venerdì 14 agosto 2015

L’ossessione dell’adulterio e del possesso


L’ossessione dell’adulterio e del possesso

Anticipiamo il testo che Nuccio Ordine legge alla Milanesiana, ideata e diretta da Elisabetta Sgarbi

di Nuccio Ordine





Tra le ossessioni che, nel corso dei secoli, hanno ispirato opere in versi e in prosa, quella dell’adulterio occupa, senza alcun dubbio, un posto di primo piano. Si deve, infatti, al celebre tradimento di Elena, la nascita di due testi fondatori della 
letteratura occidentale: l’Iliade e l’Odissea. Ma, a prescindere dai poemi omerici e tralasciando gli elogi paradossali delle corna, il topos del marito ingannato si è configurato come uno dei motivi letterari più fortunati: basti pensare alla novellistica (dalle Mille e una notte al Decameron di Boccaccio), alla commedia (dalla Mandragola di Machiavelli al Cocu imaginaire di Molière) oppure al romanzo (da Madame Bovary di Flaubert alla lasciva Penelope-Molly dell’Ulisse di Joyce). In un curioso e divertente libricino, pubblicato post mortem dai suoi allievi nel 1856, Charles Fourier ci fornisce un catalogo ragionato delle varie tipologie di coloro che portano (per usare una bella immagine dell’Ariosto) il «cimier di Cornovaglia». Nell’Elenco analitico dei cornuti – il titolo è di per sé molto eloquente – il teorico del socialismo ci offre ottanta ritratti di mariti traditi: dal cornuto «in erba, o anticipato» (fatto becco già prima del matrimonio, poiché la moglie non gli porta in dote la sua “verginità”) a quello «reciproco» (pronto a rendere la pariglia), dal «simpatico» (che si affeziona ai suoi rivali) a quello «prestanome» (che sposa l’amante di un altro), dal «mistico» (che si circonda di preti illudendosi di salvaguardare l’onore) a quello «postumo» (la cui moglie partorisce dodici mesi dopo la sua morte, attribuendogli il figlio), dal «sanitario» (che per ordine del medico si astiene dalle attività carnali) a quello «trombetta» (che, in lacrime, racconta a tutti di aver colto gli adulteri sul fatto), senza dimenticare quello «in gonnella» (che si prende cura della casa mentre la sposa si diverte altrove).

Ma Fourier, che aveva promesso anche un elenco di donne tradite, costruisce la sua pinacoteca ideale di cornuti con il semplice scopo di mostrare come il legame matrimoniale finisca inevitabilmente per soffocare l’autentico rapporto tra i sessi. L’unico rimedio al tradimento è, quindi, il falansterio: solo nella pratica di un amore libero, in cui si rinuncia al possesso, le corna non avranno più ragione di esistere. Nell’esilarante catalogo, però, Fourier dimentica di inserire una categoria che, forse, è quella che più incarna la follia dell’ossessione: il cornuto “autocornificante”, cioè colui che diventa egli stesso causa del suo disonore. In preda alla paura del tradimento, il suo equilibrio psichico viene turbato da un pensiero fisso, da una preoccupazione assillante, da un incubo. E divorato dalla gelosia e dall’irrefrenabile voglia di scandagliare gli angoli più bui e profondi della moglie, non si accontenta di una “fedeltà” testimoniata da comportamenti irreprensibili. Sente il bisogno di capire se questa “fedeltà” sia frutto di una autentica virtù o se, invece, derivi solo da una mancanza di occasioni per trasgredire. Così per conoscere la vera verità decide di mettere alla prova la “fedeltà” della moglie, per verificarne la soglia di resistenza. Un tema affascinante che dall’episodio di Cefalo e Procri raccontato da Ovidio nella Metamorfosi arriva fino al celebre Così fan tutte di Mozart, passando per Ariosto, per Molière e per molti altri illustri scrittori. Tra i tanti, Miguel de Cervantes dedica una meravigliosa novella a questa folle ossessione del “mettere alla prova”, intitolata Il curioso impertinente. Nei capitoli XXXIII-XXXV della prima parte del Don Chisciotte, vengono messi in scena due fraterni amici, Lotario e Anselmo. Quest’ultimo si sposa con la bellissima Camilla. E mentre la giovane coppia vive la sua felice storia d’amore, un tarlo comincia a rodere dall’interno la serenità di Anselmo: una donna che non viene esposta al pericolo delle tentazioni e che non ha occasioni di mostrare la sua onestà può veramente essere considerata fedele? Perché dare grazie al cielo della bontà di una donna – diceva –, se nessuno la invita a essere cattiva? Che importa che una sia riservata e timorosa, se non le offrono l’occasione di sciogliersi o se sa di avere un marito capace di toglierle la vita alla prima leggerezza? La donna che è buona per timore o per mancanza di possibilità non voglio stimarla tanto quanto quella capace di guadagnarsi la corona della vittoria dinanzi a sollecitazioni continue e richieste pressanti! (I, XXXIII, p. 585).

