lunedì 21 dicembre 2015

Katherine Mansfield / La scrittrice che ingannò il destino

Katherine Mansfield



Katherine Mansfield 
La scrittrice che ingannò il destino

Completare sempre nuovi racconti per non pensare al dolore. Una gara con il tempo mentre incalzava la malattia ai polmoni

Pietro Citati
17 dicembre 2012 (modifica il 20 dicembre 2012)

Poche persone furono amate come Katherine Mansfield, negli anni della sua breve vita. Nel 1922, Dorothy Brett diceva: «È così adorabile che non ci possono essere mezze misure. Uno l'ama appassionatamente, perché è impossibile fare altrimenti». E Samuel Kotelianksij: «L'amavo talmente che i suoi scritti erano e rimangono per me una delle manifestazioni meno importanti di lei. È il suo essere, cosa era, l'aroma del suo essere che io amo. Katherine poteva fare cose detestabili, ma il modo con cui le faceva era ammirevole, unico». Oggi, novant'anni dopo la morte della Mansfield a Fontainebleau, Nadia Fusini la ama con la stessa appassionata delicatezza, e le dedica un libro molto bello e bizzarro (La figlia del sole, Mondadori). Bizzarro perché il racconto si maschera dietro una cornice fittizia: ma questo elemento fittizio rende più intensa e inquieta la rappresentazione della immaginaria «figlia del sole».
Nadia Fusini, «La figlia del sole», Mondadori, pp. 154, € 18Nadia Fusini, «La figlia del sole», Mondadori, pp. 154, € 18
Nella lettera a un'amica pittrice, la Mansfield raccontò di come, al mercato, si fermò davanti a un carretto di mele e rimase stupefatta a guardarle. Non aveva altro desiderio che diventare quelle mele. E chiedeva all'amica: «Quando dipingi le mele, senti che il tuo seno e le tue ginocchia diventano mele? O ti sembra una sciocchezza?». Come la Mansfield, anche Nadia Fusini pensa che non sia affatto una sciocchezza. Desidera identificarsi con il suo modello. Affonda, sprofonda dentro di esso: si ritrova in un mondo in cui si sente un'immigrata e una straniera. Diventa la Mansfield, e lascia a questa straniera dentro di lei il dono di esistere liberamente. Ma è complicatissimo diventare sia una mela sia una scrittrice: perché in entrambe si nascondono molte e misteriose esistenze; a tratti la Fusini deve abbandonare il suo modello, e perdersi in un più ampio respiro.
* * *
Qualche volta, gli amici avvertivano nella Mansfield una strana qualità animalesca. Alfred Richard Orage, che pubblicò i suoi primi racconti, la chiamava the marmozet, l'uistiti. Virginia Woolf scriveva: «La donna inscrutabile rimane inscrutabile. Mi è venuto in mente che è una specie di gatto, estraneo, riservato, sempre solitario, osservatore». Una scimmia, un gatto: a distanza di sette anni, Orage e la Woolf ebbero la stessa impressione; avvertendo nella Mansfield quell'imperscrutabilità enigmatica, quell'ostilità all'uomo, quella estraneità alla vita, che possono essere propri sia di un animale sia di uno scrittore.
Come racconta Nadia Fusini, il gatto inscrutabile soffrì moltissimo. Una mattina, il 19 febbraio 1918, a ventinove anni, la Mansfield si svegliò presto, andò alla finestra e la spalancò: il sole si era già levato, e lei lo salutò con un verso di Shakespeare: «Ecco l'allodola gentile stanca di riposare». In quel momento le salì alle labbra un fiotto di sangue: sangue rosso e arterioso. Guardò e capì: era la sua prima emorragia. Si spaventò a morte. Giorni più tardi osservò: «Che cosa strana, da quando ho sputato sangue, l'amore, il desiderio del mondo e della natura si sono fatti più forti in me d'ora in ora».
Aveva sempre cercato di liberarsi dal senso della finitezza: chiedeva in tutte le cose l'illimitato. Ora si rese conto che l'unico infinito che gli uomini possono conoscere è il dolore. Alla sofferenza umana non c'è limite. Il dolore è l'eternità. Ma trovò nella profondità di sé stessa una calma capacità di accettazione. Accoglieva il dolore, se ne lasciava sommergere, faceva di esso una parte della propria esistenza, perché soltanto così, accettandolo pienamente, esso subiva una trasformazione, e diventava gioia e amore.
Katherine Mansfield (1888-1923) ritratta da Ida Baker nel 1910 (foto Turnbull Library)
Ci sono persone a cui la malattia appartiene, o che piuttosto appartengono alla malattia. La Mansfield non era di queste. La malattia le venne imposta. Come scrisse dalla Svizzera a un giovane amico, «sono tisica. Ma la tisi non mi appartiene. Non è che uno spaventoso cane randagio che, da quattro anni, persiste a seguirmi; così io cerco di farlo perdere tra queste montagne». Visse esiliata nella «terra oscura» della malattia: ne colse tutte le ricchezze; ma, invece di allontanarla dal mondo, la malattia la fece diventare più intensa e presente. C'era nella sua anima una forza, una fiducia, un ardore fantastico che sarebbero bastati a decine di esseri umani.
