venerdì 14 maggio 2021

Franz Kakfa / La metamorfosi


Franz Kafka
LA METAMORFOSI

I
Un mattino, al risveglio da sogni inquieti, Gregor Samsa si trovò trasformato in un enorme insetto. Sdraiato nel letto sulla schiena dura come una corazza, bastava che alzasse un po' la testa per vedersi il ventre convesso, bruniccio, spartito da solchi arcuati; in cima al ventre la coperta, sul punto di scivolare per terra, si reggeva a malapena. Davanti agli occhi gli si agitavano le gambe, molto più numerose di prima, ma di una sottigliezza desolante.

giovedì 13 maggio 2021

Franz Kafka / Il nuovo avvocato

 



Franz Kafka
IL NUOVO AVVOCATO

Abbiamo tra noi un nuovo avvocato, il dottor Bucefalo. Nel suo aspetto esteriore ricorda poco il tempo in cui era destriero di Alessandro il Macedone; ma chi è ben al corrente delle circostanze nota qualcosa d'inconsueto. Ho visto anzi, ultimamente, un qualunque usciere del tribunale soffermarsi ammirato sullo scalone a contemplare, con occhio da intenditore di corse, l'avvocato mentre saliva di gradino in gradino, sollevando alti i garretti, coi passi che rimbombavano sul marmo.

La classe forense, nel suo insieme, ha visto con simpatia l'ammissione di Bucefalo; i commenti che si ascoltano, improntati ad uno straordinario buon senso, riconoscono che, nell'ordinamento sociale di oggigiorno, egli deve trovarsi in difficoltà, e che per questo motivo, come pure per il posto che occupa nella storia universale, è comunque meritevole di comprensione. Oggi, nessuno può negarlo, non esiste un Alessandro Magno. C'è qualcuno che s'intende di omicidio, ed anche la destrezza nell'infilzare l'amico con la lancia al disopra di una tavolata, non si può dire che faccia difetto; per molti, infine, la Macedonia è troppo piccola, sicché imprecano a Filippo suo padre. Ma nessuno e poi nessuno saprebbe comandare una spedizione fino in India. Già allora le porte dell'India erano irraggiungibili, ma la loro direzione era segnata dalla spada regale; oggi si trovano in tutt'altro luogo, più lontano e più in alto; nessuno indica la via; molti brandiscono spade, ma non fanno che mulinarle, e lo sguardo che cerca di seguirle si confonde.

Perciò è forse miglior partito d'imitare Bucefalo e di sprofondarsi nella lettura dei codici. Libero, i fianchi non oppressi dalle reni del cavaliere, alla quieta luce di una lampada, lungi dal clamore della pugna alessandrea, egli legge e sfoglia le pagine dei nostri antichi volumi.


mercoledì 12 maggio 2021

Pablo García / Scrittori

Albert Camus


Pablo García
SCRITTORI

Amélie Nothomb

Antonio Lobo Antunes

Antonio Muñoz Molina

Arturo Pérez Reverte

martedì 11 maggio 2021

Il film da non perdere questa settimana / "Nomadland"



Il film da non perdere questa settimana: "Nomadland"

La nostra newsletter settimanale dedicata ai film e alle serie tv.


Donne / Frances McDormand


Nomadland di Chloé Zhao, con Frances McDormand (film, al cinema e dal 30 aprile sulla piattaforma Star, all’interno di Disney+)

Tre premi Oscar, e questo lo sapete già, che seguono il Leone d’oro vinto all’ultima Mostra del cinema di Venezia. Meritati? Io penso di sì. Il film racconta la vita dei nuovi nomadi, non proprio “homeless” ma come li definisce la protagonista, “houseless”: senza una casa di mattoni e con il tetto ma non senza un focolare. E il focolare è mobile, è un camper. Il lavoro è provvisorio. Le relazioni con gli altri nomadi sono rapsodiche ma non per questo insignificanti.

