mercoledì 19 maggio 2021
lunedì 17 maggio 2021
venerdì 14 maggio 2021
Franz Kakfa / La metamorfosi
I
Un mattino, al risveglio da sogni inquieti, Gregor Samsa si trovò trasformato in un enorme insetto. Sdraiato nel letto sulla schiena dura come una corazza, bastava che alzasse un po' la testa per vedersi il ventre convesso, bruniccio, spartito da solchi arcuati; in cima al ventre la coperta, sul punto di scivolare per terra, si reggeva a malapena. Davanti agli occhi gli si agitavano le gambe, molto più numerose di prima, ma di una sottigliezza desolante.
giovedì 13 maggio 2021
Franz Kafka / Il nuovo avvocato
mercoledì 12 maggio 2021
Pablo García / Scrittori
martedì 11 maggio 2021
Il film da non perdere questa settimana / "Nomadland"
Il film da non perdere questa settimana: "Nomadland"
La nostra newsletter settimanale dedicata ai film e alle serie tv.
Donne / Frances McDormand
Nomadland di Chloé Zhao, con Frances McDormand (film, al cinema e dal 30 aprile sulla piattaforma Star, all’interno di Disney+)
Tre premi Oscar, e questo lo sapete già, che seguono il Leone d’oro vinto all’ultima Mostra del cinema di Venezia. Meritati? Io penso di sì. Il film racconta la vita dei nuovi nomadi, non proprio “homeless” ma come li definisce la protagonista, “houseless”: senza una casa di mattoni e con il tetto ma non senza un focolare. E il focolare è mobile, è un camper. Il lavoro è provvisorio. Le relazioni con gli altri nomadi sono rapsodiche ma non per questo insignificanti.
Frances McDormand interpreta Fern, personaggio fittizio che fugge da un luogo un tempo realmente esistito, una piccola città che aveva il pomposo nome Empire, nel Nevada. Alla fine del 2010 Empire è ufficialmente scomparsa, come un antico regno. Nata intorno a una miniera di gesso e a una fabbrica che lo lavorava, quando queste sono fallite, anche la città ha chiuso i battenti.
Nel film, Fern se ne a va a bordo del suo furgoncino bianco che battezza Vanguard, va a lavorare in un magazzino di Amazon (siamo sotto Natale, c’è bisogno di mano d’opera extra per fare i pacchi) e poi la seguiamo in questo viaggio che non si discosta molto da quello che fece autrice del libro da cui è tratto il film, la giornalista Jessica Bruder che per tre anni ha girato l’America, coprendo 15mila chilometri, da costa a costa e dal Messico al confine con il Canada.
L’idea al fondo del libro è documentare la nuova povertà dell’America appena diventata trumpiana, ascoltare le storie di cittadini che le istituzioni hanno, a vario titolo, “lasciato indietro” dopo la recessione del 2008. Il film, anche grazie alla interpretazione di McDormand, è meno ideologico e riesce a mescolare benissimo paesaggio naturale e paesaggio umano e, in modo più dolce che amaro, fa respirare lo spettatore a pieni polmoni un senso di verità.
A parte McDormand e pochi altri, gli altri interpreti sono veri nomadi. Non solo: per aggiungere realismo al tutto, persino il personaggio della sorella della protagonista è la migliore amica di Frances McDormand. Sentiremo ancora parlare di Chloé Zhao, una regista che ha molto da dire.
lunedì 10 maggio 2021
Donne / Maite Perroni II
domenica 9 maggio 2021
Le lettere inedite di Truman Capote raccontano l'uomo dietro l'autore

Le lettere inedite di Truman Capote raccontano l'uomo dietro l'autore
Tra queste anche i pensieri intimi e malinconici dedicati a Jack Dunphy, amore della sua vita.
Antonia Matarrese
04/05/2021
Amici. Nemici. Ex insegnanti del liceo. Direttori di giornali. Colleghi. Fotografi famosi. Amori. Compagni di vita. Sono alcuni dei destinatari di centinaia di lettere, più o meno brevi, scritte da Truman Capote (1924-1984), l’autore di Colazione da Tiffany, A sangue freddo, Preghiere esaudite, Musica per camaleonti.
Frivole, spesso inconcludenti, zeppe di errori per via della fretta, queste missive riempiono ora un volume di oltre seicento pagine, curato da Gerard Clarke (che nel 1988 ha redatto la biografia dello scrittore americano) e tradotto in italiano per i tipi di Garzanti. Titolo: È durata poco la bellezza. Una bellezza che diventa “assoluta” per descrivere le case dove Capote veniva ospitato ai quattro angoli del mondo, un maglione ricevuto in dono a Natale, un musical visto a Broadway, il quaderno rilegato comprato a Firenze, la primavera a Taormina, l’autunno di New York.

Sensibile, romantico e decisamente intuitivo, lo scrittore americano si arma di carta e penna solo quando ne ha “genuinamente voglia” e lo fa per sondare l’umore degli interlocutori attraverso i “segnali luminosi” delle loro risposte, per fare pubbliche relazioni, per tenere vivo un rapporto. Tramite le lettere, Capote simula una telefonata o una chiacchierata ad alto tasso di pettegolezzo, “come se stessimo bevendo un drink insieme da qualche parte”. E lui, di drink, ne beveva parecchi. Davvero curiosi i vezzeggiativi che usa come incipit: diavoletta, piccino, sorellina, tesoruccio, cuore prezioso, radioso, agnellino, pasticcino.
