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martedì 13 gennaio 2026

Giuseppe Zollo / La mente innamorata



La colazione dei canottieri di Auguste Renoir, Phillips Collection, Washington

La mente innamorata

La letteratura e l’arte ci aiutano a sperimentare le situazioni della vita senza barriere artificiose 

1 NOVEMBRE 2021, 

Dante, nella sua cosmografia ultraterrena, pone il nono cielo, chiamato Primo Mobile o Cristallino, a segnare il confine tra l’universo sensibile e l’Empireo, la dimora di Dio. Il Cristallino è un cielo speciale. Non dà punti di riferimento perché “le parti sue... /sì uniforme son” (Pd XXVII 100-102. Non sta in nessun luogo, perché oltre c’è solo l’Empireo, sede immateriale della mente divina: e “questo cielo non ha altro dove/che la mente divina” (Pd. XXVII 109-110). Ha un moto velocissimo, non generato da causa materiale, ma dall’amore divino. 

lunedì 12 gennaio 2026

I miei non falsi errori / Cosa accade ai confini del caos


La vita in tutte le sue forme si manifesta ai confini del caos
La vita in tutte le sue forme si manifesta ai confini del caos


I miei non falsi errori

Cosa accade ai confini del caos

1 LUGLIO 2021, 

Tra i concetti più intriganti della teoria della complessità vi è quello di edge-of-chaos. Il concetto vuole affermare che la vita, in tutte le sue forme, dalla cellula agli ecosistemi, si manifesta ai confini del caos. Le entità viventi, grazie alla capacità di combinare ordine e disordine, riescono a mantenere nel tempo una propria identità e struttura, pur rinnovando continuamente i propri componenti. Pertanto, l’organizzazione di un sistema vivente non può essere assimilata né all’immutabile ordine di un cristallo, né al convulso disordine di una nuvola di fumo. È qualcosa che sta in mezzo.

martedì 26 agosto 2025

Il re nella montagna / La speranza che il re non sia morto e che torni presto


Il monumento di Kyffhäuser con l'imperatore Federico Barbarossa Barbarossa, Bad Frankenhausen, in Turingia, Germania. Il monumento fu costruito tra il 1890 e il 1896
Il monumento di Kyffhäuser con l'imperatore Federico Barbarossa Barbarossa, Bad Frankenhausen, in Turingia, Germania. Il monumento fu costruito tra il 1890 e il 1896

Il re nella montagna

La speranza che il re non sia morto e che torni presto

21 AGOSTO 2025, 


Una delle leggende più note della saga arturiana è quella delle nebbie di Avalon, ovvero la leggenda riguardante la morte del grande sovrano di Camelot. La storia è nota: Artù affronta il figlio (o nipote) Mordred nella campale battaglia di Camlann nella quale nessuno sopravvive. Nel duello decisivo Artù uccide Mordred ma Mordred ferisce mortalmente suo padre.

Lo scontro è citato anche da Dante nella Divina Commedia: "non quelli a cui fu rotto il petto e l’ombra/con esso un colpo per la man d’Artù" (Inferno XXXII, vv. 61-62). Come si sa il corpo di Artù viene portato ad Avalon e da lì il rex quondam rexque futurus (colui che un tempo fu re e un giorno sarà ancora re) tornerà, perché non è davvero morto, ma giace in una specie di “animazione sospesa” accudito da tre fate. 

È una leggenda antica che, sebbene non si ritrovi nelle più antiche menzioni della storia di Artù, ovvero gli Annales Cambriae dove si dice seccamente che nel 537 si combatté la battaglia di Camlann nella quale caddero Artù e Merdraut (Mordred), ben presto si diffonde come voce popolare e viene canonizzata nei testi successivi sino alla consacrazione in quello che è forse il più famoso testo arturiano, ovvero La Morte D’Arthur di Thomas Malory. La menzione più interessante la troviamo nel racconto di tale Ermanno intitolato De Miraculis Sanctae Mariae Laudunensis. Questo Ermanno racconta di un suo viaggio presso il santuario di Santa Maria di Laon e sostiene di aver assistito ad una lite tra un pellegrino che sosteneva che Artù non fosse realmente morto e i servi dei canonici del santuario che negavano la cosa: e si sarebbe arrivati alle spade se l’intervento dei canonici non avesse fermato i contendenti. Questo attesta l’origine schiettamente popolare della credenza.

