giovedì 20 giugno 2019

La regina dei giardini / Intervista a Francesca Marzotto Caotorta


Verona, Giardino Giusti, il giardino della nonna, nel quale Francesca Marzotto Caotorta ha imparato a camminare

La regina dei giardini

Intervista a Francesca Marzotto Caotorta



20 OTT 2015 
di
GIOVANNI ZACCHERINI

La sua immagine esteriore come “personaggio” e il suo sentire come “persona”...
Nel corso degli anni mi sono resa conto che il fatto di non avere alcuna immagine esteriore di me, poteva crearmi qualche problema. Già da ragazzina, quando mi consideravo un cesso ambulante, sentivo qualcuno dire “come è diventata bella Francesca” e io, tornata a casa, andavo davanti allo specchio al quale domandavo: “E quella sarebbe la bellezza?”. Non davo alcun valore a quella che ero, né a quello riuscivo a fare. Col tempo mi sono resa conto di quanto poco generoso sia il non dare valore al raggiungimento di certi risultati e Il non aver detto, per questo, tutti i giorni, grazie alla dea della fortuna.


Francesca Marzotto Caotorta


Si sente di raccontare il suo sogno?
Che si smetta di raccontare il nostro paese attraverso la critica e si cominci a mostrarne tutta la meraviglia. Quante sono le persone di gran valore di cui non ci si accorge. Quanti i luoghi meravigliosi sconosciuti ai più.
Per lei il piacere è…
Quale tipo di piacere s’intende? “Dire, fare, baciare, lettera, testamento?”. Se proprio, proprio lo si vuol sapere, un piacere bellissimo e indimenticabile rimane quello di avere un bambino nella pancia e suo padre appoggiato alla pancia.
La donna oggi: liberazione o integrazione?
Per tante donne la strada della liberazione è ancora lunga e pericolosa, ma il viaggio sarà valso la fatica se, alla fine, avrà imparato a rimanere una donna che non ha bisogno di contrapporsi o copiare i riti maschili.
Donna e/è potere… cosa ne pensa?
Ci sono tanti tipi di potere che una donna può esercitare. Dalla “resdura” delle famiglie contadine, alla regina. Credo sia questione di indole e di fortuna.
Stereotipo e realtà della donna milanese...
Io non sono milanese e sono infinitamente grata a questa città che del fare fa il suo sistema di accoglienza e di legame.
Il rapporto della donna con l’uomo contemporaneo: confronto o scontro?
Mi sembra che oggi molte donne si attrezzino di grosse lenti di ingrandimento per mettere sotto esame il genere maschio per verificare quanto quel dato esemplare possa corrispondere alle aspettative dettate dalle convenzioni del momento. Non mi sembra che ci sia gran condivisione.
Sessualità, maternità, lavoro: tre fili che s’intrecciano, confliggono o si elidono?
Se il richiamo è forte, sessualità e lavoro convivono, idem per quanto riguarda sessualità e maternità. Mentre mi sembra quasi impossibile riuscire ad avvicinare maternità e lavoro perché, secondo me, una madre deve esserci anche quando non la cerchi, ma sai che è lì per te. L’ho imparato dai miei errori.
Lei ha avuto e ha un peso determinante nella riscoperta del significato e della bellezza del verde e dei fiori:Gardenia e Orticola sono un po’ sue creature…
Premetto che credo che il mio DNA sia verde, perché il mondo delle piante e dei giardini si trova su per i rami di generazioni, a riprova pare che la mia prima parola detta fosse “albero pino”. L’avventura di Gardenia è cominciata poco dopo essere arrivata a Milano, dopo 20 anni di Torino. Erano anni in cui Ippolito Pizzetti ci insegnava che non c’era separazione tra arte, letteratura, scienza, architettura e che bisognava solo ri-imparare ad ascoltare il racconto narrato da piante e giardini. In Italia non c’erano i giornali che all’estero si avvicinavano a trattare quel mondo in quel modo. Egidio Gavazzi, che il quegli anni dirigeva Airone, mi presentò a Giorgio Mondadori che disse che poteva essere una buona idea e mi chiese di preparare un numero zero. Quello stesso numero divenne poi