giovedì 17 agosto 2023

Vivian Maier a colori

Cooking 1:01
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Vivian Maier a colori. "The Color Work" raccoglie gli scatti policromi e (inediti) della Emily Dickinson della fotografia


di Silvia De Santis
17 Dicembre 2018


"Una delle prime poetesse della fotografia a colori". La battezza così, Joel Meyerowitz, Vivian Maier, la bambinaia dell'Upper Class con l'eccezionale talento per la fotografia a lungo rimasta in credito con la storia che, però negli ultimi anni, sta alacremente correndo ai ripari. Si moltiplicano le mostre su di lei in giro per il mondo, il documentario "Finding Vivian" ne ha ripercorso le vicissitudini, ma a sorprendere, stavolta, è un libro, edito dalla Harper Collins, dal titolo: "The Color Work": è la prima monografia che raccoglie 150 fotografie a colori - finora inedite - di questa Emily Dickinson dello scatto portata alla ribalta da un giornalista appassionato, John Maloof, che comprò i suoi scatti per 380 dollari e tra le mani si ritrovò un tesoro. Ce l'aveva messo lei, all'asta, due anni prima di morire, per riuscire a pagare l'affitto.

Chicago, 1962 © Estate of Vivian Maier, Courtesy Maloof Collection and  Howard Greenberg Gallery, New York
Chicago, 1962 © Estate of Vivian Maier, Courtesy Maloof Collection and Howard Greenberg Gallery, New York 

Fino al 5 novembre la Howard Greenberg Gallery di New York, 57ma strada, mette in mostra gli istanti di vita policromi scattati da Vivian in 35 millimetri, formato diverso da quelli cui ci aveva abituati. "Nelle sue fotografie si può osservare un rapido studio del comportamento umano, del momento in cui si svolgeva, del lampo di un gesto o dell'umore di un'espressione facciale - scrive ancora Meyerowitz nella sua prefazione - Brevi eventi che trasformavano la vita quotidiana della strada in una rivelazione per il suo occhio sensibilissimo". Ed ecco di spalle una coppia di signori in vacanza sotto il sole di Miami, come tradisce il segno del costume da bagno sulla pelle, che sbirciano da una fessura gli altri bagnanti in piscina. A Chicago c'è una donna vestita di rosso dallo sguardo profondo mentre un'altra aspetta in piedi: la vediamo da dietro, sorretta da una scarpetta con il tacco rosso e da un'ingessatura all'altra gamba, che però non rinuncia, nemmeno lei, a qualche centimetro di altezza.

Dettagli colti dal solito occhio curioso di Vivian. Lei, nata nella Grande Mela nel 1926, di tanto in tanto supera la soglia della scena. Diventa visibile, protagonista, parte del suo stesso racconto, mentre passeggia da flaneur per le città del Nordamerica. Inciampiamo in un riflesso del suo volto sul vetro, nella sua silhoutte sul terreno. Andando oltre il bianco e nero, gli scatti a colori aprono una nuova prospettiva di studio su Vivian, che è stata accostata a nomi del calibro di Garry Winogrand, Lee Friedlander, Diane Arbus. Ma il mistero che avvolge il modo in cui sono stati realizzati questi scatti non ci consente di "giudicare pienamente il suo valore come artista", scrive Colin Westerbeck nella sua introduzione al libro.

"Però ci offre anche un altro vantaggio: ci costringe a guardare più a fondo le immagini che abbiamo. È l'unico modo per porre tutte le domande che avremmo voluto farle". Tutti gli interrogativi sono condannati a rimanere sospesi. Non ci resta che ammirare un patrimonio fatto di oltre 120.000 negativi e pellicole non sviluppate, stampe, film in super 8 o 16 millimetri, registrazioni, note, documenti. Le impronte di Vivian.

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Chicago, 1972 © Estate of Vivian Maier, Courtesy Maloof Collection and Howard Greenberg Gallery, New York






domenica 13 agosto 2023

Insolenza di Stefano Bartezzaghi

 



Insolenza

di Stefano Bartezzaghi
Perché l’insolito è anche ciò che risulta innovativo, creativo, divertente. E dunque ci piace


Importanti o no che siano, le parole sono prima di tutto insolenti. Se esistono regole di cortesia nei confronti degli sconosciuti è perché l'istinto ci farebbe considerare estraneo, straniero, sospetto chiunque non sia parte della nostra cerchia ristretta. Il sorriso, la mano stretta, la comunicazione del proprio nome, il "lieto di conoscerla" sono gli apparati civili che prendono il posto del "ma chi ti conosce?", che verrebbe alla bocca spontaneo e primordiale.

L'insolenza è nativa: si definisce come mancanza di rispetto e il rispetto non viene naturale, è un'acquisizione. Grande parte della crescita dell'individuo, nei primi anni, è dedicata a superare la diffidenza nei confronti di chi non è la madre, non il padre, il fratello o la sorella, i nonni.. .

