2013, you published Frohlich (interventions of Jan Helford e Camille Rosa Garcia) also published by Baby Tattoo Books. What are the common points with your first book and what’s new in terms of the editorial style?
My first book So Good For Little Bunnies is a narrated children's book with a story that is based on leaving home for the first time and going out into the world in search of your happiness. The main character Be Be Bunny is based on me - my own story of leaving home to find happiness in marrying my best friend (my husband). And Frohlich is a cataloging of most of my painted and illustrated works that came out in 2013. Now that I mention it, I think it's about time for a new book of artworks over the last 7 years.

Brandi Milne, Got You Where I Want You

How much of Kerouac’s words are present in your paintings and how much of Elton John’s poetry?
It's hard to say which is which anymore. They are seamlessly forever seeping out without distinction of who's me and who's them! I'd like to think they are in every piece in one way or another. As well as Elvis and Santa Claus and American Halloween and Disney and Billie Eilish and the tooth fairy and so on and so forth.

Brandi Milne, Did you see me?

Your works have a lot of references to some of the most famous Disney cartoons. However, all the fairy tale elements are reframed, creating in this way, a parallel world where the fairy tale classic subjects and objects are reinterpreted and relocated, obtaining as result a new meaning. It is like entering in Alice’s world, where a new light is shed over the every day objects. Is it like that with your paintings?
Yes, it is like that for me. I have all my influences swimming around in my spirit and my mind and I can pull from them to make my own story and expressions, unique to how I'm feeling, what I want to say or what I'm experiencing. I think art creating is just that - recontextualizing one's own unique influence and experience!
Brandi Milne

What is the creative process that determines the success of each of your paintings? Is there a common way of work or is each canvas a new experience?
My process is nearly the same approaching each piece I create - although I can still feel lost and as though I'm making it up as I go. I find the thought of emotion of the subject and then I sketch out some ideas to get the subject, composition of placement and color. And from there, I transfer that sketch to the final panel or paper where I like to keep the process open as much as I possibly can - to truly experience and discover something new as I create it - where the piece teaches me, and I can listen and learn and find things I never knew needed to exist. There's really nothing that can promise the success of an illustration or painting. Always a blind searching with no promises. At the end, I'm either satisfied or not satisfied - sometimes I'm overjoyed and sometimes I'm horrified.