il primo numero di Gardenia, il nome che in qualche modo voleva avvertire che il tema del giardino poteva interessare, le donne, i giovani, i seri professionisti, così immaginai che un po’ evocava "garden-gardenia" , ma anche proponeva un fiore ritualmente maschile: quello che si mette all’occhiello. Fu un gran successo che mise al bando lo stereotipo dell’italiano che non ama le piante. Orticola è il frutto di un lavoro di squadra e di plagio. In Francia andavamo tutti a vedere la mostra di Courzon, il FAI aveva organizzato qualcosa di simile a Masino e allora domandai agli amici del Consiglio di Orticola: “perché non riprendiamo la tradizione della Società Orticola di Lombardia di organizzare mostre floreali? Non sarebbe male, in questi anni di 'mani pulite', fare qualcosa per la città anche se occorresse infilare le mani nella terra”. Cominciò così, 20 anni fa, a formarsi una squadra tanto affiatata da non sentire gli effetti che il tempo via via le riservava. E penso che siamo riusciti nell’intento di far conoscere a un vasto pubblico anche tanti piccoli e appassionati vivaisti, o le collezioni botaniche di grandi professionisti che arrivavano da tutta Italia.
Ildegarda di Bingen si è incantata di fronte al miracolo delle piante, le ha osservate e studiate ricavandone anche rimedi naturali...
Santa Ildegarda era una donna che sapeva farsi domande e cercava risposte imparando a osservare. Anni fa, dopo aver preso il diploma di erborista, avevo un negozio di erboristeria che seguiva anche l’esperienza di Messeguè. Tra i miei libri ci sono scaffali dedicati al tema della cura con le piante. Tra quanto mi è rimasto impresso di quella esperienza c’è l’osservare che, col tempo, bastava guardare chi entrava per prevedere cosa avrebbe chiesto. Conoscere i poteri che, nelle scorrere dei secoli, sono stati riconosciuti alle piante è un genere di sapere, la nostra Santa pareva fare di quei poteri un ponte per arrivare nel segreto degli uomini.
Che poesie e prose suggerirebbe per gustare la bellezza dei giardini in letteratura?
Temo che se cominciassi questo tipo di catalogo ne uscirebbe una lista di pagine e pagine. Cominciamo dal Cantico dei Cantici e saltiamo fino a Cicerone e Plinio il giovane, guardando tra le pagine di tanti classici latini. Tanti gli autori medievali che celebrano la bellezza di un fiore o l’ideale di giardino, a ricordare quanto presente tra noi sia l’influenza araba, si leggano i versi di Ibn Bàsrun, Ibn Hamdiis , Abd’ar Rahman, che raccontano i giardini della Cuba a Palermo. Boccaccio descrive un giardino, Petrarca ha il suo giardino ad Arquà. Da leggere sono i versi di Lorenzo il Magnifico e Poliziano e da rileggere come il Tasso descrive il giardino di Armida. Pagine intere occorrerebbero per ricordare gli autori quattro-cinquecenteschi, ma Leon Battista Alberti e Palladio sono imprescindibili. Del giardino scrive Francesco Bacone e pure Montaigne nel suo viaggio in Italia. Ricordi di giardini si trovano tra gli appunti del viaggio in Italia di Goethe, e nelle Affinità elettive ci fa partecipi del suo progetto di giardino. J.J Rousseau in Emile racconta un ideale di giardino ben più modesto di quello di cui si circondò a Ermenonville. Arrivando a tempi più vicini, di fiori e giardini scrissero Pascoli, D’Annunzio e Rainer Maria Rilke con le sue Lettere intorno a un giardino. E così via...
Che suggerimenti darebbe per la creazione di un giardino e quali errori evitare?
Un po’ di errori da evitare li ho descritti nel mio ultimo libro All’ombra delle farfalle. Primo tra tutti non conoscere le caratteristiche del luogo (il clima, la direzione dei venti, il tipo di terreno, ecc). Secondo: non conoscere la natura delle piante: di cosa hanno bisogno, cosa temono, come saranno da grandi. Perché troppo spesso si vedono piante troppo vicine tra loro o troppo vicine alle costruzioni. Terzo: non aver chiarito quanto tempo e quanti soldi abbiamo da dedicare al giardino. Quarto: prendersela per quanto ci va storto.
