domenica 7 luglio 2019

George Orwell: 1984 / Introduzione, antologia critica e bibliografia

  • Nineteen Eighty Four

    GEORGE ORWELL: 1984 

    Introduzione, antologia critica e bibliografia

    Introduzione, antologia critica e bibliografia a cura di Aldo Chiaruttini
    Arnoldo Mondatori Editore, Oscar Mondatori, Dicembre 1983
    George Orwell
    La vita e l’opera
    George Orwell è il nome che lo scrittore inglese adottò negli anni trenta, in occasione della pubblicazione delle sue prime opere. Nato nel 1903 a Motihari in India, quando quell’immenso paese era un possedimento dell’Inghilterra, il suo vero nome era Eric Arthur Blair. La famiglia, di origine scozzese, era per lunga tradizione impegnata in attività commerciali e amministrative dell’Impero britannico. Il padre, seguendo tale tradizione, era un funzionario dei servizi per la lotta contro l’oppio nella leggendaria regione del Bengala, posta tra l’omonimo golfo nell’Oceano Indiano e la catena montuosa dell’Himalaya.
    Sin dalla più tenera età Orwell visse assai poco in famiglia. Secondo una consuetudine che valeva per i figli dei funzionari inglesi in India e nelle altre colonie britanniche, era ancora bambino quando lasciò la famiglia, per frequentare le scuole in Inghilterra e ricevere quell’educazione che avrebbe dovuto farne il tipico funzionario dell’Impero, come lo era suo padre: appartenente a quella classe sociale che egli stesso definì ironicamente «lower upper-middle class» (bassa alta borghesia).
    Frequentò prima una preparatory school privata nel Sussex. Si trattava di una scuola corrispondente all’incirca alle nostre scuole elementari per quanto riguarda l’insegnamento, ma in cui i ragazzi stavano a pensione, prendendovi i pasti e alloggiandovi per l’intero periodo scolastico. Il giovane Blair frequentò questa scuola durante cinque anni, dal 1911, quando aveva sette anni, al 1916. L’esperienza risultò durissima e amara. Orwell ne parla in un breve saggio autobiografico del 1947, intitolato Such, Such Were the Joys…, da un verso ripreso ironicamente dai Songs of Innocence di William Blake. Questo saggio, che è importantissimo per conoscere gli anni cruciali dell’infanzia e della prima adolescenza di Orwell, fu pubblicato una prima volta a New York nel 1953, ma è stato a lungo inedito in Inghilterra poiché i responsabili della pubblicazione avrebbero potuto essere perseguiti per diffamazione: tanto suonano violente le accuse contro il sistema di insegnamento, le prevaricazioni e i barbari sistemi correzionali praticati in questo collegio del Sussex.
    Tuttavia Orwell mantenne un ottimo livello di profitto, e alla fine dei corsi vinse una borsa di studio sia per la scuola secondaria (public school) di Wellington che per quella, ancora più illustre, di Eton. Egli alla fine optò per la seconda. A Eton, che frequentò per oltre quattro anni dal 1917 al 1921, studiò al King’s College, anche qui con profitto e in un’atmosfera più distesa e civile di quella che dovette soffrire nella scuola primaria del Sussex. Fu qui che Orwell cominciò le sue prime vere e proprie prove letterarie. Egli ha ricordato i suoi anni di Eton e la positiva impressione che ne ricavò in un lungo articolo, For Ever Eton, pubblicato il 1 agosto 1948 sul settimanale inglese «The Observer».
    Benché con il completamento dei corsi a Eton gli fosse aperta la strada per le università di Oxford o di Cambridge, Eric-George, forse anche per un senso di colpa verso la sua origine di casta privilegiata, preferì avviarsi subito alla vita attiva e, pare su consiglio del padre, si arruolò nella polizia imperiale in Birmama. Rimase in servizio per cinque anni, ricevendo un’impressione fortemente negativa sia sull’amministrazione britannica in Oriente, sia sui rapporti tra coloni e popolazione indigena, impressione della quale sono testimonianza il suo romanzo Burmese Days (1934; pubblicato in Italia con il titolo di Giorni in Birmania, Milano 1948) e i ricordi autobiografici di A Hanging (1931) e Shooting an Elephant (1936).
    Ritornato in Inghilterra per una vacanza nell’autunno del 1927, Orwell decise di dimettersi dal servizio e di seguire la sua vocazione di scrittore. Il congedo dal servizio divenne effettivo a partire dal 1 gennaio 1928, A ventiquattro anni, benché tutta la sua formazione e le stesse origini familiari lo predestinassero a un servizio, militare o civile che fosse, nell’amministrazione imperiale, Orwell diede un taglio netto al passato e si incamminò lungo una strada da cui non avrebbe mai più deviato.
    Fermo nel proposito di diventare scrittore e mantenersi indipendente, Orwell affrontò volontariamente la miseria. Per sopravvivere fece il lavapiatti, l’insegnante e l’aiuto commesso di libreria. In questi anni visse tra Parigi e Londra. La condizione miserabile degli slums, che ebbe modo di sperimentare di persona, doveva rimanergli impressa per il resto della sua esistenza e influenzare molti dei suoi scritti. Down and Out in Paris and London (1933; in italiano: Senza un soldo a Parigi e a Londra, Milano 1967), che fu il suo primo libro pubblicato, è praticamente il diario-reportage di quel periodo randagio e difficile.
    Più specificamente centrato sulla condizione delle classi derelitte (i disoccupati, le persone assistite dai servizi sociali, coloro che vivono della carità) sarà, invece, il saggio The Road to Wigan Pier (1937; in italiano: La strada di Wigan Pier, Milano 1960). Il libro, che è un vero e proprio manifesto di denuncia delle ingiustizie sociali, rappresentò in quegli anni un sensibile contributo alla propaganda dei movimenti socialisti inglesi.
    Nel 1936 Orwell sposò Eileen O’Shaughnessy, figlia di un funzionario doganale, laureata sia a Oxford che, con una laurea in psicologia, all’Università di Londra nel 1934.
    Nel gennaio del 1937, Orwell si recò insieme con la moglie a Barcellona e prese parte alla guerra civile spagnola che divampava già da diversi mesi. Egli militò nelle file repubblicane e, precisamente, nel P.O.U.M. (Partido Obrero de Unificación Marxista), un piccolo movimento anarco-sindacale della Catalogna. Più tardi doveva passare al contingente del Partito Laburista Indipendente inglese, che agiva di conserva con il P.O.U.M. Alla metà di maggio rimase ferito abbastanza seriamente alla gola, nella battaglia di Huesca. Quando il P.O.U.M. venne dichiarato illegale dalle autorità repubblicane, Orwell dovette riparare in Francia. Ritornato in patria, Orwell pubblicò un appassionato rendiconto delle sue esperienze nella guerra civile spagnola (Homage to Catalonia, 1938; in italiano: Omaggio alla Catalogna, Milano 1948), in cui è disegnata con accento drammatico la lotta condotta dai comunisti per conquistare il predominio, anche a costo di una eventuale sconfitta dei repubblicani. Con questo spirito di avversione al tatticismo e al machiavellismo dei comunisti, egli dovrà poi affrontare le sue maggiori prove letterarie di La fattoria degli animali e 1984.
    Ma la partecipazione alla guerra civile di Spagna nelle file dei movimenti socialisti, a favore della causa della repubblica legittima aggredita da una coalizione fascista internazionale, condusse Orwell anche a identificare con una precisione mai sino allora da lui raggiunta i fini della sua professione di scrittore impegnato.
    Nel 1939, qualche mese prima dello scoppio della seconda guerra mondiale, Orwell pubblicò Coming Up for Air (in italiano: Una boccata d’aria, 1967), romanzo che ebbe un buon successo di pubblico e rappresentò fino allora la sua più valida prova narrativa. Anche la critica accolse con favore questo bel romanzo, incentrato sulle esperienze di un adolescente negli anni precedenti la prima guerra mondiale: vi colse un felice tocco creativo, una delicatezza di sentimenti e una capacità di penetrazione psicologica che realmente incantano il lettore.
    Dichiarato inabile al servizio militare per motivi di salute, nel 1940 Orwell si arruolò volontario nella Home Guard ed ebbe il grado di sergente. Durante tutto il periodo della guerra, la sua maggiore attività doveva essere in ogni modo quella letteraria e critica, cui va aggiunto il lavoro di commentatore alla B.B.C. – l’ente radiofonico inglese – e di corrispondente per «The Tribune» (un settimanale indipendente di sinistra assai polemico sul piano politico e sociale) e per il famoso settimanale «The Observer».
    Sono di questi anni i due libri di saggistica The Lion and the Unicorn: The Socialism and the English Genius (del 1941), in cui ritrasse le virtù tipiche del popolo inglese e cercò di fissare un rapporto tra il socialismo e lo spirito britannico, e Inside the Whale and Other Essays (1945). Tra la fine del 1943 e l’inizio del 1944 scrisse Animal Farm (in italiano: La fattoria degli animali, Milano 1947, ripubblicata anche recentemente negli Oscar).
