domenica 13 dicembre 2015

Yayoi Kusama / L’ossessione che mi ha salvato la vita

Yayoi Kusama

Yayoi Kusama

L’ossessione che mi ha salvato la vita


13 DIC 2015 
di 
Se non fosse stato per l'arte mi sarei uccisa molto tempo fa
(Y. Kusama)
Siamo in America, agli albori del neofemminismo. Le donne rivendicano il diritto di essere se stesse: di esprimersi, di contestare, di criticare. E usano ogni mezzo per farlo. Il corpo stesso diventa linguaggio. La lotta per la parità dei diritti e contro ogni forma di discriminazione porta le donne a unirsi in associazioni, spazi di confronto, laboratori e gallerie in cui produrre – e proporre – un’arte sempre più polemica, sferzante ed eversiva. Gruppi come il WAR (Women Artists Revolution), nato nel 1968 dalla costola dell’AWC (Art Workers Coalition) associazione di critici, artisti e autori e curatori, o l’A.I.R. Gallery (Artists in Residence), residenza aperta per contaminazioni tra artiste, esprimono una chiara disapprovazione nei confronti di un sistema dell’arte da sempre maschiocentrico, e portano alla luce artiste come Ana Mendieta, Nancy Spero, Judy Chicago, Miriam Shapiro, Louis Borgeois, Eva Hesse e altre.



Tra queste altre ce n’è una che arriva da molto lontano. Approda negli Stati Uniti con la speranza di divincolarsi da una serie di costrizioni che la sua terra d’origine le ha cucito addosso. Si chiama Yayoi Kusama, viene dal Giappone. È molto fragile ma molto ostinata, e desidera solo trovare la sua strada.
Nata nel 1929 a Matsumoto, un piccolo paese tra le montagne vicino a Tokyo, Yaioi inizia a dipingere giovanissima, ma presso la scuola d’arte di Kyoto viene iniziata a una pittura di grande rigore formale, attraverso la quale non trova la possibilità di esprimere il proprio potenziale creativo. Il Giappone è ancora un paese troppo conservatore e lei vorrebbe andarsene. Quella di allontanarsi, però, non è certo una scelta facile, e non lo è soprattutto a causa della sua fragilità. Sin da piccola, infatti, Yayoi soffre di allucinazioni e disturbi ossessivo-compulsivi. La rigidissima educazione familiare non la agevola in questo, anzi, pare alimentare la sua depressione latente. La sua infanzia e la sua adolescenza vengono poi indelebilmente segnate dal rapporto malato che esiste tra i suoi genitori, nonché dall’atteggiamento ossessivo e controllante della madre nei confronti di suo padre. Attanagliata dal timore del tradimento, infatti, la madre obbliga la figlia a pedinare il marito. Yayoi si fa complice. Lo controlla. Vive nella paura. E questo le nuoce. Poi arriva la guerra. E il duro, sfiancante, ripetitivo lavoro nelle industrie tessili della zona. Tutta la sua vita appare una prigione. Un loop ossessivo dal quale vuole liberarsi. Cresce. Sogna. Dipinge. E cerca il coraggio di osare. Alla fine ci riesce. È il 1956 quando, iscrivendosi alla Art Students League di New York, riesce a ottenere un visto per studenti che le permette di partire. Si stabilisce nella grande metropoli e prende subito a frequentare l’ambiente artistico della città.
Nascono i suoi primi lavori pittorici, non più condizionati dalla tecnica tradizionalista appresa in Giappone, ma guidati dalla sua tendenza alla ripetizione morbosa di un solo elemento: un solo segno, una sola ossessione, da riproporre instancabilmente e all’infinito. Infinity Net è infatti il titolo che da a questa serie di tele monumentali (alcune sono lunghe persino dieci metri) interamente invase da piccolissimi segni ondulati che creano trame fittissime. Infinity Net diventerà poi il titolo della sua autobiografia, edita in Giappone agli inizi del Duemila e in Italia nel 2013.