Così Anselmo, ossessionato dalla gelosia, chiede al suo amico di tentare Camilla per metterne alla prova la fedeltà. Lotario resiste e usa argomenti forti per dissuaderlo. Si tratta, secondo lui, di una folle impresa che in ogni caso non produrrà risultati positivi: perché se la moglie resiste, il marito non sarà amato più di quanto già non lo sia; ma se, al contrario, cede alla tentazione, sarà il marito stesso causa del suo disonore. Questa storia raccontata nel Don Chisciotte avrà purtroppo esiti tragici: Lotario e Camilla si innamoreranno, Anselmo ne morirà di dolore e anche i due nuovi amanti perderanno la vita. Ma, prima di spegnersi, il marito pentito lascerà alla sua sposa un messaggio incompiuto, in cui riconosce di esser stato lui stesso l’artefice del suo disonore: Un desiderio sciocco e impertinente mi ha tolto la vita. Se le nuove della mia morte giungessero agli orecchi di Camilla, che sappia che la perdono, perché non era obbligata a fare miracoli né io avevo necessità di volere ch’ella ne facesse alcuno. E, siccome io stesso sono stato l’artefice del mio disonore, non c’è motivo di... (I, XXXV, p. 665). Prevedendo l’imminente sciagura, Lotario, per convincere Anselmo del suo errore, aveva inutilmente ricordato all’amico l’episodio del «prudente Rinaldo», raccontato da Ariosto nell’Orlando furioso: [Tu, Anselmo] dovrai piangere di continuo, se non lagrime d’occhi, sì lagrime di sangue dal cuore, come quelle che piangeva quel semplice dottore che, come il nostro poeta ci narra, fece la prova del calice, quella stessa che, scusandosi con miglior criterio, evitò il prudente Rinaldo. Perché, pur trattandosi di finzione poetica, questa storia occulta segreti morali degni di essere scoperti, compresi e imitati (I, XXXIII, p. 593). La letteratura, insomma, pur essendo una «finzione poetica» racconta storie in cui è possibile cogliere preziosi «segreti morali». Lotario, infatti, aveva potuto apprezzare la saggezza di Rinaldo che, di fronte al nappo fatato offertogli da un triste cavaliere per conoscere la fedeltà o l’infedeltà della moglie, rinuncia alla « prova ». Rinaldo solleva il calice e, mentre lo avvicina alle labbra per bere, lo ripone sul tavolo.

Lacerato tra il desiderio di sapere e una prudente ignoranza, capisce che la pretesa di conoscere la vera verità nelle cose d’amore può generare solo velenosi sospetti e funeste ossessioni. Rinaldo, nella sua lucidità, intuisce che sarebbe autolesionistico cercare ciò che non si vuole trovare. Perché amare significa abbandonare qualsiasi pretesa di possedere certezze. Solo il credere aiuta a vivere un rapporto fondato sul rispetto e sulla tolleranza: “Sin qui m’ha il creder mio giovato, e giova:/ che poss’io megliorar per farne prova?” (XLIII, 6, vv. 7-8). Sconvolto dalla saggezza di Rinaldo, il cavaliere scoppia in lacrime e racconta disperato al suo ospite la folle gelosia che lo aveva spinto a mettere alla prova la fedeltà della moglie con il risultato di perderla per sempre. Ariosto, prima, e Cervantes, poi, hanno mostrato con efficacia come l’ossessione della gelosia possa provocare solo sciagure. Abbandonare la pretesa del possesso, saper convivere con il rischio della perdita significa accettare la fragilità e la precarietà dell’amore. Significa rinunciare all’illusione di una garanzia di indissolubilità del legame amoroso, prendendo atto che i rapporti umani, con i limiti e le imperfezioni che li contraddistinguono, non possono prescindere dall’opacità, dalle zone d’ombra, dall’incertezza.