    Per le chiarissime allusioni critiche al regime sovietico e allo stalinismo contenute in Animal Farm – in quel tempo l’U.R.S.S. era alleata dell’Inghilterra nella guerra contro il nazismo – molti editori non trovarono opportuno accettare il breve romanzo, che venne finalmente pubblicato soltanto nell’agosto 1945, a guerra finita, dall’editore Secker & Warburg, dopo che Orwell aveva pensato di pubblicarlo in proprio con l’aiuto di un suo amico anarchico, il poeta Paul Potts. Fu in questa occasione che Orwell stese una prefazione ad Animal Farm, intitolata The Freedom of the Press, ispirata alle peripezie trascorse per far pubblicare il volumetto, la quale però non venne pubblicata, andò perduta e solo recentemente è stata ritrovata e finalmente pubblicata integralmente nel numero del 15 settembre 1972 di «The Times Literary Supplement», e che il lettore italiano può leggere nella nuova edizione Oscar di La fattoria degli animali.
    Con Animal Farm Orwell conquistò i favori del pubblico internazionale e conobbe per la prima volta anche il successo finanziario. Purtroppo, la soddisfazione di questa clamorosa riuscita letteraria fu amareggiata dalla morte della moglie, nel marzo 1945, in seguito a un intervento chirurgico, e del declino della salute di Orwell stesso, che già da tempo era affetto da tubercolosi polmonare. Solo pochi mesi prima Eileen e George avevano adottato un bambino, che Orwell tenne presso di sé anche dopo la morte della moglie.
    Nel 1947, mentre la sua salute andava decimando sempre più rapidamente, scrisse il primo abbozzo di Nineteen Eighty-Four (in italiano: 1984, Milano 1950, ora nella presente edizione). Nel 1948, tra continui attacchi sempre più violenti della malattia, preparò la seconda stesura di questo suo ultimo romanzo. Dalla fine del 1948, Orwell si trovò in condizioni di salute così precarie da non consentirgli più alcuna attività.
    Nineteen Eighty-Four venne pubblicato nel 1949 e ad esso arrise subito un grande successo in Inghilterra e all’estero. Nel settembre 1949 Orwell venne ricoverato in ospedale a Londra. Nell’ottobre dello stesso anno sposò Sonia Brownell, una giornalista, vice-direttore di «Horizon». Il 21 gennaio 1950, all’età di quarantasei anni, morì lasciando per testamento la richiesta che non si scrivesse di lui alcuna biografia.
    1984
    Il titolo indica l’anno in cui si svolgono i fatti che sono argomento del romanzo. L’autore ricava tale data semplicemente invertendo le due ultime cifre dell’anno, il 1948, in cui redasse il secondo e ultimo abbozzo del libro. Evidentemente, a Orwell il 1984 sembrava abbastanza lontano per situarvi un racconto fantastico, ma anche abbastanza vicino per potervi inserire fatti e situazioni, personaggi e una forma di linguaggio che nel 1948 apparivano tutt’altro che irreali, tanto che il romanzo fu subito accettato con favore dal pubblico anche per il suo carattere di “attualità”.
    Il mondo descritto da Orwell è diviso fra tre superatati: Oceania, Eurasta ed Estasia, che si presumono in continua guerra tra loro. Gli avvenimenti si svolgono a Londra, che però ormai è l’ombra di se stessa tanto è depressa e per sempre ingrigita dalla ideologia imperante del Socing (il Socialismo Inglese), unica dottrina ammessa in Oceania. L’Inghilterra ne è ormai soltanto un territorio marginale – anche se strategicamente importante – denominato Fascia Aerea n. 1.
    Le autorità di Oceania la etri incarnazione prima e più elevata è il Grande Fratello, che appare in immagine in ogni luogo e sovrasta la vita pubblica e privata di ognuno, ma che in realtà nessuno conosce e nessuno ha mai visto di persona, governano e controllano il paese attraverso “il Partito” e i suoi ministeri onnipotenti. Ogni pensiero, ogni parola di qualsiasi suddito sono controllati da vari ministeri, specie da quello dell’Amore, da quello della Verità, ecc. Essi sono preposti in realtà all’imbonimento ideologico e morale dei cittadini per renderli completamente succubi al sistema, pronti a tradire qualsiasi sentimento di affetto e di amore anche verso i propri cari per servire lo stato, per renderli feroci odiatori dei nemici interni ed esterni del paese, e assolutamente incapaci di qualsiasi pensiero autonomo e forma di critica.
    Al protagonista, Winston Smith, che è un funzionano del Ministero della Verità, dove è addetto all’ “aggiornamento” dei vecchi numeri del «Times» affinché corrispondano alla versione della storia voluta dal Partito, capita di innamorarsi, di trovare un rifugio in cui il Partito non possa vederlo e sentirlo almeno durante i radi e brevi incontri d’amore. A Smith capita anche di ascriversi alla grande ondata di malcontento e di resistenza interna che un giorno o l’altro dovrebbe rovesciare il sistema odiato.
    Ma tutto gli si rivela come un grande inganno: il nido d’amore lontano dagli occhi e dalle orecchie del Partito non è che una trappola messa m piedi da spie del Partito, l’ascrizione al movimento d’opposizione interna una terribile macchinazione di agenti provocatori.
    Arrestato, Winston Smith si consegna completamente nelle mani degli inquisitoli. Vorrebbe, però, conservare integra almeno una parte di sé: l’amore per la sua donna, anche se dispera di poterla mai più rivedere. Ma anche questa ultima e più intima e cara parte di sé gli viene strappata, ed egli stesso rinnega nel modo più vile e immondo la donna amata.
    Ridotto a una parvenza d’uomo, a uno straccio fisico e morale, Winston Smith viene lasciato vivere un’esistenza insulsa e insignificante, ma conforme alla volontà del Partito, ai cui slogan finisce per credere così come tutto il suo amore è ormai rivolto unicamente al Grande Fratello.
    Nel campo della narrativa, 1984 appartiene al genere anti-utopistico (o, come è stata definita da certa critica italiana, all’utopia negativa) e discende evidentemente, oltre che dalla tradizione utopistica di tanta parte della narrativa inglese, da romanzi quali Noi, del 1920, di Evgénij Zamjàtin (pubblicato anche in italiano nel 1963, in edizione economica nel 1972), che Orwell lesse nella traduzione francese del 1938, Il nuovo mondo, del 1932, di Aldous Huxley (che il lettore potrà trovare anche in edizione Oscar),1 e altri meno famosi e meno significativi.
    1984 è un’anti-utopia perché prevede non già un mondo migliore, un mondo ideale più o meno vicino in cui l’umanità possa finalmente appagare la sua sete di giustizia, di amore e di bellezza, bensì un mondo insensato, in cui gli uomini vengono privati dell’anima e dove prevale soltanto la violenza autoritaria, mentre tutt’intorno non c’è che abbrutimento, tristezza, squallore, diffidenza e odio.
    Certo, Orwell non intendeva affermare che la sua anti-utopia si sarebbe immancabilmente realizzata. Egli intendeva piuttosto lanciare un monito contro gli abusi del potere, manifestatisi in forme gravissime e allarmanti negli anni intorno alla seconda guerra mondiale, contro l’appiattimento della coscienza e dei sentimenti, contro la sopraffazione mentale compiuta dalle ideologie.
    Tuttavia, è da credere che egli temesse effettivamente l’avvento di un mondo abbastanza simile a quello da lui disegnato in 1984 e per ritrarre il quale si era servito di tendenze indubbiamente esistenti allora nel mondo e registrate come fatti storici. E non fu il solo a crederci: certamente non molto dissimili sono le anti-utopie della svedese Karin Boye, Kallocain, del 1940, un libro “orwelliano” avantilettera, che precedette di soli otto anni 1984, e dell’americano David Karp, One, del 1953, che ricreano la stessa atmosfera di incubo spirituale e fisico, in cui gli uomini vivono sotto il dominio di idee totalitarie non solo nel senso che adducono a sé tutto il potere, ma intendono ridurre l’uomo a loro immagine. Tra tutte, 1984, che è anche l’anti-utopia “storicamente” più fondata, resta quella avvolta di più nero pessimismo.
    In Inghilterra il romanzo di Orwell ebbe nel 1954 anche una riduzione televisiva, interpretata nel ruolo principale da Peter Cushing. Portato dalla pagina scritta al piccolo schermo, 1984destò in milioni di telespettatori un infinito orrore per il susseguirsi di scene di cupa disperazione, di crudeltà, di brutalità e di miserie fisiche e morali, e le proteste del pubblico alla direzione della B.B.C. piovvero a migliaia, tanto che anche i giornali se ne fecero portavoce attraverso i loro critici televisivi. Questo diciamo per segnalare la grande forza evocativa di un mondo terribile quanto, purtroppo, concepibile e possibile quale sorge dall’asciutta, ma precisa e inequivocabile parola ammonitrice di Orwell.