Orto e giardino…
La grande differenza tra giardino e orto è che nel primo le piante devono essere belle e sane, nel secondo devono anche essere buone. Così che quando guardi il tuo giardino capita che ti senta un po’ giardiniere, po’ un pittore, un po’ un narratore, ma quando vai nell’orto e prendi quello che serve per dar da mangiare, ti senti un dio.
Dove ci accompagnerebbe per scoprire i giardini e le fioriture più belle di Milano?
Tra i più bei giardini di Milano c’è sicuramente il giardino degli Atellani, in corso Magenta, di cui è ben distinguibile l’architettura che scandisce gli spazi, accoglie le statue, dà armonia al rapporto tra le piante.
Cosa fare per rendere Milano più verde?
Checché se ne pensi, Milano ha un ricchissimo patrimonio di piante e giardini. Quello che spesso le manca è la qualità della loro manutenzione.
L’Eden può essere raffigurato come un giardino-orto o un orto-giardino?
Il giardino dell’Eden è un luogo indefinito: “un giardino creato in Eden, a Oriente” dicono le scritture. Un giardino in cui c’era di tutto: sia quello che serviva alla vita, che quello che poteva distruggerla. Eden è anche il luogo da cui si può essere cacciati. Così che quel giardino diventa metafora della stessa vita su questa terra. Ognuno può creare il proprio Eden, dopo aver fatto chiarezza su quali valori lo vuole rappresentare in quel luogo. Un giardino può nutrire con la sua bellezza, fatta anche di piante buone da mangiare, può deliziare con la sua pace. Con la sua luce e le sue ombre. Occorre ben ricordare che un orto richiede un lavoro costante e una continua lotta agli invasori, per i quali l’orto non sarà più il loro Eden.
Giovanni Zaccherini
Laureato in Lettere Moderne all'Università degli Studi di Milano, ha insegnato materie letterarie, storia, filosofia e storia dell’arte negli istituti superiori. Ha collaborato e collabora con il Comune e il Circolo Filologico milanesi alla selezione e divulgazione di autori e testi inediti e all'organizzazione di eventi culturali.
Giornalista pubblicista, “Premio Guidarello per il giornalismo d'autore” 2010 per la sezione cultura, ha pubblicato e pubblica sulle terze pagine dei quotidiani “Avvenire”, “il Corriere di Romagna”, “il Resto del Carlino”, “La Voce di Romagna”, “Prealpina”, “Varese News” e sui periodici “la Ludla”, “la Piê”, “Libro Aperto”, “Stanza Letteraria” con rubriche di critica d'arte, musica, storia e letteratura. Ha compilato le voci “Dialetto”, “Folclore” e “Proverbi” per l'enciclopedia “Sguardi sulla Romagna” e ha collaborato all’ “Antologia della letteratura romagnola” di prossima uscita.
Ma, al di là di questi sintetici dati, nella mia vita e nella mia professione c’è soprattutto il desiderio di vivere con gli altri quella cultura che ci rende più “umani” e vicini in una comune condivisione. Ricordo le mie prime esperienze, come animatore del Comune di Milano, quando mi aggiravo nelle nebbie delle periferie per ricercare, raccogliere e insegnare a leggere e scrivere agli ultimi analfabeti che venivano dal sud. Poi, gli anni di insegnamento nei licei della Milano “bene”, anzi della Milano “da bere” … situazioni ed ambienti diversissimi, che mi hanno messo in grado di saper apprezzare e godere di culture e persone tanto lontane.
Per questo, anche nella mia attività giornalistica ho sempre rifuggito dallo specialismo e mi è piaciuto scrivere, mettendomi in sintonia con generi e periodi diversi: dall’ultima edizione di “Kind of blue” di Miles Davis, ai concerti grossi di Corelli, ai cori delle mondine. Oppure, cambiando campo, dalle eroine di Crepax, ai tesori della grafica rinascimentale, all’architettura liberty. Ecco, lo scrivere è come un dono, il dono di un piacere condivisibile e condiviso, un essere per sé e per gli altri.



