martedì 30 aprile 2019

Dacia Maraini / I 5 libri più belli


Dacia Maraini


Dacia Maraini: i 5 libri più belli

Oggi parliamo di Dacia Maraini, grande scrittrice apprezzata sia in Italia che all'estero, conosciuta per le sue opere di prosa ma anche di poesia, saggistica e drammaturgia, nelle quali affronta, in particolare, temi sociali legati all’infanzia e alla vita delle donne.Nata a Fiesole nel 1936, all'età di due anni la piccola Dacia, insieme ai genitori, lascia l'Italia fascista alla volta del Giappone. L'8 settembre 1943, la famiglia, che si rifiuta di riconoscere la Repubblica di Salò, viene reclusa in un campo di concentramento a Tokyo. Questa dura esperienza segnerà molto la giovanissima Maraini e verrà rievocata, molti anni dopo, in diverse sue poesie.Al termine della guerra, la Maraini rientra in Italia con i familiari per stabilirsi dapprima a Bagheria, in Sicilia, presso i nonni materni (e proprio i giorni di Bagheria saranno ricordati nell'omonimo memoir, uno dei molti capolavori di questa autrice). Successivamente vive a Roma, dove dall’inizio degli anni Sessanta comincia a dedicarsi alla narrativa e incontra Alberto Moravia, romanziere già affermato che sarà il suo compagno fino al 1983.Il romanzo d'esordio di Dacia Maraini è La vacanza, pubblicato nel 1962: si tratta del primo di una lunga serie di successi. Sempre negli anni Sessanta la Maraini sviluppa un forte interesse anche per la drammaturgia che la porterà nel 1973 a fondare il Teatro della Maddalena, tutto al femminile, e a comporre più di trenta opere teatrali, tra cui una celebre Maria Stuarda.La Maraini vince il Premio Campiello nel 1990 con La lunga vita di Marianna Ucrìa e il Premio Strega nel ’99 con una bella raccolta di racconti, Buio. Dal 2014 è candidata al Nobel per la Letteratura.
Per farti conoscere meglio le sue opere ti proponiamo quelli che secondo noi sono i 5 libri più belli di Dacia Maraini: questi 5 libri davveronon possono mancare nella tua biblioteca.

1) La lunga vita di Marianna Ucrìa  

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Il libro ci porta nel Settecento, a Palermo. Marianna, ragazza sordomuta del nobile casato degli Ucrìa, è costretta, ancora tredicenne, ad andare in sposa a uno zio. Ma la sua vita silenziosa sarà appunto lunga e densa di avvenimenti ed emozioni. In questo romanzo Dacia Maraini ci regala, oltre alla sua scrittura magnifica, una profonda riflessione sulla condizione delle donne e su quella umana in generale. Da leggere tutto d'un fiato.

2) Bagheria  

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Se ancora non lo conosci devi assolutamente rimediare: Bagheria è l’incantevole racconto degli anni dell’infanzia vissuti dalla Maraini nella villa Valguarnera, presso i nonni materni, in Sicilia. Dopo i due anni di prigionia in Giappone, Dacia arriva con la famiglia a Bagheria, cittadina nei pressi di Palermo dove scoprirà le sue origini. Attraverso i ricordi di bambina, la scrittrice racconta i colori, i sapori, gli odori di questa terra. Ma anche la crudeltà della mafia e le ingiustizie che ricadono - la gran parte delle volte - sulle donne.

3) Chiara di Assisi  

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Cerchi qualcosa di anticonformista? Non perdere questo libro, una storia di libertà, la libertà di scegliere e di non possedere: la storia di Chiara di Assisi, la santa che in un’epoca in cui le donne non avevano la facoltà di prendere decisioni autonome, disobbedisce. Colpita dal gesto di Francesco di spogliarsi davanti al vescovo, Chiara si ribella al suo destino già scritto di matrimonio e di ricchezza, e decide di seguire con coraggio la chiamata alla povertà e al silenzio.

4) La grande festa  

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Se sei alla ricerca di un romanzo dai toni più intimi e riflessivi, questo è fatto apposta per te. Tra i libri più belli di Dacia MarainiLa grande festa raccoglie i ricordi dell’autrice, che attraverso la magia della scrittura ridà vita alle persone che le hanno segnato l’esistenza: il compagno Alberto Moravia, la sorella Yuki, il padre Fosco e molti altri tornano in pagine sincere e gonfie di sentimento. Come in Bagheria ti troverai di fronte ad un ritratto autobiografico, a tratti onirico, il cui scopo è quello di festeggiare le persone amate attraverso parole che sanno rievocare e al tempo stesso consolare.