    Antologia critica
    Il suo ultimo romanzo, 1984, ottenne notorietà mondiale come pauroso monito di un possibile totalitarismo futuro. La sua forza è fuori discussione, ma il suo interesse più duraturo quasi certamente risiede in certe sue parti secondarie, nelle sue indagini sulla verità politica e nell’idea della “Neolingua”, argomenti che Orwell aveva già toccato in saggi precedenti.
    Walter Aflen
    Tradition and Dream,Phoenix House, Londra 1964
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    Lo scrittore di anti-utopie è inevitabilmente conservatore, in quanto odia o teme quel che il futuro può portare, mentre il progressista dà per scontato, per definizione, che esso sarà migliore del presente. Inoltre, tutte queste proiezioni nascono in una determinata situazione storica e le visioni del futuro riflettono la preoccupazione del tempo in cui sono state scritte. Così La macchina del tempo di Wells è una risposta di intensa immaginazione all’idea che il sistema classista della fine dell’800 potrebbe essere incorporato nello sviluppo evolutivo della razza umana, mentre When the Sleeper Wakes [pure di H. G. Wells] è una cruda risposta all’espansione delle immense metropoli, al crescente potere del proletariato e all’influenza delle idee nicciane. Il mondo nuovo di Huxley rispecchia l’avvento di società totalitarie tipicamente moderne, lo sviluppo tecnologico delle industrie dei consumi e la presa di coscienza della possibilità di manipolazioni genetiche. 1984 rispecchia un’eguale preoccupazione a proposito del totalitarismo, ma particolarmente nella sua variazione di tipo stalinistico, oltre a indicare la corruzione intellettuale e morale degli anni finali della seconda guerra mondiale. Facial Justice [di L. P. Hartley] nasce dal disgusto per l’ideologia e l’atmosfera culturale del socialismo post-bellico britannico. Tutte queste opere possono essere accusate di essere regressive e sleali, ma si può dire ben poco contro di esse perché non propongono precisi progetti e si richiamano all’immaginazione e alle paure segrete del lettore.
    Bernard Bergonzi
    The Situation of the NovelMacmillan, Londra 1970
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    A queste riserve nei confronti di Orwell, che mi pare si possa dire fossero diffuse tra gli intellettuali della generazione nutritasi di letteratura anglosassone durante il fascismo, posso aggiungere un ricordo puramente personale. E cioè, quando apparve – nella splendida traduzione di Gabriele Baldini – il 1984, il suo immediato successo mi parve un segno, in fin dei conti, negativo. Anche se la previsione per il prossimo futuro era indiscutibilmente efficace e realistica, ebbi la sensazione (così come avviene oggi per la fantascienza) che più dell’avvertimento contro il pericolo, in questi casi agisca sempre sul lettore la fascinazione del pericolo, del mostro. Fui perciò piuttosto turbata dal fatto che mio Padre2, per nulla amatore di letteratura avveniristica e profetica, e neanche di favole moralistiche, desse tanta importanza a quel libro: in particolare alla profezia sulla progressiva eliminazione dell’umanità dal linguaggio, e al punto di esprimere riflessioni pessimistiche – che non gli avevo mai sentito fare nemmeno durante il fascismo – sulla facilità con cui può venire estirpata la pianta della civiltà, che impiega secoli per ricrescere. Quel ricordo, e con esso l’immagine che si ha in quel libro del popolo come ultima risorsa umana, se pure ridotta allo stato puramente vegetativo (vegetazione che inoltre la civiltà dei consumi si preparava a distruggere quando, dobbiamo dire fortunatamente, è entrata in dissesto), mi lasciarono nel subconscio la certezza che Orwell era un autore il quale non solo non aveva fatto il suo tempo, ma si sarebbe dovuto tenere di riserva per tempi più duri.
    Elena Croce
    George Orwell in «Settanta», n. 22, marzo 1972
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    … Abbiamo tutti il diritto di scansare le cose spiacevoli, e tale diritto può essere l’unica difesa contro il diritto di brontolare. E che Orwell fosse un brontolone non lo si può negare. In questo mondo egli trovò molte cose sgradevoli e volle trasmetterle. In 1984 egli estese queste cose sgradevoli sino all’agonia. Non vi è un mostro in quell’odiosa apocalisse che non esista embrionalmente nel mondo d’oggi… 1984 ha coronato l’opera di Orwell, e si può comprendere come si sia trattato di una corona di spine.
    E. M. Forster
    George Orwell in Two Cheers for DemocracyEdward Arnold, Londra 1951
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    Mentre Wells era essenzialmente interessato a una critica del suo tempo, Zamjàtin allargò la visione del romanzo anti-utopistico usandolo come veicolo per un atto d’accusa verso il futuro. È questo aspetto di Noi che ne pone in risalto il carattere precorritore di due dei meglio conosciuti classici della letteratura inglese moderna: Il nuovo mondo di Aldous Huxley e 1984 di George Orwell. Scrivendo nel 1930, Huxley doveva indubbiamente a Zamjàtin il concetto fondamentale di una critica del futuro basata sull’estrapolazione di certe tendenze contemporanee. Ma a parte questo ovvio debito, Huxley condivideva con Zamjàtin la preoccupazione per la schiavitù dell’uomo alle esigenze di una società fondata sulla tecnologia (nel caso di Zamjàtin, il suo mondo futuro è un tentativo quasi riuscito di subordinare l’uomo alle leggi della matematica e della tecnica, mentre Huxley vede il principale pencolo per l’umanità in una resa alla logica delle scienze biologiche e genetiche). Ciò che manca in Huxley, comunque, è il senso del potere dell’ideologia: il suo Nuovo mondo è apolitico, mentre per Zamjàtin, che scriveva in una Pietrogrado tutta pervasa dall’ideologia trionfante, la minaccia principale era rappresentata dall’ideologia accomunata al terrore. In effetti, Zamjàtin predisse lo stalinismo. Orwell, che condivideva con Zamjàtin la revulsione per la tirannia ideologica, vide sotto i suoi occhi la realizzazione dello stalinismo e, proiettandolo un po’ avanti nel tempo, predisse la sua evoluzione in termini che lo rendevano spaventosamente evidente anche agli isolani e politicamente compiacenti inglesi. È certo che la nostra attuale coscienza dei due pericoli che minacciano l’umanità civile – la scienza e l’ideologia fini a se stesse – la dobbiamo assai più alla bravura artistica di Huxley e di Orwell che non alle critiche degli uomini politici.
    Michael Glenny
    Introduction to We di Yevgeny Zamjàtin
    Penguin Modern Classics, 1972
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    Il suo progetto socialista non è il mondo di 1984, come è stato sostenuto da molti critici antisocialisti. L’Utopia di Orwell, che è colorata dall’ottimismo dell’autore, è troppo permissiva per apparire possibile, troppo idilliaca per avere senso in una società industrializzata. Secondo Orwell, 1984 non raffigura il futuro socialista, ma ciò che avverrà se il socialismo mondiale non trionferà sia sul capitalismo che sul comunismo.
    Frederick R. Karl
    A Reader’s Guide to the Contemporary English NovelThames and Hudson, Londra 1963
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    L’Utopia di Platone è più terrificante di quella di 1984 di Orwell, perché Platone auspica che si realizzi quel che Orwell teme possa avvenire.
    Arthur Koestler
    The SleepswalkersHutchinson, Londra 1959
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    Pur essendo estremamente cauto, rispettoso degli altri, conscio della complessità delle ragioni della crisi del nostro tempo, partecipando del tutto delle inibizioni e le crisi del liberale moderno, l’Orwell non aveva paura di avere un carattere: il che, oggi, è cosa quasi introvabile. Era un uomo, in fondo, di “terza forza” , ma privo assolutamente di quella che oggi è la pratica costante e direi la “tematica” della terza forza, il compromesso: 1984 è un libro che non pone termini di mediazione ma anzi, li distrugge e li nega. Indulge se mai nell’amara retorica del martino, non a quella della transazione e del provvisorio.
    Geno Pampaloni
    Ritratto sentimentale di George Orwell in «Il Ponte», marzo 1951
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    L’ultima parola a proposito di 1984 deve essere piuttosto di ringraziamento che di critica: grazie a uno scrittore che tratta problemi del mondo piuttosto che quelli interiori degli individui, e che è capace di parlare con serietà e originalità della natura della realtà e dei terrori del potere.
    «The Times Literary Supplement» del 10 giugno 1949
    * * *
    In altri paesi dell’Europa occidentale, in cui elementi del vecchio ordine avevano collaborato con il fascismo e, quindi, si erano strette nuove alleanze nella Resistenza, erano possibili altre scelte. Ma in Inghilterra la democrazia capitalista sopravvisse mantenendo intatte tutte le sue principali contraddizioni, per cui la pretesa o la speranza che si trattasse di democrazia sociale, o che tale dovesse divenire, durò più a lungo di quanto fosse ragionevole. Tale pretesa o speranza sopravvisse anche dopo le profonde delusioni del 1945-51 e del 1964-70 [l’autore si riferisce a due periodi di governo laburista in Gran Bretagna]. Tuttavia, una simile illusione non è statica. Se l’unico effettivo contrasto era tra “democrazia” e “comunismo”, una specie di accomodamento col capitalismo – con quel capitalismo che “era sul punto di” diventare una democrazia sociale – fu, temporaneamente in un primo tempo, poi abitualmente, concepibile. Avendo compiuto un tale accomodamento e la corrispondente identificazione del “comunismo” quale unica minaccia, divenne ancora più difficile scorgere e ammettere quali azioni l’imperialismo capitalistico fosse ancora capace di compiere: tutto ciò che, dal tempo della morte di Orwell, ha compiuto reiteratamente sia sul piano della repressione che della guerra.
    Questo fatto si realizzò a metà degli anni quaranta, e Orwell stesso vi contribuì. Poi, nel suo ultimo romanzo, 1984, egli scartò l’elemento apparentemente positivo di questa illusione – la credenza nell’avvento della democrazia sociale – e tra le mani non gli rimasero che effetti negativi. Per il futuro egli non vedeva che comunismo autoritario senza alternative o forze sociali che lo contrastassero. Il primo titolo per quello che doveva essere 1984, fu L’ultimo uomo in Europa, ed è chiaro come dovesse suonare: esso aveva una sua nuda onestà che rivelava il punto in cui le contraddizioni politiche e l’astrazione e l’isolamento in esse implicite coincidono con la mancanza di qualsiasi identità sociale indipendente nel produrre un terrore genuino.
    Raymond Williams
    OrwellFontana Books, Londra 1971
    Note:
    1 Sia pure assai rapidamente, le affinità e le dissomiglianze fra le tre anti-utopie di Zamjàtin, Huxley e Orwell sono trattate nel brano dell’Antologia critica del presente volume (n.d.c).
    2 Benedetto Croce (n.d.c.)