Yayoy Kusama. Installazione a Naoshima, 2013

I primi tempi del lungo soggiorno newyorkese – che la porterà a collaborare con Andy Warhol, ad avere uno studio nello stesso stabile in cui lavorano Judd, Oldenburg, Cornell e a vivere una lunga relazione con quest’ultimo – sono decisamente duri. Senza soldi, ma piena di sogni, Yayoi sopporta il freddo e la fame. Come racconta nella sua autobiografia “il freddo mi arrivava alle ossa e i crampi per la fame non mi lasciavano dormire, così non potevo fare altro che stare in piedi e dipingere”.
Nel 1960 lei e Rothko sono i soli ad essere rappresentati in un sondaggio internazionale riguardante l’astrazione contemporanea organizzata da Udo Kultermann al Museo di Leverkusen, in Germania. In questo periodo Yayoi realizza le prime mostre personali e vende un’opera a Frank Stella. Dipinge, ma già accarezza l’idea di un’arte più totale. Invasiva. Infinita nella sua stessa forma. La tela, soltanto, non può più bastare. Occorre andare oltre. Oltre la parete. Oltre la superficie bidimensionale. E da questa esigenza nascono le sue Accumulation e Sex Obsession, vere e proprie invasioni ambientali dal carattere allusivo e sensoriale. Siamo intorno alla metà degli anni Sessanta quando a queste installazioni vanno ad aggiungersi vere e proprie azioni performative, che mettono in campo il motivo decorativo-ossessivo che più d’ogni altro l’ha resa celebre: i pois. Yayoi realizza performance in luoghi pubblici come il Central Park o in spazi istituzionali come il MOMA, durante le quali dipinge pois sui corpi nudi di volontari partecipanti. Queste azioni vedono, però, il frequente intervento delle forze dell’ordine.
L’arte, lo sappiamo bene, è terapia. Il dolore, il trauma, il disagio trasposti sulla tela, nella materia o nell’azione comportamentale, portano a sublimare, a liberarsi, a portare fuori da sé ciò che ci avvelena. Come diceva Ana Mendieta “Ho due opzioni: essere una criminale o un’artista… ”. Scegliere di essere un’artista è certamente salvifico, anche se non sempre risolutivo. In ogni caso, il groviglio incandescente che si ha dentro, può alchemicamente prendere altre forme. Può diventare qualcosa d’altro, qualcosa che “l’altro” può accogliere, leggere, ricevere e interpretare. Per questa ragione, i pois ripetuti all’infinito sono metafora, trasposizione, sublimazione di una ossessività che Yayoi riesce a convertire. Nel 1966 partecipa con Louise Borgeois ed Eva Hesse a una mostra collettiva titolata Astrazione Eccentrica. Lo fa con una installazione dai riferimenti niente affatto casuali: in un sistema ancora incentrato sul patriarcato, la moltiplicazione infinita della forma fallica – che ne simboleggia potere e virilità, supremazia e totalitarismo – appare più che idonea.


E allora, ecco che lo spazio viene invaso da sacchetti fallici bianchi e pieni di ovatta. Una vera e propria accumulazione in cui specchi riflettenti accolgono un tappeto invaso da candide protuberanze. Nello stesso anno Yayoi viene censurata alla Biennale di Venezia. Ben incastonata nella cornice polemica di quegli anni, l’idea dell’artista è quella di indossare un kimono dorato per poi sedersi in un prato di sfere metalliche messe in vendita a un prezzo simbolico. Il chiaro riferimento al funzionamento del sistema dell’arte non viene accolto positivamente dagli organizzatori della Biennale, che le vietano di esibirsi, benché siano stati essi stessi a invitarla ufficialmente. In definitiva, la performance Narcissus Garden viene annullata. Ma la Kusama tornerà in Biennale più avanti, esattamente nel 1993, realizzando una delle sue più note installazioni site specific: una sala di specchi occupata da monumentali zucche pervase di pois neri. Sculture giganti analoghe a questa le verranno commissionate altrove, negli anni a seguire. Una delle più note si trova proprio in Giappone, a Naoshima, un’isola di pescatori. Si intitolaPumpkin, è una zucca gialla a pois neri situata nel mare di Seto.
Ma torniamo all’esperienza americana. Questa si rivela rigogliosa e rivelativa: le permette di conoscere se stessa, di elaborare il proprio linguaggio. Ma dura meno di un ventennio. Nel 1973, in seguito alla morte di Cornell, Yayoi rientra in Giappone. Dipinge, scrive poesie, lotta con il proprio malessere. Torna a New York. Espone. Torna ancora una volta a Tokyo, si fa ricoverare presso il Seiwa Hospital di Tokyo. Poi riparte per New York, ma le sue condizioni psichiatriche – che già nel corso degli anni l’avevano più volte portata all’esaurimento nervoso – peggiorano. Viene sempre più frequentemente sorpresa da allucinazioni e attacchi di panico. E così, nel 1977 decide di sua spontanea volontà di rientrare in Giappone e farsi ricoverare in un ospedale psichiatrico, per ricevere le giuste cure e il controllo opportuno. Quel ricovero diviene permanente. Tanto che ancora oggi la Kusama vive in quell’ospedale. Ha uno studio, all’interno di un monolocale con ingresso indipendente, nel quale si chiude ogni giorno, dipingendo pois a un ritmo serrato. "Un pois ha la forma del sole, che è un simbolo dell'energia di tutto il mondo ed è la nostra vita vivente, e ha anche la forma della luna, che è calma (…). Un pois è movimento in divenire e tanti pois sono un modo per indagare l’infinito…”.
Yayoi Kusama