Frances McDormand interpreta Fern, personaggio fittizio che fugge da un luogo un tempo realmente esistito, una piccola città che aveva il pomposo nome Empire, nel Nevada. Alla fine del 2010 Empire è ufficialmente scomparsa, come un antico regno. Nata intorno a una miniera di gesso e a una fabbrica che lo lavorava, quando queste sono fallite, anche la città ha chiuso i battenti.

Nel film, Fern se ne a va a bordo del suo furgoncino bianco che battezza Vanguard, va a lavorare in un magazzino di Amazon (siamo sotto Natale, c’è bisogno di mano d’opera extra per fare i pacchi) e poi la seguiamo in questo viaggio che non si discosta molto da quello che fece autrice del libro da cui è tratto il film, la giornalista Jessica Bruder che per tre anni ha girato l’America, coprendo 15mila chilometri, da costa a costa e dal Messico al confine con il Canada.

L’idea al fondo del libro è documentare la nuova povertà dell’America appena diventata trumpiana, ascoltare le storie di cittadini che le istituzioni hanno, a vario titolo, “lasciato indietro” dopo la recessione del 2008. Il film, anche grazie alla interpretazione di McDormand, è meno ideologico e riesce a mescolare benissimo paesaggio naturale e paesaggio umano e, in modo più dolce che amaro, fa respirare lo spettatore a pieni polmoni un senso di verità.

A parte McDormand e pochi altri, gli altri interpreti sono veri nomadi. Non solo: per aggiungere realismo al tutto, persino il personaggio della sorella della protagonista è la migliore amica di Frances McDormand. Sentiremo ancora parlare di Chloé Zhao, una regista che ha molto da dire.

BAZAAR



domenica 9 maggio 2021

Le lettere inedite di Truman Capote raccontano l'uomo dietro l'autore

 


author, screenwriter and playwright truman capote photographed in his united nations plaza residence in 1980 photo by jack mitchellgetty images
JACK MITCHELL

Le lettere inedite di Truman Capote raccontano l'uomo dietro l'autore

Tra queste anche i pensieri intimi e malinconici dedicati a Jack Dunphy, amore della sua vita.


Antonia Matarrese

04/05/2021


Amici. Nemici. Ex insegnanti del liceo. Direttori di giornali. Colleghi. Fotografi famosi. Amori. Compagni di vita. Sono alcuni dei destinatari di centinaia di lettere, più o meno brevi, scritte da Truman Capote (1924-1984), l’autore di Colazione da TiffanyA sangue freddoPreghiere esauditeMusica per camaleonti.

Frivole, spesso inconcludenti, zeppe di errori per via della fretta, queste missive riempiono ora un volume di oltre seicento pagine, curato da Gerard Clarke (che nel 1988 ha redatto la biografia dello scrittore americano) e tradotto in italiano per i tipi di Garzanti. Titolo: È durata poco la bellezza. Una bellezza che diventa “assoluta” per descrivere le case dove Capote veniva ospitato ai quattro angoli del mondo, un maglione ricevuto in dono a Natale, un musical visto a Broadway, il quaderno rilegato comprato a Firenze, la primavera a Taormina, l’autunno di New York.

american novelist truman capote 1924   1984, uk, 9th march 1966 photo by evening standardhulton archivegetty images
Truman capote

Sensibile, romantico e decisamente intuitivo, lo scrittore americano si arma di carta e penna solo quando ne ha “genuinamente voglia” e lo fa per sondare l’umore degli interlocutori attraverso i “segnali luminosi” delle loro risposte, per fare pubbliche relazioni, per tenere vivo un rapporto. Tramite le lettere, Capote simula una telefonata o una chiacchierata ad alto tasso di pettegolezzo, “come se stessimo bevendo un drink insieme da qualche parte”. E lui, di drink, ne beveva parecchi. Davvero curiosi i vezzeggiativi che usa come incipit: diavoletta, piccino, sorellina, tesoruccio, cuore prezioso, radioso, agnellino, pasticcino.