    Bibliografia essenziale
    OPERE DI GEORGE ORWELL
    Down and Out in Paris and London, Londra 1933; ed. it. Senza un soldo a Parigi e a Londra, Milano 1967. Burmese Days, New York 1934; ed. it. Giorni in Birmania, Milano 1948
    A Clergyman’s Daughter, Londra 1935; ed. it. La figlia del reverendo, Milano 1969.
    Keep the Aspidistra Flying, Londra 1936; ed. it. Fiorirà l’aspidistra, Milano 1960.
    The Road to Wigan Pier: on Industrial England and its Political Future, Londra 1937; ed. it. La strada di Wigan Pier, Milano 1960.
    Homage to Catalonia, Londra 1938; ed. it. Omaggio alla Catalogna, Milano 1948.
    Coming Up for Air, Londra 1939; ed. it. Una boccata d’aria, Milano 1967.
    Inside the Whale (saggi), Londra 1940.
    The Lion and the Unicorn: Socialism and the English Genius, Londra 1941.
    Animal Farm, Londra 1945; ed. it. La fattoria degli animali, Milano 1947.
    Critical Essays, Londra 1946.
    The English People (saggio), Londra 1947.
    Ninteen Eighty-Four, Londra 1948; ed. it. 1984, Milano 1950.
    Shooting an Elephant (saggi), Londra 1950.
    Such, Such Were the Joys (autobiografia), Londra 1968.
    Esiste una raccolta delle opere di George Orwell, la Uniform Edition (Londra 1948-1960), una selezione di saggi (Selecled Essays, Londra 1957) e una assai ampia raccolta di saggi, di scritti giornalistici e di lettere (The Collected Essays, Journalism and Letters, ed. Sonia Orwell – vedova dello scrittore – e Ian Angus, Londra 1968).
    Gli studi più importanti in inglese su George Orwell e la sua opera sono i seguenti:
    Enemies of Promise di Cyril Connolly, Londra 1949 (nuova edizione riveduta)
    George Orwell di Tom Hopkinson, Londra 1953
    Orwell di Edward Thomas, Edimburgo 1953
    George Orwell di Laurence Brander, Londra 1954
    George Orwell di John Atkins, Londra 1954
    A study of George Orwell di Christopher Hollis, Londra 1958
    George Orwell – Fugitive from the Camp of Victory di Richard Rees, Londra 1961
    The Paradox of George Orwell di Richard Vorhees, Lafayette, Ind., 1961
    The Crystal Spirit di George Woodcock, Londra 1967
    George Orwell di B. T. Oxley, Londra 1967
    The Making of George Orwell di Keith Alldritt, Londra 1969
    Orwell di Raymond Williams, Londra 1971
    The World of George Orwell a cura di Miriam Gross, Londra 1971
    The Unknown Orwell di Peter Stansky e William Abrahams, Londra 1972
    The Last Man in Europe: an Essay on George Orwell di Alan Sandison, Londra 1974 George Orwell: The Critical Heritage, a cura di Jeffrey Meyers, Londra 1975
    George Orwell, a Collection of Critical Essays, a cura di Raymond Williams, Londra 1975 The Road to 1984 di William Steinhoff, Londra 1975
    The Road to Miniluv: George Orwell, The State and God di Christopher Small, Londra 1975
    Orwell and the Left di Alex Zwederling, Yale University Press 1975
    Orwell: The Transformation di Peter Stansky e William Abrahams Londra 1979
    George Orwell: A Life di Bernard Crick, Londra 1980.
    Diamo qui di seguito gli estremi di alcuni articoli e saggi di critici italiani apparsi sulla stampa periodica:
    George Orwell critico e saggista di Maria Luisa Astaldi, «Ulisse» giugno 1950
    Ritratto sentimentale di George Orwell di Genti Pampaloni, «Il Ponte», marzo 1951
    George Orwell di Elena Croce, «Settanta», marzo 1972.
    Sulla «Fiera Letteraria», nel mese di ottobre del 1968, sono apparsi in lingua italiana gli articoli Questo è George Orwell e Antiquato sì ma fedele alle mie idee di John Gross che contengono numerosissimi interessanti estratti saggistici, libellistici e autobiografici dello scrittore, molti dei quali sono inediti. I due articoli erano apparsi poche settimane prima in originale su «The Observer» (22 e 29 settembre 1968) in occasione della pubblicazione della prima edizione di The Collected Essays, Journalism and Letters.
    Si vedano, inoltre, Invito alla lettura di Orwell di Giovanni Zanmarchi, Milano 1975; Utopia e totalitarismo: George Orwell, Maurice Merleau Ponty e la storia della rivoluzione russa da Lemn a Stalin, di Franco Livorsi, Torino 1979; George Orwell, di Stefano Manferlotti, Firenze 1979.