L’ossessione della fedeltà e la gelosia non sono segni di un voler bene. Al contrario: sono sintomi dell’assurda pretesa di possedere l’ “altro”. Pretesa del possesso che ogni giorno genera tragedie: mariti e fidanzati uccidono – in ogni angolo del mondo – mogli e compagne perché pensano che il matrimonio o il fidanzamento li rendano proprietari del corpo e dell’anima della loro donna. Come se si trattasse di un’auto, di una casa o di un terreno comprato con tanto di atto notarile. «Un marito si nutre dell’amore della moglie» - ha avuto il coraggio di affermare, pochi giorni fa, un neocatecumenale al Family Day a Roma – e «quando la moglie lo abbandona», il «primo moto è ucciderla». Parole che lasciano sgomenti. Solo l’amore autentico è capace di sconfiggere ogni interesse individuale, ogni istinto di proprietà, ogni violenza. Se l’amore viene offerto in dono, per la pura gioia di dare, allora – come ricorda il saggio berbero nella Cittadella di Antoine de Saint-Exupéry – non comporterà nessuna sofferenza: Non confondere l’amore col delirio del possesso, che causa le sofferenze più atroci. Perché contrariamente a quanto comunemente si pensa, l’amore non fa soffrire. Quello che fa soffrire è l’istinto della proprietà, che è il contrario dell’amore.

Nuccio Ordine, 2015



giovedì 13 agosto 2015

Le urla inutili sui migranti



Le urla inutili sui migranti

Quando impreca contro l’«invasione» la Destra italiana sembra fare di tutto per dimostrare il suo vuoto politico. Prima di impartire lezioni così aspre la Chiesa dovrebbe invece essere sicura di avere sempre evitato calcoli e silenzi prudenti

di ERNESTO GALLI DELLA LOGGIA

12 agosto 2015 (modifica il 12 agosto 2015 | 09:19)


Quando impreca contro «l’invasione degli immigrati» la Destra italiana sembra fare di tutto per dimostrare che la sua cifra essenziale resta il vuoto politico, l’inesistenza di idee e di programmi. A cui essa supplisce con appelli all’emotività, con il dar voce crudamente a «ciò che pensa la gente». Il che può anche essere giusto, ma cessa completamente di esserlo quando poi ci si guarda bene — come essa per l’appunto si guarda bene — dall’offrire ai sentimenti e alle opinioni suddetti la minima soluzione sensata, qualunque sbocco che non sia un no cieco, il chiudere gli occhi di fronte alla realtà. Che cosa propone di fare Matteo Salvini, ad esempio, quando l’Sos di una zattera di disperati semisommersa dalle onde arriva a un nostro centro radio? Ce lo dica: in concreto non a chiacchiere, che cosa si dovrebbe fare? Lasciarli affogare e chiuderla lì? Magari speronarli per fare prima? E una volta raccolti dove li si porta? «Indietro»: indietro dove? Sulle coste libiche che sono terra di nessuno? per sbarcare sulle quali ci vuole un’operazione militare in piena regola, magari da replicare dieci volte a settimana ? È questo che propone Salvini?




Anche l’altra panacea sempre evocata dal capo leghista e dai suoi — «aiutarli a casa loro» — sembra alquanto nebulosa. I migranti arrivano da territori vastissimi, alcuni in stato di guerra. Che cosa si suggerisce di fare? Di dare alcuni milioni di euro ai più truci governi e poteri locali perché ci facciano il piacere di trattenerli? Di impiantare (così, senza essere invitati?) in quelle immense contrade (dal Corno d’Africa al Golfo di Guinea: milioni di chilometri quadrati) uno, due, cento Centri di qualcosa per cercare di dissuadere chi se ne vuole andare dal farlo?

Ma come, concretamente? Servendosi di quali e quanti mezzi? Un tale balbettio non vede coinvolta però solo la Destra leghista e parte di Forza Italia. Sul tema dell’immigrazione Beppe Grillo, infatti, pensa e parla esattamente come Salvini. Quel balbettio esprime dunque una più vasta diseducazione politica di una parte importante del Paese. Che non ama soffermarsi a riflettere su alcun problema in termini di soluzioni possibili, di modi realistici per attenuarne le conseguenze negative, ma la fa sempre facile, proponendo rimedi immaginari che esistono solo nella sua testa. E ogni volta sembra interessato solo a trovare un nemico contro cui scagliarsi.




È un’idea della politica autoreferenziale, ciecamente legata a quello che essa crede il proprio tornaconto, interessata solo alle contrapposizioni plateali. Quella politica, per l’appunto, che ha autorizzato il segretario della Conferenze episcopale italiana, monsignor Galantino, a definirne gli esponenti «piazzisti da quattro soldi che pur di raccattare voti dicono cose straordinariamente insulse». Vero. Ma forse per impartire lezioni così aspre bisognerebbe anche essere assolutamente sicuri di parlare in nome di un’ispirazione e di una prassi politiche del tutto scevre di calcoli e di silenzi prudenti, improntate solo alla verità e all’equità. In specie su un tema come quello dell’immigrazione, che per sua natura vede in gioco una molteplicità di cause e di attori, e quindi di responsabilità. E invece mi sembra di non aver mai sentito una coscienza pur necessariamente universale, come quella cui dà voce monsignor Galantino, esprimersi sul conto dei governi dei Paesi africani, ad esempio, con lo stesso piglio ultimativo, con lo stesso tono moralmente deprecatorio usati ogni giorno nei confronti dei governi dei Paesi europei. Eppure, se da un punto di vista cattolico questi ultimi appaiono colpevoli di uno scarso spirito di accoglienza, non hanno forse molte colpe e responsabilità anche i governi dei Paesi africani da cui proviene una così larga massa degli immigrati ?