mercoledì 19 giugno 2019

Leo Longanesi, grande profeta di sventure / Un intellettuale penetrante e spietato


Leo Longanesi

Leo Longanesi, grande profeta di sventure

Un intellettuale penetrante e spietato

20 MARZO 2014, 
Vita di un “conservatore in un Paese dove non c’è niente da conservare”


Come il “quarto potere” possa, direttamente o indirettamente, influenzare politica e società l’abbiamo costatato anche nelle ultime vicende italiane con rivelazioni e “scoop” travolgenti, dagli effetti destabilizzanti per il nostro fragile assetto politico. Nella storia del giornalismo nazionale c’è un personaggio testimone assoluto e riconosciuto di come la carta stampata, e oggi, diremmo, quella on line, possa non solo condizionare, ma anche cogliere e anticipare il percorso e le scelte di una nazione: parliamo di Leo Longanesi (1905-1957). Romanziere, saggista, giornalista, grafico, pittore, fotografo, regista, editore ed imprenditore di cultura, colse e anticipò con sorprendente chiaroveggenza le tendenze del costume ed i modelli culturali dell’Italia che cambiava. Alcune delle sue definizioni e predizioni risultano ancor oggi, a distanza di quasi un secolo, di folgorante e preoccupante monito per l’attualità italiana. Vogliamo ricordarlo, avvalendoci anche, come filo conduttore, dei suoi celebri “aforismi”, quelle brevi massime di cui fu il più intelligente realizzatore contemporaneo.


Leo Longanesi



Ribelle ed anticonformista anche per la sua origine (era nato a Bagnacavallo nel cuore della pianura romagnola, terra dai contrasti politici più accesi), aderì al Fascismo soprattutto per disprezzo nei confronti dell’"italietta" piccolo-borghese e per provocazione giovanile. Cominciò a scrivere su periodici fiancheggiatori, compilando un Vademecum del perfetto fascista che contiene il celebre aforisma “Mussolini ha sempre ragione!”, ma mettendo anche in mostra insofferenza per ogni aspetto retorico e monumentale del regime, giudicato affetto da un “male letterario, sottile, contagioso, impalpabile: il dannunzianesimo”. Il suo primo importante periodico, L’Italiano, uscito nel ’26, rivoluzionò lo stagnante panorama giornalistico italiano, piatto e anacronistico: “Meglio è parlare dell’autostop, del Palmolive, di Buster Keaton, della penna Parker…” e sperimentò l’importanza delle immagini: “Le illusioni ottiche guidano la nostra civiltà”. Grande successo, arrivando fino a centomila copie, ebbe anche il successivo rotocalco Omnibus(chiuso a malincuore nel ‘39 per ordine dello stesso Mussolini, pressato dal ricatto e dalle invidie di alcuni gerarchi) che incrementò l’uso della fotografia, politica ma anche erotica e mondana e richiamò collaboratori come Buzzati, Montale, Malaparte , Moravia e Vittorini.
Il crollo del fascismo e le vicissitudini del biennio ’43 - ’45 provocarono in lui, come in tanti altri intellettuali, un cambio di rotta un po’ sospetto: “La nostra coscienza è un grande impedimento, ma poi ci si accorda sempre con lei, come col fisco”. Riparato a Napoli e poi a Roma, pur nutrendo scetticismo nei confronti del CLN e del nuovo quadro politico-istituzionale, cercò un appoggio, tra i “vincitori”, che gli permettesse di continuare la sua attività editoriale-giornalistica, pare che ci siano stati contatti col PCI: si “annusarono” ma non si piacquero. Questa crisi di astinenza lo spinse a cercare nuovi filoni e, fiutando il clima permissivo instaurato dagli alleati, ecco allora uscire Flirt, rivista di varietà sulla scia dei periodici di “pin up” americani e corredata di una rubrica di “consigli intimi” per un pubblico maschile adulto, aprendo la strada anche in Italia al rotocalco erotico: “La moda e l’amore procedono nel tempo tenendosi uniti col dito mignolo, e vi accorgerete di essere invecchiati quando, a chi vi chiede a bruciapelo informazioni sulla biancheria femminile, non saprete più rispondere con sicurezza. Ogni uomo, infatti, è legato ad una particolare biancheria muliebre e a quello si richiama nel patetico ricordare i passati amori”.
Leo Longanesi