Una credenza che riflette, di fatto, la speranza che la figura salvifica non sia morta, ma solo “addormentata” da qualche parte e che presto possa tornare a salvare il popolo. Questa figura regale-messianica si chiama “re nella montagna”. E forse qualcuno si chiederà cosa c’entra la montagna, dato che Avalon è un’isola.

Si chiama così perché il vero archetipo di questo tipo di personaggio non è tanto Artù, quanto l’imperatore Federico I Barbarossa. Il Barbarossa è, a livello storico, una figura meno evanescente di Artù. E riguardo la sua morte abbiamo notizie precise: il grande imperatore tedesco è annegato nel fiume Saleph, in Turchia, il 10 giugno 1190 mentre si recava alla Terza Crociata. Per evitare la decomposizione il corpo fu bollito e la sua carne fu sepolta ad Antiochia, gli intestini a Tarso e le ossa forse ad Acri. Ma la fantasia popolare non si arrese e nacque la leggenda secondo cui in realtà l’imperatore dormirebbe assieme ai suoi cavalieri in una caverna nelle montagne di Kyffhäuser in Turingia e quando i corvi cesseranno di volare intorno alla cima, si desterà per portare la Germania alla sua antica grandezza.

Questa leggenda fu rilanciata nel 1815 dal poeta romantico Friedrich Rückert in una ballata composta durante la tempesta napoleonica (“Il vecchio Barbarossa/l’imperatore Federico/sta, nell’incantesimo/in un castello sotterraneo./Egli non è mai morto/e, chiuso là dentro, egli vive ancora/si è nascosto nel castello/ed è immerso nel sonno/Egli ha portato con sé/tutto lo splendore dell’impero/e con esso tornerà alla fine”). La leggenda viene reinterpretata come la speranza del popolo tedesco di scuotere il giogo francese. Purtroppo questa leggenda di riscossa tedesca contro l’oppressore Napoleone avrà una ben più triste rivisitazione, quando Adolf Hitler chiamerà “Operazione Barbarossa” la sciagurata aggressione alla Russia. E lo stesso Hitler “si occulterà” nella morte dando vita a leggende simili a questa.

Oltre al “Re nella Montagna” abbiamo anche il “Re di marmo”. Questa leggenda riguarda l’ultimo imperatore romano d’Oriente, Costantino XI Paleologo, il quale cadde eroicamente con la spada in pugno nella tragica giornata in cui Maometto II prese Costantinopoli. Anche qui la fantasia popolare dice che Costantino non sarebbe morto in quel tragico 29 maggio 1453, ma sarebbe stato trasformato in una statua di marmo e nascosto da qualche parte sotto il Ponte d’Oro. Da lì sarebbe un giorno ritornato per scacciare i musulmani turchi e ridare Costantinopoli alla cristianità.

Come abbiamo visto, sono esempi piuttosto antichi, giustificabili con la maggiore fantasia di popoli analfabeti che speravano nel ritorno del re. Eppure vi sono anche esempi piuttosto recenti di leggende simili: abbiamo citato la leggenda secondo cui Hitler non sarebbe morto suicida nel bunker a Berlino, ma sarebbe fuggito in Argentina. Anche su Napoleone si diceva fosse fuggito da Sant’Elena a bordo di una nave pirata e approdato in America. Più vicina alla classica leggenda del “re addormentato nella montagna” è quella secondo cui Aleksandr Suvorov (1730-1800), il più grande generale della Storia russa, non sia morto a San Pietroburgo dopo aver sconfitto i francesi in Italia ma dorma in una caverna con accanto una lampada e un’icona e che tornerà ovviamente per ridare grandezza alla Russia.

Ma pensiamo a leggende molto più vicine a noi, che tutti conoscono: quella secondo cui Elvis Presley sarebbe ancora vivo, quella di Walt Disney ibernato sotto Disneyland o quella, popolarizzata dai complottisti di QAnon, secondo cui John Kennedy sarebbe vivo e un giorno tornerà per ripulire l’amministrazione degli Stati Uniti dalla corruzione.

Troppo facile ridere dei nostri avi quando noi facciamo di peggio.