Il culmine della sua vita, della sua vera vita, furono i mesi del 1921 e del 1922 trascorsi a Montana, nello Châlet des Sapins, insieme al marito. Lì vicino Rilke scriveva le Elegie duinesi e iSonetti ad Orfeo. Quando venne l'inverno, il marito sciava, lei andava in slitta, il gatto ronfava. Passeggiava, giocava a cribbage, dopo cena leggeva Shakespeare, Proust e la Austen, discorreva di Proust col marito, e lavoravano tutti e due a maglia in modo frenetico. Notte e giorno scriveva racconti, in una specie di gara col tempo: aveva paura di morire senza aver finito di scrivere un racconto, e subito ne cominciava un altro. Era convinta che, finché correva con la penna, la morte non l'avrebbe fermata.
Scrivere, per lei, era diventato una religione. «Sarò capace di esprimere un giorno il mio amore del lavoro - il mio desiderio di diventare uno scrittore migliore - il mio voto fervente di un lavoro più coscienzioso? Di dire questa passione che provo? Essa mi tiene luogo di religione, perché è la mia religione; della compagnia degli altri, perché crea i miei compagni; della vita, perché è la vita. Sono tentata di inginocchiarmi davanti al mio lavoro, di prosternarmi, di restare troppo a lungo in estasi davanti all'idea della creazione».
Da sinistra: Virginia Woolf, Jane Austen, R. M. Rilke
Quando, il 30 gennaio 1922, lasciò Montana, cadde o per meglio dire si precipitò nella catastrofe. Non accettava la piccola guarigione dello Châlet des Sapins. I racconti non le bastavano più. Voleva guarire completamente: diventare una «figlia del sole»: ciò che non era mai stata, come (malgrado il titolo del libro) la Fusini racconta con scrupolosa attenzione. Voleva vivere - piena, intera - la vita del corpo. In realtà, tutte le parole che in quei mesi scrisse nel diario e nella lettera, ci ingannano: perché il nitido candore della sua mente si era offuscato e ottenebrato. Desiderava morire: al più presto, selvaggiamente, ferocemente. Ma, siccome il suo debole corpo continuava a resistere, cercò un assassino: lo trovò subito, perché nulla è più facile, in qualsiasi tempo e luogo, che trovare un assassino.
Il suo spettacoloso assassino fu George Gurdjeff, che aveva costruito, a Fontainebleau, l'Istituto per lo Sviluppo Armonico dell'Uomo. Come racconta la Fusini, era un uomo imponente, corpulento, tarchiato, con enormi baffi, e la testa, perfettamente rasata, a volte incoronata dal cappello di astrakan, emanava una forza sinistra. Era circondato da un fastoso e farsesco alone di favole: si diceva che fosse stato un agente segreto nel Tibet, che conoscesse i monasteri della Mongolia, che avesse studiato coi sufi, coi dervisci, e con gli anacoreti del Monte Athos. Gurdjeff torturava i suoi discepoli: voleva che rinunciassero ad ogni desiderio, riducendosi in una condizione di passività assoluta. Con la Mansfield, condusse all'estremo i suoi paurosi esercizi. Dapprima la fece abitare in una stanza bella e sontuosa; poi la trasferì in uno stanzino freddo, piccolo e povero, uno di quei covili dove dormono nella sporcizia i personaggi di Dostoevskij e di Kafka.
Il grande mistificatore continuò a torturare per qualche mese la piccola neozelandese tremante di freddo nella sua pelliccetta. Le impose di pelare le carote, le rape, le patate, assistendo nella cucina agli esercizi culinari della moglie. Le impose prima di danzare nuda in mezzo ai maiali, poi di inalare il fetore delle mucche nella stalla, in modo da accogliere in sé la «radiazione del magnetismo animale», che avrebbe dato forza ai suoi polmoni malati. Sopratutto la obbligò a non scrivere né racconti né lettere: la vera salvezza della Mansfield. Dapprima, la Mansfield disse che Gurdjeff le sembrava «un venditore di tappeti a Tottenham Court Road». Poi chinò il capo. Si lasciò assorbire, svuotare e distruggere; sembrava una bambina stupita ed atterrita, attonita e balbettante.
La sera del 9 gennaio 1923, quando il marito andò a trovarla all'Istituto, Katherine Mansfield ebbe un accesso di tosse mentre rientrava nella propria stanza. Un gran fiotto di sangue le uscì dalla bocca e parve soffocarla. In pochi minuti era morta, «con gli occhi spalancati dal terrore».