L’occasione che lo riportò nel pieno delle sue funzioni di comunicatore e organizzatore culturale, gli fu offerta dall’industriale milanese Giovanni Monti, in collaborazione col quale fondò la Longanesi & C., casa editrice in perfetta linea con l’anticonformismo e il fiuto per gli “affari” del giornalista romagnolo. Pubblicò, infatti, autori politicamente scorretti o comunque “pericolosi” come Nietzsche, Sombart, Grosz, Bernanos, Huxeley, Russel, Peyrefitte o nuovi talenti italiani come Flaiano e Berto e un suo stesso rivoluzionario romanzo, Una vita, dove l’immagine sostituisce quasi completamente la parola, ma curò anche una collana di “gialli proibiti” con solleticanti e colorate copertine osé. L’essere rientrato a pieno regime nell’agone editoriale, lo fece diventare una figura-chiave nella campagna delle elezioni del ’48, dove abbracciò la causa della DC, non per convinzione ideologica, ma perché vedeva nel partito di De Gasperi l’unico forte baluardo contro il Fronte Popolare: “Ho abbracciato la causa dei padroni e morirò combattendo per quella, perché sono padrone anch’io”. Il successo editoriale e l’intuizione di non lasciarsi intruppare in uno schieramento politico lo convinsero a ritentare l’azzardo di un nuovo periodico, Il Borghese, che nascerà nel ’50, con la collaborazione di autori come Prezzolini, Savinio, Montanelli e Spadolini.
La linea del quindicinale, poi diventato settimanale, era dichiaratamente di “destra”, una destra critica, che vedeva nel comunismo internazionale il pericolo più incombente, ma disprezzava l’imbelle classe politica dirigente uscita dal ’48: “La nuova classe dirigente è così cretina che non ho nulla da rimproverarmi del mio passato” e strizzava l’occhio anche ad atteggiamenti di ribellismo anarchico e di critica alla modernità tecnologica. Sempre pronto a cogliere le novità e le anticipazioni della società, collaborò, a partire dal ’52, con Mattei e l’ENI per una campagna pubblicitaria, ma soprattutto per una nuova testata, Il garofano rosso. Questo nuovo periodico, in pratica, apriva la strada alla futura politica di centro-sinistra; Mattei e la parte più lungimirante dei democristiani capivano, infatti, che l’era del centrismo e dello scontro frontale era finita e all’Italia, che usciva dall’emergenza, era necessaria una forza politica che fornisse alla DC un partner laico e socialdemocratico. Ecco, pertanto, la necessità di sdoganare il PSI e di favorirne una politica autonoma dai comunisti: questo fu il compito che assolse Il garofano rosso, ma la collaborazione Mattei-Longanesi andò anche più in là, prefigurando quel fondamentale quotidiano dell’Italia del miracolo economico che fu Il Giorno.
Leo Longanesi

Dopo l’infelice tentativo di creare un suo movimento politico, che avrebbe dovuto chiamarsi La Lega dei Fratelli d’Italia, Longanesi si sentirà ancora più lontano da un mondo sempre più “omologato”: “Quel che seduce le masse è l’immagine del peccato, la fotografia a colori o la descrizione di crude scene sessuali”e “Sfogliando i nostri giornali a rotocalco, sorprende l’insistenza con cui ripetono le stesse cose… S. Loren, Alì Khan, Rita, Coppi, la Dama Bianca…”. Abbandonato dal suo industriale finanziatore: “Non è mai apparsa una classe di grossi padroni tanto inetta, tanto pavida, tanto volgare come quella che oggi vive a cavalcioni dell’Italia” e alle prese coll’altalenante diffusione de Il Borghese, si spense, proprio nella redazione della sua ultima creatura, nel settembre del ’57: “E’ un peccato vivere quando tanti elogi funebri ci attendono”.
Ideologia di un profeta di sventure

Il grande polemista romagnolo non era un pensatore sistematico, anzi, affermava: "Il contrario di quel che penso mi seduce come un mondo favoloso", perciò non possiamo esigere da lui un percorso ideologico consequenziale, ma quegli sprazzi, quelle intuizioni, quelle folgorazioni che l’hanno reso antesignano di un giornalismo corrosivo e impenitente. Lo stesso, poi, che da lui è sceso fino a Montanelli e Travaglio, che gli hanno riconosciuto il ruolo di maestro. Negli anni giovanili, come abbiamo visto, assunse l’atteggiamento del guastafeste, del provocatore (forse anche in virtù di sue frequentazioni nietzschiane e soreliane), ma si sforzò di trovare un’identità italiana nella fusione tra la tradizione cattolica reazionaria (con la riabilitazione dell’operato di Pio IX), la cultura rurale strapaesana e il filone patriottico risorgimentale: “E’ meglio vivere a sbafo della tradizione che voler vivere creando cose estranee alla tradizione.”.