Si tratta troppo spesso di governi nelle mani di personalità inadeguate, di cricche tribali, di militari violenti e guerrafondai, tutti di solito volti ad arricchirsi mettendo le mani su ogni risorsa possibile a cominciare dagli aiuti internazionali, del tutto disinteressati a migliorare le condizioni dei propri cittadini, perlopiù oppressive e violente talora in modo inaudito.




Credo bene che ci sia chi voglia o debba fuggire via! Ma se è così, non crede forse monsignor Galantino che governi del genere meritino una rampogna aspra e insistita perlomeno analoga a quella riservata ai governi, ai politici e alle opinioni pubbliche occidentali? Una rampogna che però, come dicevo, non mi sembra di avere mai udita.

Cercare di mettere la discussione sul terreno delle cose da fare, delle misure concrete e possibili, delle ragionevoli strategie di medio e lungo periodo da adottare: questo è ciò che a proposito del fenomeno migratorio ci serve. Unicamente e urgentemente questo. La Grecia insegna che i voti acquistati con la demagogia sono voti avvelenati. Ma neppure bastano i precetti morali, sia pure i più nobili, a governare le difficili cose di questo mondo.

CORRIERE DELLA SERA





mercoledì 12 agosto 2015

Aurelio Amendola racconta il suo Andy Warhol


Aurelio Amendola racconta 

il suo (doppio) Andy Warhol


Aurelio Amendola (Pistoia, 1938) è uno dei più grandi fotografi d’arte. Nella sua carriera ha ritratto personaggi come Guttuso, De Chirico o Roy Lichtenstein. E adesso, il Marca - Museo delle arti di Catanzaro, dal 12 settembre, ospita le foto che Amendola scattò a Andy Warhol nel 1977 e nel 1986. Nella foto, uno scatto del 1977. Sul «Corriere» in edicola oggi, 7 agosto, l’intervista a AmendolaNella foto: Warhol fotografato da Amendola nella sua Factory nel 1977.



 





martedì 11 agosto 2015

Rino Stefano Tagliafierro / Master Paintings

rino stefano tagliafierro brings master paintings to life
Giuditta e Oloferne by caravaggio 
jan 24, 2014
Rino Stefano Tagliafierro 
Master Paintings


‘beauty’
video courtesy of rino stefano tagliafierro
rino stefano tagliafierro animates master paintings
‘sacrificio di isacco’ by caravaggio
rino stefano tagliafierro animates master paintings
‘dante and virgil in hell’ by william adolphe bouguereau
rino stefano tagliafierro animates master paintings
‘witches going to their sabbath’ by luis ricardo falero



sabato 8 agosto 2015

Markus Gabriel / Perché non esiste il mondo




MARKUS GABRIEL

Il mito della caverna e le nostre paure

Traduzione di Simone L. Maestrone


Anticipiamo il testo che il filosofo Markus Gabriel legge il 3 luglio a Palazzo Corio
Casati alle 21 per la Milanesiana, la rassegna ideata e diretta da Elisabetta Sgarbi


3 luglio 2015 (modifica il 8 luglio 2015)

Il mondo del felice è un altro
rispetto a quello dell’infelice
LUDWIG WITTGENSTEIN

L’antiquata metafisica europea è figlia della paura, e lo è perché essa vuole rispondere a una specifica domanda che l’uomo si pone, a causa del suo sentirsi minacciato. La domanda suona così: quale struttura d’insieme hanno tutti gli oggetti che in generale esistono? In questo modo viene sollevata la distinzione fra la realtà, il mondo in sé, da una parte, e l’apparizione, l’illusione, la finzione e l’immaginazione, dall’altra. Da millenni la realtà è il nome che sta per un intero onnicomprensivo, il mondo, che si trova “là fuori”. Ma dov’è “là fuori”? Con l’aiuto di una paleoantropologia leggermente speculativa si può con facilità pervenire al seguente pensiero: “là fuori” è l’ambito che sta fuori dalla caverna. L’uomo si è rifugiato nella caverna e lì ha iniziato a dipingere la realtà sulle pareti di roccia. In questo modo egli cominciò a rendere metafisica la realtà. Qui all’interno, nella caverna, l’uomo è certamente al sicuro, ma la caverna è allo stesso tempo un ambito dell’illusione. Giacché, che ci piaccia o meno, i pericoli là fuori continuano a esistere.