5) Il treno dell'ultima notte  

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L'ultimo libro che vogliamo consigliarti è un romanzo a carattere storico. Amara è una donna coraggiosa, spinta da un forte passione per la ricerca della verità. Aspirante giornalista, vuole trovare Emanuele, l’amico di infanzia disperso ad Auschwitz. Amara lo cerca tra archivi e documenti di biblioteche. Siamo nel 1956 e attraverso un viaggio nell’Europa dell’Est che si intreccerà con la rivolta ungherese, l’autrice ciracconta l’olocausto e la guerra visti dagli occhi di uno straordinario personaggio femminile.

L'ultimo libro di Dacia Maraini: Tre donne  

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L'ultimo libro di Dacia Maraini è Tre donne, che illumina i percorsi nascosti e gli equilibri impossibili del desiderio, li fotografa con un taglio inedito che ne coglie le delicate sfumature in tutte le età della vita. Ogni donna è una voce, uno sguardo, una sensibilità unica e irripetibile. Lo sono anche Gesuina, Maria e Lori, una nonna, una madre e una figlia forzate dalle circostanze a convivere in una casa stregata dall'assenza prolungata di un uomo...



lunedì 29 aprile 2019

Joyce / Il filo d’Arianna per uscire dai laberinti della mente


James Joyce
David Levine


James Joyce
Il filo d’Arianna per uscire dai labirinti della mente e del ‘900

Esiste un fil rouge che unisce le figure d’artista, di letterato, che hanno affollato gli anni prolifici tra la fine del secolo lungo e l’intero secolo breve, tra Belle Époque e pornografia tra inizi della Seconda Rivoluzione Industriale ed epigoni di quella tecnologica: anzi, una serie di fili, variopinti, arcobaleno addirittura  che si intrecciano e intricano come il dripping di una tela di Pollock, che annodano in maniera inestricabile il nascente disagio dell’uomo moderno che sta per partire alla ricerca della propria identità, ed i pronipoti di quello stesso moderno Prometeo che vanno a costituire schiere di generazioni che hanno fallito. Qui, in questo dedalo di istanze che hanno segnato ineluttabilmente ma consapevolmente generazioni di artisti dal cuore spezzato, al centro di questo nodo gordiano di disagio intellettuale ed emotivo, si colloca l’opera di James Joyce (Dublino, 2 febbraio 1882 – Zurigo, 13 gennaio 1941), poeta, drammaturgo e romanziere irlandese ma universale, dalla produzione artistica relativamente limitata ma che ha influenzato qualsiasi individuo desideroso di raccontare storie o la propria testa, fino al momento presente.
L’opera più nota è Ulisse: tomo monumentale di ardua lettura e quasi impossibile interpretazione, se non si tiene conto del fatto che lo stile narrativo coincide con la tematica; d’altronde, se la tecnica è quella del flusso di coscienza, che rappresenta i pensieri del personaggio così come compaiono nella mente prima ancora di essere organizzati sintatticamente, è allegramente contraddittorio sul filo dell’ironia il fatto che il romanzo abbia richiesto sette anni di lavoro per vedere la luce.
L’introspezione è la cifra stilistica di Joyce, sul filo di trame esili, inesistenti o banali (e loro combinazioni): così è per Gente di Dublino (composto da 15 racconti di semplici fatti di vita quotidiana di comuni persone dublinesi), così è per Ulisse che, inizialmente, doveva essere proprio un racconto della raccolta: il romanzo non è altro che la giornata di un agente pubblicitario irlandese, diviso in 18 capitoli, ognuno caratterizzato da un colore, un’ora del giorno, un’arte particolare, sulla scorta dell’Odissea (da cui, appunto, Ulisse). Operazione intellettuale e intellettualistica, ovviamente: già qui, potremmo per libere associazioni e flusso di coscienza, iniziare paragoni più o meno arditi, ovviamente parlando di Italo Svevo e del suo rapporto con l’amico Joyce, quindi della psicanalisi, di Trieste; ma Joyce è, a nostro immodesto avviso, rapportabile per il disagio esistenziale, a poeti come Fernando Pessoa, per l’intellettualismo al Calvino delle Cosmicomiche (o di Se una notte d’inverno un viaggiatore), per il legame con la psicoanalisi e al disagio esistenziale a Pirandello, al Sartre della Nausea, Musil, Kafka.