Leo Longanesi



Si pose pressantemente il problema di quale classe avrebbe potuto portare avanti questa “rivoluzione conservatrice” e si accorse che in Italia mancava una vera borghesia: “La borghesia non ha idee: essa vive di abitudini”, cioè una classe capace di promuovere un coerente progetto politico di destra: “La destra? Ma se non c’è nemmeno la sinistra in Italia!... ogni posizione ferma e definita è intollerabile… qui si vive alla giornata, fra l’acqua santa e l’acqua minerale”. Questa intelligenza penetrante e spietata fece emergere in lui uno scetticismo rassegnato che lo portò a cercare e a trovare nei nuovi mezzi di comunicazione di massa – che lui stesso aveva sperimentato con tanto successo - la nascita di un cambiamento antropologico epocale: “Il film ha compiuto una rivoluzione più profonda di quella di Lenin: ha ucciso persino gli ideali ribelli del romanticismo operaio.”. E, con accenti “prepasoliniani”, prosegue: “Il proletariato… aspetta l’automobile, la casa a rate, la radio, il televisore… il comunismo è finito, perché il comunismo era una grossa faccenda rivoluzionaria che chiedeva sacrifici…”.
Ecco, allora, riaffiorare in lui la nostalgia della sua terra di Romagna, dove i “rossi” “conservano vecchie abitudini, e pregano vecchi santi; e cucinano l’anguilla come ai tempi dell’esarcato… il popolo ama i colori. E quando di colori ce ne sono tre, sceglie quello più sgargiante, sceglie il rosso…”. E’ un processo a ritroso che lo spinge a ritornare alle origini, in un mondo crepuscolare, quasi pascoliano, dove il ricordo fa da antidoto alle amarezze e alla pazza frenesia del suo attivismo esasperato e del suo “cinismo” conclamato, sbocciando in questa intensa confessione: “Nella vecchia casa dei nonni, dove io sono nato, si conservano ancora sotto campane di vetro i pettirossi… là io sono cresciuto. Là ho letto le vite dei grandi briganti… là ho bevuto il primo bicchier di vino… La mia famiglia è stata la mia scuola, e quel che so, quel che non so, i miei vizi, i miei difetti, le mie poche virtù li ho tutti ereditati. E più gli anni passano, più mi accorgo di non riuscire a mutare la strada segnata…”.
WSI






martedì 18 giugno 2019

Un mese con Montalbano, racconti di Andrea Camilleri





Andrea Camilleri
Una foto di Andrea Camilleri

Un mese con Montalbano, racconti di Andrea Camilleri (riassunto)

Tra i lavori letterari dello scrittore Andrea Camilleri troviamo il libro “Un mese con Montalbano“. Si tratta di una raccolta di trenta racconti, uno per ogni giorno del mese, pubblicata per la prima volta nel 1998 da Arnoldo Mondadori Editore.


Un mese con Montalbano - libro riassunto
Una copertina del libro “Un mese con Montalbano”

La serie di mini romanzi mette in luce le vicende in cui è coinvolto il commissario di polizia Salvo Montalbano che, nella cittadina immaginaria di Vigata, si trova a sbrogliare le matasse che nascondono i numerosi casi di omicidio e di malaffare, animato come sempre da un sentimento di giustizia, ma molto spesso propenso ad adottare procedure non sempre formalmente ineccepibili per risolvere i casi in cui si trova a operare.