Si legga su questo sfondo, per una volta in maniera diversa, il mito della caverna di Platone, la scena originaria della metafisica. Qui dunque il vero mito della caverna. Il nostro antenato, l’uomo primitivo, siede sul ciglio di una caverna posta su un’altura di una montagna. Da lì egli può osservare, a distanza di sicurezza, la realtà là fuori. L’uomo pratica così l’attività teorica, il puro contemplare. Ciò che egli vede è lo spazio dei pericoli, che si colloca ai suoi occhi fra il cielo e la terra. Per questo l’orizzonte è così importante. Esso delimita la località del mondo, la realtà, in quanto ambito fra cielo e terra. Un’idea, questa, presente in tutte le religioni e mitologie. Nel far ciò egli si trasforma in un soggetto, in un luogo “qui dentro”. Ma questo soggetto è un soggetto della paura. Noi sediamo sempre e ancora nella caverna. Siamo l’uomo primitivo, che s’abbellisce con la tecnica e la scienza, ma che, con tutto ciò, siede ancora nella stanza della paura. Con la parola “realtà” egli si ostina a comprendere esclusivamente ciò che lo minaccia, e che si trova, però, a distanza di sicurezza. Si può allora riflettere su questa scena, nella quale ci si ritrova malvolentieri. Come abbiamo detto, la metafisica è figlia della paura. Si descrive la realtà corredata di tutto ciò che fa paura. Oggi questa realtà è chiamata solitamente l’“universo”, talvolta lo “spazio-tempo”. L’universo è una “gelida terra natia” (Wolfram Hogrebe). Esso è composto solo da insensibili oggetti fisici. Ma anche questa visione è stata polverizzata nell’ultimo secolo di storia della metafisica.

La realtà della paura, da cui siamo posseduti, consiste nell’immagine secondo cui saremmo immersi, in quanto animali mortali, in un mare radioattivo che prima o poi ci inghiottirà. Sì, molti fisici vanno così lontano nei loro incubi metafisici da ritenere i corpi solidi, come i pianeti e i soli, una specie di ridicolo pulviscolo, briciole di una realtà fisica a noi inaccessibile, per la quale è prima di tutto segno distintivo l’indifferenza nei nostri confronti. Detto in breve: Dio non è realmente morto, esso si è piuttosto tramutato in una specie di mostro cieco, costituito da radiazioni e materia oscura che, in ultima istanza, ci rimarrà per sempre sconosciuta. Questa è la realtà della paura, la pseudo-scientifica immagine del mondo della metafisica contemporanea. L’uomo primitivo rabbrividisce di paura di fronte alla fredda notte oscura là fuori, anche se oggi questo “là fuori” è l’universo al di là della luna, e non più i leoni della savana che si potevano osservare dal ciglio della caverna. I leoni sono diventati radiazioni cosmiche. All’opposto di tutto ciò sta la realtà della gioia. Per avvicinarci ad essa necessitiamo di un semplice concetto filosofico, il concetto dell’“esser-qui”. Il poeta Rainer Maria Rilke aveva colto nel segno: “Esser qui è meraviglioso.” Ma perché trascuriamo l’“esser-qui” e, come il torvo pensatore nazista Martin Heidegger, vogliamo piuttosto l’esser-ci, l’essere-per-la-morte, la paura. Su ciò si ascolti di nuovo Rilke: È che dimentichiamo troppo facilmente quel che il nostro vicino ridacchiante non ci approva o non c’invidia. Che la vedano tutti, la vogliamo issare, ma la più visibile delle felicità non si palesa a noi se non quando, nell’intimo, noi la trasmutiamo La realtà della gioia consiste per noi nel riconoscere che siamo qui. Ma dov’è, dunque, questo “qui”? La risposta su ciò può essere data nel modo seguente: noi non ci troviamo in un intero delimitato. Il mondo, l’intero onnicomprensivo di tutto l’esistente, non c’è. Noi ci troviamo piuttosto in una specie di film di Fellini o Sorrentino. Ciò che accade, accade nel bel mezzo di un’infinita apertura che in ogni istante ci stupisce e può renderci felici. E tuttavia noi sappiamo per tutto questo tempo che prima o poi moriremo, ma questo ci è del tutto indifferente. Ma perché mai? Perché la distinzione decisiva è quella fra il sapere che si morirà e il sapere che si ha un cancro incurabile. Con ciò tutto cambia, tutto va in frantumi.