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sabato 19 dicembre 2015

Quando Édith Piaf diceva: «Mentre canto lascio la terra»


Édith Piaf

Quando Édith Piaf diceva: «Mentre canto lascio la terra» 

Cento anni fa, il 19 dicembre 1915, nasceva l'"usignolo" di Francia, una delle voci più belle del Novecento, intensa e venata di mille sfumature, una per ogni prova che le ha dato la vita


venerdì 18 dicembre 2015

Milla Jovovich / 40 anni da guerriera



Milla Jovovich, 

40 anni da guerriera

La star di Resident Evil sta per spegnere 40 candeline, e festeggia con ironia postando sul suo profiloInstagram il suo volto invecchiato dopo cinque ore di trucco, per le riprese del film

mercoledì 16 dicembre 2015

Giuseppe Ungaretti / Il porto sepolto

Claveles
Guadalajara, México, 20125
Triunfo Arciniegas
Giuseppe Ungaretti
Vi arriva il poeta
e poi torna alla luce
con i suoi canti
e li disperde

Di questa poesia
mi resta
quel nulla
d’inesauribile segreto






Giuseppe Ungaretti / Un'altra notte


martedì 15 dicembre 2015

Il «grazie» di Montale al premio Nobel

Eugenio Montale
Poster di T.A.


Il «grazie» di Montale al premio Nobel

Dal Corriere della Sera del 24 ottobre 1975, dopo l’annuncio
Testo di Giulio Nascimbeni
Ricerca iconografica di Leda Balzarotti e Barbara Miccolupi

Ore 13 di ieri, al terzo piano di via Bigli 15, nella casa di Eugenio Montale, suona il telefono. Risponde la Gina (Gina Tiossi, un discreto personaggio di governante che da quasi 40 anni vive accanto a Montale). Il poeta sta fumando in compagnia di due amici del Corriere, Gaspare Barbiellini Amidei e chi scrive. La Gina entra nel salotto: «Chiamano dall’ambasciata di Svezia», dice. Montale si alza dalla poltrona con un po’ di fatica, spegne la sigaretta, si appoggia al braccio della Gina, va al telefono.
«Oui, monsieur… Je suis très heureux de faire votre connaisance». Dall’altra parte del filo c’è l’ambasciatore. La serie degli oui si sgrana fitta e continua. Poi comincia quella dei merci. La scena ha una castità e una semplicità straordinarie. Le pareti della casa sono vuote: i quadri non sono ancora stati riappesi dopo l’estate. L’annuncio del premio Nobel avviene nella piccola anticamera che precede la cucina, tra un vecchio frigorifero la porta del bagno di servizio. Montale con una mano si appoggia a una maniglia. Dice ancora una volta merci. Riattacca. La Gina lo bacia sui capelli, poi gli domanda: «Andiamo a tavola?». In cucina sono pronti il riso all’olio e due polpette con l’insalata.