Riassunto

Nel primo racconto, “La lettera anonima”, viene recapitata al commissario di polizia di Vigata una lettera anonima che afferma l’intenzione di un certo Annibale Carruso di voler uccidere la propria moglie dopo essere venuto a conoscenza di un presunto tradimento. Il commissario Montalbano si prodigherà per risolvere l’intricato caso.
Nel secondo racconto, “L’arte della divinazione”, Montalbano si trova alle prese con un altro caso particolare. Il preside del liceo del paese denuncia un tentativo di omicidio ai suoi danni, ma le accuse contro l’insegnante di francese, persona accusata del tentativo omicida da parte del Preside, non sussistono in mancanza di prove certe.
Nel terzo racconto, “La sigla”, invece, Montalbano si trova ad indagare sul misterioso assassinio di un mendicante di nome Calorio che abitava all’interno del relitto di un’imbarcazione, sulla spiaggia di Marinella: unico ma significativo indizio le iniziali che Calorio aveva lasciato impresse sulla sabbia prima di morire.
Nel quarto racconto, “Par Condicio”, il commissario Montalbano tratta un caso di mafia, dopo l’assassinio di un uomo del clan dei Cuffaro, dato che, non molto tempo prima, era stato ucciso un’altro componente dello stesso clan. Montalbano cerca di venire a capo della vicenda e di capire come mai la par condicio delle “famiglie” in questo caso non è stata rispettata.
Nel racconto “Amore” si parla della denuncia di scomparsa, fatta dalla madre, della giovane Michela che in realtà è scappata solo per la classica “fuitina”, allarmando inutilmente tutto il paese e la forza pubblica.La serie di mini romanzi del libro “Un mese con Montalbano” prosegue con il racconto intitolato “Una Gigantessa dal sorriso gentile”: Montalbano indaga sul suicidio del ginecologo Landolina, sposato con una Gigantessa dal sorriso gentile, che si toglie la vita dopo aver scoperto che una sua paziente con cui ha avuto una tresca amorosa, Mariuccia, si trova in dolce attesa.
Nel racconto “Un diario del 43”, Montalbano si trova ad effettuare un’indagine nel passato per scoprire se un giovane fanatico fascista aveva realmente attuato il suo attentato contro gli americani sbarcati in Sicilia: unico indizio un diario dove ci sono appunto raccolte alcune informazioni a riguardo.
Nel racconto che segue, dal titolo “L’odore del diavolo”, Il commissario Montalbano indaga sul caso di un’anziana che dice di essere perseguitata dal diavolo avvertendone perfino la sua presenza; si scoprirà che tutto l’inganno è orchestrato del nipote che voleva fare vendere, a basso costo, l’abitazione della zia.
Ne “Il compagno di viaggio”, Montalbano si trova a viaggiare in treno con un uomo che ha appena ucciso sua moglie e, di conseguenza, a risolvere il difficile e intricato caso di omicidio.
Si susseguono i racconti ed arriviamo a “Trappola per gatti”, dove il commissario Montalbano riesce, dopo attente e complesse indagini, nell’intento di arrestare due membri della famiglia dei Sinagra per spaccio di denaro falso.
Nel racconto “Miracoli di Trieste”, Montalbano subisce il furto del portafoglio nella città friulana ma poi, quando rientra nell’hotel triestino in cui alloggia, trova la sorpresa data dalla reception dell’hotel, che gli riconsegna l’oggetto del furto intatto e non mancante di nulla e così il mistero sul “furto non furto” si infittisce.
In “Icaro”, Montalbano indaga sul caso di un giovane che perde la testa per la moglie di un tizio che gestisce un circo e che viene trovato morto appeso, proprio come un novello Icaro, ad un cavo collegato ad un elicottero che vola a 30 metri di altezza dal palco. I giorni passano e i racconti del commissario si susseguono.
Ne “L’avvertimento”, Montalbano indaga su una serie di incendi dolosi ed attentati che culminano con l’avvelenamento del cane da caccia di un ex barbiere di nome Memmi ma Montalbano, ostentatamente, si rifiuta di credere quello che tutti pensano, ovvero che ci sia dietro ai fatti dolosi la mano della mafia.
In “Being here”, il commissariato di Vigata indaga sulle vicende di un emigrante che, tornando in paese, scopre di essere morto perché sul monumento ai caduti compare inaspettatamente il suo nome e cognome.