Chiama “malandrino” Cecil Beaton (il fotografo preferito dalla famiglia reale inglese nonché richiestissimo scenografo teatrale) colpevole di non aver dato sue notizie per lungo tempo, chiede aiuto al suo più caro amico, Andrew Lyndon, per cercare una casa in subaffitto, dichiara tutto il suo affetto a Gloria Vanderbilt (“sei qualcuno che questo qualcuno ama ricordare”), si lamenta dei problemi economici con il suo pigmalione, Newton Arvin, e di quelli di salute con Katherine Graham, potente editrice del Washington Post, ospite d’onore del ballo in maschera e cravatta nera organizzato dallo scrittore nel 1966 all’Hotel Plaza di Manhattan. Era un lunedì piovoso di novembre e lui voleva gridare al mondo intero la sua felicità dopo la consacrazione del romanzo A sangue freddo, definito l’evento editoriale del decennio (un anno prima il New Yorker lo aveva pubblicato in quattro puntate).

È durata poco la bellezza. Tutte le lettere

La vera sorpresa di questo epistolario, scovato tassello dopo tassello fra collezioni private e biblioteche in giro per gli Stati Uniti, sono i pensieri intimi, teneri, malinconici che Truman Capote dedica a Jack Dunphy, suo compagno per 35 anni: ex ballerino, atletico, scrittore pure lui. Condivisero successo e decadenza. Traversate a bordo della Queen Mary e passione per i cani. Gli scriverà il 5 luglio ’72: “Sei l’unica cosa buona che mi sia mai capitata. Ti stimo e rispetto tanto. Credo che ciò sia forse più importante che amarti. Si può amare per ragioni così futili e sbagliate. Io ti amo per quelle giuste. T.”


BAZAAR




martedì 4 maggio 2021

Philip Roth, l’intervista al biografo / «Mi chiese di non riabilitarlo».

Philip Roth


Philip Roth, l’intervista al biografo: «Mi chiese di non riabilitarlo».

Blake Bailey è l’autore del libro sullo scrittore americano che esce negli Usa martedì 6 aprile. «La Lettura» ha visto il volume in anteprima. Qui l’intervista al biografo

di COSTANZA RIZZACASA D’ORSOGNA
5 aprile 2021 (modifica il 9 aprile 2021 | 21:09)

«Come può un Gentile dell’Oklahoma scrivere la biografia di Philip Roth, un ebreo di Newark?», chiese il grande scrittore al loro primo incontro, nella primavera del 2012. Blake Bailey non ebbe dubbi a rispondere: «Beh, non sono un vecchio alcolizzato bisessuale discendente dei Puritani, ma sono riuscito lo stesso a scrivere una biografia di John Cheever». Da tanti anni Roth cercava un biografo. Inizialmente aveva incaricato Ross Miller, nipote dell’amico Arthur, il celebre drammaturgo, per un volume da pubblicare con il suo editore, Houghton Mifflin Harcourt. Tra i due nacque un’amicizia profonda — troppo per la giusta distanza tra biografo e soggetto. Così, dopo che, nel 2009, i rapporti tra Miller e Roth si deteriorarono, James Atlas, biografo ed editor di Saul Bellow presso la Library of America (collana di classici americani sul modello della Bibliothèque de la Pléiade), suggerì a Bailey, finalista al Pulitzer con Cheever: A Life (2009) e autore di apprezzati studi su Richard Yates e Charles Jackson, di contattare Roth. Nove anni dopo, ecco l’attesissimo Philip Roth: The Biography, in uscita negli Stati Uniti martedì 6 aprile e in Italia per Einaudi l’anno prossimo. Un lavoro immenso, per cui Bailey, 57 anni, ha avuto accesso incondizionato a tonnellate di documenti, corrispondenze, appunti e bozze che Roth archiviava ossessivamente e custodiva gelosamente. Un libro zeppo di aneddoti, curiosità, rivelazioni, a tratti ironico come sapeva essere Roth. Una biografia totale, dove Bailey mescola l’alto e il basso, l’immacolato e il sordido, senza alcun giudizio morale. Un’opera di cui qualcuno ha già scritto che non sopravviverà al #MeToo, ma che invece proprio in tempi di cancel cultureè attualissima. In un’intervista esclusiva con «la Lettura», Bailey parla degli anni di ricerche prima di scrivere una sola parola, dei tentativi di Roth di «indirizzarlo», delle sue preoccupazioni e vulnerabilità.