Grande parte della storia delle civiltà se n'è andata per stabilire regole di convivenza fra individui diversi per famiglia, tribù, villaggio, polis, stato e appunto civiltà: un decorso non proprio concluso e ben rifinito. "Come imparare a non essere insolenti" sarebbe dunque un buon programma di educazione civica, anzi l'unico possibile.

Tuttavia insolenti lo siamo, in pensieri, parole, opere e omissioni. Lo siamo spesso anche nei casi in cui l'altro non minaccia alcuna nostra posizione, non vuole appropriarsi di qualcosa che vorremmo noi, non dà fastidio. Se non lo siamo noi di persona, perché miti di carattere, allora saremo anche particolarmente sensibili alle insolenze che riceviamo. Homo homini strontius, avrà detto qualche latino, magari tardo.

Di "insolente" è però da vedere anche l'etimo, che lo mette in relazione al latino solēre. È il verbo della consuetudine, designa quel che "si suole", quel che è "solito". L'insolente fa qualcosa che "non si suole", qualcosa di "insolito". Nella sua lezione di galateo all'allievo Alberto (Sordi) il Conte Max - De Sica forbisce il piatto con del pane e dice: "Questo non si fa", e intanto lo fa.

L'educazione confonde sempre questi due piani: il piano di quello che "non si fa" perché effettivamente non usa farlo e quello che "non si fa", nel senso che farlo non si dovrebbe. Ci esorta a comportarci in modo standard e quindi a considerare inopportuno quello che è inconsueto. Per l'educazione l'insolito è insomma insolente. Va da sé che l'"insolito" è anche ciò che risulta innovativo, creativo, divertente (che "verte" in una direzione "diversa") e che dunque ci piace. Quando decidiamo che trasgredire è bello stiamo rovesciando l'educazione ricevuta per cui l'insolito è insolente: adesso l'insolente è insolito. Lo rivalutiamo, lo troviamo liberatorio, che bello dire pane al pane e stronzo allo stronzo!

Tutto questo nel discorso pubblico italiano ha cominciato a succedere negli anni Settanta, con le radio libere, la stampa indipendente, la letteratura "selvaggia", per poi dilagare con il web e i social network. Al punto in cui siamo oggi l'insolenza non è più insolita. Anzi: non c'è nulla di più consueto.


Questa è Lapsus del 13 agosto 2023, la rubrica di Stefano Bartezzaghi sulle parole del momento


LA REPPUBLICA




martedì 1 agosto 2023

Rapa Nui, patria di enigmatiche statue / Un popolo, un'isola, un destino condiviso

 

Rapa Nui, Cile. Le statue furono spostate per chilometri attraverso l'isola, alcune addirittura dal cratere del vulcano Rano Rarak



Rapa Nui, patria di enigmatiche statue

Un popolo, un'isola, un destino condiviso

9 LUGLIO 2023, 


L'Isola di Pasqua, conosciuta anche come Rapa Nui, dal nome dell’antico popolo che la abitava, è un'isola vulcanica dell'Oceano Pacifico orientale situata a circa 3.700 chilometri al largo delle coste del Cile. L'isola è famosa per le sue enigmatiche statue moai, che hanno suscitato l'interesse e la curiosità del mondo intero.

La storia dell'isola di Pasqua inizia circa 1.500 anni fa, quando fu colonizzata da popolazioni polinesiane. La popolazione isolana visse isolata dal resto del mondo per secoli, sviluppando una cultura unica e distintiva. Una delle teorie più accettate è che i Rapa Nui siano arrivati sull'isola provenienti dalle isole vicine della Polinesia. Secondo questa teoria avrebbero navigato per centinaia di chilometri attraverso l'Oceano Pacifico utilizzando canoe a doppio scafo del tipo catamarani e poi si sono adattati alle condizioni ambientali del luogo, sviluppando tecniche agricole sofisticate come la terrazzatura e l'irrigazione.

L'elemento più iconico della cultura Rapa Nui sono proprio figure scolpite, realizzate tra il 1.100 e il 1.600 d.C. Le statue furono scoperte dagli europei solo nel XVIII secolo, quando il navigatore olandese Jacob Roggeveen navigò verso l'isola nel giorno di Pasqua del 1722, da qui il nome conosciuto da tutti. Ci sono molte teorie sul significato delle statue moai. Alcuni studiosi suggeriscono che le statue rappresentino gli antenati dell'isola, mentre altri credono che rappresentino i capi tribù. Altri ancora suggeriscono che le statue avessero una funzione religiosa e che fossero utilizzate in rituali di fertilità. Nonostante le molte teorie, il vero significato delle statue rimane un mistero.