La realtà si trasforma, allora, in una realtà della paura, s’affaccia l’incubo. Ma qui e ora esso non è presente. Qui e ora si può “partorire una stella danzante” (Nietzsche), più tardi non più. Per comprendere questo, abbiamo bisogno della giusta ontologia, della corretta risposta alla domanda intorno a cosa significa propriamente “esistenza”. Per questo ho disegnato la seguente immagine #?#, un’immagine a cui ho dato il nome teorico di “ontologia del campo di senso”: ogni situazione, anche la lettura di queste parole, è caratterizzata da regole che la demarcano come tale. Qui non si tratta, ad esempio, di balene o della soluzione di un problema matematico. E nemmeno potete al momento ordinare una pizza, semmai più tardi, quando sarete in un’altra scena. Il punto è che le differenti scene, che io chiamo “campi di senso”, non sono parte di un unico gigantesco film o dipinto. Esse sono connesse nella nostra vita, ma non in sé. Non vi è alcuna realtà unica che sta sotto a tutto ciò che avviene. Ci sono solo molteplici eventi, ma non l’evento. E questi sono tutti reali. Molte cose accadono ed esistono, ma non c’è l’essere. C’è molto di reale, ma non la realtà. Queste sono le buone nuove, il vangelo della realtà della gioia, La grande bellezza. Poiché verranno, però, anche cattive notizie, chiudiamo questa nostra piccola ode antimetafisica alla gioia con una battuta. Un uomo va dal dottore. Il dottore gli dice: “Ho per lei una buona e una cattiva notizia! La cattiva notizia è che lei morirà entro un mese.” “E quale sarebbe la buona notizia?” chiede dunque l’uomo. “Be’,” risponde il medico, “la buona notizia è che ieri sono andato a letto con la più bella infermiera di Milano!”



Di Markus Gabriel, Bompiani ha pubblicato «Perché non esiste il mondo»


CORRIERE DE LA SERA




mercoledì 5 agosto 2015

Afrin Jahan / Questa mia continua ossessione di chiamarti amore

Jean-Baptiste Huynh
Afrin Jahan
Questa mia continua ossessione 
di chiamarti amore


Vedo i miei occhi gocciolare, una volta guardato in alto, vedo l'acqua mischiare al fuoco, preso la tua mano. Vedo il passare delle stagioni in maniera così caotica, stato al tuo fianco, vedo i tuoi occhi sfavillare ammirati i miei, mentre i nostri cuori si accalorano (...). Questa mia continua ossessione di chiamarti amore, di provare amore, di cadere in amore, è una percezione di cui non riesco a fare a meno. No, non è più come una volta. Non è perché mi hai preso per mano, non è perché hai unito le mie labbra contro le tue, nemmeno perché mi hai guardato e sostenuta con quei tuoi modi di fare. È per quello che non hai mai cercato di fare. È perché le mie aspettative erano del tutto diverse dalle tue, è perché quel tuo viso immaginario mi aveva accompagnato la notte, quando mi sforzavo di chiudere ciglia. È perché il tuo profumo mi era stato accanto anche quando mi mancava il respiro. È perché il mio cuore batteva ogni secondo solamente percependo il tuo nome.



da PensieriParole <http://www.pensieriparole.it/racconti/mini-racconti/racconto-229866-1>

lunedì 3 agosto 2015

Morta Bobbi Kristina, la figlia di Whitney Houston


Bobbi Kristina

Stati Uniti: morta Bobbi Kristina,
la figlia di Whitney Houston

L’infanzia vissuta sempre sotto i riflettori, il tentativo fallito di seguire le orme 
dei genitori e infine l’amaro desiderio, forse, di farla finita, in una vasca da bagno


MASSIMO GAGGI
27 luglio 2015 (modifica il 27 luglio 2015 | 12:30)



«Peace at last» dice Oprah Winfrey e la morte dopo sei mesi di coma, di tentativi disperati di riportarla in vita e, poi, di terapie palliative, certamente dà pace al corpo di Bobbi Kristina Brown, la ragazza di 22 anni che amava correre «col vento dietro di me e il sole in faccia», la cui vita si è spenta sei mesi fa, come quella della madre, Whitney Houston, in una vasca da bagno piena d’acqua, quella della sua villa di Roswell, in Georgia.

Una vita breve e turbolenta

Mentre quella della grande cantante devastata dalla droga fu quasi sicuramente una morte accidentale, Bobbi, che in quei giorni scriveva tweet pieni di amarezza e disperazione, forse ha cercato di porre fine alla sua vita breve e turbolenta, scomparendo nello stesso modo della madre: affogata in una vasca. Pesava l’insuccesso dei suoi tentativi di seguire le orme dei genitori, tutti e due artisti di successo, e di realizzare dischi e «show» in memoria di Whitney, ma la polizia sospettò subito di peggio: sul corpo di lei c’erano strane ferite (comunque superficiali), l’allarme fu dato in ritardo. Il suo compagno Nick Gordon, che era a casa con Bobbi e Max Lomas, un amico spacciatore pluricondannato che era anche lui lì e la trovò in bagno, priva di conoscenza ma ancora in vita, finirono nel registro degli indagati.