Il cammino di Joyce inizia letterariamente con Gente di Dublino, ma trova direzione e consolidamento due anni più tardi, nel 1916 con Ritratto dell’artista da giovane: di questo, però, troviamo molti più significativo il titolo alternativo usato da diverse edizioni italiane, ossia Dedalus, metafora a sfondo autobiografico, romanzo di formazione giovanile, prodromo alla successiva opera joyciana, introduzione a Ulisse e Finnegans wake: qui Joyce presenta come protagonista uno Stephen Dedalus allievo di un collegio di gesuiti come già l’autore stesso, e come lui in perenne lotta contro le istituzioni, anticonformista e critico (sia verso la società che nei confronti della Chiesa).
Non possiamo considerare il nome del protagonista dell’opera a maggior sfondo autobiografico di Joyce come frutto del caso o di una scelta eufonica; al netto della sua biografia, vita ed opere di Joyce sono effettivamente un dedalo, una grafica di Escher, un labirinto a più dimensioni la cui rappresentazione di efficace potrebbe essere, forse, la scala di Penrose: il labirinto della mente da un lato, quello di una società costellata di ostacoli, vicoli ciechi, ripetizioni ossessivo-compulsive e alienanti.
Letto e commentato dagli scrittori, letterati, filologi, Joyce ha assunto negli anni un’importanza ed un’influenza che trascendono la letteratura: il nome coniato dal fisico Murray Gell-Mann per definire la particella elementare da lui scoperta, il quark, sembra derivi direttamente da una crasi presente in una frase del Finnegas Wake; ma ovviamente è il dibattito letterario quello che conta: qual giudizio darne, però, se pensiamo quanto le opere di Joyce divisero colleghi e critica? Joyce influenzò pesantemente Samuel Beckett, che lo aiutò nella stesura di Finnegans Wake: questo, costruito come un dedalo (sic) di citazioni, giochi di parole e una quarantina di linguaggi diversi (una sorta di grammelotconcettuale), venne giudicato orribile da Borges e Nabokov tanto quanto Ulisse era meraviglioso, definito uno sciocchezzaio indistinguibile, un’insalata di parole di pazienti ebefrenici, Finnegans è l’estremizzazione dell’Ulisse e lo specchio labirintico, come in un gigantesco luna park multitasking e multiculturale, perfettamente inserito in una società spinta a velocità sempre più elevata, e folle, verso un baratro.
Non è segno di buona salute mentale essere perfettamente adattati ad una società malata: Joyce era perfettamente adattato alla realtà filtrata attraverso i suoi occhi malati e bisognosi di interventi chirurgici; leggenda vuole che un giorno ebbe a lamentarsi con un amico di aver scritto soltanto sette parole durante la giornata, e davanti alla considerazione dell’interlocutore che si trattava di un buon risultato, considerata la lentezza con cui scriveva il romanziere, questi replicò sì, ma non so in che ordine vanno!
Labirinti, labirinti dappertutto: anche Stephen King ammette un legame con Joyce, e stiamo parlando di uno specialista di labirinti, vedi quello dell’Overlook Hotel e quello della mente di Jack dull boy Torrance; per libere associazioni, ci verrebbe in mente anche l’inferno della mente di John Goodman in Barton Fink.
Ci accontentiamo, invece, di citare il semisconosciuto Sineddoche, New York, film con il compianto Philip Seymour Hoffman: se avete dubbi sulla valenza multitasking o sull’attualità di James Joyce andatevelo a cercare e vedetelo con attenzione.





martedì 23 aprile 2019

Joyce / L'uomo di meandertale




Joyce, l'uomo di meandertale

«Riverrun», «Meandertale», «Chaosmos» sono tre fra le parole-chiave (molte, e tutte assenti da ogni vocabolario) del romanzo di cui l’autore stesso pensava: «Forse è una follia. Si potrà giudicare solo fra un secolo». 
Oggi è ancora troppo presto, di anni ne sono passati meno di ottanta, e l’opera estrema di James Joyce può continuare a sembrare un libro immaginario, una congettura di Jorge Luis Borges se non un incubo collettivo fatto dal Pen Club. Anzi, un libro del genere oggi è inverosimile più di quanto lo fosse allora, visto che il mondo, in particolare quello letterario, ha preso tutt’altre direzioni. Invece il Finnegans Wake non solo esiste davvero, ma viene persino tradotto in italiano. 