Le statue moai sono sicuramente una meraviglia dell'ingegneria antica, realizzate a mano utilizzando pietra lavica estratta dalle cave dell'isola. Alcune di queste statue raggiungono un'altezza di oltre 10 metri e pesano fino a 75 tonnellate. Oltre alle statue moai, l'isola di Pasqua è famosa anche per le sue piattaforme cerimoniali chiamate ahu, sulle quali venivano posizionate le statue. Uno dei misteri più grandi dell'isola è come queste statue, così enormi e pesanti, siano state trasportate da dove furono scolpite ai loro luoghi di destinazione. Le statue furono spostate per chilometri attraverso l'isola, alcune addirittura dal cratere del vulcano Rano Raraku. Gli studiosi hanno ipotizzato che le statue venivano fatte rotolare su tronchi d'albero o trasportate con corde, ma il metodo esatto rimane sconosciuto.

Un altro mistero dell'isola di Pasqua è il rapido declino della popolazione isolana. Nel XVIII secolo, quando gli europei arrivarono sull'isola, la popolazione era già ridotta a poche migliaia di persone, mentre in passato era stata molto più numerosa. Non è ancora chiaro cosa sia successo per causare questo declino. Alcune teorie suggeriscono che la popolazione sia stata decimata da guerre civili, malattie o carestie, mentre altre sostengono che l'isola sia stata colpita da una catastrofe ambientale come una siccità prolungata o uno tsunami. Una teoria più accreditata sostiene che l'ambiente dell'isola sia stato distrutto a causa della deforestazione causata dalla necessità di costruire piattaforme per le statue e di creare terreni agricoli. L'isola era originariamente ricoperta da una densa foresta di palme, ma i Rapa Nui l'hanno distrutta per ottenere il legname necessario per la costruzione delle piattaforme e per cucinare il cibo. Senza la foresta, l'isola ha subito un forte degrado ambientale che avrebbe portato alla scomparsa delle risorse alimentari.

L'isola di Pasqua è stata dichiarata Patrimonio dell'umanità dall'UNESCO nel 1995. Oggi l'isola è una destinazione turistica popolare, visitata ogni anno da migliaia di persone che desiderano ammirare le statue moai e scoprire la storia e la cultura unica di questa isola remota e affascinante.

Tuttavia, la conservazione delle statue moai rimane un problema critico. Nel corso dei secoli, molte statue sono state danneggiate o distrutte, alcune a causa del deterioramento naturale e altre a causa dell'attività umana. Nel 1868, il missionario cristiano Eugène Eyraud convinse i Rapa Nui a distruggere molte delle loro statue, poiché le consideravano idoli pagani. Inoltre, molte delle statue furono danneggiate da esploratori e viaggiatori che le consideravano dei trofei. Oggi l'erosione del terreno e la crescita delle radici degli alberi stanno mettendo a rischio molte delle piattaforme cerimoniali.

Negli ultimi anni, molte delle statue moai sono state restaurate e ricollocate sui loro ahu. Uno dei progetti più ambiziosi di restauro è stato quello del restauro e del sollevamento di un moai alto 10 metri e pesante 75 tonnellate. Il moai, chiamato Ahu Tongariki, fu danneggiato durante un terremoto nel 1960 e venne restaurato e ricollocato sul suo ahu nel 1994.

L'isola di Pasqua è oggi una destinazione turistica popolare, dove i visitatori possono ammirare le statue e immergersi nella cultura e nella storia dei Rapa Nui, una cultura antica e unica che ha resistito alla prova del tempo, influenzata dalle tradizioni della Polinesia e dalla natura isolata dell'isola. Tra le usanze particolari del popolo Rapa Nui che sono arrivate storicamente fino a noi, ci sono le seguenti.

L'arte del tatuaggio

Il popolo Rapa Nui era noto per la pratica del tatuaggio, chiamato kakau. I motivi erano spesso ispirati alla natura, come i disegni di uccelli, pesci e fiori. I tatuaggi erano un segno di status sociale e venivano spesso fatti solo sui membri della classe dirigente.

La danza

La danza è stata una parte importante della cultura Rapa Nui per secoli. La danza tradizionale, chiamata hoko, viene eseguita con costumi tradizionali e accompagnata da canti e tamburi. La danza hoko racconta storie di vita sull'isola e celebra la natura e la vita quotidiana.

La cerimonia del Tangata Manu

Una delle usanze più importanti nella cultura Rapa Nui è la cerimonia del Tangata Manu, o "uomo uccello". La cerimonia si teneva una volta all'anno per selezionare il nuovo re dell'isola. I partecipanti alla cerimonia si arrampicavano sulle scogliere per trovare l'uovo del gabbiano, che era considerato un simbolo di fertilità e di fortuna. Il primo uomo a portare un uovo intero giù dalle scogliere diventava il nuovo re dell'isola.