    sabato 6 luglio 2019

    Il portiere Courtois beccato con la bella Sara Soldati




    Il portiere Courtois beccato con la bella Sara Soldati: le foto hot della modella



    Li hanno beccati insieme a Ibiza, in atteggiamenti molto teneri. La nuova coppia dell'estate potrebbe essere quella formata da Thibaut Courtois, portiere belga del Real Madrid, e la modella italiana Sara Soldati. La ragazza ha un profilo Instagram da più di 100 mila fan e i suoi scatti lasciano veramente a bocca aperta.




















    venerdì 5 luglio 2019

    Furore / Il tempo, la società


    FURORE: IL TEMPO, LA SOCIETÀ

    “Il New Deal e lo stato dell’economia”.
    L’espressione New Deal, nuovo sistema, ha origine da una dichiarazione di Franklin Delano Roosevelt, durante la sua campagna elettorale per la presidenza: «… Io impegno voi, e impegno me stesso, a un nuovo sistema per il popolo americano.» Nel suo primo messaggio da presidente, disse ancora: «Lasciatemi proclamare la mia ferma convinzione che la sola cosa di cui dobbiamo aver paura è la paura stessa. I mercanti sono fuggiti dal tempio della nostra civiltà. Possiamo adesso restituirlo alle antiche verità.»
    La paura aveva tutti i motivi di regnare sugli Stati Uniti. Il giorno in cui Roosevelt si insediò alla presidenza, il 4 marzo 1933, si trovò di fronte una crisi disastrosa. Quella mattina le banche di Chicago e di New York, i centri gemelli del capitalismo americano, chiusero i battenti, seguendo l’esempio dato il mese prima da tutte le altre banche del paese. Il sistema bancario era completamente crollato sotto il peso del ritiro dei depositi da parte dei clienti presi dal panico. I disoccupati erano tra i 12 e i 15 milioni, un quarto dei lavoratori di tutta la nazione. Il commercio con l’estero era ridotto di un terzo. L’industria lavorava al 40% soltanto del suo potenziale. Le già gravi sperequazioni della società americana s’erano aggravate: il 60% delle famiglie aveva redditi inferiori ai 2000 dollari annui, un livello di stenta sopravvivenza; il 5% della popolazione, che godeva dei redditi più alti, incassava un terzo di tutto il reddito individuale. In tutte le regioni agricole stava per scoppiare la rivolta: in tre anni i contadini avevano visto il prezzo di mercato dei loro prodotti ridotto della metà e i loro redditi ridotti di due terzi, mentre le banche, cercando disperatamente di salvare qualcosa dall’incalzante naufragio, ostacolavano il riscatto delle ipoteche sulle terre. Le comunità agricole del West, già tormentate dalla siccità che aveva del tutto inaridito le Grandi Pianure, erano investite da gennaio da un fortissimo vento che, partito dal Texas occidentale e attraversando poi il Kansas, soffocava le regioni sotto un mare di sabbia. Nuvole di polvere bloccavano trasporti ferroviari e aerei, rendevano impraticabili le strade, annegavano le fattorie, si insinuavano in elettrodomestici, mobili e polmoni umani: nel 1935 avrebbero ridotto la zona a una deserta desolazione lunare. L’apparato dell’assistenza (dello Stato, delle città e dei privati) era venuto meno. Herbert Hoover, il presidente uscente, repubblicano come Coolidge e Harding che avevano per dieci anni governato l’America negli anni Venti logorandosi nel lungo esercizio del potere, s’era dimostrato incapace anche soltanto di affrontare i problemi. Lo spettro della fame si faceva concreto, Molti erano convinti che la rivoluzione fosse imminente.
    «Il paese», aveva dichiarato Roosevelt, «ha bisogno e, se non mi inganno sui suoi umori, chiede una coraggiosa e tenace sperimentazione». Eletto presidente, iniziò a dargliela. Il Congresso venne convocato in una sessione speciale che durò cento giorni, e con grande rapidità trasformò in leggi tredici importanti provvedimenti tra cui una legge d’emergenza per le banche, un’altra legge di emergenza per i soccorsi federali, una legge per la ripresa dell’industria nazionale, una legge per il risanamento dell’agricoltura, una legge sulle ipoteche per la terra, e la ratifica della fine del proibizionismo («Penso sia arrivato il momento di bersi una birra», fu la battuta di Roosevelt). Usando appieno i poteri conferitigli in base a queste leggi, il presidente procedette a creare numerosi enti esecutivi per l’attuazione del programma d’emergenza. C’erano la National Recovery Administration, l’Agricoltural Adjustement Administration, la Public Work Administration, il Civilian Conservation Corps (che avrebbe provveduto a togliere due milioni e mezzo di ragazzi senza lavoro dalle strade delle città per realizzare un vasto programma di rimboschimento) e la Tennessee Valley Authority (che costruì e gestì per conto del governo federale numerose dighe, risanando un’area immensa di campi in rovina e generando energia elettrica a buon mercato). L’opera di salvataggio ebbe successo, e offrì l’occasione per realizzare riforme da tempo necessarie.
    Il sistema bancario fu riorganizzato e il controllo della finanza nazionale passò da Wall Street a Washington. Nel 1936 fu instaurato un sistema di assicurazioni contro la disoccupazione e di pensioni per la vecchiaia garantito dal governo federale. Venne preparata la legge che nel 1938 avrebbe stabilito i minimi salariali e i massimi di ore lavorative. Fu sancito il diritto dei lavoratori ad avere organizzazioni proprie e contratti collettivi: diritto che i lavoratori si conquistarono a prezzo di lotte sindacali durissime e scioperi violenti. Una Securities and Exchange Commission tentò di risanare il mercato borsistico. La disoccupazione diminuì, ma non scese mai al di sotto del 10% della forza-lavoro (toccando anzi nel 1938 livelli del 19%) e mai al di sotto dei 10 milioni di unità. Le spese del programma governativo contribuirono a far uscire il paese dalla depressione, ma nel 1937 la paura dell’inflazione suggerì provvedimenti deflazionistici e provocò una nuova recessione nel 1938: fu soltanto il livello delle spese imposte dal riarmo a riportare dopo il 1940 una certa base di prosperità. Dall’esperienza del primo periodo del New Deal, Roosevelt avrebbe potuto ricavare una linea politica. Non lo fece. Profondamente conservatore, egli aveva inteso come suo compito la salvezza del sistema americano, la lotta contro le sinistre portatrici di altri sistemi. Roosevelt cambiò e rafforzò assai notevolmente la funzione e il ruolo del Presidente, accentrando in quella figura la soluzione di tutti i problemi politici. L’attività torrenziale del primo periodo del New Deal e del suo primo mandato presidenziale gli giovò moltissimo in questo senso, ed egli la sfruttò con infinita ingegnosità. Il presidente faceva sempre notizia, era sempre sulla prima pagina dei giornali: e Roosevelt seppe tenersi amici i giornalisti alle conferenze stampa informali che si svolgevano due volte la settimana. Con le «chiacchierate accanto al caminetto», alla radio, portò se stesso e il suo messaggio in milioni di case. Quasi ogni anno, fino alla guerra, viaggiò in lungo e in largo attraverso l’America; centinaia di migliaia di persone videro coi propri occhi il suo gran sorriso, il bocchino tenuto elegantemente tra le dita, il pince-nez, il naso forte, la mascella sporgente che fotografie e vignette avevano già reso familiari. Nel 1936 venne rieletto da quella che era fino a quel momento la più alta maggioranza popolare nella storia americana (27.476.673 voti contro i 16.679.583 dell’avversario), assicurandosi tutti gli Stati tranne il Vermont e il Maine. La sua maggioranza al Congresso arrivò ad altezze record. La sua lotta accanita contro la Corte Suprema (che, baluardo dei conservatori della nazione, aveva in quegli anni annullato alcune tra le più importanti leggi emesse nell’ambito del New Deal) conobbe sconfitte cocenti, ma riaffermò la convenzione costituzionale secondo cui essa Corte Suprema doveva mostrare moderazione e non invalidare con disinvoltura le leggi approvate dal Congresso e dal Presidente. Il New Deal, ricordato oggi come una saga paragonabile soltanto a quella dei pionieri, salvò il sistema capitalistico americano e stabilì quel potere autocratico del Presidente, che soltanto nel caso di Nixon è stato rimesso in discussione.
    “Letteratura della crisi”.
    Gli effetti disastrosi della crisi colpirono naturalmente anche la letteratura. Fu come un terremoto che sancisse la fine di un lungo tirocinio. Dal terremoto emerse la generazione della depressione convinta di avere ristabilito il senso della realtà e che tutta l’esperienza precedente, alla fosca luce dei terrori e dei doveri di quegli anni, fosse da giudicare insignificante. Il fatto stesso di scrivere, nel 1930 pareva imporre dei nuovi obblighi ed elargire dei nuovi diritti nei riguardi della storia. Il nuovo romanziere sociale si arrese incondizionatamente al naturalismo e, attraverso il naturalismo, arrivò spesso al comunismo.
    «Fino al 1930, anno in cui gli scrittori cominciarono ad affluire verso il partito comunista e verso le sue numerose filiali con un ardore così impetuoso e insieme così sottomesso da stupire gli stessi dirigenti, la letteratura proletaria fu un’astrazione che aveva un significato solo in quanto era un’arma politica,» scrive Alfred Kazin ne La Nuova Terra, storia della letteratura americana (Longanesi editore). «La letteratura della classe lavoratrice, che in America era stata rappresentata un tempo dai canti dei “wobblies” composti da Joe Hill e dalle poesie di Arturo Giovannitti, nonché dai romanzi di Jack London e di Upton Sinclair, negli anni dopo il 1920 si era ridotta alla critica marxista di Michael Gold, di V. F. Calverton e di Joseph Freeman, divenendo apertamente un metodo dottrinario, piuttosto che un movimento letterario. Durante quegli anni, che in Russia corrisposero al periodo intercorso fra la morte di Lenin e il definitivo insediamento di Stalin al potere, anche in America lo stesso partito comunista fu alternativamente dominato da gruppi di tendenze opposte in lotta per il potere e in breve il nostalgico socialismo letterario del periodo di Greenwich Village non fu più che una dolce memoria. Nel 1918 era morta la rivista The Masses, nel 1924 The Liberator, e quando nel 1926 fu fondata The New Masses, essa annoverò fra i suoi redattori ufficiali e collaboratori un gruppo di persone così disparate da comprendere Mickael Gold, Louis Untermeyer, Freda Kirchwey, John Dos Passos ed Edmund Wilson…»