Di Joyce è opera estrema non solo perché ultima (è uscito nel 1939, diciassette anni dopo l’Ulysses, e due anni prima della morte dell’autore). A spiegarcelo fu un giovane Umberto Eco, nel 1962: «Pareva che Ulysses avesse sconvolto oltre ogni limite la tecnica del romanzo: Finnegans Wake supera questo limite oltre i confini del pensabile. Pareva che in Ulysses il linguaggio avesse dato prova di tutte le sue possibilità: Finnegans Wake porta il linguaggio oltre ogni confine di duttilità e di comunicabilità. Pareva che Ulysses rappresentasse il più ardito tentativo di dare una fisionomia al caos: Finnegans Wake costituisce il più terrificante documento di instabilità formale e ambiguità semantica di cui si sia mai avuta notizia». 
Più di recente lo scrittore Martin Amis ha significativamente intitolato «La guerra contro i cliché» una prefazione all’Ulysses, e vi ha così riassunto le quattro tappe fondamentali della produzione joyciana: «Gli accessibilissimi racconti di Gente di Dublino, il più o meno comprensibile Ritratto dell'artista da giovane, poi l'Ulisse, prima che Joyce si prepari per quell'immolazione di ostilità, di sterminio del lettore che è Finnegans Wake, dove ogni parola è un pun multilingue». La «terrificante» (Eco) arma con cui si compie tale «sterminio del lettore» (Amis) è, dunque, il gioco di parole.

«Al principio di tutto era il pun», avrebbe poi scritto Samuel Beckett nel suo romanzo d’esordio, Murphy (1938). Come, con un certo sgomento, il lettore di Finnegans Wake apprende più volte a ogni riga, nel pun le parole possono incastrarsi l’una nell’altra, aprendo nuove dimensioni di significato: i gemelli «siamesi» sono «soamheis» (so-am-he-is, così come sono, egli è);  «Chaosmos» è il caos che non si oppone ma si interpone al cosmo; «riverrun» (prima e ultima parola del romanzo, scritta in minuscolo perché la fine si salda con l'inizio) è un'unione di «fiume» e «scorrimento» (ma può essere molte altre cose); «Meandertale» è una sorta di sciarada fra il «meandro» e il «racconto» (tale) che finisce per produrre un'entità vicina a «Neanderthal», quindi all'uomo primordiale e ai suoi istinti primari. Giochi, ma quanto divertenti? Il titolo Finnegans Wake è ricavato dalla canzonaccia irlandese da osteria «La veglia di Finnegan», il cui ritornello dice: «Vedi che avevo ragione? / Alla veglia di Finnegan ci si diverte da matti!». Per Joyce agglomerare parole o, al contrario, disaggregarle in atomi entropici di significato era anche un divertimento personale: non a caso gli capitava di chiamarlo «joycity», gioiosità joyciana. Ma non tutti i pun vengono per ridere.


Al proprio «meandertale», oscuro labirinto e puzzle narrativo, Joyce augurava lettori poliglotti e idealmente insonni. Dei traduttori non ha parlato (per quanto lui stesso abbia partecipato alla traduzione italiana di una sezione), ma il testo li postula onniscienti e invulnerabili. Dopo qualche saggio di traduzione italiana assai parziale da parte di scrittori intrepidi come Rodolfo Wilcock o Gianni Celati (che di recente ha pubblicato invece una traduzione pressoché cantata dell’Ulysses), oltre allo stesso Joyce, a decidere di affrontare non l’Ottomila di uno o due capitoli ma l’intero Himalaya del libro completo è stato un traduttore bolognese, Luigi Schenoni (1933-2008). Nell’incredulità generale pubblicò il primo volume nel 1982, da Mondadori, e arrivò poi a tradurre i due terzi dell’opera. Il suo testimone è stato raccolto da Enrico Terrinoni e Fabio Pedone di cui ora esce la traduzione del penultimo tratto di Finnegans Wake (Libro Terzo, capitoli 1 e 2; Mondadori), corredato da diversi apparati, oltre che dall’imprescindibile testo originale a fronte. Come dicono i nuovi traduttori, la difficoltà è che il romanzo «si traduce da solo», poiché è scritto in una lingua babelica, in cui l’inglese si confronta con apporti di ogni altra lingua conosciuta o raggiunta da Joyce (ivi compreso non solo l’italiano ma anche il dialetto triestino: chissà quanti non-italiani leggendo «riceypeasy» penseranno ai «risi e bisi» qui evocati consapevolmente da Joyce).  