“Il patto”: in questo racconto troviamo il commissario che studia un caso di uno strano omicidio, appreso dopo aver accompagnato a casa di notte una signora anziana che aveva trovato sul ciglio di una strada.
Proseguendo nella lettura, incontriamo “Quello che contò Aulo Gellio”: Montalbano si trova a cenare in una trattoria fuori mano e viene minacciato da due malfattori mascherati. Il commissario riesce a evitare il peggio grazie all’inesperienza di uno dei due delinquenti, che colpisce accidentalmente il suo complice alla testa.
Ne “Il vecchio ladro”, il commissario indaga sulle vicende legate a un vecchio ladro di nome Orazio Genco, accusato di aver svaligiato un appartamento ma che sembra essere estraneo ai fatti, diversamente da quanto dichiarato dall’ex guardia notturna Romildo Bufardeci; così inizia l’indagine per scoprire come stanno realmente i fatti.
Nel mini romanzo “La veggente”, il commissario rimane esterrefatto su quanto viene raccontato da una misteriosa veggente, attrazione di un circo in sosta nel paese che, durante uno spettacolo, accusa uno spettatore del pubblico di essere un assassino.
In “guardie e ladri”, Montalbano si trova a giocare a guardie e ladri appunto, con un bambino, il figlio di Nicolò, ma inavvertitamente si rende conto di aver perso e di non trovare più il piccolo; a questo punto, nella concitata ricerca del bambino, il commissario si imbatterà in un criminale.
“Tocco d’artista”: in questo racconto si descrive del presunto suicidio di Alberto Larussa, conoscente del commissario ed eccentrico orefice di Ragòna. Qui, il commissario si troverà ad affrontare un dedalo di informazioni per riuscire a risolvere lo spinoso caso.
Ne “L’uomo che andava appresso ai funerali”, si narra della morte di Coco’ Alletto, ucciso con un colpo di pistola in faccia. L’omicidio metterà in sgomento tutto il paese, dato che l’uomo era ben visto da tutti ed estraneo a qualsiasi collusione con l’ambiente mafioso. Un altro difficile e inspiegabile caso da risolvere per il commissario Montalbano.
In “Una faccenda delicata”, il commissario indaga sulle presunte molestie ricevute da parte del maestro Nicotra ai danni della piccola Anna, ma la solerzia e la pignola testardaggine di Montalbano scopriranno che la verità sarà tutt’altra.
La serie di racconti contenuti nel libro prosegue con “Lo Yak”, dove vengono narrate le vicende di un ex compagno di Montalbano, Salvatore Aguglia, che perde la testa e comincia a sparare a chiunque gli capiti a tiro. Il mistero della presunta follia terrorizza il paese e solo Montalbano potrà risolvere la situazione.
Ne “I due filosofi e il tempo”, si studia il caso di un filosofo che viene accusato di aver picchiato una prostituta solo per il semplice gusto di provare piacere; l’uomo però viene scagionato da un suo amico, ma il fatto non convince Montalbano che, dopo accurate ricerche e indagini, risolverà il caso.
“Cinquanta paia di scarpe chiodate” narra della morte di Casio Alletto che viene trovato privo di vita con evidenti segni in faccia delle impronte di scarpe chiodate. Un caso enigmatico da risolvere per l’abile commissario siciliano.
Ne “Il topo assassinato”, Montalbano indaga stranamente su un topo morto che ha colpito lo sguardo del commissario durante una passeggiata sul molo di Vigata: il corpo dell’animale presentava delle deformazioni assai inquietanti. Infatti, il parere del medico legale riportava la frase: “è stato gassificato”. Un nuovo ed affascinante caso da risolvere per il noto commissario.
In “Un Angolo di Paradiso”, Montalbano, seguendo le indicazioni del suo secondo e amico, Mimì Augello, decide di portare la sua amata Livia, in vacanza a Vigata, in una desolata ma splendida baia distante non molto via mare. Giunto sulla spiaggia, il commissario, dopo aver ammirato la bellezza del luogo, scoprirà terribili indizi.
Nel racconto “Capodanno”, si parla della morte di un uomo che era proprietario di un albergo insieme alla moglie. Il caso è nelle mani del vice Augello, dato che Montalbano si trova a letto con una febbre altissima, ma ciò non lo desisterà dal risolvere il caso, scavallando l’amico e collega.
Nel penultimo mini romanzo, dal titolo “Lo scippatore”, Montalbano, mentre si trova fuori Vigata per un convegno, subisce un tentativo di scippo, ma il ladro non sembrava dimostrare interesse verso il denaro, quindi il furto sembra inspiegabile. Da lì inizia il caso per il commissario.
Nell’ultimo racconto del libro, “Movente a doppio taglio”, si indaga sulla morte di Attilio Gambadella e del ritrovamento del suo presunto testamento. Un nuovo e difficile caso da risolvere per lo staff operativo del Commissariato di Vigata.

Un mese con Montalbano in televisione

“Un mese con Montalbano” ottenne un successo strepitoso sia in termini di critica che di vendite e ne seguì pure la realizzazione della produzione televisiva “Il Commissario Montalbano” prodotta dal 1999 e trasmessa dalla Rai (con protagonista Luca Zingaretti).



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