Sono tanti i motivi che possono invogliare a visitare o anche a studiare l’isola e i suoi abitanti, rimane tuttavia saldo ed impresso nella mente il fascino ed il mistero che le sculture con sembianze umane e il nome Rapa Nui suscitano già prima di entrare nel dettaglio.

MEER

lunedì 31 luglio 2023

Intervista a Barbara Berardicurti / Folgorata dalla magia dell’Africa

 

To be free


Intervista a Barbara Berardicurti

Folgorata dalla magia dell’Africa

9 GENNAIO 2016, 


Sono riuscito a conoscere l’Africa grazie a Barbara e alle sue opere. A dire il vero entrando nel suo studio, sembra di trovarsi in una di quelle abitazioni coloniali a ridosso delle zone selvagge che in alcuni film ci raccontano storie di epoche passate, ma ancora attuali; forse sono i soggetti trattati e i colori usati che sembrano ingannare l’occhio e con esso anche la mente, ma guardando i quadri di Barbara mi sembra di sentire gli odori, i suoni e le sensazioni di quei posti lontani, magari anche le voci, poche parole sussurrate con un accento che ai nostri giorni diremmo "etnico", o meglio un chiacchiericcio indefinito che sembra provenire da dietro la tela, come se nascosto vi fosse un mondo. Ci accomodiamo sul divano, una limonata in una brocca rende tutto più reale, e le parole iniziano a volare, io inizio a scrivere sulla mia agendina…


Lo studio di Barbara
Ciao Barbara, ho visto le tue opere, raccontami chi sei, da dove arrivi?

Mi chiamo Barbara Berardicurti. Nasco in un paese di montagna in Abruzzo. A 6 anni mi trasferisco a Roma con la mia famiglia e tutt’oggi vivo in questa splendida, ma caotica città. Ho viaggiato moltissimo in tutto il mondo, Ripetutamente in Africa, e ho sviluppato nei confronti di questa terra un rapporto molto particolare.

Vedo che hai fatto cose interessanti, raccontami dell’altro, sono molto curioso...

Ho studiato molto le correnti artistiche che si sono avvicendate soprattutto in Europa. Con particolare riguardo alla mia terra nativa: l’Italia, culla di artisti di grande pregio e spessore. Ho fondato insieme ad altri pittori contemporanei varie associazioni culturali e ho esposto in varie parti d’Italia, ma soprattutto a Roma, nelle piazze del centro storico. Ho gestito per 4 anni, sempre con amici artisti, una galleria d’arte in Via Giulia, strada storica di Roma. Nel 2014 ho partecipato alle fiere di Padova e Genova.

Belle esperienze, ma come ti sei avvicinata all’arte?

L’arte mi ha accompagnato da quando ero piccola. Il mio primo quadro ad olio l’ho fatto a 14 anni e rappresenta l’ambiente contadino dell’Abruzzo. Posso dire che l’arte è nata con me e mi ha accompagnato fino ad oggi in un percorso disseminato di colore. Nata come autodidatta, ho maturato poi l’esigenza di affinare alcune tecniche e ho frequentato per 4 anni un atelier di pittura gestito dal maestro Giovanni Crisostomo. Mi sono quindi avvicinata ancor di più a questo mondo studiando il nudo e disegno dal vero. Successivamente ho frequentato l’Istituto Europeo di Design e ho conseguito il diploma di illustratrice, imparando a utilizzare tutte le tecniche, aerografo, acrilico, acquerello, tempera a gouache e sperimentando vari materiali.

Dimmi a cosa ti ispiri quando fai arte?

Come ho già detto, ho viaggiato molto e sono stata folgorata dalla magia dell’Africa, fonte di grande ispirazione anche per i miei dipinti. Ogni artista penso porti con sé, come background, tutto ciò che è stato fatto nel passato, e penso che ognuno di noi quando si esprime con il colore o con il segno o con la materia, realizzi opere che contengono il proprio vissuto, la propria conoscenza sia dell’arte che della letteratura, con un quid in più che viene dalla nostra creatività, dalla tecnologia, dal mondo in continua evoluzione.

Cosa senti quando fai arte?

Sento il pennello che scorre alla ricerca di qualcosa di più che a volte arriva e a volte no. Sento il colore e la materia che prendono forma e sto bene, ma poi quasi subito sono insoddisfatta e penso che si può fare di più.

Ti definisci legata a qualche corrente artistica, a qualche stile contemporaneo, o ad altro?

Come già ho detto, io penso che con il passato di grandi artisti che abbiamo avuto, soprattutto in Italia, il legame ci sia, anche se non palese, e si esprime senza volerlo con le conoscenze che abbiamo ormai impresse nel dna.

Perché sei un’artista?