Le dispute sull’eredità (e ora sul funerale)

«Peace at last» per Bobbi, ma il caso non è chiuso sul piano giudiziario («non è stato ancora incriminato nessuno», dice Rusty Grant, capo della polizia di Roswell, «ma l’indagine è ancora in corso, aspettavamo gli ultimi sviluppi»), mentre i due rami della famiglia si preparano a una durissima battaglia per l’eredità di Whitney, il cui patrimonio (circa 20 milioni di dollari) nel 2012 era passato all’unica figlia. La zia Pat Houston, nominata da Whitney «co-legal guardian» nel suo testamento, si è fin qui battuta con enorme determinazione per tenere alla larga il padre Bobby Brown, cantante di successo ma anche uomo violento, responsabile della caduta di Whitney nel precipizio della droga, secondo la famiglia di lei. Pat ha già svuotato la villa di Bobbi Kristina, portando via tutti gli oggetti di valore, compresi i dischi di platino di Whitney, per sottrarli al clan dei Brown. E ora si combatte per il funerale, che, dicono alcuni familiari, verrà organizzato come una produzione cinematografica: dispute su chi sosterrà la bara, sull’abito col quale Bobbi verrà sepolta, su chi canterà e chi pronuncerà l’orazione funebre. Con Pat che negli ultimi giorni dell’agonia di Bobbi è sempre rimasta nell’«hospice» nel quale era ricoverata, dormendo spesso al suo fianco: non per amore, a quanto pare, ma per non perdere il controllo della situazione.

L’infanzia alla ribalta

Sono tanti, nella storia americana, i casi di figli di «celebrity» caduti nel precipizio della droga: sono morti così i figli di Sylvester Stallone e Paul Newman. Ha rischiato la stessa fine il figlio di Robert Downie Jr, Indio. Bobbi Kristina ha vissuto un’esperienza simile, aggravata dal rapporto violento tra Whitney e il marito. Ed è finita, ancora giovanissima, in un gorgo di eccessi ed equivoci. Figlia di due cantanti celebri e nipote di un altro mostro sacro della musica, Dionne Warwick, Bobbi venne alla luce (4 marzo ’93) nel momento di maggior splendore di Whitney: era appena uscito Bodyguard, il suo celebre film la cui colonna sonora le valse 17 dischi di platino negli Usa e 45 milioni di copie vendute in tutto il mondo. Una ragazzina accecata dalle luci della ribalta, costretta fin dalla più tenera età a vivere in una nuvola di cocaina. Le immagini più impressionanti restano quelle di Being Bobby Brown, il «reality» trasmesso dieci anni fa da una rete Usa: la piccola Bobbi Kristina che gioca, inconsapevole, tra due genitori chiaramente allucinati. Due anni dopo il divorzio: Bobbi va a vivere con la madre insieme a Nick Gordon, un orfano che Whitney ha preso con sé, ma mai adottato legalmente.

Il mistero sul matrimonio

Altri anni turbolenti, terribili: Bobbi adora la madre, ma ci sono anche scontri, improvvise esplosioni di rabbia. Una volta la ragazzina minaccia Whitney con un coltello. Nel 2008 si parla di un tentativo di suicidio. Temendo di perderla, la madre consente a una Bobby ancora bambina di bere alcolici e, forse, di drogarsi. Equivoci, voci, misteri. Come quello di Nick: fratello? Compagno? Marito? Un anno e mezzo fa Bobbi disse di averlo sposato e mise in rete le immagini degli anelli. Nonna Cissy condannò l’unione come incestuosa. Gli avvocati di famiglia dicono che il matrimonio non è mai avvenuto. E ora, come in tante altre saghe, una grande tragedia americana finisce in battaglia per l’eredità.





domenica 2 agosto 2015

Dieci scrittori e i libri dell’estate


Dieci scrittori e i libri dell’estate

E adesso inviateci i vostri

Fabio Volo: Ho deciso di ritornare a un grande come Saul Bellow: leggerò «Herzog»

di Ida Bozzi
31 luglio 2015



L’estate è per molti il tempo dell’ozio, della vacanza, in cui riposarsi o far quel che si desidera con maggiore libertà — diventar saggi come spiega Nietzsche nel suo Crepuscolo degli idoli, o lasciarsi andare alla pigrizia come esorta l’Elogio dell’oziodi Stevenson. E leggere, tutto quello che si vuole. Nell’estate de «la Lettura», così come la scorsa settimana abbiamo chiesto a dieci fotografi di mostrarci la loro estate, oggi domandiamo a dieci scrittori di raccontarci i libri della loro vacanza: poi toccherà a voi lettori raccontarci i vostri, via social.