Ogni giorno lavora a un’opera, anche fino alle tre del mattino. La pittura è il suo tutto: la tiene in contatto con il mondo, le permette di reinventarsi l’infinito. I pois generano costellazioni. Ampliano la realtà. Sono un percorso che non ha mai fine. Sono il suo alfabeto e negli ultimi anni l’hanno persino portata a collaborare con una delle case di moda più note al mondo, la Louis Vuitton, per la quale ha realizzato una linea di borse, portafogli, occhiali da sole, foulard e accessori vari, fino a una intera collezione di capi d’abbigliamento.
Yayoi Kusama è oggi una delle artiste viventi più pagate nel circuito delle aste. Esposta in musei come il Walker Art Center di Minneapolis, il MOMA di New York e la Tate Gallery di Londra, vive e lavora presso il Seiwa Hospital di Tokyo.
Giovanna Lacedra
Nasce nel 1977 a Venosa (PZ). Nel 2000 consegue il diploma di laurea in pittura presso l’Accademia di Belle Arti di Firenze. Nel 2004 consegue l’abilitazione all’insegnamento presso l’Università di Pisa. Si trasferisce poi a Milano, dove attualmente vive e lavora come docente, artista visiva, performer e autrice. Come performer si è esibita sia in progetti di altri artisti, quali: "La bara del Bastardo" di Daniele Alonge - 2011; "Yummy Good!" di Manuela De Merito - 2011, che in propri
Dal 2011 al 2015 ha portato in scena, con un tour itinerante che ha toccato ben 14 tappe in gallerie, musei e spazi espositivi italiani e in città come Milano, Sassuolo, Cesena, Pescara, Lecce, Napoli, etc… la Performance Confessional "Io Sottraggo. La Triangolazione Cibo-Corpo-Peso", un progetto riguardante la patologia anoressico-bulimica, da lei ideata, scritta e interpretata. A Milano la performance è stata portata in scena anche presso il Museo della Scienza e della Tecnologia “Leonardo da Vinci” in occasione della fiera d’arte contemporanea Step09 Art Fair, nel novembre 2011, a Venezia è andata in scena il 9 maggio 2015, in concomitanza con l’apertura della 56 Biennale Internazionale di Arte Contemporanea, e ha fatto parte della V Biennale d’arte di Anzio e Nettuno. La performance è stata introdotta nelle tesi di laurea di alcune studentesse del Dams e della Facoltà di Beni Culturali, per gentile concessione dell’artista. Inoltre, la scuola di Giornalismo “Walter Tobagi” dell’Università Statale di Milano ha realizzato una video-intervista in occasione di Expo2015, pubblicata sulla piattaforma ExpoStories.
Nel settembre 2013 nasce la performance "L'Aspirante", un nuovo progetto che affronta il tema della prevaricazione e della violenza di genere, intellettuale e psicologica, prima che fisica, sbocciato dalla rilettura dell’omonima poesia di Sylvia Plath e dei suoi Diari. Ideata, scritta e interpretata da Giovanna Lacedra e Roberto Milani, la performance è andata in scena tra il 2013 e il 2015 presso le seguenti location: galleria d’Arte Amy-D di Milano, fiera d’arte ArtVerona, per CUNTemporary Art|Feminism|Queer di Londra, Galleria Comunale Ex Pescheria di Cesena, con Patrocinio del Comune e dell’Assessorato Politiche delle Differenze Casa Museo di Ludovico Ariosto a Ferrara, Chiostro di Voltorre a Gavirate (Varese) per la mostra “la neve non ha voce” a cura di Alessandra Redaelli.
Nel maggio 2014 a partire dall’omonima poesia di Vittorio Varano, scrive e porta in scena la performance “Come il mare in un Bicchiere”, con la partecipazione performativa di Irene Lucia Vanelli. La performance viene realizzata tra il 2014 e il 2015 presso: 77Art Gallery di Milano, MAG – Marsiglione Art Gallery di Como, “CORPO | Festival di Arti Performative” di Pescara, V Edizione a cura di Ivan D’Alberto e Sibilla Panerai. Nel giugno 2014 ha portato scritto e portato in scena, prima presso la Casa Museo di Ludovico Ariosto a Ferrara e poi presso l’ArtFarm Pilastro di Bonavigo (Verona), una performance articolata sui versi dell'ultima poesia di Sylvia Plath e su un percorso di 100 acquerelli che la ritraggono come innumerevoli sindoni-tracce, titolata "EDGE | Ultimo Ritr-Atto".
Nell’autunno 2014 scrive e porta in scena una performance sull’infansia abusata, liberamente ispirata al libro “I quaderni delle bambine” della psicologa Maria Rita Parsi. La performance si intitola NONSONOMAISTATAUNABAMBINA. Si esibiscono con lei il fotografo e attore Massimo Festi e la piccola Giulia Fumagalli. I monologhi sono di Giovanna Lacedra, le musiche di Larva Casei. Le tappe sono due: Palazzo Pirola, Gorgonzola (MI) e Galleria Biffi Arte di Piacenza. Entrambi gli eventi fanno parte della rassegna “Femminile Plurale” a cura di Alessandra Redaelli.
Ha partecipato a progetti fotografici di Massimo Prizzon, Pablo Peron, Christian Zucconi, Marco Chiurato, Franco Donaggio, Massimo Festi.
Ha scritto testi critici per artisti come: Elisa Anfuso, Anna Caruso, Paola Mineo, Urban Solid, Daniele Duò, Pep Marchegiani, Alessio Bolognesi, Alessandro Carnevale.
Attualmente è autrice per Wall Street International Magazine, sezione Arte e cura un proprio Blog, titolato Ellepourart e dedicato esclusivamente all'arte fatta dalle donne, includendovi artiste giovani o storicizzate, pittrici, scultrici, fotografe, performer, poetesse...



Lady Optical / Bridget Louise Riley
Ketty La Rocca / Il mio corpo dall'Io al Tu
Shamsia Hassani / Street Art in burqa a Kabul
Eleanor Antin / Tra autobiografismo e alterazioni estetiche
Rosalba Carriera / Fino all'ultimo sguardo
Yoko Ono / La bambina dell’oceano diventa una performer
Berthe Morisot / La donna dell'Impressionismo
Suzanne Valadon e la Belle Époque / Dai ritratti all’indagine della nudità
Valie Export / Quando l'arte è autodeterminazione
Francesca Woodman / Alcune disordinate geometrie interiori
Shirin Neshat / Silenzi scritti sul corpo
Jana Sterbak / Sotto la carne
Ana Mendieta / Con il sangue e con il corpo
Hannah Wilke / Il corpo in dialogo
Orlan / La mia opera d’arte sono Io
Pippa Bacca / Quando la performance diventa missione
Regina José Galindo / La poetica della violenza