Essere artista per me è un concetto, e come tale, è di difficile percezione. Cerco di essere soprattutto me stessa e metto molto del mio essere nelle opere che faccio, ma c’è ancora molto da imparare.

Quali sono le tue migliori opere?

Il mercato del lunedì a Djenne
Il custode della biblioteca a Nouakchott
To be free

Parlaci di queste tue creazioni...

Il mercato del Lunedì a Djennè
È un quadro grande 1 metro x 2. Rappresenta il mio amore per il colore, l’odore, il sudore, che emana la terra nella quale ci sono le nostre radici, magia, colore, calore. Esplosione di sensazioni irripetibili, che ho cercato di trasferire nel dipinto.
Il custode della Biblioteca
Polvere, lume di candela, un uomo vestito di niente, che tutti i giorni si reca in questa splendida, apparentemente povera, ma ricca biblioteca dove sono custoditi libri antichi e pieni di polvere che emanano odori di una cultura passata e diversa. La polvere del deserto che si insinua negli angoli della biblioteca lasciando che il tempo logori quelle pagine antiche ricche di cultura che resta e resiste alle difficoltà oggettive del luogo e che si tramanda di padre in figlio. Il perpetuarsi della vita attraverso la cultura del libro.
To be free
La situazione delle donne in alcune parti dell’Africa è ancora oggi tragica. I tempi tecnologici e moderni mi hanno indicato un altro modo di esprimere il mio amore anche attraverso la denuncia. Una ragazza divisa in due che con speranza cerca di gridare la sua voglia di vivere.

La tecnica, i colori, le scelte dei soggetti?

Uso soprattutto olio, i colori sono i colori caldi che da sempre formano la mia tavolozza. I soggetti vengono dai miei viaggi e dalle mie letture.

Dove vorresti arrivare, come vedi il tuo futuro?

Il futuro è al massimo domani. E domani arriva presto. Così ho aggiunto un piccolo tassello in più al puzzle della vita.

Cosa ti piace di te, da artista?

La mia lealtà, autocritica, creatività, curiosità e voglia di imparare.

Cosa non ti piace di te, da artista?

Qualche volta voglio avere ragione a tutti i costi, sono intransigente e rompiscatole, e qualche volta troppo rigida.

Che reazioni ha avuto il pubblico fino ad ora?

Ogni artista ha il suo pubblico che apprezza ciò che fa e che esprime. Quindi se parliamo di questo pubblico sicuramente reazioni positive. Poi c’è una parte di pubblico al quale non piacciono in particolare i soggetti dei miei quadri e questo pubblico anche se può apprezzare la tecnica non apprezza il genere.

Quale è stato il riconoscimento più gratificante?

Tanti anni fa ho partecipato a un concorso dove non conoscevo nessuno, né artisti, né giuria. Sono arrivata quarta su un totale di 100 artisti. Mi ha fatto molto piacere.

Ti ringrazio, sei stata molto disponibile, è stato un piacere conoscerti e conoscere il tuo mondo, la tua arte.


Giuseppe Del Buono

Giuseppe vive tra Londra, Barcellona e Napoli, cura ed organizza eventi artistici e collettive per artisti emergenti, lavorando sempre molto e con passione e collaborando con altri professionisti curatori d'arte e collezionisti d'arte principalmente contemporanea. Le tre città in cui vive, anche se differenti per diversi e molteplici aspetti, hanno qualcosa che le accomuna profondamente, la frenesia creativa ed operativa che si vede cosi come nel centro della City, anche nelle Ramblas de Barcelona e sul golfo di Napoli.


MEER




giovedì 27 luglio 2023

Sinéad O’Connor, la Polizia: «Morte non sospetta». L’ultimo post per il figlio morto suicida



Sinéad O’Connor, la Polizia: «Morte non sospetta». L’ultimo post per il figlio morto suicida


di Giovanna Maria Fagnani

27 luglio 2023 (modifica il 27 luglio 2023 | 14:28)
Sinéad O’Connor, ritrovata morta mercoledì nel suo appartamento a Londra, a luglio aveva aperto un nuovo account Twitter. La Polizia esclude la morte violenta. La star aveva quattro figli ed era nonna. Il rapporto travagliato con i tre ex mariti

 Sinéad O’Connor, la Polizia: «Morte non sospetta». L’ultimo post per il figlio morto suicida

Sinéad O’ Connor con il figlio Shane in una foto di qualche anno fa

«Felice di essere a casa». Seppur sola e in un appartamento modesto a Herne Hill, uno dei sobborghi nella zona Sud di Londra. A luglio, Sinéad O’Connor era ritornata a vivere a Londra dopo 23 anni e aveva informato i fan su Twitter. Ed è stato proprio qui che la Polizia londinese l’ha trovata, ormai esanime, mercoledì. L’allarme era stato lanciato perché la cantante non rispondeva al citofono e alle chiamate. «Morte non sospetta» è la formula usata dagli investigatori. Segno che le indagini avrebbero escluso la morte violenta. Le ipotesi che restano aperte sarebbero quindi solo quella del malore, oppure di un gesto estremo. Un gesto che, in passato, la star irlandese aveva già tentato più volte di compiere.