Classicista, giornalista, scrittore, insegnante, vive tra Vigevano, la sua città natale, e Mosca, dove ha insegnato italiano in una scuola privata steineriana a Laryushino (Oblast’ di Mosca) e alla traduzione dal greco al russo dell’opera di Galeno per MSU Facoltà di Medicina Fondamentale dell’Università di Mosca. Autore poliedrico, predilige per i suoi romanzi l’ambientazione storica. Attualmente collabora con il settimanale L’Informatore Vigevanese con una rubrica quindicinale sulla politica internazionale.


Thomas Wentworth Higginson, Tales of the Enchanted Islands of the Atlantic, 1899
Newell Convers Wyeth (1882–1945), The Boy's King Arthur, 1922
Illustrazione di W. H. Margetson per Legends of King Arthur and His Knights di James Knowles, 1914
L'imperatore Federico I, detto “Barbarossa”. Lastra di rame colorata di Christian Siedentopf (1847)
William Warder in posa come Re Artù. Frontespizio da Gli idilli del Re di Alfred Tennyson, 1874
Federico Barbarossa, dipinto a olio nell'Archivio Notarile distrettuale di Pavia del notaio e pittore pavese Bernardo Cane, prima del 1583
  1. Thomas Wentworth Higginson, Tales of the Enchanted Islands of the Atlantic, 1899
  2. Newell Convers Wyeth (1882–1945), The Boy's King Arthur, 1922
  3. Illustrazione di W. H. Margetson per Legends of King Arthur and His Knights di James Knowles, 1914
  1. L'imperatore Federico I, detto “Barbarossa”. Lastra di rame colorata di Christian Siedentopf (1847)
  2. William Warder in posa come Re Artù. Frontespizio da Gli idilli del Re di Alfred Tennyson, 1874
  3. Federico Barbarossa, dipinto a olio nell'Archivio Notarile distrettuale di Pavia del notaio e pittore pavese Bernardo Cane, prima del 1583


MEER


martedì 27 agosto 2024

Dante alchemico / Tre quadri ermetici nell’ascesi della Commedia

 

Luca Signorelli, portrait of Dante. Fresco (1500-1504), Cappella della Madonna di S. Brizio, Duomo of Orvieto
Luca Signorelli, portrait of Dante. Fresco (1500-1504), Cappella della Madonna di S. Brizio, Duomo of Orvieto


Dante alchemico

Tre quadri ermetici nell’ascesi della Commedia

18 LUGLIO 2023, 

 

Un’aura dolce, senza mutamento
Avere in sé, mi ferìa per la fronte
Non dii più colpo che soave vento 

Quelli ch’anticamente poetaro
l’età de l’oro e suo stato felice
forse in Parnaso esto loco sognaro 

(Purgatorio, XXVIII)

Eugene Canseliet in un suo articolo acutamente individua tre passi della Divina Commedia in cui emergono possibili sensi alchemici.

I passi del Purgatorio, Canto XXVIII, 19ss, 34-141, relativo a Matilde che compare nel Paradiso terrestre, appaiono ricchi di possibili allusioni alchemiche. In primo luogo la “foresta spessa e viva” richiama il concetto greco di materia umida e universale, la materia/energia prima, unitaria e cosmica. Anche il segno del vento e del suono dolce e costante che la connotano rinviano al contesto e ai presupposti dell’Opera. Matilde appare quale Donna multicolore che estrae l’essenza deI fiori (fiore da fiore), vero florilegio emblematico dell’Alchimia stessa. Dante la paragona espressamente a Cerere, segno della sapienza e della trasmutazione, e ciò ci conferma l’accostamento della Matidle dantesca con le simboliche ed ermetiche donne della Primavera del Botticelli, anch’esse multicolori, feconde, ed allusive. Matilde poi svela a Dante i segreti della Paradiso terrestre, narrando del vento e della musica, dei movimenti celesti, e indicando i due movimenti di evaporazione e coagulazione per finire con la descrizione della misteriosa e duplice Fontana. La duplice Fontana, inesauribile origine di un acqua non fisica e quasi solida, appare un segno ricorrente nell’iconografia alchemica. 

Nel Canto V del Paradiso (55-60) Beatrice insegna a Dante la corretta dottrina cattolica sulla mutazione dei voti fatti a Dio. L’essenza di ciò si apprezza nella distinzione fra la forma del voto, immutabile, e la materia dello stesso, commutabile. All’interno di questo discorso spirituale e mistico, chiamato nel testo “processo sacro”, e la stessa arte regia si concepiva in modo analogo, Beatrice accenna enigmaticamente alla necessità, affinché la trasmutazione sia corretta, del “girar” sia la “chiave gialla” che la “chiave bianca”.