Frida Kahlo

Frida Kahlo

Frida Kahlo
(1907 - 1954)

Magdalena Carmen Frida Kahlo y Calderón nasce il 6 luglio 1907 a Coyoacán (Messico) ed è la figlia di Wilhelm Kahlo, a cui è molto legata affettivamente, uomo semplice e simpatico, ebreo, amante della letteratura e della musica e pittore emigrato in Messico dall'Ungheria. Non è ricco e quindi esercita vari mestieri, tra cui il commesso in una libreria, con alterna fortuna, poi diventa un fotografo di talento e probabilmente ispira alla figlia Frida un certo modo di "inquadrare" l'immagine.
Appena giunge in Messico, Wilhelm Kahlo cambia il suo nome in Guillermo e dopo un primo matrimonio da cui resta vedovo si sposa nel 1898 con Calderon y Gonzales, figlia di una messicana e di un indios, nata a Oaxaca, antichissima città azteca. I due sposi hanno quattro figli e Frieda è la figlia più vivace e ribelle dei quattro.
Una volta adulta, cambierà il nome originario Frieda - nome assai usuale in Germania che discende dalla parola "Fried" e che significa "pace" - in Frida per contestare la politica nazista della Germania.
Frida Kahlo è senza ombra di dubbio la pittrice messicana più famosa ed acclamata di tutti i tempi, diventata famosa anche per la sua vita tanto sfortunata quanto travagliata. Sostiene di essere nata nel 1910, "figlia" della rivoluzione messicana e del Messico moderno. La sua attività artistica troverà grande rivalutazione dopo la sua morte, in particolare in Europa con l'allestimento di numerose mostre.
Alla nascita Frida è affetta da spina bifida, che i genitori e le persone intorno a lei scambiano per poliomielite, essendone affetta anche la sorella minore; fin dall'adolescenza manifesta talento artistico ed uno spirito indipendente e passionale, riluttante verso ogni convenzione sociale. Da questo contesto nascerà il tema dell'autoritratto. Il primo che dipinge è per il suo amore adolescenziale, Alejandro. Nei suoi ritratti raffigura molto spesso gli aspetti drammatici della sua vita, il maggiore dei quali è il grave incidente di cui rimane vittima nel 1925 mentre viaggia su un autobus e a causa del quale riporta la frattura del bacino.
I postumi di quell'incidente (un palo le avrebbe perforato il bacino e a causa delle ferite sarebbe stata sottoposta nel corso degli anni a trentadue interventi chirurgici) condizioneranno la sua salute per tutta la vita, ma non la sua tensione morale. Frida si dedica con passione alla pittura e nonostante il dolore fisico e psichico dei postumi dell'incidente, continua ad essere la ragazza ribelle, anticonformista e vivacissima che era stata prima.
Dimessa dall'ospedale viene costretta a mesi di riposo nel suo letto di casa con il busto ingessato. Questa circostanza forzata la spinge a leggere tanti libri, molti dei quali sul movimento comunista, ed a dipingere.
Il suo primo soggetto è il suo piede che riesce ad intravedere tra le lenzuola. Per sostenere questa passione i genitori le regalano un letto a baldacchino con uno specchio sul soffitto, in modo che possa vedersi, e dei colori; è qui che inizia la serie di autoritratti. Dopo che le viene rimosso il gesso, Frida Kahlo recupera la capacità di camminare, nonostante i forti dolori che sopporterà e che la accompagneranno per tutti gli anni a venire.
Porta i suoi dipinti a Diego Rivera, illustre pittore murale dell'epoca, per avere una sua critica. Rivera è un uomo alto, grasso, imponente, che va in giro con dei vecchi pantaloni, una camicia scialba, un vecchio cappello, ha un temperamento geniale, allegro, irruento, famoso per essere un grande conquistatore di donne bellissime e un comunista appassionato. Questi rimane colpito molto positivamente dallo stile moderno della giovane artista tanto che la avvicina alla sua ala e la introduce nella scena politica e culturale messicana.
Frida diventa un'attivista del partito comunista partecipando a molteplici manifestazioni e nel frattempo si innamora dell'uomo che diventa la sua "guida" professionale e di vita; nel 1929 sposa Diego Rivera - per lui è il terzo matrimonio - pur sapendo dei continui tradimenti di cui sarebbe stata vittima. Lei, dal canto suo, lo ripagherà allo stesso modo, anche con esperienze bisessuali.
In quegli anni al marito Rivera sono ordinati alcuni lavori negli USA, come il muro all'interno del RockefellerCenter di New York, o gli affreschi per la fiera internazionale di Chicago. A seguito dello scalpore suscitato dall'affresco nel Rockefeller Center, in cui un operaio è raffigurato palesemente col volto di Lenin, gli vengono revocati i mandati di tali incarichi. Nello stesso periodo in cui la coppia soggiorna a New York, Frida rimane incinta: a gravidanza inoltrata avrà un aborto spontaneo a causa dell'insufficienza del suo fisico a sopportare una gestazione. Questo accaduto la sconvolge molto tanto che decide di tornare in Messico con il marito.
I due decidono di vivere in due case separate collegate da un ponte, in modo da avere ognuno i propri spazi "artistici". Divorziano nel 1939 a causa del tradimento di Rivera con la sorella di Frida.
Non passa molto tempo e i due si riavvicinano; si risposano nel 1940 a San Francisco. Da lui assimila uno stile intenzionalmente "naïf" che porta Frida a dipingere piccoli autoritratti stimolati all'arte popolare e ai folclori precolombiani. Il suo obiettivo è di affermare in maniera inequivocabile la propria identità messicana ricorrendo a soggetti tratti dalle civiltà native.
L'afflizione maggiore dell'artista è quella di non aver avuto figli. Dell'appassionata (e all'epoca discussa) storia d'amore con Diego Rivera è testimone un diario personale di Frida Kahlo. Le cronache dicono che abbia avuto numerosi amanti, di ambo i sessi, con personaggi di spicco che non passano inosservati come il rivoluzionario russo Lev Trotsky ed il poeta André Breton. E' molto amica e probabilmente amante di Tina Modotti, militante comunista e fotografa nel Messico degli anni Venti.
La vita e le opere della pittrice messicana Frida Kahlo esercitano un grandissimo fascino artistico e un forte impatto emotivo. Per alcuni questa artista coraggiosa sarà ricordata nei tempi come la più grande pittrice del Novecento.
Tre importanti esposizioni le sono dedicate nel 1938 a New York, nel 1939 a Parigi e nel 1953 a Città del Messico. L'anno successivo a quest'ultima mostra, il 13 luglio 1954, Frida Kahlo muore nella sua città natale. La sua abitazione di Coyoacán, la "Casa Azzurra", meta di migliaia e migliaia di visitatori, è rimasta intatta, così come volle Diego Rivera che la lasciò al Messico. E' una casa meravigliosa, semplice e bellissima, con muri colorati, luce e sole, piena di vita e di forza interiore come fu la sua proprietaria.
Il 21 giugno 2001 viene emesso un francobollo negli Stati Uniti che riporta l'effige di Frida Kahlo (scelta da un autoritratto eseguito nel 1933), il primo francobollo che ritrae una donna ispanica.