    «… Furono troppi gli scrittori felici di sottomettersi, specialmente se, fino al momento della loro conversione, avevano pensato a Karl Marx come a un tedesco dell’Ottocento barbuto e noioso. Erano rimasti così storditi dalla crisi, erano così lamentosamente desiderosi d’un nuovo e solido concetto di cambiamento, che la povertà manifesta o la disperazione degli altri credi li conduceva direttamente al comunismo. Il bolscevismo era ferreo, aggressivo, energico, e aveva un programma, e la letteratura proletaria, anche se i proletari ben di rado ne sentivano parlare, né certo l’avrebbero mai gustata, conteneva la promessa di una nuova società, per non dire di una nuova letteratura, che avrebbe offuscato qualsiasi altro periodo della storia letteraria americana. Di fronte al crollo mondiale del capitalismo, perfino nell’ardore letterario del socialista della classe media risuonava potente il diapason della salvezza e le linee nette e profetiche della teoria marxista, che così inoppugnabilmente si applicavano a tutti i campi della demoralizzazione contemporanea, davano un inesauribile senso di certezza della vittoria. Una filosofia della classe lavoratrice stuzzicava tutti gli istinti democratici locali degli scrittori americani, rinforzandoli entro uno schema di idee che appariva logico e che aveva urgente importanza internazionale. Che cosa importava se H. L. Mencken sogghignava e se ben pochi buoni scrittori rimanevano a lungo nel campo comunista? In quegli anni subito dopo il 1930, il fatto che un autore fosse marxista conferiva alla sua opera una dignità nuova e una serietà che la nobilitava…»
    «… Per tanti scrittori di quel periodo, l’attrattiva dell’avventura letteraria comunista derivava dalla confusione di due distinte entità: la speranza di una maggiore democrazia economica e sociale in patria, e l’influenza di un paese che non aveva mai conosciuto democrazia. Questo fatto che divenne tragico dopo il patto nazi-sovietico e la ‘grande illusione’, apparve chiaro dopo il 1935, quando il partito comunista, cercando di formare un fronte unico contro il fascismo, lasciò deperire la letteratura proletaria, interessandosi (come aveva fatto osservare Philip Rahv) piuttosto degli autori che dei libri. Ma chi fra questi scrittori avrebbe potuto prevederlo subito dopo il 1930, allorché i comunisti profetizzavano la rivoluzione imminente e lavoravano in suo favore, e lo zelo informe dei convertiti trovava la sua espressione in una letteratura a base di declamazione, di satira slacciata, d’intensa fiducia nell’avvenire e di copertine di New Masses? Allora non aveva importanza che il loro radicalismo consistesse soltanto in un populismo letterario; una sensibilità nuova e più calda era all’ordine del giorno, Lincoln Steffens aveva visto il futuro, ed era un futuro che ‘lavorava’. La Russia, nel periodo del grande ottimismo, appariva qualcosa di più che un grande esperimento sociale: era una forma di terapia letteraria. Quando Ella Winter era in Russia, Steffens le scrisse: ‘Prendi tutto: tutto fuorché i particolari. Lascia che la Russia ti elevi lo spirito e te lo purifichi. E’ meglio essere una rivoluzione che vederla, e la Russia può farti avanzare di secoli nella civiltà. Può farti arrivare d’un balzo fin dove è arrivata lei, e poi mostrarti il futuro… La Russia è tutto quello di cui mancano Dorothy Parker, Hem, Dos Passos e tutta la scuola dei giovani. Loro lo cercano nell’alcool e lo trovano nel cinismo. Tu puoi trovarlo com’è nella forma viva di un popolo al lavoro, in una religione. Fede, speranza, libertà di che vivere: la Russia non ha bisogno dell’alcool…’ Dos Passos, scrivendo in New Masses nel 1930, lanciò un appello commovente agli scrittori esortandoli a destarsi, a prender coscienza delle condizioni in cui si trovava l’umanità e a spogliarsi di quell’irresponsabilità cinica, che era stata così di moda nel decennio precedente…» È indubbio che John Steinbeck accolse nel modo più convinto l’invito di Dos Passos, che non era un convertito dell’ultima ora e aveva un senso scrupoloso e passionale dei valori umani, per cui vedeva una letteratura sociale militante come conseguenza inevitabile e irrimandabile della depressione.
    “Nelle campagne”.
    Leggiamo in Roosevelt e il New Deal 1932-1940 di William E. Leuchtenburg (Laterza editore): «Roosevelt rivelò assai maggior entusiasmo per i piani chimerici miranti a trasferire in campagna gli abitanti dei quartieri malsani, che non per i progetti di risanamento urbano.» «Il presidente,» ha scritto Tugwell nel 1954 sulla rivista Ethics, «era sempre stato convinto, e sempre lo sarebbe rimasto, che la gente stesse meglio in campagna, e che la situazione delle città fosse quasi senza speranza…» Roosevelt, che da governatore dello stato di New York aveva fatto esperimenti per associare l’agricoltura all’industria fondando un «gruppo agricolo-industriale», incaricò il senatore Bankhead di approntare una proposta di stanziamento di fondi, in base al NIRA, per la creazione di villaggi autosufficienti. Secondo il capo della “Subsistence Homestead Division”, M. L. Wilson, questi programmi erano «un movimento di classe media, per gente selezionata, non per la crema e neppure per la feccia», e cioè per americani che non fossero dei «patiti della luce elettrica», e che si sentissero degli «isolati nell’èra dell’industria e del jazz». Il New Deal costruì circa un centinaio di comunità, per lo più colonie esclusivamente agricole come Penderlea Homesteads nella North Carolina, oppure villaggi operai autosufficienti come Austin Homesteads nel Minnesota. L’esperimento che più colpì l’opinione pubblica fu quello di Arthurdale presso Reedsville, nella zona depressa dei bacini carboniferi montani della West Virginia. Arthurdale fu una mania personale di L. Howe e della signora Roosevelt, la quale vi spese migliaia di dollari di tasca propria, e si risolse in un costoso fallimento. «Abbiamo gettato via il denaro laggiù come marinai ubriachi,» si lamentò Ickes. Sebbene i dirigenti del movimento fossero convinti di offrire alla gente l’agognata possibilità di fuggire i mali di una volgare società industriale, i villaggi che riuscirono meglio furono proprio quelli che – come El Monte presso Angeles e Longview nella valle del fiume Columbia – assunsero presto il carattere di una qualsiasi comunità suburbana. Appena scomparsa all’orizzonte la nube minacciosa dei primi anni della depressione, la gente si affrettò a tornare al suo «vero» mondo, all’animazione delle vie cittadine. Palesemente sperimentale e utopistico, il movimento dei villaggi autosufficienti si presentò ben presto come ricerca di un’arca in cui rifugiarsi, e cioè proprio come un residuo della disperazione dei primi anni ’30.
    «Ironia della sorte, proprio nel momento in cui il New Deal stava celebrando il suo idillio rurale, il paese cominciava a rendersi conto dello squallore della vita dei campi,» racconta Leuchtenburg nel volume già citato. «I romanzi di Erskine Caldwell (specialmente Tobacco Road, che divenne, nella versione teatrale, uno dei grandi successi di Broadway), libri come You Have Seen Their Faces, dello stesso Caldwell e di Margaret Bourke White, che mostrava le immagini del contadino con i suoi figli rachitici, i suoi cani rognosi, la moglie precocemente invecchiata, l’umano Let Us Now Praise Famous Men di James Agee, illustrato con fotografie di Walker Evans, e corrispondenze giornalistiche come quelle del 1935 di Frazier Hunt sul World-Telegram di New York, contribuirono ad aprire gli occhi della nazione sulle miserie dei lavoratori della terra. Hunt scrisse che i braccianti del Sud gli rammentavano i coolies cinesi da lui visti al lavoro lungo la ferrovia della Manciuria meridionale, con la differenza che in Cina non si vedevano bambini nei campi. Erano gente che ‘sembrava appartenere a un paese diverso dall’America che conoscevo ed amavo’. Il New Deal non poteva essere biasimato per il sistema sociale che aveva ereditato, ma la sua politica peggiorò le cose. La riduzione delle colture di cotone promossa dall’A.A.A. cacciò dalla terra i fittavoli e i braccianti, mentre i proprietari, con la connivenza dei comitati locali dell’A.A.A., in cui dominavano, defraudavano i fittavoli della loro giusta quota di profitto. Quando Norman Thomas e altri richiamarono l’attenzione di Roosevelt su questi abusi, il presidente raccomandò di avere pazienza. Aveva già abbastanza da fare per dirigere quel vasto processo di mobilitazione con cui sperava di riportare la prosperità nelle campagne, e non aveva nessuna intenzione di rivoluzionare i rapporti sociali nel Sud. Persino gli spiriti più audaci del New Deal temevano di compromettere il resto del programma irritando potenti senatori conservatori come Joe Robinson dell’Arkansas. Fu nell’Arkansas che mezzadri e braccianti, esasperati dai metodi brutali dei proprietari e dei comitati dell’A.A.A., fondarono, nel luglio 1934, la “Southern Tenant Farmers’ Union”. Diretti da socialisti, i contadini, negri e bianchi (alcuni dei bianchi erano stati membri del Ku Klux Klan) si organizzarono sindacalmente nella regione intorno a Tyronza. I proprietari reagirono col terrorismo. ‘Capoccia a cavallo’ diedero la caccia ai sindacalisti come a schiavi fuggitivi; membri del sindacato vennero frustati, gettati in prigione, presi a fucilate, ed alcuni anche assassinati. La moglie di un mezzadro di Marked Tree scrisse: ‘Abbiamo fatto la guardia alla casa e siamo stati all’erta fino all’esaurimento; non c’è una legge che ci protegga. Loro e i proprietari si sono tutti dati alle cavalcate notturne… hanno sparato contro alcune case e hanno minacciato il nostro sindacato e vogliono impedirci di riunirci nel municipio.’ Interrogato da un giornalista sugli episodi di violenza, un tale rispose: ‘Abbiamo avuto una situazione piuttosto seria, qui nell’Arkansas, per questa mania di dar del <signore> ai negri e di fargli credere che il governo gli darà quaranta acri di terra a testa.’ Ancor più tragica era l’esperienza dei contadini costretti a emigrare. Abbandonando sui trattori, le loro terre, molti ‘Arkies’ e soprattutto ‘Okies’, le cui fattorie erano state spazzate via da tempeste di sabbia, si dirigevano ad Ovest verso gli aranceti e i campi d’insalata della costa del Pacifico. Alla fine del decennio, un milione di questi emigranti, nomadi senza un centesimo, in carovane interminabili di vecchie automobili zeppe fino a scoppiare di biondi bambini seminudi, erano dilagati nelle piccole città dell’Oregon e del Washington e si spingevano ora nelle vallate della California. Con le loro Hudson impolverate che procedevano traballando verso occidente lungo la Highway 66, i Joads descritti da John Steinbeck in The Grapes of Wrath simboleggiavano migliaia di americani sradicati dalle loro fattorie, in marcia verso le terre dei fiori di loto dell’Ovest dove una volta giunti al termine della loro sfibrante odissea, sarebbero affogati in un mare di manodopera a buon mercato, sfruttati dai grandi proprietari di frutteti, braccati dagli sceriffi, portandosi dietro la loro miseria come un marchio d’infamia.»