Chiama “malandrino” Cecil Beaton (il fotografo preferito dalla famiglia reale inglese nonché richiestissimo scenografo teatrale) colpevole di non aver dato sue notizie per lungo tempo, chiede aiuto al suo più caro amico, Andrew Lyndon, per cercare una casa in subaffitto, dichiara tutto il suo affetto a Gloria Vanderbilt (“sei qualcuno che questo qualcuno ama ricordare”), si lamenta dei problemi economici con il suo pigmalione, Newton Arvin, e di quelli di salute con Katherine Graham, potente editrice del Washington Post, ospite d’onore del ballo in maschera e cravatta nera organizzato dallo scrittore nel 1966 all’Hotel Plaza di Manhattan. Era un lunedì piovoso di novembre e lui voleva gridare al mondo intero la sua felicità dopo la consacrazione del romanzo A sangue freddo, definito l’evento editoriale del decennio (un anno prima il New Yorker lo aveva pubblicato in quattro puntate).
La vera sorpresa di questo epistolario, scovato tassello dopo tassello fra collezioni private e biblioteche in giro per gli Stati Uniti, sono i pensieri intimi, teneri, malinconici che Truman Capote dedica a Jack Dunphy, suo compagno per 35 anni: ex ballerino, atletico, scrittore pure lui. Condivisero successo e decadenza. Traversate a bordo della Queen Mary e passione per i cani. Gli scriverà il 5 luglio ’72: “Sei l’unica cosa buona che mi sia mai capitata. Ti stimo e rispetto tanto. Credo che ciò sia forse più importante che amarti. Si può amare per ragioni così futili e sbagliate. Io ti amo per quelle giuste. T.”
venerdì 7 maggio 2021
giovedì 6 maggio 2021
Donne / Jean Seberg
martedì 4 maggio 2021
Philip Roth, l’intervista al biografo / «Mi chiese di non riabilitarlo».
![]() |
| Philip Roth |
Philip Roth, l’intervista al biografo: «Mi chiese di non riabilitarlo».
Blake Bailey è l’autore del libro sullo scrittore americano che esce negli Usa martedì 6 aprile. «La Lettura» ha visto il volume in anteprima. Qui l’intervista al biografo
5 aprile 2021 (modifica il 9 aprile 2021 | 21:09)
«Roth era essenzialmente un liberal vecchio stile alla Franklin Delano Roosevelt. Credeva in una giusta distribuzione della ricchezza, negli ammortizzatori sociali, nell’uguaglianza di fronte alla legge e così via. Soprattutto, credeva nella tolleranza. Che chiunque dovesse poter dire o scrivere quello che voleva, senza timore di essere perseguitato legalmente, socialmente o letterariamente. Era il motivo per cui era così inorridito dalle vicissitudini degli scrittori dissidenti nei Paesi del blocco sovietico, di quelle dei comunisti e di altri militanti di sinistra durante il maccartismo negli Stati Uniti, o da qualsiasi altro genere di persecuzione politica».
David Simon, che ha adattato «Il complotto contro l’America» (2004; Einaudi, 2005) per l’omonima miniserie di Hbo andata in onda l’anno scorso, ha raccontato a «la Lettura» di quando dovette farsi coraggio per andare a dire a Roth che voleva cambiare il finale, e lui rispose flemmatico: «Adesso sono cavoli tuoi». Era normale, per Roth, essere così distaccato quando c’erano di mezzo le sue opere?
Di che cosa Roth aveva più paura, nella vita e nel lavoro?
«Si sentì spesso frainteso, sia come uomo che come scrittore. Pensava che il ritratto di misogino machiavellico che ne aveva fatto Claire Bloom nel suo memoir fosse a dir poco esagerato; temeva che sarebbe morto prima di poter correggere quell’impressione. È il caso, a questo proposito, di ricordare come molte tra le amicizie più durature di Roth fossero con donne formidabili e brillanti: Judith Thurman, Hermione Lee, Claudia Roth Pierpont. I suoi avvocati erano donne, la sua editor preferita era una donna, la sua prima agente, la sua storica mentore. Roth non ha mai negato di essere capace di comportamenti, diciamo così, sessualmente molto anticonvenzionali, ma era solo un aspetto del suo rapporto con le donne».
«Nel 1982, quando aveva 49 anni, a Roth venne diagnosticata una grave cardiopatia coronarica; sette anni dopo dovette sottoporsi a un quintuplo bypass. Per questi motivi aveva molte buone ragioni per riflettere sulla propria mortalità. Credo fosse molto preoccupato per la sua eredità letteraria: temeva che sarebbe stata intaccata dal ritratto rovinoso che aveva fatto Bloom e da certi aspetti controversi delle sue opere. Ma non credo ci fosse un altro libro che volesse dare alle stampe, a parte la replica al libro di Bloom, Notes for My Biographer (confutazione riga per riga, lunga 295 pagine, che amici e avvocati lo convinsero a non pubblicare perché l’avrebbe danneggiato, ndr), che alla fine decise di utilizzare nel senso del titolo, destinandolo cioè al suo biografo, io. Una delle ragioni per cui Roth aveva smesso di scrivere era proprio che dopo 31 libri si sentiva svuotato».
Lei scrive che Roth non sopportava di essere considerato essenzialmente un autore autobiografico. Allo stesso tempo, però, sapeva sfruttare molto bene l’equivoco, piazzando alter ego in tutti i suoi libri, omonimi inclusi.
«Philip ha attinto in abbondanza alla propria vita per le sue opere, per lo più in modo scherzoso. Per esempio, in “Ho sempre voluto che ammiraste il mio digiuno” ovvero, guardando Kafka, il suo saggio-racconto del 1973 (Einaudi, 2011), immaginò che Kafka fosse sopravvissuto per emigrare negli Stati Uniti e diventare l’insegnante di ebraico di Roth a Newark. Quando gli chiesero se la trama fosse autobiografica, a parte il dettaglio di Kafka, Roth rispose: “Kafka era il mio insegnante di ebraico. Solo che il mio nome non è Roth”».
















