mercoledì 9 dicembre 2015

Donne / Aneta Bartos




DONNE
Aneta Bartos



Intervista a Elisabetta Grappasonni / Gratificazione è arrivare al cuore

Ingrid
Elisabetta Grappassonni

Intervista a Elisabetta Grappasonni

Gratificazione è arrivare al cuore


9 DIC 2015 
di 
Elisabetta Grappasonni, nel cuore dell’Italia religiosa e antica, con un bagaglio culturale contornato da aspetti personali che non hanno fatto altro che arricchire quell’estro artistico, che esploso con l’irrequietezza di chi si accinge a qualcosa di nuovo, sboccia pian piano in un crescendo di creatività, di sogno, di magia, riesce ad incantare anche con il semplice discorrere sugli argomenti della nostra intervista. Arrivati ad Assisi, proprio vicino al centro cittadino, in un vicolo parallelo alla strada che porta al famoso Santuario del Santo patrono d’Italia, San Francesco, al tavolino di un bar ci aspetta la nostra amica Elisabetta. Incominciamo a parlare, ci siamo sentiti telefonicamente e abbiamo concordato di raccontare la sua storia, le sue opere, le sue "Uova", tanto per iniziare…
Bene, Elisabetta, chi sei, da dove arrivi ?
Sono nata a Roma nel '64. All'età di sedici anni mi sono trasferita ad Assisi (PG) dove tuttora vivo e lavoro. Mi sono laureata in giurisprudenza e ho conseguito il titolo di Avvocato ma la mia grande passione sin da piccola è stata la pittura e l'arte in genere.
Quindi da subito è nata questa passione?
Sicuramente la magia e il carisma di due città come Roma e Assisi, e la perdita prematura dei miei genitori, mi hanno fatto sentire il bisogno di esprimere le miei emozioni sulle tele.
Cosa fai, a cosa ti ispiri?
Nel 2007 ho iniziato a sperimentare materie quali gesso, malta, garza, con forme astratte e materiche in un turbine di armonie di colori, come a dare libero sfogo alla mia rabbia interiore alla ricerca di equilibrio e di serenità. Ho iniziato a dipingere volti, particolari paesaggi e parti del corpo femminile, fino ad arrivare a due soggetti che prediligo, le donne del passato, in particolare degli anni '50 e '60. e le Uova. Quando dipingo le mie donne mi ispiro al passato cogliendo gli aspetti positivi e belli quali classe, femminilità e dolcezza, ma anche complicità e competizione; mentre l'Uovo è una mia ricerca introspettiva, considerandolo un luogo di purificazione e di pace entro cui difendersi dal mondo che ci circonda.
Perché sei un’artista?
Per me la bellezza, in senso lato, provoca emozioni positive e tutto ciò che è positivo è essenziale nella vita. Io adoro la mia arte e sentirmi artista a tutto tondo, mi fa stare bene mettere nelle tele i miei stati d'animo.
Quali sono le tue migliori opere?
Sono affezionata a tutte le mie opere, le ritengo tutte importanti, ma le tre che per me assumono importanza particolare sono L'Origine del mondo, realizzata con colori acrilici, gesso e materiale riciclato su tela. L'uovo qui ha un significato positivo di creazione. Poi la grande opera composta da sette tele di 50 x 70 cm ciascuna, I 7 peccati capitali, dove l'Uovo racchiude i peccati e li purifica; sono tutte realizzate con colori acrilici, gesso e smalti su tela; infine tra le donne, The games, la scena di due donne tra complicità e competizione, una dominanza di colore grigio con alcune parti più frivole in risalto, quelle dello smalto delle unghie e i gioielli, opera realizzata con colori acrilici, gesso e smalti su tela.
Dove sei già arrivata e dove vorresti arrivare?
Ho partecipato a mostre collettive sia nazionali (in Umbria al Museo Diocesano di Gubbio e al Museo Antiquarium di Corciano, poi a Milano e Roma), che internazionali, come a Londra, Parigi e San Pietroburgo, ottenendo grande consenso di pubblico, che ha apprezzato l'originalità e l'armonia delle opere. Il mio obiettivo è fare sempre di più opere che trasmettano emozioni a chi le osserva perché la gratificazione di un artista è proprio questo, arrivare al cuore.
Bene, ora la nostra amica deve scappare, la lasciamo con amarezza, dopo aver trascorso pochi ma significativi minuti insieme.
Giuseppe Del Buono
Giuseppe vive tra Londra, Barcellona e Napoli, cura ed organizza eventi artistici e collettive per artisti emergenti, lavorando sempre molto e con passione e collaborando con altri professionisti curatori d'arte e collezionisti d'arte principalmente contemporanea. Le tre città in cui vive, anche se differenti per diversi e molteplici aspetti, hanno qualcosa che le accomuna profondamente, la frenesia creativa ed operativa che si vede cosi come nel centro della City, anche nelle Ramblas de Barcelona e sul golfo di Napoli.