La prima poesia 

Montale chiede un piccolo rinvio: «Fumo un’altra sigaretta con questi miei amici. L’ambasciatore mi ha raccontato che scrive poesie anche lui». Torna a sedersi. «Dovrei dire cose solenni, immagino. Mi viene un dubbio: nella vita trionfano gli imbecilli. Lo sono anch’io?». Si sentono altri squilli del telefono. Alla porta c’è un inviato della televisione svedese. «Ciao, dice, adesso mangio, poi vado a riposare». Da tre ore Montale era in attesa. Il giorno prima, mercoledì, uno dei suoi traduttori in svedese, il Prof. Oreglia, lo aveva avvertito che l’assegnazione del premio era ormai sicura al 90%.«Come ha passato la notte?». Gli chiedo. «Con la mia solita insonnia. È sessant’anni che ne soffro. Il Nobel non c’entra», risponde. «Degli altri probabili vincitori cosa pensa?». «Ho saputo che c’era anche Simone De Beauvoir. Dicono che sia una donna terribile. Come fa Sartre a starle insieme da tanto tempo?».
Sono le undici, da Roma è arrivata una giornalista svedese, Martha Larsson. Deve tracciare una rapida biografia del poeta. Si comincia dalla data di nascita: 12 ottobre 1896. «Ho scritto la mia prima poesia a 5 anni. La ricordo perfettamente: Il vaso era il posto noto – né pieno né vuoto». A poco a poco avviene una metamorfosi abbastanza consueta quando si intervista Montale. La sua insaziabile curiosità delle cose della vita, che è una specie di reazione alla solitudine di cui si è sempre circondato, lo porta a essere lui l’intervistatore. Alla Larsson che gli chiede se ha lettori in Svezia risponde: «Sì, mi mandano delle cartoline con slitte trainate da cani. Ma come risolvete i problemi del riscaldamento con tutto quel freddo? In quanti siete? È vero che da voi non c’è modo di sfuggire alle tasse?». La giornalista gli risponde che è vero. «Allora il vostro governo non piacerebbe agli italiani», commenta Montale. La Larsson insiste: «Cosa ne pensa della situazione italiana?». La risposta è: «Finirà bene. Non ho mai visto un Paese che muore perché un bilancio è in passivo. Mio padre, ai primi del secolo, diceva sempre: “È una catastrofe, non si può andare avanti”. Sono passati più di 70 anni. I discorsi sono sempre uguali. Solo al tempo del fascismo non si faceva perché non si poteva parlare. Adesso siamo forse arrivati all’eccesso opposto: Dal mutismo alla logorrea». La Larsson vuole condurlo a pronunciarsi sul problema dell’aborto. Risponde: «Non siamo molto bravi a interpretare le leggi. Quando è arrivato il divorzio, molti hanno creduto che fosse obbligatorio. Adesso c’é il pericolo che tutte le donne si sentano obbligate ad abortire. Ma è vero che in Svezia non ci sono poveri?».
Eugenio Montale

Martha Larsson se ne va. Dalla Mondadori, la casa editrice che pubblica i suoi libri, gli chiedono una dichiarazione ufficiale. I «tic» del volto si accendono tutti all’improvviso. La bocca sbuffa con quel sibilo che a volte gela l’interlocutore. «Come si fa a dire cose non banali?», domanda. Detta qualcosa: «L’altissimo riconoscimento che mi viene dall’Accademia svedese é per me motivo di soddisfazione…». Ci ripensa. Si ferma. I «tic» riprendono il sopravvento, torna a dettare: «Non sono mai stato in Svezia e non conosco personalmente i miei traduttori in lingua svedese. Questo fatto aumenta in me la profonda gratitudine per il riconoscimento che mi viene da un Paese che ha alte tradizioni di cultura e di profonda fede democratica. Mi ripropongo di andare in Svezia e ringraziare personalmente i miei nuovi amici». 
Segue un’immediata postilla: «Andrò a Stoccolma, ma non vorrei fare discorsi». È quasi mezzogiorno. Lo prende un dubbio: «E se poi non vinco? E se poi decidono di cambiare opinione?». Ride nervoso. Gli ricordo che il Nobel coincide con i 50 anni di Ossi di seppia. «Il volume costava sei lire», risponde. «Ne furono stampate mille copie. Dovetti darmi da fare per convincere parenti e amici a prenotarlo. Il primo titolo che avevo proposto era “Rottami”».