Possente nella voce, fragile nella vita. Come detto, la cantante irlandese, che combatteva da anni con la depressione, aveva subito, nel 2022, la morte del figlio diciassettenne Nevi’im Nesta Ali Shane O’Connor (per tutti Shane). L’ultimo post sui social, pubblicato dieci giorni fa, era dedicato proprio a lui. «Mio figlio diciassettenne si è tolto la vita nel 2022. Da allora vivo come una creatura notturna non morta. Era l’amore della mia vita, la luce della mia anima. Eravamo un’anima sola divisa in due metà. È stato l’unico che mi abbia mai mai amato incondizionatamente. Sono persa nel bardo senza di lui». Queste le parole, accompagnate anche dalla pubblicazione, successiva del video di un mantra della compassione tibetano, dedicato «a tutte le mamme di figli che si sono tolti la vita».

Il giovane aveva già tentato due volte il gesto estremo e fu ritrovato morto due giorni dopo essere fuggito dall’ospedale psichiatrico da cui era ricoverato. «Shane è il mio terzo figlio, è nato nel 2004 e fu una sorpresa. Suo padre era sposato all’epoca... sono ancora molto affezionata a suo padre» ricordava la cantante nella sua autobiografia pubblicata nel 2021. Un figlio che, fin da piccolo aveva manifestato grandi capacità e «spiritualità». «Aveva tre anni e mi chiese del terremoto che c’era stato quando lui era nel mio pancione. Ero a Malta e in effetti c’era stato un terremoto, ma io non ne avevo mai fatto parola con lui». Shane che a 8 anni viene «dichiarato un genio» per le capacità linguistiche e di pensiero, che, spiega la cantante, «comincia a studiare scienze al college, ma non gli piaceva e quindi l’esperienza non durò molto».

A Sinéad, Shane ricordava «Clint Eastwood: può mettersi in qualsiasi guaio, ma riuscirà a uscirne, è calmo, dolce, affascinante. Avere un figlio come lui è impegnativo. Ma io non sono una madre come le altre. Secondo me da grande farà un lavoro in cui aiuterà le persone». Passaggi di una biografia da cui traspare il fortissimo legame tra i due.

Nel nuovo profilo Twitter (Sinead Marie-Bernarde Aoibheann O’Connor), aperto proprio a luglio dopo che, spiegava lei stessa, uno stalker aveva utilizzato quello vecchio per contattare una fan fingendosi il fidanzato della O’Connor, la star postava immagini di balletti classici e poco altro. L’8 luglio scorso, una buona notizia: il trasloco a Londra. «Ci sono tornata dopo 23 anni di assenza. Sono molto felice di essere a casa. Presto finirò il mio nuovo album, che uscirà all’inizio del prossimo anno», aveva scritto annunciando di avere in programma un tour in Australia e in Nuova Zelanda, Europa e Stati Uniti per l’anno prossim o.

Ma il giorno dopo, il 9 luglio, la cantante si mostra in un video per dimostrare che il suo account non è un fake. Immagini dove appare in tutta la sua fragilità. Svela ai fan il suo piccolo appartamento («è un vero buco»), con mobili modesti e una chitarra appesa alle pareti («ci scriverò delle canzoni»). Sul tavolo un vaso con girasoli donati da un amico. La voce traballa nel racconto, spesso cambia argomento. Ma il pensiero è ancora a Shane. «Purtroppo la morte di un figlio non ti fa bene» sono le parole con cui spiega il suo aspetto poco curato.

Oltre a Shane, la cantante aveva tre figli: Jake Reynolds, Roisin Waters, Yeshua Bonadio. Jake, 39 anni, è figlio della star e del produttore musicale John Reynolds. Jake lavora come chef, così come la sorella Roisin, 27 anni, nata dalla relazione con il giornalista John Waters. Dopo un tentativo di suicidio da parte della cantante (le cronache ne registreranno otto, nell’arco della sua vita), la bambina fu affidata al padre. Oggi è una chef e lavora nell’ambito della pasticceria. Shane era nato invece dalla storia d’amore con il musicista irlandese Donal Lunny. L’ultimo figlio, Yeshua Bonadio, è nato invece nel 2006. Il padre è uno scienziato americano, aveva spiegato la cantante.

Quattro figli e tre matrimoni naufragati velocemente. In un video pubblicato l’8 agosto 2017 su Facebook , Sinéad si sfogava: «Sono da sola, tutti mi trattano male e sono malat a . Le malattie mentali sono come le droghe. Vivo in un motel in New Jersey e sono da sola».