    Negli uffici del dipartimento dell’Agricoltura Jerome Frank e i suoi alleati difesero la causa dei mezzadri e dei fittavoli privi di rappresentanza politica. Il direttore dell’A.A.A., Chester Davis, si dimostrò sensibile alle loro idee, anche se, come il suo predecessore Peek, era convinto che il principale scopo dell’ente fosse quello di rimettere in sesto l’agricoltura e non di rivoluzionare la struttura sociale delle campagne. Davis sostenne persino, nonostante le proteste dei piantatori, che il contratto del 1934-35 per l’industria del cotone dovesse fare obbligo al proprietario di tenere sui suoi terreni lo stesso numero di fittavoli che c’erano nel 1933. Ma per il gruppo di Frank non era ancora abbastanza. Lager Miss, dell’ufficio legale, stese una memoria, approvata da Frana, che imponeva ai piantatori di tenere i medesimi individui come fittavoli per tutta la durata del contratto, e Frana fece circolare la nuova direttiva mentre D’AVIS si trovava fuori città. Al suo ritorno, D’AVIS l’abrogò, e, inferocito contro i riformatori, chiese una resa dei conti. Con l’appoggio di Roosevelt e di Fallace, egli fece piazza pulita nell’ufficio legale ed estromise Frana, Garrendo Jackson, Lee Pressman, Frank Shea e Frederic Howe. Hiss, che stranamente non figurava sulla lista nera di Davis, si dimise. I liberali considerarono la «purga» della fazione di Frank come la fine di un’èra, il trionfo dei piantatori e delle industrie di trasformazione su coloro che auspicavano una l’apertura sociale nella politica agricola».
    Nell’aprile 1935, poco dopo la cacciata del gruppo di Frank, il presidente Roosevelt creò la “Resettlement Administration” per rimediare alla miseria delle campagne, e chiamò a dirigerla il capo dei fautori di riforme agrarie, Rexford Tugwell. La R.A. riprese i programmi di risanamento agricolo che Harry Hopkins aveva iniziato con la FERA, come pure i programmi per la creazione di comunità agricole autosufficienti. Tugwell aveva scarsa simpatia per queste colonie, considerandole un anacronismo: il suo ideale erano le città lasciate da una «cintura verde». Ne costruì tre – presso Washington, D.C., Cincinnati e Milwaukee – interamente nuove, situate presso le fonti di occupazione e circondate da alberi e prati. Queste comunità cinte di verde, che rispecchiavano la concezione della città-giardino propugnata dall’inglese Ebenezer Howard, e l’esperimento compiuto dagli urbanisti americani a Radburn, nel New Jersey, fecero più colpo sui visitatori stranieri di qualsiasi altra realizzazione del New Deal, se si eccettua la T.V.A. Il principale compito di Tugwell non era quello di fondare comunità, ma di reinsediare la popolazione agricola; egli cercò di togliere gli agricoltori impoveriti dalle zone submarginali e di farli ricominciare daccapo su terra buona, con attrezzature adeguate e sotto la guida di esperti. Ma non poté mai disporre del denaro sufficiente per fare cose di un certo rilievo. La R.A., che progettava di trasferire 500 mila famiglie, in effetti ne reinsediò soltanto 4441. Procedendo su scala così esigua, era escluso che si potesse risolvere il problema dei mezzadri e dei fittavoli. Alcuni dirigenti del Sud, preoccupati anche dalla minaccia costituita da Huey Long, avevano cominciato a capire che occorreva un’azione più energica. Un gruppo di riformatori umanitari del Rosenwald Fund avanzò a un certo punto una proposta (redatta dal professor Frank Tannenbaum) che andava incontro ai fittavoli del Sud, e di cui il senatore Bankhead dell’Alabama si fece patrono. Il disegno di legge Bankhead, presentato per la prima volta nel 1935, si prefiggeva di aiutare fittavoli e braccianti a diventare proprietari; esso rifletteva la fede nel sogno jeffersoniano del piccolo coltivatore diretto e insieme la simpatia di Tannenbaum, uno specialista dell’America Latina, per l’esperimento messicano di trasformare i “peones” in contadini proprietari. I conservatori del Sud protestarono che la proposta era rivoluzionaria, e i radicali dissero che sarebbe servita soltanto a creare una casta contadina simile a quella dei “nobel Bauern” di Hitler. Ma quando nel 1937 essa ricevette la benedizione dello “Special Committee on Farm Tenancy” nominato dal presidente, il Congresso diede rapidamente la sua approvazione.
    In base al “Farm Tenancy Act del 1937”, un nuovo ente, la “Farm Security Administration”, sostituì la R.A. e concesse agli agricoltori prestiti per il risanamento agricolo, accordò mutui a lunga scadenza e a basso interesse a famiglie scelte di fittavoli perché acquistassero poderi di congrue dimensioni, e venne in aiuto ai lavoratori stagionali creando una catena di accampamenti, igienici e bene amministrati, dove trovavano sistemazione te correnti migratorie. La F.S.A. fu il primo ente a fare qualcosa di concreto per i contadini: alla fine del 1941 aveva speso più di un miliardo di dollari, buona parte dei quali, tuttavia, in forma di mutui che dovevano essere restituiti. Dischiuse nuovi orizzonti contribuendo al lancio di cooperative per l’assistenza medica e attirò su di sé l’ira dei commercianti cerealicoli delle «città gemelle» prestando denaro a cooperative per l’acquisto di silos. Rischiando continuamente di rovinarsi sul piano politico, fu di un’equità scrupolosa nei confronti dei negri. Eppure, nonostante tutto, non fu all’altezza dei suoi compiti. A ben guardare, il principale vanto della F.S.A., e cioè la percentuale estremamente alta di mutui che le venivano restituiti, conferma che essa non intervenne veramente a fondo nel problema della miseria agricola. La F.S.A. non aveva un elettorato politico – braccianti e lavoratori stagionali erano spesso privi del diritto di voto o politicamente amorfi – mentre i suoi nemici (specialmente le grandi società agricole affamate di manodopera a buon mercato, i proprietari terrieri del Sud ostili agli aiuti forniti ai fittavoli) avevano una rappresentanza potente al Congresso. Gli avversari mantennero gli stanziamenti in favore della F.S.A. a un livello talmente basso, che essa non fu mai in grado di attuare un programma su vasta scala. «Nell’inverno 1939, sebbene le grandi peregrinazioni avessero già superato il loro momento culminante, si vedevano ancora famiglie che si stringevano intorno ai falò lungo le carrozzabili dell’Ovest. La stazione di servizio, punto d’incontro fra gente stabile e gente errabonda, faceva da palcoscenico all’epopea della depressione», scrive sempre Leuchtenburg in Roosevelt e il New Deal. «Qui si fermavano i Joads nel loro cammino verso Occidente sulla Highway 66; qui facevano rifornimento i pullman transcontinentali in tutto un ciclo di film di solitari vagabondaggi. Se nel romanzo tipico degli anni ’20 l’eroe va alla stazione ferroviaria della cittadina di provincia per salire sul treno che dovrà portarlo alla metropoli piena di promesse, nel romanzo tipico degli anni ’30 egli è lasciato solo su una strada di grande comunicazione a chiedere un passaggio per una destinazione sconosciuta. Alla fine di “U.S.A.”, di Dos Passos, il giovane Vag se ne sta, affamato e con i piedi doloranti, sul ciglio di una strada, senza speranza o meta alcuna salvo quella di andare ‘un centinaio di miglia più avanti’. Man mano che gli anni della depressione passavano, il disoccupato si abituava ad una sorta di moto perpetuo senza scopo, come la musica ossessiva della più popolare canzone di quegli anni, come i ballerini delle gare di resistenza che si agitavano come automi sulla pedana, esausti e appena capaci di muovere le membra, come i ciclisti delle ‘sei giorni’ che pedalavano senza posa sulla pista ovale, ipnotizzando gli spettatori con la monotonia dei loro giri…»
    “Tutto quello che vive è sacro”.
    «John Steinbeck è nato anche lui in California, e si è occupato della California più di ogni altro scrittore del gruppo. I suoi romanzi ci offrono della Salinas Valley una rappresentazione approfondita e rigorosa, che non ha l’uguale nella nostra letteratura recente, se si eccettua la vasta esauriente indagine dello stato del Mississippi compiuta da Faulkner. E che cosa ha trovato Steinbeck in questa regione che conosce così bene?» si domanda Edmund Wilson nel saggio «I californiani» (Saggi letterari 1920-1950″, Garzanti, Milano 1967) e si risponde. «Secondo me il suo virtuosismo tecnico mette un po’ in ombra i suoi temi. Steinbeck ha pubblicato otto romanzi che, per il loro diverso impianto, danno come l’illusione d’essere stati scritti da vari punti di vista. Tortilla Flat è un idillio comico, con una semplicità quasi da racconto popolare; In Dubious Battle è un romanzo di lotte sindacali, che si svolge intorno a degli organizzatori comunisti secondo uno schema piuttosto tradizionale; Of Mice and Men è un piccolo intenso dramma, congegnato con fin troppa abilità, e una parabola che pone sotto accusa l’umanità da un angolo visuale non politico; “The Long Valley” è una serie di racconti, per la maggior parte su animali, nei quali i simboli poetici sono presentati in ambienti realistici ricostruiti con concretezza di particolari; The Grapes of Wrath è un romanzo di propaganda politica, pieno di prediche e interludi sociologici, condotto in chiave epica. Sicché ogni volta l’attenzione viene distratta dal contenuto dell’opera, perché ad ogni alzar di sipario Steinbeck presenta un genere nuovo di spettacolo. Eppure c’è nell’opera narrativa di questo scrittore un sostrato che rimane costante e che le conferisce un certo peso: in Steinbeck c’è una costante preoccupazione per l’aspetto biologico delle cose. Egli è un biologo nel senso letterale di uno che s’interessa di ricerche biologiche…»
    «Steinbeck si occupa quasi sempre di animali inferiori o di esseri umani così primitivi da risultare quasi a un livello animalesco. In The Grapes of Wrath, il viaggio dei Joad è paragonato all’inizio alla marcia di una tartaruga, ed è continuamente accompagnato e parodiato da animali, insetti e uccelli. Quando i mezzadri espropriati dell’Oklahoma sono costretti ad abbandonare la loro fattoria, l’autore descrive ampiamente l’invasione della casa ad opera di pipistrelli, donnole, civette, topi e gatti ridiventati selvatici…»
    «Tema di fondo dell’opera di Steinbeck, non sono dunque gli aspetti dell’uomo nei quali più si rispecchiano capacità speculativa, immaginazione e spirito costruttivo, né gli aspetti delle bestie che attirano maggiormente l’uomo, ma piuttosto i processi della vita. Nella normale condizione della natura, organismi viventi subiscono una continua distruzione, e tra i principali fattori di distruzione si annoverano l’avidità di preda e l’istinto di competizione, che per le creature che mangiano e si riproducono sono condizioni necessarie di sopravvivenza…»
    «I problemi morali di cui si occupa Steinbeck non vanno solitamente al di là di questo stadio primitivo: le virtù, e così i crimini, per lui non sono che una parte di questi processi quasi inconsci, senza programma né scopo. Il predicatore di The Grapes of Wrath non si fa più illusioni sulla morale degli uomini e il suo sermone sulla tomba di Nonno Joad, che era stato per tutta la vita un uomo lascivo e triviale, esprime chiaramente il punto di vista di Steinbeck: ‘Questo vecchio qui ha vissuto la sua vita ed è morto. Non so se è stato buono o cattivo, ma questo ha poca importanza. Era vivo, ed è questo che conta. E adesso è morto, e questo non conta. Una volta ho sentito uno che recitava una poesia e diceva: <Tutto quello che vive è sacro>’.» È significativo che questo appello alla sacralità della vita risuoni in America nell’anno 1939, proprio mentre in Europa si inaugura la guerra.