Un fischio, un segno

Il tempo scorre lento. Si parla di giornali: «Ho sentito che quello di Scalfari, “La Repubblica”, uscirà in un formato quasi tabloid. Che convenienze ci sono?». Poi il discorso passa al «Corriere»: «Chi c’è nella stanza dove stavo io con il povero Emanuelli? Via Solferino è diventata troppo lontana per le mie gambe. Devo muovermi ogni giorno, me l’ha ordinato il medico, ma non fare tanta strada. Se andrò a Stoccolma dovrò tirare fuori lo smoking. È da quando ho smesso di fare il critico musicale che non lo indosso più». «Ha scritto poesie in queste ultime settimane?», domando. «No, sono appena rientrato da una lunga vacanza a Forte dei Marmi. Adesso posso concedermi lunghe vacanze. Andavo alla spiaggia tutte le mattine. Ma non ho scritto poesie». Non sembra sincero del tutto. In qualche cassetto forse c’è qualcuno di quei foglietti su cui ha sempre abbozzato le sue poesie: quei foglietti che un’antica domestica, Maria Bordigoni, trovava nelle sue tasche e buttava via. Maria non sapeva leggere. Le interessava ricuperare i fiammiferi o i bottoni che si erano staccati.


Eugenio Montale

Sarebbe forse ora di fare qualche domanda sull’intera sua vita, sull’intera sua opera. «Globale è un aggettivo che detesto», replica subito: «Messaggi? I messaggi è meglio non mandarli». Si stenta a superare il muro del paradosso. Montale è sempre stato così. L’imminenza del Nobel non l’ha cambiato. Concede una brevissima frase: «Per me la poesia è un invito alla speranza» ma subito se ne ritrae. «Ho sempre provato un po’ di vergogna a sentirmi chiamare poeta. Nei registri degli alberghi, mi sono sempre qualificato come giornalista». «E dopo il Nobel?», azzardo. «Magari diventerò Papa. Se c’è tanta avanguardia, tanto dissenso nella Chiesa, perché un borghese non potrebbe diventare Papa?».
Gli chiedo: «E se Mosca, sua moglie, fosse ancora viva, che cosa direbbe in un giorno come questo?». «Sarebbe contenta, ma poi aggiungerebbe che hanno un po’ esagerato». Gli vengono in mente dei versi che ha dedicato a Mosca: «Avevamo studiato per l’aldilà – un fischio, un segno di riconoscimento. – Mi provo a modularlo nella speranza – che tutti siamo già morti senza saperlo». Fa sentire com’era quel fischio, lo «modula». Sembra un pigolio che esca da una gabbia, o da un nido. «Non era un’invenzione poetica. L’avevamo studiato davvero, ma c’era un grosso errore, l’ho capito dopo. Se si è morti, si è senza corpo. Il fischio esige un corpo. È tutta una faccenda che non sta in piedi». 

Alla radio

È l’ultimo paradosso. Sono le tredici. Arriva la telefonata dell’ambasciatore di Svezia. La Gina apre la radio, stanno dando la notizia. Mettono in onda un’intervista di qualche anno fa, quando uscì Satura. La radio è in cucina. Per chi crede nella poesia e in Montale, non è un momento come tanti altri. Questo non se andrà mai dalla memoria. Una cucina, una pentola che fuma, le pareti vuote, il senso d’una distanza che nemmeno il Nobel riesce a valicare. Fuori c’è la città. C’è anche l’indifferenza della città. La sua «decenza quotidiana» forse è una lezione troppo ardua. La sento presente in questo silenzio appena rotto dalla radio, in queste stanze dove si è accumulata come un pulviscolo una lunga, lucida solitudine. Montale si siede, ascolta la sua stessa voce. È scosso, e la mano che accende la sigaretta trema più di sempre. Invano cerca di vincere l’emozione con la battuta che ho già citato: «Dovrei dire cose solenni…».