Viene “naturale” pensare a tale frase in senso alchemico. L’immagine delle due chiavi, aurea e argentea, non solo corrisponde all’emblema stesso della Chiesa, ma rinvia anche ai due fattori essenziali dell’Opera: l’Oro e l’Argento vivo, il Sole e la Luna, il Re e la Regina, cioè lo Zolfo e il Mercurio. Lo stesso concetto metaforico e spirituale di “chiave” rinvia al Tau, alla croce egizia dell’immortalità, al crogiuolo, e alla Croce di Cristo quale Fuoco o Aceto alchemico. 

L’ipotesi appare rinsaldata dalla strofa finale delle due terzine citate, dove Dante evidenzia come la materia scambiata (del voto sacro e della trasmutazione ermetica) debba essere di minore valore del nuovo contenuto del voto commutato, così come il “quattro” si contiene nel “sei”. Siamo in presenza di una numerologia ermetica? E’ possibile, considerando come il numero “quattro” corrisponda al cubo del Sale, del corpo primo, della “materia grezza”, a sua volta trasfiguratesi nella Croce quadripartita, mentre il numero “sei” corrisponde alla Stella di Davide o Sigillo di Salomone.

Quest’ultimo celebre emblema ricorrer frequentemente nell’immaginario e nel linguaggio simbolico alchemico secondo vari significati. Il triangolo equilatero che punta in alto è la stessa Pietra filosofale, unione di Zolfo, Mercurio, Sale, ma potrebbe indicare più genericamente il Fuoco ermetico o lo Zolfo filosofico o la sublimazione o la Fenice. Il triangolo equilatero che punta in basso indica la matrice umida, lo sperma dei metalli, l’acqua fiammante, la coagulazione. Croce e Resurrezione sintetizzate nella fiammante Stella!

Altri due passi ci rinviano all’arte regia: il Veglio di Creta del Canto XIV (94-116) dell’Inferno e l’Aquila della troade che conduce al Paradiso terrestre (Pur. IX, 13-42, 105-107). Nel primo caso assistiamo all’esaltazione di Saturno, emblema dell’alchimia e segno dell’Impero. Il Sacro Vegliardo guarda verso Roma dove “si specchia” e il suo simulacro, sul monte Ida, reca una testa aurea perfetta e un corpo crepato e lacrimante fatto di argento nelle braccia, nelle spalle e nel petto, di rame nel ventre e nei fianchi, di ferro nelle gambe e di argilla nel piede di appoggio. Saturno reca e gesta in sé tutti i metalli alchemici e gronda dell’ermetica rugiada la quale dà origine ai quattro fiumi infernali fatti di acqua, fango, fuoco e ghiaccio, scorie del travaglio. 

Saturno/Cristo è colui che regola e presiede alla trasmutazione, medium regale fra gli elementi. Rea, cioè Maria, rupes constantiae, materia pura e virginale, reca la pietra morta al Re della sapienza affinché la digerisca e generi tutte le potenze cosmiche dei suoi figli. Saturno quale cristica ed ermetica pietra viva, proiettiva e moltiplicatrice.Dalla pietra emetica alla pietra ermetica, dalla pietra della morte alla pietra di vita. Ecco una maschera mirabile per il mistero della nascita spirituale dei figli di Dio e per il mistero dell’Eucarestìa che divora misticamente chi se ne ciba trasfigurando il cuore di pietra in un cuore nuovo di carne. 

Il corpo petreo e aureoplumbeo di Saturno, proprio perchè contiene in sé tutti gli spiriti dei metalli, ne garantisce la possibile liberatoria trasfigurazione. I fiumi che escono dall’intimo della materia prima dell’Opera rappresentano i canoni ermetici di aridità/umidità, caldo/freddo oltre a rivelare il senso della terra filosofica, calda e umica, concentrata e fissa, ma possono indicare anche le scorie del vaso ermetico. Il percorso saturnino è lo stesso percorso del Cristo che scende agli inferi fra la sua morte e la sua resurrezione, immagine della liberazione degli spiriti dei metalli dalla terra ed all’acqua morta che anticipa la resurrezione cioè l’apparire della Pietra gloriosa e perfetta. 