domenica 6 dicembre 2015

Elena Ferrante nella top ten del «New York Times»



Elena Ferrante nella top ten

Successo anglosassone: anche il britannico «The Guardian» inserisce 
«Storia della bambina perduta» nella «migliore fiction del 2015»

di CRISTINA TAGLIETTI
4 dicembre 2015 (modifica il 4 dicembre 2015 | 20:48)





La «Ferrante Fever» continua, anzi sale ancora. La Storia della bambina perduta, o meglio The Story o f the Lost Child, come è stato tradotto in inglese il quarto volume della tetralogia pubblicato da Europa Editions, entra nella top ten del 2015 stilata dal «New York Times» che lo definisce una «brillante conclusione» del quartetto napoletano, «un’esplorazione a capofitto dell’amicizia femminile su uno sfondo di povertà ambizione, violenza, lotta politica». Anche il britannico «Guardian» menziona il volume nella categoria «The best fiction of 2015», lo colloca accanto al Gigante sepolto di Ishiguro e a Va’ metti una sentinella di Harper Lee e spiega il successo della serie usando parole come «sorprendente», e «divorante», esaltando la densità di trame e psicologie. Il quotidiano invita i lettori a partire dall’inizio, da L’amica geniale, garantendo che dalla saga si riemergerà soltanto quando l’ultima pagina dei quattro volumi sarà stata voltata.

Tutta la vicenda dell’anonimato, le domande su chi si nasconda dietro Elena Ferrante, se sia un uomo o una donna, se l’autore sia uno o più di uno e magari sia lo stesso editore, domande che in Italia hanno dominato il dibattito a ogni uscita, soprattutto quest’anno che il libro è stato candidato al premio Strega con uno sponsor d’eccezione come Roberto Saviano, interessano poco ai lettori anglosassoni che sembrano, invece, ritrovare nell’intrico delle storie, nell’ambientazione napoletana dei ceti bassi, contigua con il mondo criminale, l’Italia che, forse un po’ superficialmente, conoscono. «Elena Ferrante potrebbe essere la migliore scrittrice contemporanea di cui abbiate mai sentito parlare» si è sbilanciato l’«Economist» quando è uscito il terzo volume, Storia di chi fugge e di chi resta.

The Story of the Lost Child è stato pubblicato il primo settembre, supportato da una buona campagna di reading, serate, eventi e ha scatenato un passaparola sui social media che ha collocato il libro tra i «must have», mentre, in ottobre, alla Buchmesse di Francoforte, andavano a ruba le spillette e le borse di stoffa con la scritta fucsia «Ferrante fever». Perché anche il marketing vuole la sua parte in questo successo, partito con L’amica geniale, primo volume della serie, con cui sono iniziate le vicende di Lila e Elena. Ma ad essersi rivelati geniali sono Sandro Ferri e Sandra Ozzola, coppia nella vita e nel lavoro, fondatori di e/o e nel 2005 della filiale americana Europa Editions. Tradurre e portare in America romanzi italiani, quando il flusso è da sempre il contrario: la loro sembrava una scommessa un po’ folle, ma hanno dimostrato che guardare fuori dai propri confini a volte fa bene.


sabato 5 dicembre 2015

Joël Dicker / «Papà, vado in guerra» / Estratto

Esce il romanzo d’esordio 

di Joël Dicker: «Papà, vado in guerra»


Nell’opera prima dell’autore bestseller de «La verità sul caso Harry Quebert»
un ragazzo sceglie di combattere i nazisti e si arruola nelle forze speciali inglesi


di JOËL DICKER




Pubblichiamo un estratto de «Gli ultimi giorni dei nostri padri» (Bompiani), il primo romanzo dell’autore svizzero. Il libro ha vinto nel 2010 il Prix des écrivains genevois ed è stato pubblicato in Francia nel 2012. Joël Dicker è diventato popolare grazie al thriller «La verità sul caso Harry Quebert», bestseller internazionale pubblicato in Italia nel 2013

Che tutti i padri del mondo, al momento di lasciarci, sappiano quanto sarà grande il nostro pericolo senza di loro. / Ci hanno insegnato a camminare, ma non cammineremo più. / Ci hanno insegnato a parlare, ma non parleremo più. / Ci hanno insegnato a vivere, ma non vivremo più. / Ci hanno insegnato a diventare Uomini, ma non saremo più neanche Uomini: non saremo più niente.