Lei cita in esergo un’osservazione che Roth le fece in una delle vostre prime conversazioni: «Non voglio che mi riabiliti, mi renda solo interessante». Pensa che Roth credesse di avere bisogno di essere riabilitato?

«Certamente. Da un lato, gli piaceva ritenersi superiore a certe ansie sulla sua reputazione e la sua eredità letteraria, ma è chiaro che fossero al centro dei suoi pensieri. Ricordo molto bene quando mi disse quella frase. Era l’8 luglio 2012, nel suo studio del Connecticut. Mi stava raccontando quanto il memoir della sua seconda moglie, l’attrice inglese Claire Bloom (Leaving a Doll’s House, 1996; inedito in Italia, ndr), avesse danneggiato la sua reputazione nei “circoli femministi”, e chiosò che lui stesso avrebbe potuto fare lo stesso “solo respirando”, cioè solo esistendo — poi aggiunse che non voleva lo riabilitassi eccetera eccetera. Penso sia onesto dire che l’ho preso in parola».

Roth non si riferiva, però, solo alle donne, ma anche alle accuse di antisemitismo che da sempre lo perseguitavano.

«È così. Fin dal suo primo libro, nel 1959 (Goodbye, Columbus; Bompiani, 1960), era stato accusato di antisemitismo. Addirittura, il grande filosofo israeliano Gershom Scholem dichiarò che Lamento di Portnoy(1969; Bompiani, 1970), avrebbe istigato qualcosa di simile a un secondo Olocausto. La polemica fu in parte risolta quando nel 2014 Roth ricevette una laurea honoris causa dal Jewish Theological Seminary (uno dei principali centri dell’ebraismo conservatore, ndr), una sorta di calumet della pace istituzionale. Ma frange dell’establishment ebraico non lo accettarono mai davvero, e Roth ne era dolorosamente — perfino morbosamente — consapevole».

È vero che Roth ha contribuito in modo quasi ossessivo alla biografia, fornendole migliaia di pagine di appunti scritti per l’occasione? Si è mai sentito «guidato», nella stesura? E quanto del lavoro finito Roth è riuscito a vedere?

«Assolutamente nulla. Una volta gli ho mostrato alcuni appunti che avevo preso, ma non ha mai visto il prodotto finito — anche se, non fosse morto tre anni prima dell’uscita, gli avrei permesso di rileggere la bozza per veridicità dei fatti, un accordo che prendo con tutti i soggetti delle mie biografie, o i loro esecutori. Non è mai stato il suo libro: è sempre stato il mio. Non sono mai stato “manovrato”. Vero: Philip ha spesso cercato di dirmi, anche esaustivamente, cosa dovessi pensare, ma me la cavo a pensare da me, e credo che traspaia».

Che cosa l’ha colpita di più, dell’uomo Roth?

«Era una persona perbene, un uomo più buono e più dolce, specie con l’età, di quanto la canaglia che a volte era stato lascerebbe pensare. Un aspetto del disastroso matrimonio con Maggie (Margaret Martinson Williams, sposata nel 1959, ndr), erano i figli di lei, che nel libro chiamo Ronald e Helen, abbandonati a loro stessi dopo il divorzio dei genitori e quasi analfabeti. Entrambi hanno tenuto a dirmi che Philip salvò loro la vita, facendo in modo che ricevessero una buona istruzione, e che li trattò sempre con affetto e considerazione. D’altro canto, la monogamia non era cosa di Philip, e questo chiaramente non portò bene ai suoi due matrimoni. Per tutta la durata della relazione ventennale con Bloom, Roth frequentò assiduamente un’altra donna, “Inga”, e molte altre, inclusa Ava Gardner. Gli dissi che un buon titolo per la biografia avrebbe potuto essere Quando lui era buono, gioco di parole sul suo secondo romanzo, Quando lei era buona (1967; Rizzoli, 1970), ispirato a Maggie, e sui versi di Longfellow: “Quando era buona,/ Era davvero buona,/ Ma quando era cattiva era orribile”. Roth si mise a ridere».