Nel Purgatorio Dante accede al Paradiso terrestre, regno dell’età dell’oro, tramite l’ “investitura” graalica ed imperiale che gli concede l’Aquila uranica, aurea e fiammaggiante. La stessa Aquila rampante e discendente che sovrintende all’androgino nell’Aurora consurgens e che regge la scena della genesi di Eva nel paradiso terrestre nella lunetta del portale del Duomo di Milano. L’Aquila/Fenice del Fuoco alchemico, dello Zolfo filosofico, dell’Oro perfetto. L’Aquila che rapì il pastore Ganimede facendone coppiere graalico e divino. La scena è precisa nei suoi dettagli. Sul finire della notte quando Aurora si imbianca nel freddo scorpione della Crocefissione Dante al suono delle ghibelline e mistiche rondini si addormenta come Adamo, Giacobbe, ed Elìa, e allora cala la folgore che porta l’anima di Dante nel fuoco divino, liberazione dal fuoco del mondo. Il risveglio, pallido e freddo dopo la morte mistica, è il risveglio di Achille nella momentanea tregua che gli dona Teti nel tempo del suo destino di morte gloriosa.

Dante viene iniziato dall’Angelo guardiano dell’Eden dalla spada fiammeggiante tramite sette incisioni sulla fronte. Colui che ricerca Dio viene inciso come il pane dalla lancia nel rito bizantino e graalico della proskomidìa. Colui che focalizza sull’arte regia si trasmuta e trasfigura esso stesso attraverso le tradizionali e sacramentali sette fasi dell’Opera. Prima di entrare per la porta santa si e su tre gradini simbolici di marmo riflettente, di pece e di sangue vivo, mirabile e limpida sintesi dell’Opera ermetica. La porta edenica infatti si apre solo con le due chiavi sacre: aurea e argentea, le stesse della Chiesa, del sangue e dell’acqua del costato di Cristo, doppia fontana, e le stesse che ancora ricorda la sapiente Matilde. 

Le due chiavi sono tratte fuori dalla cenere, dalla terra secca. La prima è più preziosa ma è la seconda “ che ‘l nodo disgroppa”, segno del mercurio dissolvente, oltre che del sacramento dell’assoluzione. Gli spigoli della Porta non a caso sono di metallo risonante e la soglia è di diamante. Ma non bisogna fermarsi nel processo sacro né voltarsi indietro mentre si conduce l’aratro nel capo di Cristo altrimenti si è rigettati e si diventa statua di sale morto, senza più sapore



La voragine infernale, Sandro Botticelli (ca. 1480–1495) - Disegni per la Divina Commedia (Biblioteca Apostolica Vaticana)
Monumento di Dante Alighieri in Piazza Santa Croce, fuori la Basilica di Santa Croce, a Firenze, Italia
La voragine infernale, Sandro Botticelli (ca. 1480–1495) - Disegni per la Divina Commedia (Biblioteca Apostolica Vaticana)
Monumento di Dante Alighieri in Piazza Santa Croce, fuori la Basilica di Santa Croce, a Firenze, Italia
La voragine infernale, Sandro Botticelli (ca. 1480–1495) - Disegni per la Divina Commedia (Biblioteca Apostolica Vaticana)
Monumento di Dante Alighieri in Piazza Santa Croce, fuori la Basilica di Santa Croce, a Firenze, Italia
  1. La voragine infernale, Sandro Botticelli (ca. 1480–1495) - Disegni per la Divina Commedia (Biblioteca Apostolica Vaticana)
  2. Monumento di Dante Alighieri in Piazza Santa Croce, fuori la Basilica di Santa Croce, a Firenze, Italia
  3. La voragine infernale, Sandro Botticelli (ca. 1480–1495) - Disegni per la Divina Commedia (Biblioteca Apostolica Vaticana)
  1. Monumento di Dante Alighieri in Piazza Santa Croce, fuori la Basilica di Santa Croce, a Firenze, Italia
  2. La voragine infernale, Sandro Botticelli (ca. 1480–1495) - Disegni per la Divina Commedia (Biblioteca Apostolica Vaticana)
  3. Monumento di Dante Alighieri in Piazza Santa Croce, fuori la Basilica di Santa Croce, a Firenze, Italia


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