La storia di questo libro inimmaginabile era cominciata nel 1922, un anno dopo l’uscita di Ulysses. Fu allora che Joyce prese ad alludere a un nuovo progetto: per iscritto vi si riferiva con il disegno di un quadratino: ; quando ne parlava, lo chiamava Work in progress, il lavoro in corso. Nel 1928 mise in palio mille franchi, per chi avesse indovinato il titolo definitivo (il premio fu aggiudicato dieci anni dopo, un anno prima dell’uscita del romanzo). I suoi amici devono aver tirato a indovinare per dieci anni: come arrivare, altrimenti, a un titolo tanto particolare? Il primo riferimento è alla canzone popolare «Finnegan’s Wake», il cui testo parla della veglia funebre per un ubriacone, durante la quale gli amici bevono e litigano, fanno cadere un goccio di whisky sul cadavere, che si ridesta («wake» come nome significa «veglia» ma come verbo «to wake» sta per «svegliarsi»). Joyce trasformò «Finnegan’s» in «Finnegans», e la veglia di Finnegan diventò «la veglia dei Finnegan» o «i Finnegans si svegliano». Né si può trascurare la circostanza per cui Finn è un gigante della mitologia irlandese, nel mito di fondazione della città di Dublino, e che (sempre per assonanza e pun) «Finnegan» può diventare «Finn again»: ancora Finn, in riscossa dello spirito irlandese.

Come se non bastasse, c’è pure il latino, dove «negans» è participio presente di «negare» e quindi «Fin negans wake» è una veglia, o un risveglio, che nega la fine. 
Il fatto è che Joyce era rimasto impressionato, letterariamente se non filosoficamente, dalla Scienza Nuova di Giovan Battista Vico, con la dottrina dei corsi e ricorsi e la sequenza delle ere degli Dèi, degli Eroi e degli Uomini (ma anche con il principio per cui alla base del pensiero umano c’è la poesia). Il passaggio da Ulysses al Finnegans è anche un passaggio da Omero a Vico. Joyce intese non solo narrare un ciclo vitale ricorsivo, ma manifestarlo nella struttura stessa del suo romanzo; non una quadratura del cerchio, ma «una circolazione del quadrato», diceva: il quadratino che simboleggia il romanzo sta per il susseguirsi di nascita, crescita, morte, rinascita. A capirlo prima di tutti fu il giovane Samuel Beckett, che di Joyce era stato anche collaboratore stretto, e quando del Work in Progress non si conoscevano che pochi tratti ne parlò così: «Qui la forma è il contenuto, il contenuto è la forma. Si protesterà che questa roba non è scritta in inglese. Non è affatto scritta. Non è fatta per esser letta, o almeno non solo per essere letta. Bisogna guardarla e ascoltarla. La scrittura di Joyce non è su qualcosa: è quel qualcosa».
Nel contenuto e nelle forme espressive della narrazione, fra l’Ulysses e Finnegans Wake avviene inoltre il passaggio dal giorno alla notte.

Là c’era una giornata nella vita di un «everyman», Leopold Bloom; qui è il sogno di un altro uomo, l’oste H. C. Earwicker. Nelle forme di un’allegoria letteraria l’Ulisse-Bloom aveva il suo Telemaco-Dedalus e la sua Penelope-Molly, e incontrava sirene, ninfe e tempeste; invece nel sogno di Earwicker le figure dei diversi livelli (narrativo, storico, geografico, mitologico) non scorrono più parallele al testo come riferimenti esterni ma si fondono fra loro grazie alle condensazioni tipiche del lavoro onirico. Le iniziali di Earwicker, H. C. E., stanno anche per Here Comes Everybody («Ecco che arrivano tutti») e per molte altre soluzioni dell’acronimo; la moglie Anna Livia Plurabelle nel nome incarna il fiume dublinese Liffey; corrispondenze numerologiche trasfigurano i dodici clienti dell’osteria di H. C. E. negli apostoli o nelle ore dell’orologio... 