La malattia che le faceva dire, dopo la morte di Shane: «Nessuno segua il suo esempio», ma anche il contrario: «Ho deciso di seguire mio figlio. Non c’è motivo di vivere senza di lui. Tutto quello che tocco lo rovino. Non voglio essere in un mondo senza il mio Shane e senza gli altri miei figli. Non merito di vivere. È colpa mia. Non di un altro. Non è colpa dei miei genitori, della mia famiglia o dei miei figli. Dio mi ha fatta sbagliata». Un’ora dopo questi tweet O’Connor si era poi scusata, rassicurando i suoi fan in allarme: “Scusate, non avrei dovuto dirlo. Sono con la polizia diretta in ospedale. Sono persa senza mio figlio e mi odio. L’ospedale mi aiuterà per un po».

La vita di Sinéad non è mai stata facile. Cresciuta con la madre, alcolizzata e depressa , dopo la morte di quest’ultima in un incidente d’auto era finita in diversi collegi cattolici, dove sviluppò una relazione complessa con la religione cattolica, detonata poi all’inizio degli anni Novanta quando — ormai famosissima — durante l’esibizione al Saturday Night Live, nel 1992, cambiò senza preavviso le ultime parole del testo di War, di Bob Marley, denunciando la pedofilia in certi ambienti cattolici e strappò davanti alle telecamere una foto di Papa Giovanni Paolo II, al grido di «combatti il vero nemico».Ma, pochi anni dopo, nel 1999 si fece ordinare sacerdotessa di una setta.

Dieci anni dopo, in segno di rifiuto del patriarcato, cambiò nome in Magda Davitt, poi ne scelse un altro ancora, perché si convertì all’Islam e indossò il velo. Metamorfosi di breve durata. In mezzo la diagnosi di bipolarismo, le minacce e tentativi di suicidio, i messaggi deliranti e senza filtri sui social. Le cure e il baratro, dopo la morte di Shane.


CORRIERE DELLA SERA





martedì 25 luglio 2023

WebIntrospections / Intervista a Francesco Bertucci

 

Francesco Bertucci, Look Back


WebIntrospections

Intervista a Francesco Bertucci

9 APRILE 2016, 


Un appuntamento nel cuore di Londra. Sono appena arrivato a Covent Garden dopo un breve tragitto dall'omonima stazione della metro; ci sono alcuni artisti di strada e riesco a passare un po’ di tempo prima di ricevere un messaggio sul mio cellulare, "sto arrivando", e dopo neanche mezzo minuto vedo in lontananza Francesco Bertucci, che risiede in Italia, ma molto spesso si trova a Londra per qualche evento e per il suo legame artistico e passionale con la città. Cominciamo subito a scambiare qualche parola in un pomeriggio inoltrato, avvicinandoci poi a un locale all’interno di Covent Garden: niente domande preparate, è un discorso a ruota libera e così prendo appunti, sottolineo, evidenzio… e racconto.

Corrente artistica personale: WebIntrospections: Web ... anima dell'umanità ... l'umanità ... anima del web. Un pensiero unico, un solo essere umano, espresso in un modo unico: unicità. Molti pensieri, molti esseri umani, espressi in diversi modi: molteplicità. Introspezione della propria anima riflessa in un insieme unico e l'introspezione di un insieme unico riflesso nella propria anima, algoritmi infiniti di un'unica matrice animica: IntrospezioniWeb.

In queste righe è descritta la corrente artistica personale di Francesco Bertucci, che l’autore definisce con il nome di webintrospections – introspezioniweb, ovvero l'interazione tra l’artista e il web, considerando l’intera rete come l’insieme di tutto il sapere del genere umano, sia cognitivo che emozionale; nella rete vengono inserite tutte le informazioni, tutte le sensazioni, tutto ciò che l’essere umano è in grado di fare e di pensare, dal banale calcolo matematico al vibrante romanzo di letteratura, allo stimolante video personale, senza dimenticare lo scambio sociale e le interazioni innumerevoli tra utenti.

Come nel film Matrix, che Francesco dice essere uno dei suoi preferiti, il tutto viene convogliato all’interno della rete, della matrice, dove diventa Anima, forte dell’energia animica di tutti gli utenti, che nel bene o nel male hanno messo la propria forza interiore, in quello che hanno fatto, descritto, creato o semplicemente "postato"; un concetto semplice ma vero, pensandoci bene, che riassume l’evoluzione tecnologica dei nostri tempi e le implicazioni che in un futuro non troppo lontano dovremo affrontare anche se ora sbadatamente sembriamo snobbarle.