    giovedì 4 luglio 2019

    Henri Charrière / Il bel volo di PAPILLON da Mauriac a Polanski

    • Henri Charrière

      Henri Charrière

      Il bel volo di PAPILLON da Mauriac a Polanski

      di Ugo Ronfani
      Papillon: una farfalla che vola alto, come un’aquila. Il lungo romanzo autobiografico (500 pagine) dell’ex-ergastolano Henri Charrière sta battendo il record assoluto dei best-sellers. Il traguardo del milione di copie non è lontano. L’editore francese, Laffont, può dire senza ironia che è il libro più venduto dopo la Bibbia. Sono state fatte o sono in corso traduzioni in inglese, tedesco, spagnolo, italiano. Con Papillon l’intellighentia francese (a cominciare da Jean-François Revel, autore del commento che chiude il libro) è tornata ad abbeverarsi avidamente alle torbide fonti della letteratura canaille. François Mauriac dichiara sul «Figaro Littéraire»: «Ce nouveau confrère est un maître». Poiché bisogna pensare anche al vulgo, ecco un Papillon a fumetti, realizzato dall’esperta matita di Popineau, sulle colonne di «France Soir», il più diffuso quotidiano parigino del pomeriggio. Naturalmente il cinema non è mancato all’appuntamento, e ha fatto le cose in grande. Contratto firmato proprio in questi giorni; i diritti della versione cinematografica sono stati acquistati per la bazzecola di 550.000 dollari, la metà dei quali andrà al Charrière. Sarà Roman Polanski, nientemeno, a raccontare sullo schermo le avventurose evasioni di Papillon dall’inferno della Guyana: Polanski che così, dopo i sabba di Rosemary’s Baby, torna al mondo violento e crudele di Cul-de-sac, con in più le ossessioni di un’orribile storia «vissuta», quella della strage di Los Angeles. La parte dell’ergastolano toccherà a Warren Beatty, l’eroe nero di Bonnie and Clyde.* (Più adatto a volgere in immagini l’avventurosa storia di Charrière sarebbe stato, secondo alcuni, Sergio Leone, ma il regista dei western all’italiana s’è lasciato sfuggire la grande occasione).
      La Francia «bene» non ha complessi; mentre condannava al ludibrio e spingeva al suicidio Gabrielle Russier, la piccola professoressa di Marsiglia colpevole di essersi innamorata di un allieva, decretava la gloria letteraria a Papillon, pronta a indignarsi quando c’è stato il pericolo che la polizia espellesse dalla Francia il Charrière, venuto con la moglie da Caracas – dov’è diventato un albergatore distinto – per intascare i milioni del libro, ma rimasto, purtroppo, per gli schedari del Quai des Orphèvres, un ergastolano evaso. Alla fine, inchinandosi al verdetto popolare, la polizia ha chiuso non uno ma due occhi e «Farfalla» ha potuto svolazzare impunemente attraverso tutta la Francia, firmare autografi e cenare da Maxim’s, tenere conferenze sulla riabilitazione dei truands e farsi fotografare al braccio di Brigitte Bardot. Un’istantanea scattata in un centro turistico della Savoia lo ha mostrato perfino al fianco dell’ex-prefetto di polizia di Parigi, Maurice Papon: per «Papillon» — che nel ’31 era stato condannato (innocentemente, egli afferma) al bagno penale per l’uccisione di un prosseneta – la riabilitazione, la consacrazione, la gloria. Siamo al punto in cui «Papillon» fa scuola, in cui il suo esempio ispira i truands in vena di riconversione letteraria: non ha dichiarato subito dopo la scarcerazione Louis Fillot, uno degli imputati del processo ai capimafia marsigliesi Guerini, che contava di scrivere, come il Charrière, la propria storia di uomo del milieu? Il che è anche logico, se si vuole, visto che ad Henri Charrière — come ha confidato in una delle sue numerose interviste — l’idea di raccontare le proprie avventure di bagnard è venuta dopo avere letto, nel suo albergo a Caracas, L’Astragale della povera Albertine Sarrazin. «Se ’sta figliola – si è detto — con la sua storia di un osso spezzato è riuscita a vendere 120 mila copie del libro, con tutte le mie evasioni, le coltellate date e ricevute, i mesi in cella di punizione, i soggiorni fra i lebbrosi e gli indiani io dovrei venderne un milione». Previsione quasi realizzata. Anche perché «Papillon» ha avuto l’ottima idea di spedire il manoscritto (dei quaderni di scuola riempiti in bella calligrafia) proprio a Jean-Pierre Castelneau, un «negro» dell’edizione specializzatosi nella letteratura canaille, lo stesso che al tempo in cui lavorava per Pauvert aveva scoperto Albertine Sarrazin.
      Il nuovo «lancio» di Castelneau – come s’è visto – è riuscito. Niente da dire, sul piano della letteratura commerciale la ricetta è perfetta. È la stessa, in fondo, che più di un secolo fa aveva assicurato il successo dei Misteri di Parigi di Sue, il quale – come ha scritto Jean Fréville – «aveva capito che il lettore colto ed educato predilige, forse per compensazione, le storie dei bassifondi, e il pubblico dei quartieri alti va in visibilio per le orrende avventure di personaggi mostruosi». E difatti in Papillon c’è molto dei Misteri di Parigi e parecchio del Conte di Montecristo, con in più l’esotismo di Pierre Loti, senza dimenticare il «verismo lirico» di Steinbeck, il «romanticismo virile» di Hemingway e, naturalmente, un po’ di erotismo alla moda, il tutto in uno stile «parlato» pimentato con espressioni dell’argot della malavita. L’insieme fa «vita vissuta», anche se sulla veridicità di certi momenti del racconto sono leciti dubbi, e in più punti cogli «Papillon» intento a barare fra memoria e immaginazione. Del resto, siamo giusti: che cosa si vorrebbe di più da questo self-made man della letteratura? Gli ingredienti sono piccanti (ci sono perfino degli ergastolani cannibali) e il prodotto, smerigliato nell’officina Castelneau, è ben confezionato. Il racconto procede svelto, le descrizioni sono nette e vivaci. Il lettore può essere incredulo ma non s’annoia mai. L’eroe della storia — se possiamo chiamarlo così – non si perde in geremiadi e lamentazioni; è un uomo energicamente ottimista, che «ha fame della vita», anche quando giace malato in fondo a una cella di punizione dell’inferno della Guyana. È questo feroce, indomabile, straordinario furore di vivere (libero) che fa la forza del personaggio, e del libro. E poi «Papillon», questo diavolo d’uomo che aveva cominciato la sua carriera come scassinatore di casseforti, sa trovare perfino gli accenti del moralista. «Un condannato – scrive – è come un bambino, impara a obbedire. Ma al bambino punito si fa ritrovare la fiducia con una buona parola. Il condannato si chiuderà per sempre su se stesso se nessuno gli ridarà la dignità perduta, se nessuno gli dirà: “Nonostante tutto, sei rimasto un uomo”». Polanski potrebbe forse cominciare il suo film con queste parole.
      * Roman Polanski fu uno dei primi registi interessati a portare sul grande schermo la storia di Charrière, e Warren Beatty avrebbe dovuto interpretarne il ruolo del protagonista. Quel primo progetto fu abortito per mancanza di finanziamenti e per il disinteresse di Beatty ma il film fu successivamente diretto da Franklin J. Schaffner e la parte di Charrière affidata a Steve McQueen.
      Fonte: Il Dramma, Anno 46, Numero 2 – Febbraio 1970, p. 118

      Miranda Kerr / Willy Venderperre



      Miranda Kerr
      WILLY VANDERPERRE

      lunedì 1 luglio 2019

      Stephen King / Intervista a Playboy


      • Stephen King: Playboy Interview

        STEPHEN KING: INTERVISTA A PLAYBOY

        Nel giugno del 1983 Playboy Usa incontra un maestro del brivido che nella sua successiva carriera avrebbe pubblicato oltre sessanta opere, tutte regolarmente entrate nella classifica dei bestseller. King racconta gli inizi molto difficili, il successo inaspettato e quella sottile linea di follia che tiene legata fin dal principio tutta la sua produzione. Oltre ai suoi protagonisti assolutamente da non emulare
        di Eric Norden – foto Vernon Smith
        Nel primo inverno del 1972, una casalinga del Maine mentre spolverava lo studio improvvisato del marito pescava un manoscritto da lui scartato dal cestino della spazzatura e si metteva a leggerlo. Quando Ste­phen King tornò dalla sua giornata di insegnamento di scuola inglese, quella sera, sua moglie Tabitha lo convinse a riprendere il lavoro su quel romanzo abbandonato, nonostante la sua convinzione «di aver scritto la cosa più perdente di tutti i tempi». Alcuni mesi più tardi, presentò la versione riveduta e corretta alla Doubleday & Company a New York. “Carrie”, una fiaba contorta su un’adolescente brutto anatroccolo che si trasforma in uno spietato motore di distruzione psichica, fu acquistato da Doubleday nel marzo 1973 con un anticipo di 2500 dollari e poi venduto in 13000 copie. Da li ebbe inizio l’avventura di uno degli scrittori di maggior successo dell’era moderna.
        PLAYBOY: «Il protagonista di Le notti di Salem, un giovane autore alle prese con una somiglianza con il suo creatore, confessa a un certo punto: “A volte, quando sono a letto la sera, insceno un’intervista a Playboy su di me. Spreco di tempo, penso. La fanno solo se gli autori dei loro libri sono venditori di best seller che finiscono nei campus universitari”. Dieci romanzi e diversi milioni di dollari in banca più tardi, i tuoi libri sono best seller e si trovano in ogni campus e ovunque. Come ci si sente?
        STEPHEN KING: «È davvero bello, è una sensazione che amo. E certo è una forte spinta al mio ego pensare che io stesso sarò oggetto di una delle vostre interviste, il mio nome comparirà in grassetto e le mie foto saranno pubblicate vicino a delle frasi nelle quali potrò dichiarare più o meno quello che mi pare. Sarà un onore essere in compagnia di personaggi stellari come George Lincoln Rockwell e Albert Speer. Che succede, non siete riusciti ad arrivare a Charles Manson?!?».