Come giudica il contributo di Roth alla letteratura americana e mondiale?

«Immenso. Dopo la morte di Saul Bellow e Eudora Welty, Roth era l’unico americano vivente la cui opera fosse pubblicata nella Library of America; lui e Vargas Llosa gli unici autori viventi non francesi nella Pléiade. In quanto alla considerazione che Roth aveva di sé, diciamo che non si sottostimava, ma allo stesso tempo possedeva un certo grado di modestia. Quando gli chiesi se il cappello di Bellow — quello che l’autore de Il dono di Humboldt aveva indossato alla cerimonia del Nobel e che la moglie aveva dato a Philip — gli stesse bene, rispose: “No, non riesco a riempirlo. Lui è uno scrittore molto migliore di me”».

Lei sottolinea che Roth si considerava l’opposto di un antisemita e un misogino. E che quando si accorse dell’antisemitismo dilagante in Inghilterra, si fece crescere la barba per accentuare i tratti semitici. Anche se detestava essere definito un autore ebreo-americano, ed era fortemente anti-religioso.

«Come tutti i grandi scrittori, Roth aveva una personalità poliedrica. Amava sentirsi un ebreo tra gli ebrei dell’Upper West Side di Manhattan come a Tel Aviv, ma non sopportava la superstizione né la religione. Ripeteva sempre che come Hemingway e Faulkner non andavano in giro definendosi cristiano-americani, non c’era motivo per cui lui dovesse definirsi un autore ebreo-americano. Per quanto riguarda le donne, vale la pena ricordare che molte sue compagne e amanti andarono a trovarlo sul letto di morte. Per questa ragione non può essere stato solo un mascalzone».

Com’era invece il Roth politico, al di là del noto disprezzo per Donald Trump?

«Roth era essenzialmente un liberal vecchio stile alla Franklin Delano Roosevelt. Credeva in una giusta distribuzione della ricchezza, negli ammortizzatori sociali, nell’uguaglianza di fronte alla legge e così via. Soprattutto, credeva nella tolleranza. Che chiunque dovesse poter dire o scrivere quello che voleva, senza timore di essere perseguitato legalmente, socialmente o letterariamente. Era il motivo per cui era così inorridito dalle vicissitudini degli scrittori dissidenti nei Paesi del blocco sovietico, di quelle dei comunisti e di altri militanti di sinistra durante il maccartismo negli Stati Uniti, o da qualsiasi altro genere di persecuzione politica».

David Simon, che ha adattato «Il complotto contro l’America» (2004; Einaudi, 2005) per l’omonima miniserie di Hbo andata in onda l’anno scorso, ha raccontato a «la Lettura» di quando dovette farsi coraggio per andare a dire a Roth che voleva cambiare il finale, e lui rispose flemmatico: «Adesso sono cavoli tuoi». Era normale, per Roth, essere così distaccato quando c’erano di mezzo le sue opere?


«Sì e no. Durante la nostra primissima conversazione, nel 2012, mi chiesi ad alta voce da quanti volumi fosse composta la sua edizione della Library of America. Rispose: “Sono l’ultima persona a cui chiedere”, come se i prodotti del suo genio e della sua gloria fossero per lui materia di indifferenza olimpica. La verità, ovviamente, era il contrario: Philip era la prima persona a cui chiedere queste cose, perché era lui che aveva scritto ogni parola sulla copertina, scelto ogni foto e monitorato ogni piccolo avanzamento di ciascuno di quei volumi. D’altro canto, in particolare dopo il film di Barry Levinson con Al Pacino tratto da L’umiliazione (2009; Einaudi, 2010), aveva imparato a coltivare uno stoico distacco verso gli adattamenti dei suoi libri. Il suo commento a Simon era stato abbastanza sincero. Soprattutto, Roth stava per morire, e lo sapeva».

Di che cosa Roth aveva più paura, nella vita e nel lavoro?