Seduti nell’alba, fumavano, osservando il cielo nero che danzava sull’Inghilterra. Pal recitava la sua poesia. Nascosto nel buio, ripensava al padre. I mozziconi rosseggiavano nell’oscurità: avevano preso l’abitudine di andare a fumare su quella collinetta alle prime ore del mattino. Fumavano per tenersi compagnia; fumavano per non avvilirsi; fumavano per non dimenticare che erano Uomini. 
Gros, il ragazzone sovrappeso, frugava tra i rovi come un cane randagio, uggiolava scovando i topi nell’erba umida. Pal si arrabbiò: 
«Piantala, Gros! Oggi bisogna essere tristi!». 
Al terzo richiamo, il compagno smise e, imbronciato come un bambino, girò intorno al semicerchio formato dalla decina di figure e si sedette dal lato dei taciturni, tra Grenouille, il depresso, e Prunier, il balbuziente infelice che amava segretamente le parole. 
«A che pensi, Pal?» chiese Gros. 
«A un sacco di cose…». 
«Non pensare a cose brutte, pensa a cose belle». 
Con la mano grassa e paffuta, Gros cercò la spalla del compagno. 
Dallo scalone del vecchio maniero che si ergeva di fronte a loro, qualcuno li chiamò. Stava per iniziare l’addestramento. Tutti si affrettarono, ma Pal rimase seduto ancora un istante ad ascoltare i rumori ovattati dalla bruma. Ripensava a quand’era partito da Parigi. Lo faceva continuamente, ogni sera e ogni mattina — soprattutto la mattina. Erano passati due mesi esatti da quel giorno.


Era stato all’inizio di settembre, poco prima dell’autunno. Non aveva potuto trattenersi: bisognava difendere gli Uomini, difendere i padri. Difendere suo padre, anche se Pal aveva giurato di non abbandonarlo mai, il giorno in cui, qualche anno prima, il destino si era portato via la madre. Il figlio affettuoso e il vedovo solitario. Ma la guerra li aveva raggiunti, e il ragazzo, decidendo di andare a combattere, sceglieva di abbandonare il padre. Già in agosto aveva saputo che gli sarebbe toccato partire, ma non era stato in grado di dirglielo. Vilmente, aveva trovato il coraggio dell’addio solo il giorno prima della partenza, quando avevano finito di cenare.
«Perché proprio tu?» si era rammaricato il padre. 
«Perché se non lo farò io, non lo farà nessuno». Con gli occhi gonfi d’amore e di dolore, il vecchio aveva abbracciato il figlio per fargli coraggio. Poi, chiuso in camera, aveva pianto per tutta la notte. Piangeva per la tristezza, ma sapeva che quel ragazzo di ventidue anni era il più coraggioso dei figli. Pal era rimasto davanti alla porta della stanza ad ascoltare i suoi singhiozzi. E, all’improvviso, si era odiato per essere la causa di tutto quel dolore, si era odiato al punto di colpirsi il torace con la punta del temperino fino a sanguinare. In uno specchio aveva guardato il proprio corpo ferito, si era insultato e aveva scavato ancora la carne all’altezza del cuore, per far sì che la cicatrice restasse per sempre. 
L’indomani, all’alba, muovendosi in vestaglia per l’appartamento, stravolto dal dolore, il padre gli aveva preparato del caffè forte. Pal si era seduto al tavolo della cucina, vestito di tutto punto, e aveva bevuto il liquido scuro lentamente, per ritardare il momento della partenza. Non avrebbe mai più bevuto un caffè migliore di quello. «Hai preso gli indumenti adatti?» aveva chiesto il vecchio, indicando la sacca che il figlio stava per portare con sé. 
«Sì». 
«Fammi vedere. Ti serviranno vestiti caldi, l’inverno sarà molto rigido». 
Il vecchio aveva aggiunto al bagaglio qualche altro capo, un salame, un pezzo di formaggio e del denaro. Poi aveva svuotato e riempito la sacca per tre volte di seguito. «Voglio rifarla meglio», ripeteva al termine dell’operazione, cercando di ritardare l’inesorabile destino. Quando non gli era rimasto nient’altro da fare, si era lasciato prendere dall’angoscia e dalla disperazione. 
«Che ne sarà di me?» aveva chiesto. 
«Tornerò presto». 
«Avrò molta paura per te!». 
«Non devi…». 
«Avrò paura tutti i giorni!».
Finché il figlio non fosse tornato, lui non avrebbe più mangiato né dormito: sì, sarebbe diventato il più infelice degli Uomini. 
«Mi scriverai?».
«Certo, papà».
«E io ti aspetterò sempre». 
Poi aveva stretto forte il figlio a sé. 
«Devi continuare a studiare», aveva aggiunto. 
«L’istruzione è importante. Se gli uomini fossero meno ignoranti, non ci sarebbe la guerra». 
Pal aveva annuito. 
«Se gli uomini fossero meno stupidi, non ci troveremmo in questa situazione». 
«Sì, papà». 
«Ti ho messo dei libri nella sacca…».
«Lo so». 
«I libri sono importanti». 
A quel punto, il padre aveva afferrato il figlio per le spalle, furiosamente, in un impeto di rabbia disperata. 
«Promettimi che non morirai!». 
«Te lo prometto». 
Pal aveva preso la sacca e aveva abbracciato il vecchio. Un’ultima volta. E, sulla soglia, il padre l’aveva trattenuto ancora: 
«Aspetta! Dimentichi la chiave! Come fai a tornare se non hai la chiave?». 
Il ragazzo non la voleva: chi non torna più, non si porta la chiave. Per non dispiacere il padre, aveva semplicemente mormorato: 
«Rischierei di perderla». 
Il vecchio tremava.
«Certo! Sarebbe seccante… Ma come faresti a tornare? Allora, guarda: la metto sotto lo stuoino. Guarda dove la sistemo sotto lo stuoino, proprio qui, vedi? Questa chiave la lascerò sempre qui, per quando tornerai». 
Rifletté per qualche istante. «E se qualcuno se la portasse via? Mmm... Avviserò la portinaia, lei ha un duplicato. Le dirò che sei partito e che non deve lasciare la guardiola quando io non sono in casa, così come io non uscirò in sua assenza. Sì, le dirò di stare bene attenta. Le darò una mancia…». 
«Non dire niente alla portinaia».
«Come vuoi… Allora non chiuderò più la porta a chiave, né di giorno né di notte né mai. Così non ci sarà nessun rischio che tu non possa rientrare». C’era stato un lungo silenzio. 
«Arrivederci, figlio mio», aveva detto il vecchio. 
«Arrivederci, papà», aveva replicato il ragazzo. 
Pal aveva aggiunto in un soffio: «Ti voglio bene, papà», ma il padre non l’aveva sentito.