In un mondo di trasmutazioni della materia e delle identità (è questa del resto la stoffa in cui sono intessuti i sogni), la lingua medesima diventa un dispositivo di condensazione, grazie a cui radici, etimi, somiglianze, accezioni alternative convivono nella stessa parola. Il gioco di parole, divenuto dispositivo primario di significazione, non fa più ridere: è il sonno-sogno della ragione linguistica e genera i suoi mostri. Se l’Ulysses rompeva la sintassi dell’inglese e la ristrutturava, il Finnegans Wake non è più scritto in inglese, ma è un vortice, una tromba d’aria poliglotta che devasta un territorio inglese. Umberto Eco si è potuto divertire a immaginare il consulente che scrive alla casa editrice: «Per piacere, dite alla redazione di stare più attenta quando manda i libri in lettura. Io sono un lettore d'inglese e mi avete mandato un libro scritto in qualche diavolo di altra lingua. Restituisco il volume in pacco a parte». 
Un bello scherzo, ordito da Eco che da Joyce aveva mutuato il vezzo di datare i propri libri nel giorno del proprio compleanno, aveva firmato Dedalus i pezzi parodici scritti da giovane (in epoca che non perdonava ai giovani studiosi la pubblicista ludica e non accademica) e che all’ultimo momento, licenziando le bozze del Pendolo di Foucault, decise che non poteva chiamare Stefano Belbo il suo protagonista (l’allusione al paese natale di Cesare Pavese era fuorviante). Quindi cambiò il nome da Stefano in Jacopo: Stefano, come Stephen (Dedalus); Jacopo, come James (Joyce). Per non parlare dell’altra invenzione di Eco, quella del saggio in cui analizza I Promessi Sposi come se fossero l’opera scritta da Joyce dopo il Finnegans Wake. Omaggi eruditi ma anche confidenziali: paradossi che rischiavano di essere sin troppo realistici.

Davvero Finnegans Wake è un culmine estremo della letteratura, un esperimento ai limiti della leggibilità, la rottura dovuta a una torsione eccessiva dei canoni letterari? Sì, ma solo da un certo punto di vista. È chiaro che dopo Finnegans Wake non si può più fare letteratura d’intrattenimento, se non ignorando Finnegans Wake. Eppure Joyce, scrivendo a un amico, assicurava: «I veri protagonisti del mio libro sono il tempo e il fiume e il monte. Tuttavia le componenti sono quelle che qualunque altro romanziere potrebbe usare: l'uomo e la donna, la nascita, l'infanzia, la notte, il sonno, il matrimonio, la preghiera, la morte. Non vi è nulla di paradossale in tutto questo». 
E allora, cosa c’è di tanto diverso? L’idea che la letteratura corrisponda ai suoi argomenti è abbastanza comune, al giorno d’oggi. Joyce, ecco, non la pensava così. A cambiare non sono i temi – sempre gli stessi, da che mondo è mondo – ma, con il linguaggio, la sensibilità con cui li si tratta. A spiegarlo, anche con una certa semplicità, è stato lo scrittore Michel Butor: «Se noi vogliamo leggere una pagina di Finnegans Wake dobbiamo prendere molte parole in modo diverso da quello in cui sono scritte, abbandonare una parte delle loro lettere e dei loro significati possibili». Ogni lettore fa scelte proprie e costruisce un proprio ritratto tramite il testo: «Dunque è un ritratto di me stesso che si costituisce quando lascio scorrere lo sguardo su quelle pagine. Finnegans Wake è così per ciascuno uno strumento di conoscenza intima». 

Here Comes Everybody, appunto. Forse è significativo che tra i primi joyciani a occuparsi a fondo di Finnegans Wake si sia annoverato, oltre a Eco, Marshall McLuhan. L’«Everybody» dublinese, dall’alto del suo estremo gioco letterario, ha affascinato i primi studiosi di mass-media. Nella sua osteria vedevano convergere la storia, l’ostilità, l’ospitalità, l’isteria di tutti. Avevano torto? Finnegans Wake è stata una scommessa persa? 
Joyce ci ha dato altro un secolo per decidere se sia stata una follia. Fra vent’anni, alla scadenza, ci ripenseremo. Ma già oggi possiamo dire che c’era del mitico, in quella follia.

Una versione più breve di questo articolo è uscita sul Venerdì di Repubblica del 13 gennaio 2017.