Intanto, scopriamo che nelle letture di molti autori c’è il classico perduto. «Dopo un anno passato a leggere i libri da recensire, da leggere per lavoro — racconta la scrittrice Chiara Gamberale — uso l’estate per leggere i classici che mi mancano, stavolta l’Onegin di Puškin. Ma il libro che sto leggendo ora, e di cui sono entusiasta, è L’amore sporco di André Dubus III: racconti che mi sembrano la parola definitiva sull’amore». «Quest’anno cerco di leggermi un “classicone” — concorda Giorgio Fontana — che mi mancava e che voglio affrontare: Il buon soldato Sc’vèik di Jaroslav Hasek. Mi sta piacendo molto, ho riso per le prime 150 pagine». Altro classico moderno è quello che Fabio Volo porterà in viaggio: «Ho deciso — spiega l’autore — di ritornare a un grande americano come Saul Bellow: leggerò Herzog».

Dopo i classici, ecco trilogie, saghe e monumenti della letteratura. Francesco Piccolo affronta Karl Ove Knausgård: «Leggerò La morte del padre(e anche Un uomo innamorato): penso che sia un’opera importante e mi interessa leggere un’autobiografia: non solo per un interesse professionale da scrittore, ma anche perché spero che sia un’opera godibile».

A metà tra piacere della lettura e curiosità per la tecnica narrativa, anche Paolo Giordano: «Leggerò Autorità, il secondo volume della trilogia di Jeff VanderMeer. È la prima saga che mi abbia “preso” da quando avevo l’età di 8 anni. E a parte questo, concilia avventura e letteratura». «Io porterò con me tutto Allan Gurganus — afferma Sandro Veronesi — di cui ho letto Santo mostro e altri romanzi, e presenterò il nuovo libro a Mantova: lui è uno scrittore sudista di quegli scenari lì, di quell’America lì, biblica e lancinante».


In vacanza ci si porta i libri comperati tempo prima, dimenticati, e che poi fanno innamorare: «Quei libri timidi — spiega Marco Missiroli — ma dirompenti: ecco, ne sto leggendo uno che è proprio così, Gli anni di Annie Ernaux. Come Il commesso di Malamud, o Stoner di Williams». E Fabio Genovesi racconta: «Avevo preso Io non ricordo di Stefan Merrill Block e l’avevo tenuto lì, ora lo sto leggendo ed è bellissimo: sono quei libri che prendono un tema che ti è lontano e lo rendono affascinante». Solo libri stranieri? No: Teresa Ciabatti legge L’inizio di tutte le cose di Ilaria Bernardini: «Un libro che parla di maternità e non ha paura di niente, racconta anche gli incubi, le paranoie, di madri che fanno bene e che sbagliano pure». E Valentina D’Urbano leggerà Il regno degli amici di Raul Montanari, «Perché lo sento vicino ai temi che mi interessano, i giovani, gli ambienti di cui scrivo anch’io».








sabato 1 agosto 2015

Meryl Streep / Non ho pazienza


Meryl Streep
NON HO PAZIENZA

Non ho pazienza per alcune cose, non perché sia diventata arrogante, semplicemente perché sono arrivata a un punto della mia vita, in cui non mi piace più perdere tempo con ciò che mi dispiace o ferisce. Non ho pazienza per il cinismo, critiche eccessive e richieste di qualsiasi natura. Ho perso la voglia di compiacere chi non mi aggrada, di amare chi non mi ama e di sorridere a chi non mi sorride. Non dedico più un minuto a chi mente o vuole manipolare. Ho deciso di non con-vivere più con la presunzione, l'ipocrisia, la disonestà e le lodi a buon mercato. Non tollero l'erudizione selettiva e l'arroganza accademica. Non mi adeguo più al provincialismo e ai pettegolezzi. Non sopporto conflitti e confronti. Credo in un mondo di opposti. Per questo evito le persone rigide e inflessibili. Nell'amicizia non mi piace la mancanza di lealtà e il tradimento. Non mi accompagno con chi non sappia incoraggiare o elogiare. I sensazionalismi mi annoiano e ho difficoltà ad accettare coloro a cui non piacciono gli animali. Soprattutto, non ho nessuna pazienza per chi non merita la mia pazienza.



da PensieriParole <http://www.pensieriparole.it/racconti/mini-racconti/racconto-229908-1>