20 novembre 2015 (modifica il 21 novembre 2015 | 15:45)

giovedì 3 dicembre 2015

Paul Sutton / Donne

Paul Sutton© – The Dancer

Paul Sutton 
DONNE


Paul Sutton© – The Diver
Paul Sutton© – Silence
Paul Sutton© - You Can Leave Your Hat On
Paul Sutton© – The Lass Supper, Last

mercoledì 2 dicembre 2015

East Zone / Immagini dall’Oriente a Villa Contarini, a Piazzola sul Brenta


L'imperatore Meiji. Foto di Uchida Kuichi, 1872.

East Zone

Immagini dall’Oriente a Villa Contarini, 

a Piazzola sul Brenta

In questa foto mi sono imbattuta per la prima volta quando ho iniziato a studiare la Storia giapponese, all’università. Mi sembrava alquanto curioso questo giovane giapponese con lo sguardo truce da samurai e con un pizzetto risorgimentale, una divisa con un cappello da Napoleone e una giacca gli alamari. Ritraeva l’imperatore Meiji, l’artefice della svolta epocale che ha portato il Giappone da secoli di isolamento durante lo shogunato Tokugawa all’apertura verso il mondo. Con l’adozione di usi e costumi altrui, che incisero soprattutto nella riorganizzazione dello Stato e nella creazione di un esercito moderno.
È grazie a un fotografo giapponeseUchida Kuichi, se possiamo guardare negli occhi quest’uomo che appartiene a un’epoca e a un mondo lontano. Così distante culturalmente da prevedere che il signore in questione non dovesse essere visto dal popolo. Dietro a questa e ad altre foto, c’è una storia travagliata, come racconta Koji Taki nel saggio “Il ritratto dell’imperatore” (Medusa, 2005). Mutsuhito, l’imperatore Meiji, ruppe questo tabù e concesse il proprio corpo alla vista altrui, grazie anche a questo sorprendente mezzo portato dai gaijin: la fotografia.
È stato piacevole come ritrovare un vecchio amico vedere esposta alla mostra East ZoneVilla Contarini, che ho visitato a gennaio, una foto all’albumina colorata a mano dell’imperatore Meiji di Uchida Kuichi (1872). Fantastiche le guance rosate: come se gli fosse stato data una pennellata di fard (qui ho inserito quella in bianco e nero, ritrovabile in rete).
La mostra è focalizzata soprattutto sui fratelli greco-veneziani Antonio e Felice Beato e sul vicentino Adolfo Farsari: tre fotografi veneti con un gran voglia di avventura e di scoprire il mondo, non solo reporter ma anche imprenditori e creativi.
Mentre Antonio Beato lavorò soprattutto in Medio Oriente, il fratello Felice e Farsari raggiunsero l’impero del Sol Levante, che in quegli anni aveva da poco aperto le porte agli stranieri. Grazie anche a loro, la fotografia conquistò i giapponesi e una generazione di fotografi autoctoni (ben rappresentati alla mostra) crebbe al loro fianco.

Samurai del clan Satsuma, foto di Felice Beato.
Le immagini di Beato sono intense e belle come un quadro. Spesso colorate – gli acquarellisti non mancavano, nel Giappone degli ukiyoe – offrono una testimonianza dello stile di vita dell’epoca,  raccontando gli abiti, i mestieri, le case, i vezzi e la bellezza femminili.
Se siete nipponofili o appassionati di Storia orientale – io rientro in entrambe le categorie! – non perdetevi East Zone. Anche se le foto di Beato non sono così numerose, offre comunque l’opportunità di comprendere l’apporto dei fotografi occidentali nel Giappone Meiji. Villa Contarini e il piccolo centro di Piazzola sul Brenta (Padova) valgono la sosta.