lunedì 22 aprile 2019

Chiara di Assisi / Elogio della disobbedienza



Dacia Maraini

Chiara di Assisi

Elogio della disobbedienza


È la storia di un incontro, questo libro intimo e provocatorio: tra una grande scrittrice che ha fatto della parola il proprio strumento per raccontare la realtà e una donna intelligente e volitiva a cui la parola è stata negata. Non potrebbero essere più diverse, Dacia Maraini e Chiara di Assisi, la santa che nella grande Storia scritta dagli uomini ha sempre vissuto all'ombra di Francesco. Eppure sono indissolubilmente legate dal bisogno di esprimere sempre la propria voce. Chiara ha dodici anni appena quando vede "il matto" di Assisi spogliarsi davanti al vescovo e alla città. È bella, nobile e destinata a un ottimo matrimonio, ma quel giorno la sua vita si accende del fuoco della chiamata: seguirà lo scandaloso trentenne dalle orecchie a sventola e si ritirerà dal mondo per abbracciare, nella solitudine di un'esistenza quasi carceraria, la povertà e la libertà di non possedere. Sta tutta qui la disobbedienza di Chiara, in questo strappo creativo alle convenzioni di un'epoca declinata al maschile. Perché, ieri come oggi, avere coraggio significa per una donna pensare e scegliere con la propria testa, anche attraverso un silenzio nutrito di idee. In questo racconto, che a volte si fa scontro appassionato, segnato da sogni e continue domande, Dacia Maraini traccia per noi il ritratto vivido di una Chiara che prima è donna, poi santa dal corpo tormentato ma felice: una creatura che ha saputo dare vita a un linguaggio rivoluzionario e superare le regole del suo tempo...

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Elsa Morante / Una gentile festa per gli occhi

Elsa  Morante

Elsa Morante

Una gentile festa per gli occhi


Una delle più recenti acquisizioni del Fondo Morante alla Biblioteca Nazionale Centrale di Roma consiste in un corpus di 47 recensioni cinematografiche che l’autrice scrisse fra l’inizio del 1950 e il novembre del 1951 per la rubrica radiofonica della RAI Cinema.

 Cronache di Elsa Morante

Pubblicate l’anno scorso a cura di Goffredo Fofi con il titolo La vita nel suo movimento (Einaudi, 2017), le recensioni delineano la postura critica di una scrittrice-spettatrice che guarda i film – i più vari: italiani e stranieri, di autore e di genere, drammatici e comici – con una sua sensibilità visuale, ma in virtù soprattutto di una concezione estetico-letteraria del cinema, riconoscibile, per quanto riguarda il testo presentato, dell’estate 1951, nell’affermazione che in Powell e Pressburger «il colore è espressione non soltanto di un sapiente gusto pittorico, ma anche di poesia». Altrove, questa impostazione tradisce una certa irritazione per le trasposizioni giudicate troppo disinvolte di opere letterarie in film, come Madame Bovary di Minnelli e persino Macbeth del pur amato Welles, o anche il timore che «un bel giorno la gente dalla mente pigra e passiva, che forma la maggioranza del pubblico, preferisca andare a vedere i libri piuttosto che leggerli». Di qui, ancora, un certo snobismo: non solo nei confronti del cinema italiano, spesso oggetto di critica nella sua involuzione verso la commedia di crasso intrattenimento, ma anche nei confronti di generi non particolarmente graditi, come il giallo, definito «un passatempo alla buona», simile alla canasta o alle parole crociate. 

Si noteranno poi nella recensione, oltre alla parzialità di alcuni giudizi, il tono umoristico e la messa in scena dell’io scrivente, che ribadiscono l’impronta autoriale della rubrica: Morante valuta i film secondo parametri di spettatrice colta ed esigente, ma anche secondo la sua visione del mondo di scrittrice, che le fa apprezzare, ad esempio, fiabe e western, sentiti vicini alla sua predilezione per il romance. Per questo, nel caso di Powell e Pressburger, la sua preferenza va a Scala al paradiso, in cui «la maestria tecnica e l’ispirazione poetica si componevano in effetti di un realismo sobrio e immaginoso e di una fantasia misurata e sorprendente». A ben vedere, infatti, queste parole sarebbero calzanti anche per Menzogna e sortilegio, così come non meno sospetta risulta nella descrizione ammirata del talento del «geniale duetto» inglese il ricorrente riferimento alla grazia, cui già nel Gioco segreto, nel 1941, Morante aveva dedicato un ‘frivolo aneddoto’ e alla quale, in opposizione dialettica con la pesanteur, avrebbe continuato a dedicare gran parte della sua produzione. (Elena Porciani)


Duello a Berlino

(The Life and Death of Colonel Blimp), GB 1943; regia e sceneggiatura: Michael Powell e Emeric Pressburger, dal personaggio creato da David Low; interpreti: Roger Livesey, Anton Walbrook, Deborah Kerr, John Laurie, James McKechnie

Riconoscere i propri torti è uno dei primi doveri degli uomini d’onore. Nelle nostre cronache di martedì scorso, accusavamo la stagione estiva di offrire ai critici cinematografici soltanto delle pellicole di scarto e senza interesse. Ed ecco, a smentire le nostre accuse, il film Duello a Berlino, primizia di questa settimana, in technicolor.