Francesco viene dal mondo informatico e creativo della grafica tridimensionale, fatta di poligoni sempre più complessi e di texture che abbelliscono in modo sempre più interattivo e reale quelli che sono i videogiochi, ma non solo: prende spunto proprio da internet e dalla combinazione della ragnatela virtuale con l’intricata rete delle vicende e degli accadimenti della vita reale. Un'immagine si mescola a un sentimento, si combina con un paesaggio, si manifesta con un’emozione e si concretizza su una tela virtuale per finire poi su una tela vera e propria a suon di pennello. La tecnica usata è mista: Francesco parte da un lavoro virtuale e arriva ora a una stampa digitale, ora a un acrilico o un olio su tela, ora a una mescolanza tra la stampa digitale e le tecniche classiche, oppure viceversa da un lavoro su carta, cartoncino, tela, si arriva a un'immagine virtuale che viene a sua volta modificata e rielaborata.

Il suo stile, la sua tecnica personale, le sue opere sono state portate in giro per il mondo e sono apprezzate a livello internazionale; ha realizzato mostre sia in Italia che in molti paesi europei, soprattutto nella capitale inglese, che come dicevamo riveste un interesse particolare per lui; poi un'importante mostra nella capitale russa, ma anche nel lontano Oriente, a Tokyo, e prossimamente nella popolatissima Shanghai; molte sue opere sono tuttora in giro per il mondo, negli Stati Uniti e in Australia, dove collabora anche con il sito italiano di Love Australia; qualcosa si trova anche in Colombia, a Barranquilla.

Ci vuole parlare principalmente del suo Trittico esoterico, che ha avuto un forte riscontro internazionale "dietro le quinte", forse per il tema trattato e per il modo con cui si ricollega all’arte, all’artista, al mondo reale e alla magia, che forse c’entra con tutti e con nessuno.

La pittura e l’esoterismo hanno un anello di congiunzione che è cosa nota: partendo dalle pitture rupestri e dal loro significato simbolico e propiziatorio, via via di seguito in Egitto e nell'antica Roma, e nelle epoche successive, fino al famoso dipinto L'isola dei morti (in tedesco, Die Toteninsel), del pittore simbolista svizzero Arnold Böcklin (1827-1901), per il quale lo stesso Hitler non badò a spese, facendo collocare l'opera niente meno che nella cancelleria del Reich a Berlino, fino a quando nel 1945 fu sequestrata dall’Armata Rossa come "bottino di guerra" e spedita in Russia; solo in seguito tornò a Berlino e fu esposta all’Alte Nationalgalerie. Il pittore Arnold Böcklin non diede mai spiegazioni in merito al suo lavoro, né tantomeno le diedero Hitler, l’Armata Rossa e quanti volevano possedere il quadro, quindi questo alone di mistero che scaturiva dalla mancanza di informazioni conduceva già di per sé al concetto di segreto, ovvero all’esoterico.

Nemmeno il contemporaneo Francesco Bertucci ci dà spiegazioni o informazioni in merito al suo Trittico Esoterico, composto da tre opere appunto, la prima Horizons, (Orizzonti), la seconda SyncRockTrap (Trappola di Roccia Sincronica), e la terza NoLightsHeads (I non fari), ma pone tutti davanti al fatto compiuto, fornendo solo tre delle posizioni che il trittico può avere e la misteriosa denominazione delle stesse, Soul Position God Amplifies White Energies (Posizione Anima – Dio - Amplifica Energie Bianche), poi Body Position Matter Amplifies Black Energies (Posizione Corpo – Materia - Amplifica Energie Nere), infine Spirit Position Chaos Amplifies Casual Effect (Posizione Spirito - Caos - Amplifica Effetto Casuale). Praticamente a seconda di come i quadri vengono posizionati nell’ambiente riescono a creare un campo di energia con l’ambiente dove si trovano e a favore della persona o delle persone che in quel luogo li hanno posti.

Si può solamente dire che i soggetti delle tre opere, prodotte tutte nel 2013, sono paesaggi di forte impatto a livello interiore, e certo la spiegazione che viene data dall’artista, anche se ridotta a un nome, ci lascia come già pieni di qualcosa, di una energia, di mistero, appunto di una forte carica esoterica, e non c’è bisogno di ragionarci tanto sopra o di porsi delle domande o di trovare delle risposte, si sente, osservando e percependo ciò che dai quadri scaturisce.

Vigilando su questo Trittico Esoterico come su un sorvegliato speciale, e andando sul sito dell’artista si trovano altre opere circondate da un alone di mistero: spesso appare la creatura “Donna” nelle più improbabili facce e sfaccettature… e il tutto va da una tematica classica espressa in vesti moderne, fino alla più spinta ed esasperata avanguardia pura, che non disturba, ma è ben accolta anche dai più attaccati, abbarbicati amanti del cosiddetto “classico”: per la cromaticità, la plasticità e il senso dell’idea, del pensiero che non s’intravede, ma che si “vede”, invece, chiaro, netto, nell’opera stessa.


MEER