«Si sentì spesso frainteso, sia come uomo che come scrittore. Pensava che il ritratto di misogino machiavellico che ne aveva fatto Claire Bloom nel suo memoir fosse a dir poco esagerato; temeva che sarebbe morto prima di poter correggere quell’impressione. È il caso, a questo proposito, di ricordare come molte tra le amicizie più durature di Roth fossero con donne formidabili e brillanti: Judith Thurman, Hermione Lee, Claudia Roth Pierpont. I suoi avvocati erano donne, la sua editor preferita era una donna, la sua prima agente, la sua storica mentore. Roth non ha mai negato di essere capace di comportamenti, diciamo così, sessualmente molto anticonvenzionali, ma era solo un aspetto del suo rapporto con le donne».

Come creava trame e personaggi? Qual era, secondo lui, il suo libro più riuscito, o quello che amava di più?

«In più di un’occasione Philip ebbe a dire che le sue prime bozze erano terribili, che a volte scriveva 150 o più pagine prima di produrre una sola frase promettente. Prenda Lamento di Portnoy: Roth stava cercando, per l’ennesima volta, di trovare il giusto veicolo narrativo per raccontare come la prima moglie, Maggie, l’avesse convinto a sposarla con l’inganno, pagando una donna incinta affinché le fornisse un campione di urina per il test di gravidanza. Così, le prime pagine di una bozza di Portnoy erano tutte su quest’alter ego di Maggie, “Erika”, finché il protagonista non arrivava alla vera questione: sua madre, la fonte del paralizzante senso di colpa che lo aveva fatto soccombere all’inganno di “Erika” in primo luogo. Improvvisamente, la prosa di Roth divenne viva, e il resto è storia. Con Portnoy, Roth diventò ricco e famoso, anche se più in là con gli anni dichiarò spesso che avrebbe voluto non averlo mai scritto, quel romanzo su un masturbatore compulsivo. Il suo preferito tra i suoi libri era solitamente Il teatro di Sabbath (1995; Mondadori, 1996), mentre io amo molto Lo scrittore fantasma (1979; Bompiani, 1980), Pastorale americana (1997; Einaudi, 1998) e Everyman (2006; Einaudi, 2008), fra gli altri».

Quando iniziò, Roth, a pensare alla morte? E dopo essersi ritirato dalla scrittura, nel 2012, volle mai tornare indietro?

«Nel 1982, quando aveva 49 anni, a Roth venne diagnosticata una grave cardiopatia coronarica; sette anni dopo dovette sottoporsi a un quintuplo bypass. Per questi motivi aveva molte buone ragioni per riflettere sulla propria mortalità. Credo fosse molto preoccupato per la sua eredità letteraria: temeva che sarebbe stata intaccata dal ritratto rovinoso che aveva fatto Bloom e da certi aspetti controversi delle sue opere. Ma non credo ci fosse un altro libro che volesse dare alle stampe, a parte la replica al libro di Bloom, Notes for My Biographer (confutazione riga per riga, lunga 295 pagine, che amici e avvocati lo convinsero a non pubblicare perché l’avrebbe danneggiato, ndr), che alla fine decise di utilizzare nel senso del titolo, destinandolo cioè al suo biografo, io. Una delle ragioni per cui Roth aveva smesso di scrivere era proprio che dopo 31 libri si sentiva svuotato».

Lei scrive che Roth non sopportava di essere considerato essenzialmente un autore autobiografico. Allo stesso tempo, però, sapeva sfruttare molto bene l’equivoco, piazzando alter ego in tutti i suoi libri, omonimi inclusi.

«Philip ha attinto in abbondanza alla propria vita per le sue opere, per lo più in modo scherzoso. Per esempio, in “Ho sempre voluto che ammiraste il mio digiuno” ovvero, guardando Kafka, il suo saggio-racconto del 1973 (Einaudi, 2011), immaginò che Kafka fosse sopravvissuto per emigrare negli Stati Uniti e diventare l’insegnante di ebraico di Roth a Newark. Quando gli chiesero se la trama fosse autobiografica, a parte il dettaglio di Kafka, Roth rispose: “Kafka era il mio insegnante di ebraico. Solo che il mio nome non è Roth”».


CORRIERE DELLA SERA