I nomi dei due registi, Michael Powell e Emeric Pressburger, ci promettevano già in ogni caso (anche a voler essere pessimisti), una immancabile festa per gli occhi e per l’immaginazione. La grazia, la fantasia, il gusto delicato del colore, sono le qualità ormai provate del geniale duetto Powell-Pressburger. Non è la prima volta che questi due artisti lavorano insieme. Alla loro collaborazione, arricchita dal concorso di ottimi tecnici e artisti del colore, si devono alcuni fra i migliori films della produzione inglese, fra i quali il più notevole fu Scala al Paradiso. In questo film, la maestria tecnica e l’ispirazione poetica si componevano in effetti di un realismo sobrio e immaginoso e di una fantasia misurata e sorprendente. È curioso, a tale proposito, notare un fatto, e cioè: la storia dell’arte inglese (pur vantando, anche in questo campo, dei nomi ottimi) non può vantare un primato, né una particolare eccellenza, nella pittura. Nella cinematografia a colori, invece, gli artisti inglesi si sono dimostrati, fino ad oggi, i primi del mondo. Essi sono, forse, i soli che abbiano saputo usare il colore con effetti di vera poesia. Basti citare, a prova di questo, l’Enrico V di Laurence Olivier.

Duello a Berlino, non è un capolavoro, e non tocca certamente l’altezza artistica di altre opere di Powell e Pressburger. Ma è un’opera di finissima qualità, piena di maturità e di grazia, e nella quale il colore è espressione non soltanto di un sapiente gusto pittorico, ma anche di poesia. Si vedano alcuni paesaggi romantici della Germania d’anteguerra, e la scena del duello all’alba, e il festoso, amabile spettacolo della birreria. Questo film è insomma, come avevamo avuto ragione di prevedere, una gentile festa per gli occhi.

Esso ci racconta la storia di due giovani ufficiali, uno inglese e uno tedesco, i quali, nel beato anno millenovecentodue, sono condotti dalle circostanze a battersi a duello. Da questo duello ha origine, fra loro, una carissima e fedele amicizia, la quale durerà per tutta la loro vita, resistendo a tutte le tragiche avventure corse dall’Europa in questo ultimo mezzo secolo. Il film accompagna le vicende dei due amici fino all’epoca presente; e ce li mostra nell’ultimo quadro, mentre, ormai vecchi, conversano insieme davanti alle rovine della casa di uno di loro, riandando ai tempi passati. Il mondo della loro giovinezza è travolto; ma il reciproco affetto, nei loro cuori, è rimasto uguale.

Un gentile (seppure inconfessato), legame fra i due amici, attraverso le loro lunghissime separazioni e il passare degli anni, è il loto amore per una stessa donna, divenuta, all’epoca del loro duello a Berlino, moglie del tedesco. L’inglese, dopo quell’epoca, non la rivedrà mai più; ma ne serberà in cuore, per tutta la vita, l’immagine amata, che serberà per lui, tutte le grazie della giovinezza. Questa immagine, egli la ricercherà sempre in tutte le donne che accompagneranno il suo destino. Così sua moglie, destinata a spegnersi giovane, sarà, per un bizzarro favore della sorte, una donna dalle sembianze quasi identiche a quella della giovinetta amata a Berlino. E così pure la sua autista-segretaria, che accompagna i suoi ultimi giorni, sarà quasi una perfetta copia di lei.

Questo grazioso fantasma del primo amore, che ritorna nel film, ha forse, nell’intenzione dei due registi, un significato. Vuol forse rappresentare l’ideale dell’amicizia e della giovinezza, che neppure le più cupe tragedie possono offendere, e serba intatta la sua grazia fiduciosa? Non si capisce bene, e questa incertezza, che non riesce a una vaghezza poetica, ma soltanto a una insufficienza e inconseguenza d’espressione, è forse il difetto principale del film. Il quale nella seconda parte, più debole, delude un po’ le promesse della prima. Esso è, tuttavia, un buon film, e degli attori principali (Deborah Kerr, Anton Walbrook, e Roger Livesey), non si sa chi lodare di più.

(Elsa Morante, La vita nel suo movimento. Recensioni cinematografiche 1950-1951, a cura di Goffredo Fofi, Torino, Einaudi, 2017, pp. 94-95, published by arrangement with The Italian Literary Agency)